ssssssfff
Articoli filtrati per data: Saturday, 05 Settembre 2020

Pubblichiamo di seguito l'indizione del Venice Climate Meeting, che si terrà il 12 settembre al Centro Sociale Rivolta a Marghera all'interno del Venice Climate Camp. Un momento di confronto importante in cui fare il punto sul presente della pandemia, della crisi sociale ed ecologica e su quali contraddizioni, spiragli e possibilità si aprono per rovesciare questo sistema di sviluppo insostenibile. Buona lettura!

Il Covid 19 cartina di tornasole dell’attuale regime ecologico

È proprio guardando al Covid che pensiamo sia corretto e urgente interpretare il capitalismo come un vero proprio regime ecologico. Non è forse la pandemia in corso un sintomo di una più vasta crisi ecologica? Epidemie e pandemie rischiano di esplodere con maggiore frequenza poiché l’estrazione di valore dalla natura umana e non umana non accenna a diminuire. I virus viaggiano più velocemente attraverso le linee della logistica globale, focolai si accendono nei wet market e siamo tutti più vulnerabili a causa dell’inquinamento, della devastazione ambientale e di un’industria alimentare che assomma l’utilizzo di OGM, l’allevamento intensivo e la perdita di ogni legame con le specificità territoriali (sia a livello di produzione che di consumo).

Altro che “disgrazia”. In quest’ottica il Covid palesa il suo legame con l’irrazionalità del modello capitalistico attuale, pronto a distruggere la vita sul pianeta per salvare se stesso.

Ma la pandemia non ha significato solo interruzioni. Anzi, nel caso del movimento Black Lives Matter, essa ha funzionato da detonatore. È evidente che al centro di quel movimento ci sia il tema della razza e della razzializzazione di una società in cui le odierne subalternità sono ancora figlie delle tratta degli schiavi. Al tempo stesso, però, le rivolte statunitensi hanno assunto i tratti attuali anche in risposta alle asimmetrie razziali e classiste emerse con il diffondersi del coronavirus. Non è un mistero che la comunità afroamericana sia tra quelle più esposte alla malattia e meno tutelata da un sistema sanitario largamente privatizzato, così come non è un mistero che la stessa comunità sia tra le più soggette ai danni della devastazione ambientale e dell’inquinamento. Quel movimento è dunque leggibile anche come la rivolta di chi è costretto a sostenere i costi più ingenti della crisi ecologica globale.

I movimenti nella crisi sistemica

Allora, mentre gli effetti della crisi climatica si propagano con velocità e intensità inaudite, crediamo sia utile stabilire alcuni criteri interpretativi che siano in grado di qualificare una prospettiva “di movimento” e “in movimento”.

Mai come in questa fase, la ricerca di un’alternativa sistemica è una necessità storica, funzionale a garantire la stessa riproduzione biologica della vita sul pianeta. Non c’è nulla di millenaristico in tutto questo, poiché la crisi climatica non è un mantra capace di archiviare tutte le contraddizioni prodotte da secoli di capitalismo, ma piuttosto un paradigma in grado di interconnettere una pluralità di crisi che si collocano nel breve, medio e lungo periodo: quella economico-finanziaria, quella dello Stato di diritto e dei modelli di Welfare, quella del lavoro materiale e immateriale. Allo stesso tempo, la crisi climatica interconnette, senza mai sintetizzarle, le quattro linee fondative che si sono sedimentate nel processo di sviluppo storico del capitalismo: la classe, la razza, il genere e la natura.

L’attuale pandemia ha reso manifesti questi intrecci, ma allo stesso tempo può aprire le porte a una nuova fase della lotta tra capitale e vita stimolando, allo stesso tempo, nuove prospettive - organizzative e strategiche - per tutti coloro che collocano la propria azione politica in un terreno non “settoriale”, ma complessivo.

Lo scopo è quello di evitare di farci travolgere da una narrazione che tende ad avere accenni “catastrofistici” e che comprime sia le responsabilità storiche che hanno condotto a questa situazione, sia le possibilità reali di sovvertirla. A essere in gioco è la fine del capitalismo, più che la fine del mondo. Non solo la fine del negazionismo, della sua visione identitaria e reazionaria che continua a distruggere la rete della vita in nome dei profitti privati e dell'ideologia della crescita; ma anche la fine del capitalismo green, dietro cui (vedi le compagnie petrolifere, ENI in testa) si celano violente politiche neocoloniali e la volontà di perseverare nella estrazione di combustibili fossili. Anzi, è proprio dietro lo schermo “green” che si celano le principali tendenze che hanno segnato la “ristrutturazione” capitalista avvenuta negli ultimi decenni, grazie alle quali lo stesso concetto di “limite” della natura e della vita è diventato motore di accumulazione.

Questo nuovo “paradigma della crescita” si è basato sull’idea di identificare i soggetti della riproduzione sociale come infiniti e gratuiti. Stiamo parlando in particolare del lavoro di cura, di quello servile e razzializzato, di quello legato alla natura, inteso come lavoro-energia della biosfera. La pandemia ha accelerato la crisi di questo paradigma, creando un corto circuito evidente all’interno di un sistema economico che ha sempre traghettato ricchezze dal basso verso l’alto.

L’assenza di liquidità monetaria, che sta interessando una larga fascia di popolazione a livello globale in seguito al lockdown, ha rimesso al centro del dibattito pubblico il tema del reddito e della redistribuzione della ricchezza. Un tema che, però, va letto oltre la sua dimensione “emergenziale” e collocato all’interno del grande processo di “transizione ecologica” che è in atto da alcuni anni.

A livello europeo il cosiddetto green new deal si intreccia inesorabilmente con le misure eccezionali che la governance sta varando per fronteggiare l’attuale crisi. Nell’attuale contesto, la “transizione verde” rischia di tramutarsi in un’occasione storica per il capitalismo finanziario, in assenza di conflitti reali che mettano al centro la necessità di un reddito universale. La “riconversione” non deve quindi guardare solo alle fonti energetiche, ma all’intero modello produttivo e riproduttivo che ne è alla base. L’unica transizione ecologica possibile è quella della chiusura, dello smaltimento e della bonifica delle piccole e grandi centrali dell’inquinamento, della riconversione del salario in reddito, della rottura dei dispositivi di valorizzazione che da decenni interessano tutta la sfera della riproduzione sociale.

Contraddizioni e possibilità

È dentro questa costellazione di contraddizioni che scorgiamo le possibilità di un reale mutamento dei rapporti di forza tra capitale e vita. Certo, non pensiamo che questa rivoluzione sia a portata di mano, ma siamo convinti che sia più che mai l'orizzonte verso cui orientarsi e che sia necessario porsi il problema di dotarsi degli strumenti necessari per costruirlo.

Siamo inoltre convinti che il movimento abbia bisogno di esprimersi in forme nuove, forme che assumano da subito un orizzonte di mobilitazione europeo e globale, ma che inizino ad organizzarsi seriamente a partire dalla scala nazionale.

I movimenti giovanili per la giustizia climatica hanno giocato, prima della pandemia, un ruolo fondamentale. Hanno riempito le piazze del mondo, fornendo un megafono alla voce di un'intera generazione che ha avuto il merito di rompere il silenzio e la rassegnazione sulla questione climatica, ma anche di invertire bruscamente quella tendenza verso l’atomizzazione sociale che la forma di vita neoliberale andava imponendo con sempre maggiore invasività. Oggi bisogna scommettere sul fatto che questo tessuto sociale possa trasformarsi e soggettivarsi, essere parte di progetto comune anticapitalista e optare per campagne politiche e sociali, coordinate tra soggettività molteplici, che considerino il blocco, il sabotaggio e l'azione diretta come pratiche legittime e necessarie nei confronti di coloro che aggravano la crisi climatica.

L’esplosione di Fridays for Future, dei “Climate Strike” va inoltre letta in un contesto caratterizzato da mobilitazioni radicali e non congiunturali, che stanno sedimentando contropotere, che pongono con forza il tema di nuove istituzioni democratiche, della redistribuzione della ricchezza, dell’emancipazione da qualsiasi forma di subalternità.

In questo quadro si collocano anche la moltiplicazione delle forme di resistenza all’industria estrattiva, che assumono forme differenti a seconda delle aree geografiche, ma che riterritorializzano una battaglia il cui claim è intrinsecamente globale. 

In Italia, i comitati contro le grandi opere sono portatori di una storia lunga e nobile. Indicano al movimento alcuni nessi territoriali del cambiamento climatico. Sono cioè fondamentali nel chiarire la via italiana all'estrattivismo: una via fatta di devastazione ambientale, biocidio, corruzione, misconoscimento delle comunità, repressione e spreco di risorse pubbliche che dovrebbero invece essere impiegate nella messa in sicurezza di un territorio già soggetto al cambiamento climatico (dalla circoscritta, ma grave, acqua alta straordinaria a Venezia, fino alla tragedia degli incendi che nei mesi scorsi hanno devastato l’Australia e la Siberia e alle temperature record recentemente registrate intorno al Circolo Polare Artico). Se, da una parte, pensiamo che i comitati debbano rafforzarsi e radicarsi localmente, dall'altra pensiamo che ciò non basti, che essi debbano (come in parte hanno già fatto) riconoscere come proprio terreno comune quello della giustizia climatica e sociale ed organizzarsi di conseguenza.

Un invito aperto

È dunque con uno spirito ambizioso che abbiamo organizzato il Venice Climate Meeting, con l'obiettivo di dare vita a uno spazio politico aperto i cui lineamenti, non definiti a priori, maturino nel corso di un percorso sulla giustizia climatica e sociale, in chiave anticapitalista. L'invito di Venezia è dunque aperto a chi, come noi, senta la necessità di questo spazio e voglia confrontarsi su come esso debba funzionare e sui primi passi che debba intraprendere.

L'incontro è aperto a organizzazioni, movimenti, comitati e singol*, a chi inquadra la crisi climatica nel suo inestricabile nesso con il neoliberismo globale, promotore di una logica estrattiva che si manifesta come distruzione della natura umana e non umana e come ricaduta di enormi costi sociali sulle spalle delle soggettività subalterne, dei poveri, delle donne, delle popolazioni indigene e del Sud Globale. L'invito è aperto a chi è convinto che un green new deal non sia sufficiente, che in assenza di lotte radicali, esso sarà nient'altro che una foglia di fico per lo status quo; a chi  pretende che siano i ricchi a pagare la transizione ecologica e non i lavoratori e le lavoratrici precar* che hanno già fin troppo pagato negli ultimi decenni. L'invito è aperto alle ecotransfemministe, a chi smaschera la struttura patriarcale dell'Antropocene, a chi vuole demolire il binarismo uomo-natura, a chi di fronte ai popoli in fuga dalle macerie prodotte dal capitalismo sostiene il loro diritto a muoversi, a chi promuove nuovi modelli di cura, non solo tra umani, ma anche tra umani ed altre specie. L’invito è aperto infine  a tutti i percorsi conflittuali che stanno ponendo con forza il tema del reddito e della redistribuzione della ricchezza, ma anche alla miriade di realtà che hanno praticato forme di solidarietà e mutualismo durante la crisi sanitaria.

A tutt* quest* va il nostro invito, con la speranza di incontrarci al Venice Climate Meeting.

 

Il Climate Camp quest'anno non si terrà più al Lido di Venezia, ma verrà spostato al Centro Sociale Rivolta (Marghera, via Fratelli Bandiera 45). Una scelta dettata dall'esigenza di garantire lo svolgimento del camp e del

Venice Climate Meeting, di costruire un momento di aggregazione politica che, riteniamo, non poteva essere rimandato.

Da mesi andiamo ripetendo che non accetteremo un secondo lockdown: la salute è un bene comune, e alla logica della responsabilità individuale, dell'isolamento, del distanziamento sociale opponiamo un campeggio di cura collettiva.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Partecipata iniziativa solidale e di denuncia stamattina, 4 settembre 2020, fuori dal Palazzo di Giustizia di Torino: una dozzina di realtà, dal Cua al centro sociale Askatasuna, dai No Tav alle Mamme in piazza per la libertà di dissenso, oltre a diverse sezioni Anpi, si sono ritrovate per fare sentire la propria indignazione per le pesantissime misure comminate a 31 antifasciste e antifascisti, in concomitanza con l’udienza del Tribunale del Riesame chiamato a decidere se revocarle o meno.

Sono studentesse e studenti che a febbraio respinsero, in Università, la provocazione dei fascisti del Fuan, arrivati – con scorta poliziesca al seguito – a contestare un convegno su “Fascismo, colonialismo, foibe” alla presenza di Moni Ovadia, del giornalista ed ex senatore PCI Stojan Spetic e dello storico Eric Gobetti.

Risultato: cariche di polizia contro gli antifascisti, 31 denunce e per 19 di loro  (compresa Anna, studentessa bresciana a Torino) pesantissime misure restrittive, come arresti domiciliari e divieti di dimora.

Dal presidio di Torino con noi Sofia, del Collettivo Universitario Autonomo. Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

All’alba del 5 settembre 1972, a Monaco di Baviera sono in corso le ventesime Olimpiadi, un commando di fedayn (in arabo: uomini di sacrificio) irrompe nel villaggio olimpico e sequestra undici atleti israeliani.

Dopo venti ore di estenuanti trattative l’azione si conclude tragicamente all’aeroporto di Furstenfeldbruck dove muoiono cinque sequestratori, due uomini delle forze dell’ordine e tutti gli ostaggi. Sono i Giochi Olimpici più tragici e drammatici della storia. Dalla strage di Monaco nasce un’incredibile vendetta pianificata, voluta e organizzata dal servizio segreto israeliano il Mossad su preciso ordine di Golda Meir. Viene istituita una squadra top secret, nome in codice “Comitato X” con il compito di rintracciare, stanare e uccidere tutti i mandanti, i finanziatori e gli organizzatori di quel massacro. È la lista di Golda che seminerà morte per anni in Europa e anche in Medio Oriente. Le drammatiche testimonianze di Abu Daud, l’ultimo fedayn del comando di Monaco sopravvissuto alla vendetta e di Ilana Romano, moglie di Joseph Romano, campione di sollevamento pesi, una delle prime vittime dell’attacco terrorista in quel tragico settembre del 1972 a Monaco. Wael Abdel Zwaiter è un poeta palestinese di 38 anni. È esule a Roma dove rappresenta l’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Per vivere lavora come traduttore presso l’ambasciata libica di Via Nomentana. La sera del 16 ottobre 1972 fa tardi al lavoro. Sono passate da poco le 22 quando si avvia, a piedi, verso la vicina Piazza Annibaliano dove abita. Pochi minuti e raggiunge il portone del palazzo. Entra e chiama l’ascensore. E’ un attimo. Dalla penombra sbucano due uomini. Zwaiter non fa neanche in tempo a reagire. Viene freddato da undici colpi esplosi da una Beretta calibro 9. Undici colpi. I suoi assassini non hanno sparato a caso. Undici sono gli atleti della nazionale olimpica israeliana morti a Monaco un mese prima durante il raid dei terroristi palestinesi di “Settembre Nero”. I servizi segreti israeliani ritengono Zwaiter un esponente dell’organizzazione terrorista. Il suo nome è il primo di una lunga lista. 5 settembre 1972, a Monaco di Baviera sono in corso le ventesime Olimpiadi. All’alba un commando di otto fedayn irrompe nel villaggio olimpico e sequestra undici atleti israeliani. Joseph Romano, campione di sollevamento pesi e Moshe Weinberg, allenatore di lotta vengono subito uccisi mentre tentano di reagire ai terroristi. Dopo venti ore di estenuanti trattative l’azione si conclude tragicamente all’aeroporto di Furstenfeldbruck dove muoiono cinque sequestratori, due uomini delle forze dell’ordine e tutti gli ostaggi. Sono i Giochi Olimpici più tragici e drammatici della storia.

La Palestina era stata esclusa dalla partecipazione ai giochi, poiché non rappresentava uno stato sovrano. Un gruppo di guerriglieri di Settembre Nero decise però di partecipare in un altro modo e far conoscere al mondo la questione nazionale dei palestinesi con un’azione terroristica spettacolare e clamorosa. Abu Daud, l’ultimo superstite del nucleo organizzativo di Monaco, ricorda le circostanze in cui fu ideata l’azione: ‘L’idea mi venne a Roma. Vi spiego come: premetto che a me delle olimpiadi non interessava nulla. A Roma però all’epoca c’eraMuhammad al-Umari che aveva un incarico diplomatico in Italia. Fu lui ad annunciarmi la notizia che la richiesta palestinese di partecipare alle olimpiadi era stata respinta dal comitato olimpico perché non eravamo uno Stato. Noi decidemmo di partecipare lo stesso a modo nostro, in modo particolare. Andammo a Beirut a incontrare Abu Iyad e gli dicemmo che c’era la possibilità concreta di spostarci da Roma a Monaco. Lo rassicurammo che non ci sarebbe stato alcun spargimento di sangue per questa operazione e che l’obiettivo era quello di liberare i nostri prigionieri in Cisgiordania. Assicurammo che avremmo sparato solo per legittima difesa, se attaccati dal nemico. Non c’era da parte nostra alcuna intenzione di uccidere’ .

Che cosa è Settembre Nero’

Settembre Nero nasce nel 1970 e prende il nome dalla violenta repressione scatenata da re Hussein di Giordania contro i palestinesi proprio nel settembre del 1970. Dalla fine della Guerra dei Sei Giorni (1967) la capitale giordana Amman era la sede del quartier generale di Fatah, la frangia militare dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), con a capo Yasser Arafat. Dal senso di sconfitta ed emarginazione scaturito da quegli eventi si fa strada, in alcune frange dell’organizzazione palestinese, la ferma volontà di far sentire al mondo la propria voce. Nasce Settembre Nero. La prima operazione in cui questo nome viene usato è proprio un? azione di rappresaglia contro la Giordania: l’assassinio del primo ministro giordano Wasfi Tel nel 1971 al Cairo. Ma l’azione più nota del gruppo è proprio il sequestro degli atleti israeliani a Monaco. Settembre Nero prepara l’azione nei minimi particolari collegandosi anche ai terroristi tedeschi della RAF (Rote ArmeeFraktion) che procura armi e informazioni logistiche al commando palestinese. Tra le condizioni per il rilascio degli atleti israeliani c?è, oltre alla liberazione di 234 detenuti nelle carceri d’Israele, anche il rilascio di due noti capi della RAF (Ulrike Meinhof e Andreas Baader, arrestati dalla polizia tedesca nel giugno di quell’anno) e tre aerei per essere trasportati con gli ostaggi in una destinazione sicura.

La reazione israeliana: la lista di Golda

L’esercito israeliano reagisce immediatamente con una serie di raid aerei sui campi palestinesi in Siria e Libano che provocano decine di morti e feriti. Ma non basta. Il 12 settembre del 1972, il primo ministro Golda Meirprende la parola nella Knesset, il parlamento israeliano e annuncia : “Non abbiamo altra scelta se non quella di colpire le organizzazioni terroristiche ovunque siamo in grado di farlo, è un dovere che abbiamo verso noi stessi e verso la pace e assolveremo a questo dovere in modo inflessibile”. Dalla strage di Monaco nasce una vendetta pianificata, voluta e organizzata dal servizio segreto israeliano, il Mossad, su preciso ordine di GoldaMeir. Viene istituita una squadra top secret, nome in codice “Comitato X”, con il compito di rintracciare, stanare e uccidere tutti i mandanti, i finanziatori e gli organizzatori di quel massacro. È la lista di Golda, che seminerà morte per anni in Europa e anche in Medio Oriente.

Sulla lista ci sono dodici terroristi: il primo è Zwaiter colpito a Roma il 16 ottobre. Il 29 ottobre dello stesso anno un comando palestinese dirotta un aereo della Lufthansa, chiedendo e ottenendo la liberazione dei tre guerriglieri di Monaco detenuti in Germania. Israele parla di ‘resa tedesca al ricatto dei terroristi’; è una conferma ulteriore che bisogna farsi giustizia da soli. A dicembre viene colpito a Parigi Mahmud Hamshari, rappresentante dell’OLP in Francia, ferito gravemente da una bomba piazzata all’interno dell’apparecchio telefonico nel suo appartamento. Ricoverato in ospedale, morirà un mese dopo.

Il 24 gennaio 1973, viene ucciso a Nicosia Abed Al Chir,contatto dell’Olp con i sovietici e il Kgb. Muore nell’esplosione di una bomba piazzata sotto il materasso. Il 6 aprile, ancora a Parigi è la volta di Basil Al Kubaisi, professore universitario di legge, freddato mentre esce da un caffè, con undici colpi di pistola come Zweiter. Sulla lista di Golda ci sono anche obiettivi che si nascondono in alcuni paesi del Medio Oriente, tradizionali nemici d’Israele: Siria e Libano. Con un’azione coordinata tra il Mossad e le unità speciali dell’esercito israeliano, il 10 aprile 1973 ha inizio l’operazione “Primavera della Giovinezza”. Una squadra speciale al comando di EhudBarak, futuro primo ministro israeliano, penetra a Beirut in Libano. I militari si travestono da turisti e riescono ad eliminare tre attivisti di Settembre Nero: Yusuf Najar, numero tre dell’OLP, uno degli architetti di Monaco,Kemal Adwan, leader di Settembre Nero e Kamal Nasser un portavoce dell’OLP. Nella sparatoria rimangono uccise alcune persone innocenti. Pochi giorni dopo, il 12 aprile ad Atene, viene rintracciato un altro componente del commando di Monaco: Abu Ziad. Una bomba al plastico sotto il letto lo uccide.

L’errore di Lillehammer

Il comitato X è ora sulle tracce di Ali Hassan Salameh, il principe rosso, uno dei principali organizzatori di Monaco, capo delle operazioni di Settembre Nero. Le tracce in possesso del Mossad lo individuano in Norvegia, in una piccola cittadina chiamata Lillehammer. Sarà un tragico errore. Uccidono un cameriere marocchino, Ahmed Bouchikhi, che ha l’unica colpa di assomigliare a Salameh; è il luglio del 1973. La polizia norvegese arresta sei agenti del Mossad coinvolti nell’attentato. La comunità internazionale reagisce, per Israele è un momento difficile. Golda Meir richiama gli agenti del Mossad, poi nell’aprile del 1974 lascia la carica di primo ministro. Golda Meir morirà quattro anni dopo all’età di ottant’anni. Ma la lista di Golda non si fermerà. Ali Hassan Salameh, l’obiettivo principale degli israeliani, fin dall’inizio, verrà ucciso con un autobomba a Beirut il 22 gennaio del 1979.

Nel 1988 un altro nome viene cancellato dalla lista di Golda: Abu Jihad, ucciso a Tunisi. La maggior parte dei terroristi è stata eliminata dal Mossad, con due eccezioni : Abu Daud che vive ad Amman e Abu Iyad, il capo di Settembre Nero, che verrà assassinato dal suo rivale palestinese Abu Nidal, nel gennaio del 1991 a Tunisi. Abu Daoud rimane l’unico sopravvissuto dei diretti responsabili di

Monaco.

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons