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Articoli filtrati per data: Wednesday, 30 Settembre 2020

Il sabato sera è stato segnato in diverse città statunitensi da nuovi scontri, a volte violenti, tra polizia e manifestanti che protestavano contro il razzismo e il dispiegamento di agenti federali ordinato da Donald Trump.

Un'altra notte movimentata sabato 26 settembre nel centro di Portland, in Oregon, si è conclusa con diversi arresti. Centinaia di persone aveva invaso il parco e l'area intorno al palazzo di giustizia e alla corte federale degli Stati Uniti, per denunciare il razzismo e la violenza della polizia quando le autorità hanno dichiarato la loro manifestazione un raduno illegale.

La polizia ha usato gas lacrimogeni e spray al pepe per disperdere i manifestanti, molti dei quali sono stati arrestati da agenti federali dopo aver cercato di abbattere una recinzione eretta intorno al tribunale. Ordinato dal presidente Trump, che sta affrontando una battaglia sempre più difficile per la rielezione e fa campagna sul tema "legge e ordine", l'invio di agenti della polizia federale ha giustamente acceso le fiamme della protesta e come se non bastasse in numerosi video pubblicati sui social network, questi “agenti”, vestiti con uniformi paramilitari e senza distintivi di identificazione, vengono visti con veicoli non contrassegnati fermare i manifestanti e portarli via.

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Quest'altra notte di violenza è arrivata qualche ora dopo una controdimostrazione da parte di attivisti di destra. La polizia aveva però intercettato un furgone con la targa mascherata. Hanno sequestrato armi da fuoco, pistole da paintball, mazze da baseball e scudi dall'interno del veicolo.

 

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di Silvia Federici per Carmilla

«La rivoluzione comincia nella casa e parla il linguaggio della lotta delle donne» Silvia Federici

[A partire dalle rivendicazioni degli anni Settanta del secolo scorso per il “salario al lavoro domestico”, Silvia Federici, nel volume Genere e Capitale. Per una lettura femminista di Marx (DeriveApprodi, 2020), rapporta il pensiero di Marx con l’ottica femminista. Passando per la critica della concezione di un soggetto universale della storia e seguendo le tracce della produzione di valore, ricchezza e sfruttamento nella sfera della riproduzione, Federici intende individuare nel femminismo contemporaneo gli strumenti per l’emancipazione dell’intera umanità. Pubblichiamo di seguito un assaggio del volume ringraziando l’editore per la gentile concessione – ght]

Silvia Federici è attivista femminista, scrittrice e docente universitaria tra le protagoniste, negli anni Settanta del secolo scorso, del movimento internazionale per il Salario al Lavoro Domestico. Negli anni Novanta, dopo un periodo di insegnamento e di ricerca in Nigeria, Federici ha partecipato ai movimenti no global e contro la pena di morte negli Stati Uniti, dal 1987 al 2005 ha insegnato politica internazionale, women’s studies e filosofia politica alla Hofstra University di Hempstead (New York). Autrice di numerosi saggi di filosofia e di teoria femminista, recentemente si è occupata dei processi di globalizzazione capitalista tenendo conferenze in ogni parte del mondo. Tra le pubblicazioni di Silvia Federici in lingua italiana si segnalano: Il punto zero della rivoluzione. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista (Ombre Corte, 2014) e Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria (Mimesis, 2015). Su Carmilla è possibile leggere la Prefazione a quest’ultimo volume.

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Che senso ha oggi interrogarsi sul rapporto tra femminismo e marxismo? La domanda è legittima considerando l’abbondante letteratura che già esiste su questo tema e che è destinata a crescere, dato il rinnovato interesse da parte di una nuova generazione di «femministe socialiste» per questo rapporto. Tuttavia, come ha osservato Shahrzad Mojab nell’introduzione a Marxism and Feminism (2015), il problema del rapporto tra questi due movimenti teorico-politici è tuttora irrisolto. Come ribadisco nei saggi raccolti in questo volume, persiste nel marxismo l’incapacità di distanziarsi da quegli aspetti dello schema teorico marxiano che si sono rivelati incompatibili con il progetto di liberazione dell’umanità dalla povertà e dallo sfruttamento: una tendenza allo statalismo, il culto della tecnologia e dell’industria, una concezione strumentale della natura, la sottovalutazione dell’importanza del lavoro di riproduzione e degli effetti disastrosi del sessismo e del razzismo.

D’altra parte, l’articolazione di una visione femminista anticapitalista fatica a imporsi, nonostante la crescita di tale esigenza tra i nuovi movimenti femministi che stanno emergendo in gran parte del pianeta. Per affrontare questa problematica, per riflettere sul rapporto tra femminismo e marxismo, ho raccolto in questo volume alcuni materiali scritti negli anni Settanta e altri che risalgono a tempi più recenti. Ciascuno rappresenta un momento nello sviluppo di un discorso femminista su Marx e al tempo stesso un tentativo di rispondere alla domanda implicitamente posta da Mojab. Assolvere a questo compito vuol dire innanzitutto interrogarsi su una serie di tematiche che sono state al centro della critica femminista a Marx. Prima tra queste la questione del lavoro come strumento per la produzione della ricchezza sociale e oggetto di contrattazione operaia e pianificazione istituzionale.

Che cosa ha permesso a Marx e ai suoi epigoni di pensare il lavoro solo o principalmente come produzione industriale e rapporto salariato? Perché Marx ha ignorato nella sua analisi del capitalismo le stesse attività che quotidianamente riproducono la vita umana e la nostra capacità lavorativa? Come discuto nei saggi che compongono il volume, è qui, intorno al nodo della definizione di lavoro, che una prospettiva femminista si dimostra imprescindibile poiché capace di rendere visibile un mondo di relazioni essenziali alla nostra vita e irriducibili alla meccanizzazione, che il marxismo non ha mai sfiorato.

Ripensare femminismo e marxismo significa anche porre al centro della «lotta di classe» la problematica delle divisioni costruite dal capitalismo all’interno della «classe» – soprattutto attraverso la discriminazione razziale e sessuale – un tema quasi completamente assente in Marx. Come sappiamo, Marx ha denunciato sia i rapporti patriarcali che il razzismo, non solo nei suoi scritti ma anche nei suoi interventi all’Internazionale. Tuttavia manca nell’opera di Marx un’attenzione alla funzione delle gerarchie del lavoro costruite in base al genere e alla razza, nella storia dello sviluppo capitalistico. Manca una riflessione sul ruolo del sessismo e del razzismo come elementi strutturali dell’organizzazione del lavoro e della produzione nella società del capitale.

Eppure non possiamo ignorare che è proprio a causa di queste divisioni, e per la capacità da parte dei governi e del capitale di mobilitare settori del proletariato come strumenti di una politica razzista e per la repressione delle lotte sociali, che il capitalismo ha potuto riprodursi fino a nostri giorni, e questo nonostante, per Marx, l’estensione globale dei rapporti capitalisti sia l’elemento unificante del proletariato mondiale.

È stato affermato che la discriminazione in base al genere e alla razza è da considerarsi un fattore contingente nella storia del capitalismo e non una sua necessità logica (Harvey 2015). Ma ciò significherebbe considerare il capitalismo in termini astratti, come un sistema che cresce su se stesso senza confrontarsi con la resistenza delle forze sociali che, pur nella subordinazione, conservano una propria autonomia. Invece, tutta la storia dello sviluppo capitalistico fino ai nostri giorni, testimonia il suo carattere strutturalmente sessista, razzista e coloniale. Da qui la denuncia, sempre più articolata, da parte di movimenti antirazzisti e anticoloniali, del marxismo come teoria e politica Eurocentrica, incapace di esprimere i bisogni che sorgono dalle lotte di quanti si riproducono con lavori informali, non rimunerati, a basso livello tecnologico, in condizioni di totale precarizzazione, e tuttavia costituiscono la maggioranza della popolazione del pianeta.

Non ultimo, ripensare Marx in un’ottica femminista e antirazzista significa contestare l’assunto tipico del movimento socialista circa il ruolo emancipatorio dell’industrializzazione, a cui spesso Marx affida il compito di rivoluzionare i rapporti sociali e costruire le basi materiali del comunismo. Come ho diffusamente scritto, Marx sembra dimenticare che la maggior parte del lavoro che si compie anche nei paesi più tecnologicamente avanzati è irriducibile alla meccanizzazione. Nonostante i tentativi di produrre robots capaci di sopperire alla cura di anziani, bambini e infermi, l’industrializzazione del lavoro di riproduzione domestico appare sempre più un obbiettivo irraggiungibile e indesiderabile.

Si deve aggiungere che privilegiando lo sviluppo della produzione industriale come condizione essenziale, a livello planetario, di un’economia basata sulla giustizia sociale e l’abbondanza, inevitabilmente Marx, e con lui il marxismo in tutte le sue forme, ha sottovalutato la distruzione ambientale prodotta dall’industria, specialmente con l’espansione della chimica e della produzione digitale. Si dirà che Marx non poteva prevedere i mari soffocati dalla plastica, la morte delle barriere coralline o la contaminazione dei fiumi frutto dell’industrializzazione dell’agricoltura e degli scarichi industriali. Non poteva immaginare incendi tanto estesi da mettere in pericolo le città, come si stanno verificando in Australia e in California mentre scrivo queste pagine. Eppure, la certezza con cui egli guarda a un futuro in cui l’umanità potrà dominare la natura grazie all’industria su larga scala, e plasmarla per il bene comune, oggi non può che apparire cieca e arrogante.

Tuttavia, muovere queste critiche a Marx non significa disconoscere l’importanza storica del metodo marxiano e dell’analisi dell’organizzazione capitalistico del lavoro che ci ha consegnato. Significa piuttosto riconoscere che ha sottovalutato la capacità distruttiva dello sviluppo capitalistico, tanto da identificare la stessa produzione industriale che oggi distrugge il nostro pianeta e divora gli organismi viventi che lo popolano, come un fattore fondamentale della liberazione dell’umanità. Qui si pone l’importanza del femminismo. Mettere in crisi il capitalismo non è sufficiente. È essenziale non riprodurre le ingiustizie e le diseguaglianze contro cui abbiamo lottato. In questo senso, un femminismo anticapitalista determinato a «mettere la vita al centro» della politica sociale – come vuole il femminismo popolare che sta sorgendo in varie parti d’Europa e soprattutto in America Latina – ci sembra il modo più idoneo per realizzare il «seme rivoluzionario» del marxismo.

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Car* tutt*,
sono al sesto giorno di detenzione ed ho iniziato a comprendere i complessi meccanismi che regolano la vita delle detenute. Anzi, mi correggo, inizialmente sono complessi, poi capisci un paio di principi base e tutto diventa più chiaro. Mi spiegherò meglio dopo.

Al mattino mi sveglio ancora convinta di essere a casa, poi non appena lo sguardo mette a fuoco qualche dettaglio, realizzo di trovarmi qui ed è e devo dire che la sensazione mi fa svegliare repentinamente. Le giornate sono scandite da una serie di eventi che si ripetono sempre uguali a se stessi: vitto (colazione), aria/doccia, vitto (pranzo), aria/doccia, vitto (cena). Mi sveglio però molto prima fuori è ancora buio, ma in sezione iniziano a pulire le lavoranti, si sente odore di caffè, le agenti parlano ad alta voce. Sono ancora nella sezione nuovi giunti, a metà dell’isolamento domiciliare (prevenzione covid) e qui le celle sono chiuse 24 ore su 24. Si esce solo per andare all’aria, farsi la doccia, incontrare avvocati ed eventualmente per chi lo richiede educatrici, psicologa, prete ecc.

Essendo praticamente in isolamento, ho avuto modo di conoscere solo le detenute che come me sono in isolamento domiciliare (passiamo  l’aria insieme) e sono davvero grata queste donne che mi hanno accettata come una sorella. La solidarietà è concreta, materiale ed umana, c’è qualcosa che fa la differenza perché nei momenti di sconforto c’è sempre qualcuno, che nel nostro caso da dietro le sbarre della cella, interrompe le attività che sta svolgendo per una chiacchierata, una battuta, ecc. Stamattina una detenuta ha cantato, benissimo oltretutto, per una mezz’oretta e ci ha tutte rilassate.
Devo ammettere che l’impatto col carcere, soprattutto se sai che dovrai rimanerci per un po’, è forte, violento.

Il sistema carcerario, nonostante se ne dica, non ha nulla di educativo. È una punizione, severa e bisogna fare appello agli strumenti più profondi di sé per poterlo affrontare. È una scissione netta perché improvvisamente non fai più nulla di quello che facevi il giorno prima, non hai vicino fisicamente le persone che ami, non puoi più fare quello che ti piace e nel mio caso, non ridete so che è cosa nota, non puoi stare con i tuoi amici animali.

Mi consolo con due piccioni (ormai sono sicura che siano sempre gli stessi) che vivono sulle mura che stanno di fronte alla finestra della mia cella. Se Nicoletta aveva dolci uccellini, io ho due piccioni, ma sono svegli e seguono con attenzione quello che faccio. Questa sciocca considerazione è per spezzare un po’ il clima cupo che ho creato nelle righe precedenti perché, nonostante il carcere sia un luogo brutto, io sto bene. Ma ne parlerò ancora però perché credo che luoghi così non dovrebbero esistere.

Ho visto al TG le immagini del mio arresto e della mia fiaccolata, da oggi ho iniziato a ricevere la posta. È stato molto emozionante, devo ammetterlo, e poco alla volta proverò a rispondere a tutti.
Leggo molto, anzi moltissimo, disegno e già solo queste due attività mi danno molta quiete e soddisfazione. Da oggi riceverò anche i giornali. Insomma, bene così.

Parlo di noi raccontandomi, della lotta al TAV e delle altre e sento un orgoglio infinito che mi dà molta forza e serenità.

In questo luogo di deprivazione e sofferenza, ciò che facciamo ha un gran bel valore e serve a mantenere viva la speranza per un futuro che speriamo possa essere più giusto per tutti, anche per gli ultimi che il sistema nasconde qui dentro. So che mi mancherà poter contribuire attivamente ai prossimi mesi di mobilitazione in Valle, ma so anche che il movimento saprà mettere in campo tutte le risorse per resistere ancora una volta alle aggressioni che verranno mosse da chi vuole a tutti i costi il TAV. La nostra lotta è per il futuro di tutti, abbiamo una grande responsabilità.

Per ora vi saluto, ringrazio la Cassa Antirepressione Alpi Occidentali, Riccardo per “La Valle degli Eretici” e tutti gli amici e compagni, lontani e vicini, che mi hanno già scritto. Un pensiero particolare va a Stefanino (anche lui agli arresti) a tutta l’Askatasuna e alla mia amata Valle. Vi voglio bene, state saldi.

Avanti No Tav!

Da notav.info

 

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Oggi i prigionieri politici mapuche del carcere di Angol hanno interrotto lo sciopero della fame che durava da 123 giorni. Le bandiere mapuche che rappresentavano ognuno di loro sono state abbassate. Non si metterà in pericolo la vita davanti all’incapacità di dialogo del governo con le autorità mapuche.

Martedì 28 luglio è iniziata una serie di dichiarazioni dei politici di vari settori che sostenevano: “in Cile non ci sono prigionieri politici” e ancora “non ci sono prigionieri politici mapuche”. Queste affermazioni mostrano quanto sia vigente il pensiero negazionista, che non riconosce l’esistenza di un popolo-nazione che è sopravvissuto a una storia di colonizzazione.

Quattro voci di pu lamngen (fratelli),che hanno vissuto la detenzione politica o che sono stati portavoce di chi l’ha subita, condividono pubblicamente le ragioni per cui i prigionieri politici mapuche sono effettivamente tali.

Natividad Llanquileo Pilquiman è un’avvocata che difende i Diritti Umani. Nel periodo tra il 2010 e il 2011 è stata portavoce dei prigionieri politici mapuche. Fidel Tranamil è machi (autorità spirituale) nel settore Rofwe del Territorio Makewe, è stato arrestato durante la fallimentare operazione Huracán e portato nel carcere di alta sicurezza di Valdivia. Ingrid Conejeros è un’educatrice e durante gli anni 2016 e 2017 è stata la portavoce della machi Francisca Linconao, che, con due processi a suo carico, alla fine è stata assolta. Alberto Curamil è longko (autorità) del lof (comunità) Radalko, comune di Curacautín ed è stato insignito del cosiddetto Nobel Verde mentre era in custodia cautelare per un procedimento giudiziario in cui è stato assolto.

“Porque no debemos decir pueblo decimos pueblo (Perché non possiamo dire popolo diciamo popolo) – Maribel Mora Curriao

Per dare una base ai motivi per i quali è innegabile l’esistenza di prigionieri politici mapuche, i lamngen condividono l’importanza dell’appartenenza a un popolo che ha vissuto un processo di esproprio e un tentativo di sottomissione da parte degli Stati-nazione cileno e argentino.

Natividad Llanquileo inizia la conversazione osservando questo: “Veniamo da una storia dove lo Stato ci ha sottomesso a un sistema che implica che le persone mapuche debbano lottare per i propri diritti politici, economici e sociali. La conseguenza è che le persone decidano di protestare e che, come effetto di questa protesta, oggi siano sottomessi ai tribunali di giustizia”.

Il carattere collettivo della lotta che si porta avanti è un punto forte di presa di posizione. Ingrid Conejeros sottolinea che, essendo prigionieri in un contesto politico di persecuzione nei confronti di un popolo, “coloro che risultano criminalizzati, condannati o mantenuti in carcere, hanno la caratteristica di essere detenuti in un contesto di persecuzione nei confronti di un popolo. Non sono prigionieri politici per cause proprie, ma per cause relative a un popolo”.

Fidel Tranamil si riferisce ai processi storici e di liberazione dei popoli: “Il concetto di detenzione politica che viene accettato è quello dove lo Stato perseguita a un certo membro di un popolo indigeno o di una società che è in un processo di liberazione, e quello che sta perseguitando è il pensiero di un popolo oppresso che ha tutto il diritto di ribellarsi a un sistema che lo sta schiacciando. Lo Stato del Cile ci sta opprimendo come mapuche fin dagli inizi del Novecento. Questa liberazione porta con sé il fatto che possiamo recuperare il territorio che è stato dei nostri nonni, dal Bío-Bío verso sud come dimostrazione del trattato di Tapiwe, nel quale la stessa nazione cilena ha riconosciuto che abbiamo una sovranità territoriale dentro il nostro territorio dal Bío-Bío verso sud”.

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L’avvocata Natividad Llanquileo

Questa storia di espropri si mantiene viva nella memoria di un popolo che non più di quattro generazioni fa ha visto entrare nei propri territori l’esercito e i poteri politici ed economici dello Stato cileno, li ha visti bruciare i suoi machi, uccidere la sua popolazione, impossessarsi delle sue terre, piegare al lavoro schiavista i suoi uomini e le sue donne e i bambini e le bambine che sono dovuti andare a lavorare in città. I nonni e le nonne di coloro che oggi hanno circa ottanta/novanta anni hanno vissuto questo tentativo di genocidio.

Qual è stato l’interesse che ha dato il via a questa impresa colonizzatrice? L’occupazione del territorio mapuche. Natividad afferma: “Il grande tema riguarda la difesa territoriale e il recupero del territorio. Tutte le persone riconosciute come prigionieri politici sono persone che hanno difeso i loro territori, i loro diritti, le loro comunità. Per questo sono riconosciuti dalle comunità, dalla loro famiglia, dal popolo mapuche; per questo loro li visitano, li accompagnano nei processi di mobilizzazione. Un semplice detenuto, anche se avesse un certo cognome e appartenesse a una comunità, senza aver aderito a questi processi, non avrebbe un sostegno come quello dei prigionieri politici”.

Il lonko Curamil, con una grande esperienza nella lotta per l’accesso all’acqua contro grandi compagnie minerarie, sottolinea che “quando noi ci organizziamo, quando noi chiamiamo a raccolta la nostra gente per poter esigere che si rispetti il nostro diritto territoriale, allora inizia anche la persecuzione, i soprusi della polizia e alla fine ci collegano a un qualsiasi delitto per cercare di criminalizzare la nostra lotta. Questa è l’unica ragione per la quale lo Stato mette in carcere i nostri fratelli mapuche, ed è per questo che noi li chiamiamo prigionieri politici, perché difendono il loro territorio, difendono quello che è il loro diritto ancestrale mapuche”.

Da parte sua il machi Fidel non ha dubbi nel dire: “Tanto i nostri padri come noi stessi portiamo avanti questo processo di controllo territoriale, con il quale oggigiorno mettiamo in pratica il diritto legittimo che abbiamo come popolo-nazione Mapuche di liberarci dal giogo oppressore dello Stato cileno”.

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Il machi Fidel Tranamil

L’impresa coloniale, attraverso il coordinamento dei grandi poteri economico-politici, ha cercato di impossessarsi del territorio mapuche visto come una fonte per l’estrattivismo depredatore. Un pensiero opposto a quello dei popoli ancestrali, fra i quali la normalità è la riproduzione della vita in relazione con il territorio.

Colui che è stato insignito del cosiddetto Nobel Verde per la sua traiettoria nella lotta per l’ambiente, Alberto Curamil, afferma: “Questo territorio è stato usurpato per un 95% dalle imprese multinazionali, dallo Stato del Cile, dai proprietari terrieri… hanno usurpato gran parte del nostro territorio e non solo la terra, ma anche l’acqua. La cosa più invasiva qui è l’industria forestale”. Il machi Tranamil è d’accordo e aggiunge che “dietro questa repressione c’è la Forestal Mininco, la Forestal Arauco. Oggigiorno lo Stato vuole venire qui, sulla base della giustizia, a imporre i suoi megaprogetti avvallando il capitale nazionale e internazionale in cambio della morte o dell’uccisione dei nostri peñi (fratelli) o la repressione delle nostre comunità”.

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Il lonko Alberto Curamil

Quando la legalità non implica la giustizia e si converte in un dispositivo del razzismo coloniale, due donne mapuche che hanno accompagnato alcuni prigionieri politici come portavoce parlano a proposito dei procedimenti giudiziari. Ingrid Conejeros ci racconta: “La denominazione di prigionieri politici si basa sul fatto che le sue ragioni sono inquadrate in un contesto politico repressivo, di persecuzione, di criminalizzazione, dove lo Stato agisce come una struttura che va in cerca di queste detenzioni politiche, queste condanne. Ci sono sempre situazioni irregolari che permettono che si facciano montature da parte della polizia, che ci sia omissione di alcune prove, che esistano lunghe carcerazioni preventive per le persone che vengono imputate”.

Natividad Llanquileo ci racconta: “Quello che si può vedere è che c’è un trattamento differenziato, si può osservare la mancanza di obiettività nell’investigazione portata avanti dal Pubblico Ministero. Dall’altra parte succede che, al momento di applicare le sanzioni penali, non si considerano gli aspetti di tipo culturale, economico e sociale rispetto al mondo mapuche e, allo stesso tempo, la sproporzione delle condanne alle quali si arriva”. L’avvocata prende in considerazione il caso di una persona che commette un delitto e non è mapuche: “Per lo stesso crimine di un mapuche, la sua condanna è in grado minimo anche se è colpevole. Nel caso di un mapuche, la situazione si aggrava per l’applicazione di leggi speciali oppure, al momento di determinare la pena, si applica quella maggiore”.

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Ingrid Conejeros, ex portavoce della machi Francisca Linconao

Ammettere che esistono prigionieri politici mapuche apre la strada al riconoscimento storico del processo di colonizzazione sul territorio mapuche, Wallmapu, e la sua validità. Come dichiara Ingrid Conejeros: “Lo Stato ha generato la detenzione politica, è stato il responsabile di persecuzioni, di assassinii, di criminalizzazione. Finché si manterrà questa struttura colonialista verso il popolo mapuche, non si smetterà di avere prigionieri politici mapuche, perché questo è il sistema che fa sì che noi dobbiamo difenderci, che ci consumiamo, che dobbiamo assistere i prigionieri politici mapuche in varie carceri. Un sistema che minaccia l’organico delle comunità, dei lof, dei movimenti sociali mapuche che sono in difesa dei territori”. Insieme a Ñamkulawen Lof diciamo: “Affermiamo il genocidio portato avanti, ma anche la nostra esistenza. Siamo vivi”.

“Iñciñ xawvleyiñ

tvfa lepvn mew

ka fewla wirartuayiñ:

marici wew!!”

(Amuayiñ Purutuayiñ, Puel kona)

di Ange Valderrama Cayuman: Giornalista e ngürekafe (tessitrice). Abita e scrive nel territorio Cancura. Lavora per il Ficwallmapu, il Festival Internazionale di cinema e arti indigene nel Wallmapu. È membro del Collettivo Rangiñtulewfü, è parte della redazione di Yene Revista e della Cooperativa editrice Chillka.

**Paula Baeza Pailamilla (Immagini): Artista Visiva. È parte del Collettivo Rangiñtulewfü.

Traduzione in italiano di Silvia Carradori per Yene Revista

Yene Revista

Da Comitato Carlos Fonseca

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Ricorre oggi l'anniversario di una vicenda molto poco conosciuta nel nostro paese, nonostante sia accaduta proprio in Italia… o meglio, all’estero, ma in quella che, geograficamente, è la penisola italiana. Si tratta dei “fatti di Rovereta”, uno degli avvenimenti più bui nella storia della piccola Repubblica di San Marino, che vide il governo delle sinistre rovesciato, nei fatti, da un colpo di Stato sostenuto dal Governo italiano e dagli USA.

 

Una repubblica piccola ma scomoda

Pochi sanno che durante la guerra fredda San Marino era una piccola “repubblica rossa”. Alle elezioni del 1945 la coalizione formata dal Partito Comunista Sammarinese (PCS) e dal Partito Socialista Sammarinese (PSS) vinse con il 65% contro la coalizione democristiana. Da allora il blocco social-comunista vinse praticamente ogni elezione, continuando a governare la piccola repubblica. Una vera e propria anomalia nel contesto della guerra fredda, tollerata a fatica e solo a causa dello scarso peso di San Marino nello scenario internazionale. Il governo delle sinistre, unico nel contesto europeo, si distinse per le politiche sociali e lo sviluppo delle relazioni diplomatiche e di cooperazione con l’Unione Sovietica. Non mancarono neanche i momenti di tensione con gli USA e con l’Italia. Il governo di Mario Scelba arrivò a imporre per due anni un blocco di polizia dei confini di San Marino, per forzare la chiusura del Casinò del Titano, in un tentativo di strangolare economicamente la piccola repubblica.

La pressione nei confronti del governo sammarinese si inasprì quando il Partito Comunista, richiamando i socialisti alla “comune matrice marxista” propose la risoluzione dei problemi strutturali di fondo del paese. Fino ad allora, nonostante la presenza dei comunisti al governo, la struttura socio-economica del paese era rimasta sostanzialmente quella di un paese capitalista (e, d’altra parte, se l’esperienza storica dimostra che è possibile costruire il socialismo in un singolo paese, restano legittime perplessità nel caso di un micro-stato in condizioni di accerchiamento). Nel 1956, il programma di trasformazione radicale della società proposto dal Partito Comunista comprendeva la stesura di una Costituzione (di cui tutt’oggi San Marino è priva), il rinnovamento degli organi statali e uno sviluppo dell’economia in senso collettivistico. A questo si accompagnò, in quell’anno, l’instaurazione dei rapporti ufficiali con l’URSS. Le pressioni esercitate dall’esterno da parte dei paesi occidentali e dei settori del grande capitale trovarono terreno fertile nel Partito Socialista, dal quale nel 1957 si separò una fazione contraria all’alleanza con il PCS, che diede vita al nuovo “Partito Socialista Indipendente Sammarinese” (PSIS). Tutto questo fu premessa per i fatti che avvennero nell’autunno del 1957.

 

Il colpo di Stato del 1957

San Marino è una repubblica parlamentare, in cui il parlamento è denominato “Consiglio Grande e Generale”, composto da 60 consiglieri. A capo dello Stato vi è la Reggenza, un organo diarchico formato da due Capitani reggenti eletti dal parlamento, che presiedono il governo (Congresso di Stato) e lo stesso Consiglio.

Dal 1955 il blocco social-comunista governava con una maggioranza di 35 consiglieri su 60. La scissione che nel 1957 diede vita al PSIS vide l’adesione di cinque consiglieri, che abbandonarono la maggioranza portando il Consiglio in parità. Il 18 settembre 1957, un giorno prima delle elezioni della Reggenza previste per il 19 settembre, il consigliere Attilio Giannini (detto Piciulà), eletto da indipendente nella lista comunista, fu corrotto e traghettato nello schieramento democristiano, diventando il 31esimo consigliere necessario per una nuova maggioranza, questa volta democristiana. In risposta alla corruzione di Giannini, i segretari di PCS e PSS depositarono le lettere di dimissioni di 34 consiglieri della vecchia maggioranza (era consuetudine, per assicurare la fedeltà al partito, che i consiglieri firmassero le dimissioni lasciando in bianco la data).

Quando la Reggenza, prendendo atto delle dimissioni, sciolse il Consiglio e indisse nuove elezioni per il 3 novembre, i 31 consiglieri della nuova maggioranza democristiana rivendicarono la guida del paese. La sera del 30 settembre, i 31 consiglieri occuparono uno stabilimento industriale in disuso a Rovereta, in una lingua di territorio confinante con l’Italia. Allo scoccare del 1 ottobre, in concomitanza con la fine del mandato dei Capitani reggenti (per la verità implicitamente prorogato con l’indizione delle nuove elezioni previste a novembre), istituirono un autoproclamato “Governo provvisorio”, rompendo di fatto la legalità costituzionale del paese. Lo stabilimento fu circondato su tre lati dai Carabinieri italiani, mentre il Governo democristiano italiano si affrettava a riconoscere la legittimità del sedicente governo provvisorio sammarinese. La piazza del Pianello si riempie di sostenitori del Governo legittimo (il “Governo del Palazzo”, contrapposto a quello di Rovereta). Entrambi i Governi radunano proprie milizie: il Palazzo istituisce un Corpo di Milizia Volontaria per difendere il governo legittimo, mentre da Rovereta si fa appello a tutti i Corpi Militari e alla Gendarmeria affinché si rivolgano contro la Reggenza. Non si arriva mai allo scontro armato, e dopo due settimane, il 14 ottobre, il Governo del Palazzo dichiara di “cedere alla sopraffazione”. Al Governo Provvisorio, che gode del favore di USA e Italia, è concesso di lasciare Rovereta e insediarsi nel Palazzo Pubblico come nuovo governo di San Marino. L’anomalia era stata normalizzata, e da allora San Marino restò fedele al blocco occidentale.

 

Per una lettura complessiva

La vicenda del governo delle sinistre a San Marino e dei fatti di Rovereta è indubbiamente poco conosciuta in Italia. Ma pur senza voler esagerare, in essa si può scorgere una premessa alla ben più terribile vicenda cilena, che nel 1973 vide il governo di Salvador Allende cadere sotto il golpe di Pinochet, sostenuto apertamente dalla CIA e dagli USA. Se a San Marino non si arrivò certo ai livelli del Cile e la “tolleranza” mostrata dal capitale fu ampiamente maggiore, ciò fu dovuto solo alla minore entità degli interessi in gioco. Negli stessi anni sull’Italia, in cui gli interessi in gioco erano maggiori, incombeva la minaccia dell’intervento militare straniero e di un tessuto sotterraneo di organizzazioni come Gladio, pronte ad attuare un colpo di Stato reazionario se le elezioni avessero consegnato il Governo al Partito Comunista. Sono tutte vicende che, nonostante le enormi differenze sul piano quantitativo, mostrano che la democrazia borghese finisce laddove le sue stesse regole rendono possibile intaccare gli interessi delle classi dominanti. Mostrano cioè che il capitale non può tollerare che un paese e il suo governo legittimamente eletto scelgano liberamente la via del socialismo. Una lezione che chi oggi lotta contro un sistema che ha da offrire solo sfruttamento, guerra e precarietà ai lavoratori e alla gioventù non deve mai dimenticare.

 

Fonte: Senza Tregua.it

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