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Articoli filtrati per data: Thursday, 03 Settembre 2020

Nelle ultime settimane, la tensione tra i palestinesi a Gaza e le forze di occupazione israeliane è aumentata. Israele ha usato il lancio di palloni incendiari da parte di giovani palestinesi come pretesto per bombardare nuovamente Gaza.

Il rilascio dei palloncini è un gesto di protesta contro il modo in cui l'occupazione israeliana ha procrastinato nel rispettare i suoi precedenti accordi con la resistenza palestinese. In base a quegli accordi, Israele si era impegnato ad allentare l'assedio di Gaza.

Questa procrastinazione ha causato il continuo deterioramento della salute e dei servizi pubblici di Gaza e della sua economia. Nel frattempo, il governo israeliano continua a controllare il movimento di merci e persone dentro e fuori Gaza.

L'esercito israeliano ha risposto ai palloni incendiari effettuando dozzine di raid sui siti utilizzati dai combattenti della resistenza palestinese con jet F-16 di fabbricazione statunitense. Le forze navali israeliane, che assediano Gaza dal mare, hanno impedito ai pescatori di svolgere il loro lavoro e hanno sparato contro le loro barche.

Il governo israeliano ha anche chiuso l'unico valico attraverso il quale i beni commerciali entrano a Gaza. Questa chiusura ha portato alla chiusura dell'unica centrale elettrica del territorio, il che, a sua volta, significa che le famiglie a Gaza ricevono solo quattro ore di elettricità al giorno.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato francamente che Israele risponderebbe ai palloni incendiari nello stesso modo in cui risponde ai razzi lanciati da Gaza. Israele, a quanto pare, desidera continuare a rispondere con forza mortale ad atti di resistenza in gran parte simbolici che fanno uso di materiali molto semplici.

Israele ha messo in pratica questa affermazione lanciando missili altamente distruttivi dagli F-16 su Gaza densamente popolata per 13 notti consecutive.

I palloni incendiari non hanno alcuna somiglianza con le armi sofisticate e moderne di Israele. I giovani hanno semplicemente attaccato stoppini ardenti ai palloncini e li hanno rilasciati verso Israele.

I palloncini sono stati portati in Israele dal vento. Hanno causato alcuni incendi su terreni agricoli e, di conseguenza, hanno provocato un piccolo danno all'economia israeliana.

Eppure nessuno è stato ucciso o ferito da loro.

Costretto ad agire

Israele e i media pro-Israele esagerano gli effetti di questa forma di resistenza ignorando completamente le ragioni che la motivano.

Se si vuole capire perché palloni incendiari sono stati lanciati da Gaza, è fondamentale tornare alle circostanze in cui i giovani palestinesi si sentono obbligati ad agire.

Mi è stato chiesto più volte da molti giornalisti occidentali se i giovani che lanciano palloncini incendiari contraddicono i principi della Grande Marcia del Ritorno, proteste disarmate iniziate nel 2018.

Ho risposto chiedendo ai giornalisti di immaginare una persona chiusa in una stanza senza accesso a cibo o medicine mentre sta morendo lentamente e silenziosamente. La persona decide di bussare alla porta della stanza con tutta la sua forza e rabbia e grida per la sua libertà e il suo bisogno di sfuggire alla morte.

Poi il loro carceriere viene dall'esterno per fare un sermone morale e dire alla gente: guarda la barbarie di questo prigioniero. Non si comportano correttamente perché non bussano alla porta con calma e non ci presentano le loro richieste in modo rispettoso.

Non è giusto incolpare la vittima, preoccuparsi di valutare il suo comportamento. Trascurando di affrontare la radice del problema, siamo distratti dal vero criminale, colui che ha messo un prigioniero in quelle condizioni minacciose e disumane.

Qualunque cosa facciano dei prigionieri che sentono la morte avvicinarsi a loro, il loro comportamento sarà in armonia con i principi di libertà e giustizia, anche se sfondano la porta della cella.

Questa analogia cattura il comportamento di Israele nei confronti dei palestinesi a Gaza. Israele ha esagerato il significato dei semplici palloni incendiari lanciati da gruppi di giovani palestinesi.

Israele ha cercato di ritrarre questi palloncini come una minaccia militare. In tal modo, ha cercato di ideare nuove "regole".

In base a queste "regole", Israele pensa di poter rispondere a palloni grezzi con missili lanciati da aerei da guerra F-16.

Colpendo le pareti del serbatoio
Israele non dice nulla sull'ambiente politico ed economico in cui crescono i giovani che rilasciano quei palloncini.

Questi giovani sono vittime dell'aggressione israeliana molte volte.

I loro problemi sono iniziati prima che nascessero. Nel 1948, le loro famiglie furono espulse dai loro villaggi dalle forze sioniste.

Due terzi della popolazione di Gaza è composta da rifugiati provenienti da città e villaggi in quello che ora viene chiamato Israele.

Molti giovani palestinesi possono vedere i villaggi originari delle loro famiglie al di là della recinzione che separa Gaza e Israele. Ma non possono raggiungerli.

Ciò offre alcune spiegazioni sui motivi delle persone che rilasciano palloncini. I palloncini passano attraversando il confine e raggiungono città e villaggi che sono stati rubati ai palestinesi.

Volati come protesta contro il furto della nostra patria.

Dopo le espulsioni del 1948, Israele ha commesso innumerevoli altri crimini. Questi includono l'occupazione, i massacri, la detenzione di massa e la tortura dei palestinesi.

Hanno incluso anche un assedio che ha privato i palestinesi di Gaza dei diritti e delle necessità fondamentali. L'assedio ha minato la nostra economia, distrutto il mercato del lavoro e infranto i sogni dei giovani palestinesi per una vita dignitosa.

I giovani di Gaza hanno sbattuto contro i muri della prigione durante la Grande Marcia del Ritorno. Israele ha risposto sparando proiettili vivi contro di loro, provocando morte e invalidità permanenti.

Questi giovani, schiacciati dall'occupazione israeliana e privati ​​dei loro diritti fondamentali, sentono ancora il bisogno di urlare contro i loro carcerieri. Vogliono fare rumore per non morire in silenzio.

Nel suo romanzo Men in the Sun, Ghassan Kanafani racconta la storia di tre palestinesi che intraprendono un pericoloso viaggio nascosto in una cisterna d'acqua. Dopo che gli uomini sono stati trovati morti dal loro autista, Kanafani chiede perché non hanno sbattuto contro la parete del serbatoio dell'acqua.

Colpire le pareti di una vasca è meglio che soffocare.

Lanciare palloncini incendiari fatti a mano dalla Striscia di Gaza assediata è come sbattere contro le pareti di un serbatoio d'acqua e rifiutarsi di morire in silenzio.

Ahmed Abu Artema è uno scrittore che vive a Gaza e un ricercatore presso il Center for Political and Development Studies. È uno degli organizzatori della Grande Marcia del Ritorno.

Tradotto da electronicintifada.net

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Continuano ad emergere quasi quotidianamente cronache di omicidi e abusi a sfondo raziale da parte della polizia negli USA. La forza del movimento in corso probabilmente ha permesso di scostare il velo, almeno in parte, sulle pratiche violente e razziste che vengono messe in campo sistematicamente dalle forze dell'ordine da sempre.

A spuntare tra le pagine dei quotidiani è questa volta la storia di Daniel Prude, afroamericano di 41 anni, di Rochester, New York, con gravi problemi di salute mentale. I fatti risalgono alla notte del 23 marzo scorso: Daniel stava vagando nudo per strada, disarmato, probabilmente in stato confusionale. Una volta giunta, la polizia ha ordinato a Prude di stendersi a terra e mettere le mani dietro la schiena. L'uomo ha obbedito senza fare resistenza, è stato ammanettato e costretto a rimanere a terra in attesa dell'arrivo dell'ambulanza. Prude, sempre senza fare resistenza, a quel punto ha iniziato a insultare gli agenti e sputare. Gli ufficiali, incuranti dell'evidente stato di salute mentale dell'uomo, lo circondano e lo incappucciano per proteggersi dalla saliva dell’uomo.

Le conseguenze fatali per il 41enne son arrivate però quando un poliziotto ha premuto con entrambe le mani sulla testa dell’uomo schiacciandolo sull’asfalto e un altro agente gli ha messo un ginocchio sulla schiena. Daniel Prude è rimasto così per due minuti contorcendosi prima di rimanere esanime.

I medici hanno cercato di rianimarlo prima che venga trasportato in ambulanza, ma le condizioni sono irreversibili, gli è stato tolto il supporto vitale una settimana dopo, il 30 marzo.

L'avvocato della famiglia ha detto che il motivo per cui il caso non è stato reso pubblico in precedenza è che sono stati necessari "mesi" per il rilascio delle riprese delle telecamere della polizia. Gli agenti coinvolti nell'omicidio sono ancora tutti in servizio.

"Secondo il rapporto dell'autopsia, la dottoressa Nadia Granger, medico legale della contea di Monroe, ha stabilito che la morte di Prude è stato un omicidio causato da "complicazioni dell'asfissia nel contesto della contenzione fisica".

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"Hanno trattato mio fratello come un pezzo di spazzatura", dice Joe Prude.

Da quando è stata resa nota la vicenda le proteste nella città dello stato di New York sono cresciute.

Mercoledì pomeriggio nove persone che manifestavano chiedendo verità e giustizia sulla morte di Daniel sono state arrestate presso l'edificio di pubblica sicurezza di Rochester.

Secondo quanto riferito, una persona è stata portata in ospedale per il trattamento delle ferite riportate durante l'arresto.

La polizia si è poi scontrata con i manifestanti fuori dall'edificio di pubblica sicurezza e ha utilizzato spray al peperoncino per disperderli.

"L'intero dannato sistema è colpevole da morire" hanno affermato i manifestanti di Black Lives Matter che insieme ai membri della famiglia Prude hanno cercato di partecipare alla conferenza stampa del sindaco ma sono stati respinti. Tre avvocati sono stati arrestati quando si sono rifiutati di lasciare l'edificio, hanno detto testimoni.

Questo ennesimo episodio di violenza poliziesca e razziale non fa che sottolineare alcune delle questioni che BLM sostiene da tempo: in primo luogo dimostra quanto fossero (e siano tutt'ora) comuni alcune pratiche tra la polizia prima delle proteste seguite all'omicidio di George Floyd, specie nei confronti dei soggetti più deboli della società. In secondo luogo evidenzia che il concetto di sicurezza, come cura del benessere sociale, e quindi anche della salute mentale, non ha niente a che vedere con ciò che sono i corpi di polizia, e la loro funzione di difesa dell'ordine costituito.

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Domani 4 settembre alle 8:30 si terrà un presidio davanti al Tribunale di Torino in solidarietà agli studenti e alle studentesse atifasciste di Torino a cui sono state comminate misure cautelari per i fatti del 13 febbraio 2020. Qui di seguito l'indizione dell'iniziativa promossa dalle Mamme in piazza per la libertà di dissenso. Riprendiamo inoltre alcune lettere degli studenti e delle studentesse colpit* dalle misure e il video di solidarietà di Michele ZeroCalcare dal profilo facebook del Collettivo Universitario Autonomo.

 

Il 4 settembre alle ore 8,30 saremo al Palazzo di Giustizia di Torino con mascherine, distanziati, ma decisi a far sentire la nostra profonda indignazione per le pesantissime misure comminate a 31 giovani!

Il 13 febbraio 2020 in un'aula del Campus Luigi Einaudi si tenne un convegno autorizzato dall'istituzione universitaria. Titolo del convegno: "Fascismo, colonialismo, foibe" con l'intervento dello scrittore Moni Ovadia e del giornalista e storico Stojan Spetic; convegno che era stato preparato da due serate di incontri e dibattiti tenuti dallo storico Eric Gobetti.
A evento appena iniziato si presentarono al Campus dei giovanotti, del gruppo cosiddetto FUAN, scortati da ingenti forze di polizia.
Avevano pianificato, come tante volte succede, una provocazione per far fallire probabilmente, il convegno stesso e impedirne la partecipazione ai tanti studenti che si stavano avviando verso la sala.
Ci chiediamo se fosse proprio necessario garantire loro quel volantinaggio (tra l'altro volgarmente inneggiante al Ventennio) in quel giorno e proprio a quell'ora e se si volessero creare i presupposti per uno scontro.


Svolgimento della giornata: dileggiamenti verso i nostalgici balilla opportunamente protetti dalla celere, cariche di "alleggerimento" dei suddetti, poliziotti in tenuta antisommossa che correvano sui prati universitari, manganelli... che vergogna! (nel frattempo i fieri giovanotti si erano prontamente dileguati).


Coronamento del tutto: fermo immediato per quattro studenti di cui tre tradotti al carcere delle Vallette, operazione massiccia di Polizia, 31 giovani denunciati, misure cautelari durissime per 19...
Sono copioni che non possiamo più accettare!


La narrazione dei "soliti violenti" non attecchisce più: noi eravamo presenti, abbiamo visto e abbiamo sentito.
Si trattò di un fronteggiamento di studenti antifascisti pronti a seguire un'interessante lezione di Storia, i quali si sono trovati davanti coloro che la Storia la negano, per di più scortati dalle Forze dell'Ordine.
Siamo o no un Paese Antifascista? Vogliamo o no dire una volta per tutte che l'Antifascismo è la linea di demarcazione per qualsiasi confronto?

Chiediamo ai giudici se davvero hanno verificato ciò che è stato loro proposto dai Servizi Investigativi, se hanno guardato in faccia a questi ragazzi (studenti e lavoratori) mentre comminavano loro divieti di dimora e arresti domiciliari e ancora quale funzione avrebbero le loro misure: educative? punitive? repressive?

Aspettiamo delle risposte augurandoci di avere come interlocutori dei sinceri antifascisti.

Facciamo sentire la nostra solidarietà alle studentesse e agli studenti sottoposti a misure che Venerdì 4 settembre affronteranno l'udienza del Riesame, ribadendo con forza che l* vogliamo
TUTT* LIBER* SUBITO!

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Aderiscono all'evento le seguenti sezioni ANPI:

ANPI "68 Martiri" Grugliasco
Anpi Nizza Lingotto
Anpi V Circoscrizione Torino
ANPI Nichelino - Sez. Concetto Campione
Anpi Venaria
ANPI Torino - Sezione Fernando Gattini
ANPI Villastellone Sez Alasia

ANPI Sez. Foresto-Bussoleno-Chianocco

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COSTI QUEL CHE COSTI, É GIUSTO CACCIARE I FASCISTI!

Qui sotto qualche pensiero di Daniele, un lavoratore e studente di Scienze Storiche, che dal 23 luglio è sottoposto al divieto di dimora dalla sua città!

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"Dopo circa un mese di misura cautelare, nel mio caso divieto di dimora dal comune di Torino, sento ora l’esigenza di esprimere la mia opinione su quanto avvenuto al campus e alla palazzina Einaudi nelle giornate del 13 e del 14 febbraio scorso e sulla successiva operazione di polizia che ha colpito diversi studenti e studentesse.

Per prima cosa vorrei presentarmi: sono uno studente lavoratore iscritto regolarmente al secondo anno della magistrale di Scienze Storiche, presso l’Università degli Studi di Torino.

In questa città sono nato 27 anni fa, qui ho svolto il mio percorso di studio e sempre in questa città ho iniziato con i primi lavori e lavoretti; qui vive tutta la mia famiglia, i miei parenti, i miei amici e le mie amiche. A parte un anno passato in Spagna per motivi di studio, Torino è sempre stata la mia casa, la mia città.

Ad oggi purtroppo le cose sono un po’ più complicate: ora posso tornare a Torino soltanto negli orari di lavoro e “ … per il tempo strettamente necessario a provvedere a tali incombenze.” Così cita l’autorizzazione della giudice. Nella follia della situazione questa è l’unica cosa positiva, almeno mi permettono di provvedere al mio sostentamento privilegio che per altro, ad altri studenti e studentesse nella mia situazione, non è stato concesso. Ma procediamo con ordine, torniamo a quelle fatidiche giornate in università che sono state la causa di queste misure cautelari.

Il 13 febbraio l’Università, e in particolare il rettore Genua, autorizzò lo svolgimento al Campus Einaudi di un interessante dibattito organizzato dall’A.N.P.I. intitolato “Fascismo Colonialismo e Foibe”, contemporaneamente autorizzò anche un provocatorio volantinaggio del F.U.A.N., gruppuscolo neofascista praticamente inesistente all’interno dell’università e costola giovanile del partito Fratelli d’Italia. Per permettere il sereno svolgimento del volantinaggio (notare bene non dell’incontro precedentemente organizzato) venne avvertita anche la Questura di Torino che, solerte, schierò reparti di polizia e personale della D.I.G.O.S. a difesa dell’intrepida gioventù del F.U.A.N..

Giustamente i fascisti vennero contestati e allontanati da studentesse e studenti e quando finalmente furono scortati fuori, in un eccesso di zelo e professionalità, le Forze dell’Ordine (sic!) pensarono bene di disperdere i manifestanti con pesanti e violente cariche e non contenti effettuarono anche tre arresti. Mi pare chiaro che se l’obbiettivo era quello di mantenere l’ordine e il sereno svolgimento di un interessante iniziativa, utile per altro alla memoria storica di questo paese, Università e Questura di Torino fallirono miseramente. Un’ultima cosa per me importante su quella giornata, avrei tanto voluto esserci ma purtroppo non c’ero.

Il 14 febbraio ci radunammo al Campus Einaudi, questa volta ero presente. Il giorno prima ero a lavoro e avevo seguito in diretta gli aggiornamenti sulla situazione, i fasci all’università, le cariche, gli arresti, ero furente. Da studente di Storia e da persona attenta alle vicende del mondo, presenti e passate, non ho mai accettato la retorica “democratica” per la quale c’è spazio per tutti, che anche chi professa odio, razzismo, discriminazioni in base al genere o all’orientamento sessuale e si definisce “figlio sano del patriarcato” ( ve lo giuro lo sostengono!) ha diritto a dire la sua, tanto meno penso debba essere accettato in università, luogo almeno in teoria deputato al dibattito, alla conoscenza, alla scienza e alla cultura.

In ogni caso il 14 febbraio c’ero anche io, ed ero molto motivato. Andammo in rettorato a chiedere conto dell’accaduto, volevamo che il rettore si prendesse le sue responsabilità, che spendesse due parole sui fatti del giorno prima, che ci mettesse la faccia. Ovviamente ciò non avvenne, il rettore non c’era. Ci dirigemmo allora alla Palazzina Einaudi in corteo e sempre in corteo restituimmo alla collettività l’aula che era stata vergognosamente assegnata al F.U.A.N.. Ovviamente dell’italico valore dei nostalgici del Ventennio neanche l’ombra, nessun camerata a presidiare la preziosa auletta. Per la verità nessuno si frappose tra noi e il nostro obbiettivo. Nonostante tra i capi d’imputazione presenti negli atti vi sia l’ art. 336 c.p., violenza o minaccia a pubblico ufficiale, non minacciammo o usammo violenza verso nessuno, semplicemente un’aula prima chiusa e inutilizzata da un partitello neofascita tornava ad essere disponibile per tutt*.

Queste due giornate di lotta hanno significato molto per chi le ha vissute e non solo, sono state testimonianza della volontà precisa di molte studentesse e studenti di esprimere il loro dissenso verso l’ideologia fascistoide del F.U.A.N. e l’ipocrisia dell’istituzione Università e di tutti coloro che si risvegliano antifascist* soltanto il 25 aprile, mentre per il resto dell’anno non hanno problemi ad avere a che fare e dare spazio ad organizzazioni di stampo fascista. Quelle belle giornate oggi ci stanno costando care: tre studenti sono agli arresti domiciliari, sette hanno il divieto di dimora dalla città di Torino, altr* l’obbligo di firmare quotidianamente negli uffici della P.S. e altr* ancora sono stat* solo denunciati. Vi risparmio il resoconto delle assurde accuse, delle false testimonianze e delle ricostruzioni dei fatti decisamente arbitrarie. Vorrei solo sottolineare che ad oggi sono praticamente confinato fuori dalla mia città sulla base di un filmato nel quale mi si vede entrare con il corteo nella palazzina Einaudi e di un altro nel quale sono ripreso appoggiato allo stipite della porta della “famosa” auletta. Il concorso in un medesimo intento criminoso è evidente! Nessun’altra prova. Questo è sostanzialmente l’incredibile lavoro di polizia che è stato fatto, sulla base di questo genere di informazioni la giudice Alessandra Pfiffner ha firmato le misure cautelari di cui sopra. Anche fossi un convinto sostenitore della legalità e del Diritto, sarei comunque disgustato dal lavoro svolto da questura e magistratura.

Per quanto riguarda l’Università e il rettore, spero che si esprimano al più presto in merito alla faccenda e che si assumano le loro responsabilità.

Noi che oggi paghiamo il prezzo di quelle giornate non abbiamo avuto paura a metterci la faccia e sono certo che saremo tutt* dispost* a farlo di nuovo perché, costi quel che costi, è giusto cacciare i fascisti e tutto ciò che rappresentano dalle università e perché su queste cose l’ipocrisia istituzionale è inaccettabile e vergognosa.

Un saluto ed un abbraccio solidale a tutte le persone colpite da misure cautelari.

Libertà per gli studenti e le studentesse antifascist*!

 

 

QUANDO É L'AMORE A MUOVERE LE DECISIONI É IMPOSSIBILE SBAGLIARE!

Qui la lettera di Roberta, una studentessa che lo scorso 13 febbraio non si è tirata indietro alla presenza dei fascisti dentro l'università e per questo da un mese non può rientrare nella sua città!

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Robi libera, liber* tutt*!

Sono passate più di due settimane da quando la questura mi ha imposto il divieto di dimora da Torino per i fatti avvenuti questo inverno in università: il 13 febbraio un gruppetto sparuto di fascistelli distribuiva volantini contro un evento organizzato dall’Anpi al Campus Einaudi, in tantissimi studenti e studentesse abbiamo deciso di non accettare una simile provocazione e, come si dice, il resto è storia (per maggiori informazioni sulla giornata rimando a https://www.facebook.com/CuaTorino/posts/3760102807339341?__tn__=K-R).

Sugli atti che spiegano e giustificano il mio allontanamento da Torino c’è scritto, con tono decisamente paternalistico, che stare nella mia città mi istiga a delinquere e per questo devo essere allontanata.

Io sono nata e cresciuta a Torino e nei miei 22 anni non ho mai vissuto altrove. Vivo con i miei genitori e i miei due fratelli, frequento l’università di Torino da tre anni e sto per laurearmi, nei miei progetti c’era di continuare la specialistica nella mia città, mai ho preso in considerazione l’idea di spostarmi.

Sono cresciuta davanti al parco della Tesoriera, ho studiato con passione la storia della Mole Antonelliana e di tutti i monumenti che sorgono sotto di essa, ho visitato ogni angolo con lo stupore di una bambina. Quando ho iniziato il liceo il mio amore per Torino si è trasformato in passione: mi sono sentita parte integrante della città e ho sentito il bisogno di attivarmi in prima persona per rendere migliore il posto in cui vivo.

La questura sta tentando d'isolarmi, m'impone di "cambiare aria" e di allontanarmi dal luogo dove sono nata, eppure io mi sento parte attiva della comunità di Torino da quando ho iniziato a respirare. Ho sempre fatto tutto ciò che era in mio potere per aiutare chi incontravo lungo la mia strada, come quando qualche mese fa, quando tutti abbiamo dovuto stringere i denti e combattere il Covid, mi sono attivata per sostenere le persone in difficoltà prestandomi a fare la spesa e piccole commissioni, o come quando ho difeso famiglie con minori sotto sfratto in gravi condizioni economiche, o ancora più indietro nelle lotte studentesche contro i tagli alla scuola pubblica, fino ad arrivare al 13 febbraio di quest’anno in cui ho provato ad allontanare i fascisti, con la loro propaganda razzista e sessista, dall’università dove studio. Tutto questo è sulla stessa linea che guida le mie scelte di vita, l’amore che mi spinge a compiere queste azioni è lo stesso che provavo da bambina quando pensavo che il bünet fosse il cibo più buono del mondo.

Non è mia intenzione piangermi addosso, rifarei esattamente quel che ho fatto, non mi stupiscono affatto le ripercussioni della questura, ma solo l'assurdità della misura.

Non ho più una casa, non posso più andare a trovare i membri della mia famiglia, tutti residenti a Torino, né recarmi nella mia università, e francamente non riesco a vedere nessuno scopo vagamente rieducativo in una misura del genere, come invece tengono a sottolineare negli atti, ma solo punitivo. Non ho un reddito e la mia condizione economica non mi permette di mantenermi altrove, motivo per cui qualche giorno dopo il mio esilio ho deciso di provare a chiedere un tramutamento delle misure cautelari da divieto di dimora in firme giornaliere in commissariato (misura che hanno alcuni dei miei coimputati), ma il giudice ha respinto questa richiesta: ancora una volta un maschio bianco e ricco si trova completamente a suo agio nel decretare sentenze su come una ragazza dovrebbe vivere la sua vita. Di nuovo tutto sommato non mi stupisco.

Il mio pensiero adesso va all’aula autogestita C1, che, in seguito all’operazione di polizia, è stata messa sotto sequestro, senza nessun motivo. Chi frequenta il Campus Einaudi sicuramente almeno una volta è entrato in quell’aula per scaldarsi il pranzo, per chiacchierare con i compagni di corso tra una lezione e l’altra, per trovare un posto dove studiare quando le biblioteche sono piene o quando si ha voglia di fare qualche pausa in più. Nei miei tre anni da studentessa lì ho partecipato a dibattiti, proiezioni di film e feste e ho capito che l’università non è solo un posto dove prendere appunti e sostenere esami ma anche un luogo di confronto e di crescita personale. La parete davanti all'ingresso ha una scritta grossa che recita "il sapere non è fatto per comprendere ma per prendere posizione" e ora più che mai ne capisco il significato. Lì ho conosciuto tante persone e stretto legami fortissimi. In un momento in cui gli studenti sentono ancora più forte il bisogno di vedersi e confrontarsi dopo mesi di didattica a distanza, non solo non ci si preoccupa di trovare soluzioni alternative alla modalità online, ma viene addirittura permessa la chiusura dell’unico spazio di socialità che vi era rimasto. Nella speranza di poter ritornare presto a Torino mi auguro che l’aula C1 venga riaperta il prima possibile.

Con tutta la serenità che mi contraddistingue posso dire che, a distanza di mesi, sono convinta di ciò che ho fatto il 13 febbraio, so di essere nel giusto e che le scelte che ho fatto e che faccio sono totalmente coerenti con la mia vita. Quando è l’amore a muovere le decisioni è impossibile sbagliare.

Roberta

 

 

 

 

 

 

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Quando sento parlare di Carlo Alberto Dalla Chiesa penso ad un corridoio stretto.

Quando sento parlare di Carlo Alberto Dalla Chiesa penso a 4 cadaveri in fila.

Giustiziati.

Ogni volta che sento parlare di Carlo Alberto Dalla Chiesa sento decine di colpi d’arma da fuoco ad interrompere il sonno di 4 persone.

Ogni volta che sento parlare dell’eroe di Stato Carlo Alberto Dalla Chiesa penso a come si dorme profondamente alle 2.42 di notte, anche da clandestini.

 

E penso ad Annamaria Ludmann, 32 anni , a Lorenzo Betassa, 28 anni, a Piero Panciarelli, 25 anni, a Riccardo Dura di 30 anni,

il cui sorriso e simpatia sono arrivati ai giorni nostri dai racconti di TUTTI quelli che hanno diviso con lui anche solo un caffè…

 

Quando penso a Carlo Alberto Dalla Chiesa sento un brivido lungo come quel corridoio e il silenzio piombato su una strage palese.

Quando sento parlare di Carlo Alberto Dalla Chiesa vorrei tanto, perdio se lo vorrei, sentir parlare dell’eccidio di Via Fracchia, in quella triste notte genovese del 28 marzo 1980.

Quando sento il nome di Dalla Chiesa penso a Giancarlo Del Padrone, morto nel carcere delle Murate, durante la rivolta, da lui sedata.

Quando sento il nome di Dalla Chiesa penso alla rivolta nel carcere di Alessandria del 1974, sedata a colpi di fucile, con 5 morti a terra.

 

Dalla Chiesa, anticomunista e piduista

Anche la P2, centro corrotto e corruttore, è questione morale”, disse Giovanni Spadolini, presidente del Consiglio nel 1981, senza alzare lo sguardo perché temeva quell’uomo . “E lei aveva presentato domanda di iscrizione a quella loggia segreta, che io ho sciolto e…”.

Aggiustandosi gli occhiali, Carlo Alberto Dalla Chiesa parlò deciso.

“Io la interrompo, e non mi scuso se lo faccio. Sono stanco di ascoltare queste parole, che portano a frasi fatte, ripetute e risapute, usate da coloro che, senza un motivo, cercano di criminalizzare gli altri o di condannarli alla morte civile, come è successo con me. Basta, basta davvero… Io ho fatto la domanda, ma nella P2 non sono mai entrato. Per quanto ne sapevo, per le persone che conoscevo, si tratta di uomini per bene, servitori dello Stato, che oggi si vuole togliere di mezzo, per puri scopi di interesse personale e per un processo politico che, mi ascolti bene, tende a cambiare le istituzioni. A mettere fuori gioco anche lei, perché qui si cerca di portare al governo i comunisti. Lo so come lo sa lei, e può immaginare cosa accadrà in Italia, quel giorno. Cosa accadrà anche a lei”

 

S.: secondo la sua versione fece domanda per entrare nella P2 per poter diventare Generale di Divisione dei Carabinieri..........

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