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Articoli filtrati per data: Friday, 25 Settembre 2020

Nasce a Bologna un nuovo archivio dei movimenti sociali, "Archivio Via Avesella". Di seguito la presentazione del progetto da archivioavesella.orgarchivioavesella.org e le istruzioni per contribuire a sostenere il progetto.

 

Da più di cinquant’anni i locali di via Avesella 5/A ospitano le attività politiche di collettivi, gruppi, comitati, associazioni antagoniste ed extraparlamentari. Moltissime delle personalità e realtà più importanti del mondo culturale bolognese underground e politicamente schierato hanno attraversato i suoi spazi nel corso degli anni. Sede locale del manifesto , poi di Lotta Continua, poi dell’Autonomia dai primi anni Ottanta fino ad oggi, dire Via Avesella significa immediatamente volgere lo sguardo ad uno dei più importanti luoghi del conflitto sociale in città.

Nel tempo si sono accumulati all’interno dei locali di questa stradina – a pochi passi dalla centralissima via Indipendenza – innumerevoli materiali e testimonianze sui cicli di lotta degli ultimi decenni. Documenti che raccontano dell’eredità del 1968 a Bologna come dell’esplosione di conflitto cittadina del 1977 con i fatti dell’11 marzo 1977, delle prime lotte antinucleariste e sul terreno dell’ecologia politica, delle lotte femministe e di genere e di quelle per il diritto alla casa, delle prime lotte migranti in città fino ai movimenti nella logistica e ai conflitti studenteschi.

Documenti, manifesti, fanzine, volantini, libri, materiale fotografico e audiovisivo che costituiscono un enorme patrimonio storico, che offrono un racconto dal basso di una parte decisiva e incancellabile di storia e memoria della città e del paese, che contribuiscono a costruire un importante punto di vista nel racconto di ciò che è stato, contro ogni oblio.

L’idea dell’Archivio Via Avesella è quella di dare respiro pubblico a questi materiali, utili sia alla ricerca storica che all’elaborazione teorica e pratica militante, permettendovi l’accesso libero e gratuito. Accesso che vogliamo rendere il prima possibile non solo fisico, ma anche digitale. Si tratta di un lavoro rilevante, ma necessario nella prospettiva in cui la memoria delle lotte di ieri non vada persa, bensì possa diventare carburante decisivo per le mobilitazioni sociali di oggi e di domani.

Le fortissime mobilitazioni di Black Lives Matter negli Stati Uniti e la loro eco in Europa – basti pensare al caso delle statue abbattute – ci parlano di un fatto ben preciso. Oltre ogni sua supposta “fine”, ogni oltre pacificazione, la storia è e sarà sempre un terreno di conflitto in cui è necessario battersi. Per costruire un discorso di cui armarsi politicamente crediamo che sia allora fondamentale la pratica dell’archiviazione, come quella della produzione storiografica.

 

Crowdfunding

Per valorizzare al meglio l’enorme patrimonio storico custodito nei locali di via Avesella 5/A abbiamo bisogno di:

mobili, scaffali, mensole per la sistemazione dei libri e dei documenti d’archivio fondi per sostenere l’attrezzatura telematica (server e dominio sito internet) fondi per l’affitto dei locali che ospitano e ospiteranno l’archivio schedari, faldoni e altro materiale di cancelleria raccoglitori grandi e piccoli ad anelli per i manifesti pc, stampanti, scanner per la progressiva digitalizzazione dei materiali

Inoltre, nello spirito di poter via via sempre più restituire all’esterno i materiali del’archivio, vogliamo realizzare una sala dibatitti e proiezioni all’interno della sala principale dei locali di via Avesella 5/A. Per questo necessitiamo di finanziare l’acquisto di proiettore, sedie, e tavoli per l’allestimento.

Per contribuire:

https://www.produzionidalbasso.com/project/un-archivio-storico-dei-movimenti-sociali-in-via-avesella-5-a/

 

 

 

 


 

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in CULTURE

Il Venice Climate Camp - nella sua seconda edizione - ha rappresentato una perfetta metafora: se l'anno scorso ci trovavamo al Lido di Venezia, al margine fisico di una città unica, ma devastata dal Mose e dall’acqua granda, "eventi" che ci parlano immediatamente dell'urgenza di invertire la rotta del cambiamento climatico; quest'anno invece ci siamo ritrovati al margine industriale di Porto Marghera, una realtà che ha pagato con un prezzo altissimo – anche in termine di vite umane – il cambiamento climatico e le politiche industriali nocive che si sono susseguite negli anni.

È popolando il margine di una città che lo si rende conflittuale, lo si fa uscire per dialogare con il resto d’Italia, l'Europa e il mondo. Al Meeting, che ha concluso questa edizione del Camp, è emerso tutto questo: confrontarsi, approfondire, organizzarsi collettivamente, proprio a partire dallo sguardo internazionale che guarda a prossime scadenze, come Ende Gelände - in Germania - proprio in questi giorni. Una proiezione che va oltre i confini, ma non solo; infatti nei diversi interventi sono emersi altri appuntamenti chiave, come lo sciopero globale per il clima del 9 ottobre di Fridays For Future, il 24 ottobre a Massa Carrara per il corteo nazionale contro le cave, e ancora verso la primavera, a maggio, quando a Roma si terrà il vertice Eni, momento cruciale di questo percorso che si sta aprendo.

Uno sguardo che vuole andare ancora più in profondità, se pensiamo agli effetti prodotti dal neocolonialismo in America Latina come in Africa. Con colonialismo intendiamo non soltanto le disuguaglianze di potere che pervadono ancora le interazioni sociali, culturali, economiche ed ambientali a livello globale, ma anche le attitudini mentali e relazionali di dominio e sfruttamento che formano il nostro rapporto con noi stessi, i nostri simili, e gli altri essere viventi: tutti concetti ampiamente espressi nei diversi interventi.

Malcolm Ferdinand - che ha mandato un video-contributo in uno dei panel di approfondimento - contrappone il termine “Negrocene” all’“Antropocene” per esprimere l'idea che l'uomo bianco abbia sfruttato l'ambiente, la terra e le sue risorse esattamente come ha ridotto in schiavitù i neri deportandoli dall'Africa, così come se guardiamo alla crisi climatica possiamo constatare con mano quanto si sia contribuito a ciò.

Ad oggi stiamo vivendo una convergenza catastrofica fra pandemia, crisi climatica e crisi economica. Siamo in una fase in cui i processi tradizionali di governance cedono terreno a nuove forme di dominio: violenza e sopraffazione. Il capitalismo infatti mette al centro la distruzione della vita come strumento per la sua riproduzione.

È dunque necessaria una prospettiva anticapitalista e, allo stesso tempo, sono necessari processi di soggettivazione politica.

Come la crisi può diventare un'opportunità per la lotta anticapitalistica? In questa crisi il sistema sta incontrando difficoltà nel portare a compimento la sua riproduzione e la sua ristrutturazione. Questa crisi si articola in modo forte nell'ambito riproduttivo, che ha sempre avuto un ruolo secondario nel sistema tradizionale capitalistico. I corpi, la cura, la riproduzione ecologica, l'educazione, il welfare sono gli ambiti più colpiti dall'attuale crisi, che potrebbe portare a una ristrutturazione senza precedenti del sistema capitalistico, nella quale i processi di accumulazione e i tentativi di estrazione di valore saranno sempre più violenti nei confronti della vita umana e non umana. Allo stesso tempo, quello che rischia di essere il più grosso movimento di accumulazione nella storia del capitalismo potrebbe accompagnarsi con forti momenti di conflitto sociale. Ed è questa la sfida che i movimenti sociali si trovano di fronte in  questa fase, in cui si manifestano una pluralità di contraddizioni e altrettanti spazi di ricomposizione sociale e politica.

Il Venice Climate Meeting ha parlato anche di salute, di cura, di come queste battaglie si inseriscono in questa fase storica e di come con coraggio si sia scelto di organizzare questo Camp mettendo in luce la contrapposizione del “distanziamento fisico ma nessun distanziamento sociale”.

Abbiamo inoltre parlato di formazione, di reddito, di salute: sono questioni che entrano a pieno diritto nell'agenda politica di un campeggio climatico. Ne fanno parte perché se l'unico orizzonte praticabile è quello del sovvertimento totale dello stato di cose, non è pensabile ragionare per compartimenti stagni, per settori indipendenti.  

Questa pandemia, e la paralisi globale che ha prodotto, sono la diretta conseguenza di una struttura sociale fondata su profonde ingiustizie e disuguaglianze. Il Covid-19 ci ha parlato della fragilità di diritti che diamo per scontati: la socialità, il movimento, il desiderio. Ma il desiderio di cambiare lo stato di cose presenti non l'ha fermato: svariate ore di assemblea hanno dato vita a un piano condiviso, a un patto che apre un nuovo spazio politico di elaborazione ed azione radicale. Questo spazio pone al centro la questione ambientale raccogliendo gli spunti intersezionali che l'ecologia politica ci offre e guarda all'azione diretta verso obiettivi ben identificati e chiari a partire da subito!

Nel fare questo, la volontà è quella di creare le condizioni per uno spazio che sia il più possibile inclusivo, aperto e orizzontale, dove momenti assembleari e iniziative politiche si intreccino, dove pratiche di lotta e processi organizzativi camminino di pari passo.

A questo proposito è importante ragionare sulle forme di organizzazione e se l'organizzazione è un elemento politico, allora è necessario che sia diano assemblee territoriali capaci di coordinare e modellare questo spazio in costruzione.

La questione del clima non è qualcosa su cui si torna indietro. Il concetto di giustizia climatica dev’essere un vettore di trasformazione radicale e complessiva, in cui la ricomposizione delle contraddizioni del capitale e l'autonomia degli spazi di movimento che creiamo materializzino la contesa che lanciamo verso quelle forze pantagrueliche che stanno applicando nuove forme di dominio e sfruttamento. Le piazze giovanili hanno segnato un prima ed un dopo e quindi dobbiamo insistere su questo terreno. Viviamo in tempo reale questa fine del mondo. Motivo per cui da questo meeting la proposta è stata che di fronte all'innalzamento dei mari, anche noi scegliamo di alzarci e sollevarci, sotto lo slogan di Rise Up 4 Climate Justice.

MANIFESTO DI INTENTI

1) Sappiamo che la crisi climatica è qui e ora e che per affrontarla servono misure radicali e immediate. Le azioni de* singol*, sebbene importanti, non bastano, servono movimenti in grado di rivoluzionare il sistema in cui viviamo.

2) Vogliamo che le multinazionali del fossile e il sistema finanziario che le appoggia cessino le loro devastanti attività e che paghino i danni causati al pianeta.

3) Sappiamo che non ci può essere giustizia climatica senza giustizia sociale e che una reale transizione ecologica deve passare dalla redistribuzione delle ricchezze e da un reddito universale.

4) Dobbiamo colpire i punti nevralgici del sistema estrattivista che ci opprime, attraverso mobilitazioni di massa e azioni dirette. Dobbiamo mettere in gioco i nostri corpi per bloccare, sabotare e distruggere l'apparato che i nemici della vita mettono in campo.

5) Crediamo che la lotta climatica debba essere transfemminista, antirazzista, antifascista, antiabilista e antispecista. L'intersezionalità si concretizza nella messa in atto di pratiche di cura e conflitto radicali e comuni.

6) Crediamo che vadano tutelate tutte le forme di vita senza distinzione alcuna, viviamo tutt* in profonda simbiosi all'interno dell'ecosistema mondo.

7) Sappiamo che il Covid-19 è parte integrante della crisi climatica, causato dalla distruzione degli ecosistemi e dalla predazione delle forme di vita. Dobbiamo opporci all'uso che il capitale sta facendo di questa pandemia come acceleratore dei processi di sfruttamento, controllo e devastazione.

8) Crediamo che l'accesso alla sanità e alle cure siano diritti inviolabili di ogni individuo senza distinzione alcuna e che non sia più accettabile dover scegliere a chi garantire le cure. All'idea di malattia come rottura del legame sociale vanno contrapposti il potenziamento e la territorializzazione della sanità pubblica, falcidiata da decenni di tagli, e le pratiche di cura comune.

9) Crediamo che le assemblee siano il momento di decisionalità di questo spazio politico e che debbano vivere assieme a momenti di azione diretta e mobilitazione. L'azione territoriale e l'orizzontalità devono essere punti fondanti del nostro agire, all'interno di una prospettiva europea e globale.

10) Sappiamo che la crisi climatica è il prodotto di un sistema irriformabile. Il cambiamento non può essere cercato nelle sue istituzioni, nelle liste elettorali, nei governi nazionali o internazionali. Il cambiamento è nelle lotte, nell'autonomia dei movimenti, nel rovesciamento del sistema e delle sue articolazioni. Il capitalismo va fermato ora, è tempo di rivoluzione.

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Sono passati due mesi dalla morte di Mario Paciolla, il cooperante italiano impegnato nella Missione Onu di Verifica degli Accordi di Pace a San Vicente del Caguán in Colombia. I risultati ancora parziali dell’autopsia parlano di una messa in scena orchestrata dagli esecutori che hanno cercato di far passare per un suicidio l’omicidio di Mario. La ricostruzione della polizia colombiana fa acqua da tutte le parti: mancano alcuni degli oggetti chiave dalla scena del crimine, il solco sul collo che ha provocato l’asfissia non sembra compatibile con il cappio del lenzuolo con cui è stato trovato impiccato e le tracce di sangue nella stanza non corrispondo con i tagli ritrovati sulle braccia.

Il silenzio delle istituzioni politiche colombiane continua nonostante l’inchiesta della giornalista e amica di Mario Paciolla Claudia Duque, che ha occupato le prime pagine del principale quotidiano nazionale, El Espectador, e ha collegato l’omicidio dell’osservatore Onu con lo scandalo riguardante le dimissioni dell’ex ministro della difesa del governo di Ivan Duque. L’Onu continua a mantenere la linea della discrezione e del silenzio anche al riguardo delle connessioni tra la Missione di Verifica e l’apparato militare colombiano. In Italia dopo le promesse delle prime settimane il governo non è ancora riuscito ad ottenere risposte concrete né dalle autoritá diplomatiche colombiane né da quelle delle Nazioni Unite.

Se il silenzio istituzionale non aiuta a sbloccare le indagini l’impegno della famiglia e la solidarietà dal basso provano invece con i mezzi a disposizione a mantenere alta l’attenzione sul caso e a esigere giustizia da entrambi i lati dell’oceano. L’organizzazione Pueblos en Caminos, una rete che connette diverse lotte per l’autonomia e la difesa del territorio in Colombia e in altre zone del continente, è stata una delle prime realtà a esprimere il proprio dolore e a scartare l’ipotesi del suicidio di Mario. Il 2 settembre hanno pubblicato un nuovo comunicato in cui scrivono “Viva Mario… Mario Vive! Le verità scomode germogliano” dedicandogli i versi della poeta Mapuche Elicura Chihuailaf contenuti nel  poema “La chiave che nessuno ha perso”.

A é una ricercatrice impegnata nella difesa del territorio del Caquetá, la regione dove si trova il municipio di San Vicente, e ricorda Mario con queste parole:  “Era uno dei nostri migliori referenti, era molto dedito al suo lavoro, era già al suo secondo periodo con la Missione di Verifica e possedeva dei forti valori che facevano sí che si impegnasse totalmente nel suo lavoro”. S. ha raccolto commenti positivi sulla Missione e sui report compilati dagli operatori dell’Onu, tra cui appunto Mario Paciolla, ma le indiscrezioni sul profilo professionale del responsabile della sicurezza Christian Thompson,ex militare e agente di sicurezza per il settore energetico, la hanno messa in guardia: “Ci si augura che l’Onu contratti persone e imprese che non presentano ambiguità ma questo non puó essere garantito nel momento in cui vengono assunte persone che si dedicano alla sicurezza delle imprese petrolifere e minerarie”.

Simone Ferrari, ricercatore italiano che è stato recentemente a San Vicente, racconta che la sede dell’Onu è ancora in funzione anche se quando si è presentato per chiedere di parlare con i membri della Missione il vigilante dell’ufficio lo ha informato “che erano in riunione o con la polizia o con l’esercito”, Ferrari ha dunque raggiunto la sede della polizia dove ha verificato che non si trovavano lì e ha quindi dedotto che fossero riuniti presso il “battaglione militare”.

A è un attivista di San Vicente che si occupa di difendere i diritti dei contadini, delle donne e dei bambini del territorio. Secondo J. l’Onu è stato il referente principale delle organizzazioni per i diritti umani nella regione, formando leader sociali, proteggendo le vittime di violenza e garantendo protezione agli attivisti, ma ammette che “dopo l’omicidio di Mario Paciolla sono sorti nuovi dubbi rispetto a quello che succede dentro l’Onu, perché dopo un delitto del genere è normale che sorgano delle perplessitá”. J. parla anche della presenza di basi militari dell’esercito statunitense che commettono abusi ai danni della popolazione godendo di totale impunità.

L’influenza degli Stati Uniti sulla politica colombiana e la presenza militare dentro i confini dello stato nazionale  è una realtà storica ineludibile. Nel 1999 con l’entrata in vigore del Piano Colombia viene sancita la collaborazione tra le forze militari colombiane e quelle statunitensi per garantire lo sviluppo economico del Paese e reprimere il narcotraffico e i movimenti guerriglieri. Dopo due decenni di guerra che hanno generato migliaia di morti tra i civili, hanno permesso il radicamento di nuove organizzazioni criminali e durante i quali sono state scoperchiate le connessioni esistenti tra lo Stato colombiano e i gruppi paramilitari e narcotrafficanti, il presidente Duque ha annunciato il 18 agosto il nuovo piano Colombia Cresce, con il quale gli Stati Uniti rinnovano il loro impegno nella guerra alle organizzazioni criminali sul suolo colombiano.

Oltre ai militari nordamericani a San Vicente è presente anche la  USAID, l’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale, per cui lavorava Thompson, che insieme ad altre ong si occupa della gestione territoriale e della conservazione ambientale. San Vicente infatti si trova alle porte della foresta Amazzonica e molti territori sono stati trasformati in parchi naturali dove le comunità si trovano ora a vivere uno stato di precarietà giuridica che favorisce i soprusi e la repressione da parte dalle forze dell’ordine. Nel municipio di San Vicente è situato anche l’unico pozzo petrolifero funzionante della regione e altri 21 che non sono ancora attivi. Dietro alle definizioni di sviluppo, cooperazione, promozione della pace e dell’ecología si celano diversi attori che si stanno contendendo il controllo di una zona con forti interessi economici lasciando sempre meno spazio all’autodeterminazione delle comunità locali che rivendicano la terra.

Cristina Batista è un’attivista colombiana che ha dovuto abbandonare il suo Paese a causa delle minacce e si trova ora esiliata in Italia. Insieme ad altri esuli colombiani in Europa e persone solidali con la loro causa hanno deciso di organizzare una conferenza virtuale per mercoledí 7 ottobre con l’obiettivo di creare una piattaforma in grado di mettere pressione alle istituzioni europee affinché garantiscano un’inchiesta trasparente e indipendente. Nel loro comunicato scrivono: “Chiediamo alla Comunità Internazionale, alla società Europea, all’Alto Commissariato per iDiritti Umani dell’Onu a Ginevra, al Parlamento europeo e al Parlamento italiano che richiedano al governo colombiano di portare avanti le inchieste giudiziarie e che vengano identificati i colpevoli non solo dell’omicidio del cooperante Mario Paciolla ma anche i responsabili intellettuali e materiali delle decine di uccisioni di difensori dei diritti umani in Colombia”.

Queste parole fanno eco a quelle del medico e attivista colombiano Manuel Rozental che afferma: “Basterá scoprire chi ha ucciso Mario Paciolla? Basterá scoprire perché lo hanno ucciso e come? No. Questo sará solo l’inizio. Bisogna far luce su quello che è stato pianificato nel Caquetá con la firma degli Accordi di Pace. Bisogna conoscere gli interessi che si muovono in quel territorio e come i diversi attori competono per accaparrarsi  i profitti, i territori, le rotte commerciali, la vita e la morte delle persone.”

di Gianpaolo Contestabile e Simone Scaffidi da lamericalatina

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Mercoledì 23 settembre il Movimento di Lotta Disoccupati "7 Novembre" ha annunciato una nuova occupazione a Napoli, nel rione Sanità.

Lo stabile che i disoccupati hanno liberato era stato abbandonato da tempo dal Comune e da Asia, azienda che gestisce il ciclo dei rifuti per il Comune di Napoli.

I disoccupati hanno ripulito l'intera area dell'ex Asia e le zone limitrofe e hanno lanciato un'assemblea e una conferenza stampa a cui hanno partecipato centinaia di abitanti del quartiere. Lo spazio sarà casa di numerose iniziative anche sociali che verranno presentate nei prossimi giorni.

Lo scopo dell'occupazione è di "da un lato ad allargare l'invito a tutti i disoccupati e disoccupate della città ad aderire al movimento dei disoccupati per porsi su un terreno di lotta e mobilitazione senza delegare a nessuno la propria condizione di vita e di lavoro dall'altro a chiedere alle istituzioni locali (Comune, Città Metropolitana, Regione) di sbloccare il percorso di sperimentazione di progetti di pubblica utilità che farebbero ossigeno e salario ai disoccupati e servizi utili ai nostri territori ed alla nostra città (in continuità con gli incontri al Ministero del lavoro e nella Prefettura di Napoli)".

 

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