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Articoli filtrati per data: Wednesday, 23 Settembre 2020

Abbiamo posto alcune domande a un’insegnante precaria che racconta l’attualità dei problemi del sistema scolastico e l’incapacità di una gestione che accumula distorsioni e falle di un sistema tutto da ripensare. In questo momento ci sembra importante dare voce al punto di vista di chi sta vivendo l’ennesimo disfunzionamento di un settore prioritario della società, sottolineando come dopo mesi di lockdown e di didattica a distanza fallimentare si riparta a settembre assolutamente impreparati e costretti a condizioni lavorative e formative inaccettabili. 

“Siamo al 21 settembre e attualmente sono stati nominati solo i supplenti sul sostegno e i docenti della scuola primaria e infanzia. La nomina è avvenuta (e continua ad avvenire) online con molti problemi dovuti al soprannumero di persone che devono connettersi nello stesso momento. Nei giorni scorsi c’è stato un forte rallentamento durante l’assegnazione delle cattedre, diversi colleghi hanno lamentato di essere rimasti connessi per ore in attesa di essere chiamati, ci sono stati casi di colleghi convocati alle 9 del mattino e passati la sera costringendo tanto i funzionari quanto gli aspiranti a interminabili sedute online. Spesso i problemi sono stati relativi a malfunzionamenti della connessione, del video o dei microfoni, senza contare il mancato rispetto della privacy visto che si è costretti a mostrare in video, a un grande numero di persone, il documento di identità e tutti i propri dati. Intanto la scuola secondaria di primo e secondo grado di seconda fascia sta ancora aspettando l’assegnazione delle cattedre. Sono uscite in queste ore le prime convocazioni, che continuano però a non tenere conto delle nostre richieste..”

                                                                                            

Quali sono le ragioni principali del caos attuale?

Il caos è dovuto al fatto che non c’è chiarezza e tempestività nelle risposte da parte dell’amministrazione. I tempi previsti sono lunghi e inadeguati e soprattutto i problemi che segnaliamo vengono ignorati. Nei presidi dei giorni scorsi a più riprese abbiamo chiesto le convocazioni in presenza e trasparenza nelle procedure di reclutamento (cosa che a quanto pare online non sta avvenendo). Inoltre il problema più urgente e grave a cui l’amministrazione non sa dare risposta è la rettifica del punteggio delle graduatorie, che in molti casi è totalmente sbagliato. Questa richiesta è stata fatta su più fronti e non ci è mai stata data una risposta, ci dicono solo che per il ministero le graduatorie sono valide così e definitive. Il problema che si porrà nell'accettare una cattedra con un punteggio errato ricadrà esclusivamente sui lavoratori e le lavoratrici.

Le convocazioni in presenza risolverebbero alcuni problemi?

Le convocazioni in presenza non hanno mai creato problemi così evidenti: si veniva convocati a scaglioni e la sera stessa veniva pubblicato il file con le cattedre ancora disponibili (cosa che ad oggi non sta avvenendo) quindi il candidato il giorno in cui andava a scegliere sapeva già quali opzioni rimanevano. In questi giorni si è garantita l’apertura dei seggi per le votazioni, si stanno aprendo gli stadi, ma non si è trovato il modo in una città come Torino di trovare degli spazi che garantissero le chiamate in presenza. Tutto questo è evidente che manifesta sia una mancata volontà da parte dei piani alti di trovare soluzioni consone e che non vadano a ledere il diritto di scelta dei lavoratori e delle lavoratrici, ma anche una disorganizzazione a dir poco imbarazzante perché tutto questo si sarebbe potuto evitare se avessero iniziato a pianificare le operazioni in un tempo ragionevole.

I punteggi sbagliati in graduatoria dovuti al sistema cosa potrebbero comportare?

Questa è l’elemento più grave in assoluto perché gli errori di punteggio sono diffusissimi. Nessuno può prevedere quello che avverrà, ma è chiaro che potrebbe esserci una catena di ricorsi. La conseguenza più grave in assoluto è che l'insegnante che sta lavorando su una cattedra assegnata con un punteggio sbagliato potrebbe perdere il posto di lavoro perché di fatto cadrebbe il presupposto giuridico per cui è stato assunto. Nel caso di riassegnazione delle cattedre durante l’anno assisteremmo allo spostamento di insegnanti da una scuola all’altra e non si garantirebbe sicuramente il diritto alla continuità scolastica dello studente. Noi stiamo scegliendo posti che sappiamo benissimo non essere i nostri, ma la questione paradossale è che ne è consapevole anche l’amministrazione, ma continua a brancolare nel buio non sapendo come risolvere la questione, ma imperterrita va avanti con l’assegnazione di cattedre.

Attualmente sono molte le classi scoperte?

A Torino siamo circa 10.000 supplenti in attesa di una sistemazione. Fino all’assegnazione dei posti di sostegno (ancora non tutti coperti) ci sono stati casi di genitori con figli disabili che non hanno potuto portare i loro figli e le loro figlie a scuola perché non era presente un insegnante di sostegno che li potesse seguire.

C'è stata una mobilitazione dei precari per chiedere risposte e quali sono le prossime iniziative?

È dall’8 settembre che si stanno svolgendo presidi sotto l’USP e l’USR per far sentire le nostre ragioni. Ad oggi le risposte sono state totalmente confuse. I motivi della protesta attuale sono molto chiari: chiediamo nomine in presenza e rettifica del punteggio. Ma ci sono anche questioni più profonde che non si esauriranno con la presa di servizio: da anni stiamo assistendo alla precarizzazione sempre più consistente del personale della scuola. Quest’anno si calcolano circa 200.000 supplenti nelle scuole. La “supplentite” di cui soffre questo paese rende impossibile una continuità didattica degli studenti perché ogni anno ci troviamo in scuole differenti. È da anni che noi supplenti veniamo trattati come pedine da spostare di anno in anno da un istituto all’altro per riempire i vuoti di organico, senza la possibilità di creare percorsi continuativi nell'insegnamento: come è possibile garantire la qualità del nostro servizio a queste condizioni? Siamo continuamente costretti a vivere in un’eterna instabilità lavorativa ed emotiva: è impossibile consolidare i rapporti con le classi, con i colleghi e le colleghe e con il territorio perché di anno in anno la maggior parte di noi è costretta a ricominciare da capo. Il 24 e il 25 settembre sono le prossime date a cui chiediamo di partecipare in massa. Sono stati indetti due giorni di mobilitazione, protesta e sciopero. A Torino il 25 settembre l’appuntamento è sotto l’USR alle 9 del mattino per continuare a richiedere condizioni di lavoro migliori, assunzioni, stabilizzazione del precariato, aumenti salariali, adeguatezza delle strutture scolastiche. Ma questa mobilitazione non riguarda solamente i precari, riguarda anche gli studenti, le famiglie, i colleghi e le colleghe di ruolo, riguarda un’intera società civile che dovrebbe pretendere un ingente investimento sulla scuola e maggior rispetto per i suoi lavoratori e le sue lavoratrici.

Qual è stato l'atteggiamento da parte di ministero e provveditorato?

Nei giorni scorsi siamo stati ricevuti dalla provveditrice, la dott.ssa Tecla Riverso, che ha ascoltato le nostre richieste, ci ha rassicurati dicendo che si sarebbe impegnata a trovare soluzioni per permettere le chiamate in presenza, ma questo suo impegno è stato completamente disatteso. Non abbiamo ricevuto risposte chiare, ci siamo trovati più volte in situazioni imbarazzanti in cui siamo stati noi docenti a suggerire dei luoghi consoni alle chiamate in presenza. Addirittura dall’amministrazione ci è stato chiesto se avessimo potuto fare noi da vigilantes durante le nomine, perché loro non avrebbero avuto a disposizione nessun funzionario da impiegare per la misurazione della febbre e per tutte le operazioni previste per il COVID. Sulla questione rettifica del punteggio, invece, l’amministrazione ci ha esclusivamente riportato ciò che arriva dal Ministero e cioè che il punteggio è valido così, che queste sono le graduatorie definitive e che loro non possono mettere mano a un’eventuale correzione del punteggio. Abbiamo più volte incalzato la Dott.ssa Riverso facendole presente che nessun lavoratore e nessuna lavoratrice sarà tutelato nel caso in cui ci fossero ricorsi e lei ha provato a rassicurarci, ma senza spiegare in che modo pensa di gestire questa situazione. A noi non servono rassicurazioni, servono garanzie.

Oltre alle consuete supplenze è previsto il cosiddetto "organico covid": cosa si di queste supplenze speciali?

Il contratto covid è un abominio. Si tratta di docenti che verranno chiamati a ricoprire incarichi temporanei, ma in caso di sospensione delle attività didattiche in presenza (in sostanza un nuovo lockdown), i contratti di lavoro attivati verranno interrotti per giusta causa e senza diritto ad alcun indennizzo. Si sta creando una sottocategoria di precari, ancora più precaria. Vengo assunto a scuola e in caso di lockdown vengo licenziato per giusta causa senza avere quindi nemmeno diritto alla disoccupazione. Che cosa ci dice questa forma di contratto? Che la qualità didattica non conta. Se seguo una classe e c'è un nuovo lockdown io perdo il lavoro e i miei studenti e le mie studentesse che fine fanno? Si trovano a fare lezioni online con persone mai viste?

Tutto questo crea un precedente pericoloso, precarizza ancora di più la vita delle persone, mette in difficoltà la scuola stessa che si ritroverebbe senza docenti su cui aveva fatto affidamento e fa sfumare tutto il lavoro che l'insegnante aveva fatto fino ad allora.

Quest'estate si sono chiuse le iscrizioni per i concorsi: ci sono indicazioni su quando saranno?

Ad oggi, la Ministra Azzolina continua a dire che i concorsi si faranno a ottobre, ma per allora non sappiamo nemmeno se saremo in cattedra. Ci chiediamo come sia possibile che non si trovino i posti per fare delle chiamate in presenza, ma si pensa invece di trovare le strutture per poter svolgere in sicurezza concorsi farsa come questi a cui assisteremo. C’è una sentenza della Corte europea che stabilisce che dopo tre supplenze annuali un docente (o un ausiliare tecnico amministrativo) dev’essere assunto, ma ciò non è mai avvenuto e adesso per far fronte a questa richiesta sono stati indetti questi concorsi a cui ci siamo già dovuti iscrivere senza che ci sia alcuna direttiva chiara in merito.

Quali sono le conseguenze degli ultimi mesi di didattica a distanza e gestione covid per quanto riguarda i lavoratori e le lavoratrici della scuola?

Il covid ha portato a galla tutti i problemi irrisolti della scuola in presenza. Docenti poco formati nell'utilizzo delle tecnologie, famiglie in difficoltà per mancanza di strumenti adatti, indicazioni poco chiare. In molti casi la didattica online era semplicemente infattibile. Molte famiglie non avevano mezzi tecnologici adeguati o si trovavano ad averne bisogno figli e genitori contemporaneamente: la scuola ha provato a fornire computer e tablet, ma in modo insufficiente. E spesso c'erano comunque altre difficoltà: connessioni limitate, spazi fisici delle case non idonei, impossibilità di entrare in contatto con alcune persone. Molti studenti e studentesse come sappiamo sono rimasti indietro o sono stati totalmente abbandonati. Indubbiamente le differenze tra i contesti di provenienza delle famiglie hanno pesato e si sono rafforzate. Per noi insegnanti è stato molto frustrante: ci siamo trovati a cercare di tenere insieme tutto, pur sapendo che la didattica online non poteva minimamente sostituire la didattica in presenza. Inoltre in molte scuole colleghi e colleghe hanno segnalato difficoltà di organizzazione, un eccesso di riunioni online inutili e di comunicazioni formali e informali, senza più orari né rispetto di giorni feriali e festivi. Anche l'istituzione scolastica era del tutto impreparata, tanto che senza pensarci due volte si è affidata a colossi online come Google e in molti casi siamo stati costretti a creare account ufficiali della scuola su queste piattaforme senza che vi fosse alcuna riflessione sulla privacy e sulla mole di dati che regaliamo a queste multinazionali. Per quanto riguarda gli effetti su quest'anno scolastico il timore è che che le questioni logistiche e burocratiche tolgano tempo alla didattica, come già accade da anni, ma soprattutto che ci si ritrovi a commettere gli stessi errori dell'anno scorso e che non si arrivi preparati a un'eventuale situazione di emergenza. A giudicare da come si sta gestendo questa fase di convocazioni sembra un timore fondato.

Informazioni aggiuntive

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L’articolo della nota sociologa Pun Ngai qui tradotto riguarda le lotte operaie svoltesi presso la Jasic Technology di Shenzhen nell’estate del 2018. Sia dentro che fuori l’accademia, questi fatti non hanno ricevuto un’attenzione adeguata alla loro portata e drammaticità

Introduzione

in piedi sulla cima del colle
rimiro oltre l’orizzonte
il verdeggiare delle montagne
l’alba di un rosso sole

mi ergo sul bordo del grande fiume
lo sguardo si posa sull’acqua
e sulle onde che gonfiandosi
senza riposo s’impennano

come gru volteggio fra le masse di persone
mi ammutolisco al di là dei campi di periferia
ho perso gli affetti, gli amori, le amicizie
ho perso ogni cosa
ho perso tutto

avrò gli affetti, gli amori, le amicizie
avrò ogni cosa
avrò tutto
non oggi
ma in un non lontano avvenire

non io sono io
insieme a noi sono io

Mi Jiuping, operaio del movimento della Jasic,

luglio 2018

Mentre scrivo queste righe, il movimento della Jasic del 2018-2019 è ormai giunto al termine. Cominciato come una lotta sindacale, subì presto una dura repressione da parte del governo che ha portato trenta operai e un centinaio di studenti nelle carceri cinesi. La lotta è continuata alle porte della Jasic e delle stazioni di polizia (paichusuo 派出所), nella zona industriale, nelle università. Dopo avere portato avanti la loro battaglia con perseveranza per più di sei mesi, studenti e operai sono stati zittiti. Si trattava di attivisti della sinistra cinese che ponevano una dura sfida all’attuale ideologia di Stato e al sistema occupazionale fondato sullo sfruttamento e organizzato secondo rapporti di produzione capitalistici. Nel giro di un anno, dopo una serie di arresti, la lotta è stata praticamente domata. I gruppi studenteschi sono stati soppressi, gli operai messi in galera, e il gruppo di solidarietà con la Jasic organizzato da studenti, attivisti di sinistra e operai è stato completamente incenerito. La lotta ha pagato un prezzo esorbitante; tutto sembra dover ripiombare nel silenzio.

Due sono i motivi principali che mi hanno spinta a scrivere questo articolo: anzitutto, ritengo che l’importanza dei fatti della Jasic all’interno del movimento operaio cinese contemporaneo non sia stata sufficientemente compresa; in secondo luogo, come legare strettamente la rilevanza delle lotte dei lavoratori cinesi al movimento operaio mondiale è un problema urgente su cui è necessario riflettere. Negli ultimi anni, abbiamo assistito a un rapido scivolamento a destra, nel razzismo e nel totalitarismo a livello mondiale. Di conseguenza, i diritti dei lavoratori stanno subendo un attacco dopo l’altro. Al contempo, si sono diffusi il pessimismo e l’incertezza: a confronto con le forze sociali di nuova formazione, in che misura le organizzazioni dei lavoratori possono veramente costituire una sfida per la macchina politica? Le richieste di un sindacalismo sociale (shehui yundong gonghuizhuyi  社会运动工会主义; social movement unionism) vengono costantemente rimandate a data da destinarsi, mentre il capitalismo globale, dalle competizioni sempre più agguerrite, va affermando che l’unità della classe operaia appartiene al passato. La lotta di classe operaia viene considerata un modello antiquato e non trova più posto nella letteratura sui nuovi movimenti sociali, come se in essa non vi fosse ormai più alcuna possibilità di realizzare il cambiamento sociale. Il movimento della Jasic è stato sconfitto, ma non può essere zittito, poiché è fermamente parte della resistenza al capitalismo globale da parte dell’internazionalismo del lavoro (laogong guojizhuyi 劳工国际主义; labour internationalism) e risponde all’esigenza di una nuova alleanza studenti-operai.

La lotta della Jasic del 2018-2019 rappresenta un punto di rottura nelle lotte dei lavoratori dall’inizio della politica di riforma e apertura in Cina. Questa lotta simboleggia chiaramente l’inizio di una svolta verso un movimento politico di sinistra, d’ora in poi fuori dai confini della società civile. Di norma, le battaglie condotte dalla società civile non si focalizzano sull’ideologia e sulla politica di classe e pertanto tendono a non avere la capacità di contestare le diseguaglianze di classe, o di creare organizzazioni dalle forme diverse. Il movimento della Jasic, caratterizzato dall’alleanza studenti-operai, ci costringe a riconsiderare l’importanza della teoria marxista e del pensiero di Mao Zedong all’interno delle politiche di emancipazione e dei movimenti dei lavoratori al giorno d’oggi. Il ritorno al maoismo marxista (makesi maozhuyi 马克思毛主义; Marxist Maoism) ha principalmente tre implicazioni: ritorno alla politica di classe; ritorno al comunismo; ritorno alla linea di massa. Ciò non significa voltarsi indietro verso il passato o romanticizzarlo; al contrario, questo triplice “ritorno” ci impone di assimilare criticamente l’esperienza storica, le risorse culturali e l’eredità del comunismo, e batterci per la creazione di una società futura più egualitaria.

Se, malgrado la sua sconfitta, consideriamo il movimento della Jasic come parte integrante dell’internazionalismo del lavoro, allora esso rappresenta il primo movimento, da quando il neoliberismo si è espanso su scala globale, che ha nuovamente legato insieme ideologia e politica.Mai si era visto nulla di simile nel movimento operaio degli ultimi anni. Se pochi sono stati in grado di intravedere nel movimento della Jasic una forma organizzativa completamente nuova, ciò è dovuto al fatto che l’energia intrinseca di quella lotta ha travolto persino la propria “forma”. Molti vi hanno visto solo la tipica forma-partito leninista, ma ciò significa precisamente ignorare gli sforzi perseveranti realizzati negli scorsi anni dall’alleanza operai-studenti per ricercare una base di massa e per mettere in pratica un programma comunista. Dopo il suo arresto, avvenuto il 27 luglio 2018, Mi Jiuping fu trasferito in un centro di detenzione (juliusuo 拘留所) e gli fu chiesto di scrivere un’abiura. Malgrado la paura, Mi Jiuping ha continuato a esprimere in versi la società nuova che prefigurava e la propria battaglia per la solidarietà operaia e l’alleanza alla base fra studenti e operai. “Insieme a noi sono io”, scrive, in un “non remoto avvenire”, intendendo un futuro comunista; quando afferma che “non io sono io / insieme a noi sono io” intende dire di non essere solo, ma saldamente unito agli operai e agli studenti. Il “noi” della sua poesia contiene due soggetti centrali: gli operai e gli studenti, inseriti nella storia della lotta anticapitalista e antimperialista.

La battaglia degli operai Jasic per il sindacato

Jasic Technology è una società ad azionariato diffuso che produce principalmente attrezzature per saldatori. Il presidente del consiglio d’amministrazione, Pan Lei, è delegato dell’Assemblea del popolo di Shenzhen. L’azienda impiega circa mille operai, ma non c’è un sindacato al suo interno, dove le condizioni di lavoro sono terrificanti. È questo che ha indotto gli operai a battersi per la creazione di un sindacato legale. In un regolamento noto come i “18 divieti della Jasic” (Jiashi jinling 18 tiao 佳士禁令18条), adottato dal management della fabbrica, sono elencate con precisione tutte le situazioni che prevedono sanzioni pecuniarie o decurtazioni di stipendio per gli operai, in grave violazione degli articoli della Legge sul lavoro. Ecco come vengono descritte le condizioni di lavoro e i metodi amministrativi in vigore nella fabbrica dalla “Voce dell’operaio comune” (pugong zhi sheng 普工之声), un account usato da operai Jasic sui social media:

Gli operai devono lavorare dodici ore al giorno, senza un giorno di riposo e senza pause a eccezione dei pasti e del sonno. Persino quando andiamo in bagno siamo sotto la stretta sorveglianza degli uomini della sicurezza. Inoltre la ditta obbliga gli operai a sprecare il proprio giorno di riposo alla fine del mese in escursioni organizzate, al termine delle quali devono tornare al lavoro.

I “18 divieti” sono un tipico regolamento amministrativo da fabbrica del mondo nelle Zone economiche speciali cinesi. Fra quelle righe si scorge chiaramente la storia dell’ingresso del sistema socialista cinese nel capitalismo globale. Questi regolamenti sono gli annali dello sviluppo economico e dello sfruttamento operaio prodotti dal capitale straniero, dal capitale privato e dalle aziende statali post-riorganizzazione. Dimostratesi estremamente profittevoli per la riproduzione allargata del capitalismo globale, queste misure manageriali disumane si diffusero enormemente fra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, per poi conoscere alcuni miglioramenti negli anni Duemila a causa del deficit di forza-lavoro. A partire dal 2010, però, sono ricomparse. Questa è una delle cause dietro i suicidi degli operai della Foxconn e lo sciopero alla Honda nel corso di quell’anno.

Lo spregio della Jasic per la salute dei lavoratori e per la normativa della Legge sul lavoro in materia di ore lavorative ha portato gli operai a mobilitarsi per costituire un sindacato. A metà maggio 2018, alcuni attivisti operai resero nota la propria condizione alla Federazione distrettuale dei sindacati di Pingshan (distretto – qu 区 – della municipalità di Shenzhen dove si trova la Jasic, NdT), esprimendo la volontà di fondare un sindacato di fabbrica. Tre rappresentanti degli operai Jasic inviarono alla Federazione una lettera congiunta firmata da ventotto lavoratori, in cui le si chiedeva di intervenire per correggere i comportamenti illeciti della Jasic e veniva reiterata la richiesta di formare un sindacato aziendale. Il presidente della Federazione distrettuale ricevette Mi Jiuping, proponendogli di raccogliere le opinioni degli altri operai e di iniziare una battaglia per ottenere dalla ditta il permesso di aprire il sindacato. Mi Jiuping e altri misero in piedi un comitato preparatorio, ottenendo inoltre le firme di ottantanove lavoratori favorevoli a iscriversi al sindacato in due soli giorni.

Senza scostarsi dalla posizione antisindacale generalmente assunta dalle altre aziende, a giugno l’amministrazione della Jasic pretese di sostituire il sindacato autonomo degli operai con l’“assemblea dei delegati del personale”.1) Ben presto, i leader degli operai vennero sottoposti a ogni genere di angheria, subendo gli insulti e le calunnie della direzione, oltre a minacce, umiliazioni e licenziamenti. Il 20 luglio, mentre si recavano al lavoro come al solito, Mi Jiuping e alcuni altri operai vennero trattenuti dalla sicurezza della fabbrica e successivamente picchiati e fermati dalla polizia locale. Oltre venti operai corsero a manifestare davanti al commissariato per la liberazione di Mi Jiuping e degli altri; la cosa veramente sconvolgente fu che la polizia li arrestò tutti quanti. I lavoratori arrestati vennero rilasciati il giorno dopo, ma molti erano stati maltrattati durante la detenzione e avevano riportato gravi ferite. Gli operai espressero la propria indignazione verso questa detenzione illegale tramite una rimostranza scritta. Sei degli operai liberati tentarono più volte di tornare al lavoro, solo per vederselo impedito. Insieme ad altri lavoratori del distretto industriale tennero una forte manifestazione davanti alla stazione di polizia, esigendo spiegazioni per gli operai picchiati e le scuse della polizia. Quest’ultima reagì di nuovo con violenza, arrestando ventisette operai e altri simpatizzanti il 27 luglio.

Ciò convinse ancor più operai a chiedere che venisse fatta giustizia, e inoltre suscitò il sostegno degli studenti universitari: fu così che l’alleanza operai-studenti cominciò a prendere forma. Questa alleanza si batteva per la liberazione degli operai arrestati e per la conquista del diritto dei lavoratori a formare un sindacato. Il 29 luglio, studenti provenienti dall’Università di Pechino, dall’Università Renmin e da una decina di altri istituti universitari pubblicarono un comunicato congiunto con il quale solidarizzavano con gli operai arrestati il 27 luglio e chiedevano l’immediato rilascio di tutti i fermati. Il comunicato portava migliaia di firme di studenti e operai. Alla fine del mese, dal momento che questa rivendicazione continuava a non ricevere risposta da parte della polizia, la quale intanto continuava a trattenere gli operai, alcuni lavoratori, attivisti di sinistra e studenti formarono il “Gruppo di solidarietà con gli operai Jasic” (Jiashi gongren shengyuantuan 佳士工人声援团). Il 10 agosto questo gruppo inviò una lettera aperta alla procura distrettuale di Pingshan, chiedendo di aprire un’indagine sulle azioni illegali della polizia e di garantire il diritto dei lavoratori a parlare con gli avvocati.

Sempre più società di studio del marxismo (makesizhuyi xuehui 马克思主义学会) e gruppi di studenti di sinistra provenienti da università di tutto il Paese affluirono a Shenzhen, chiedendo il rilascio degli operai. Con manifestazioni di strada, comizi e canti dell’Internazionale, catturarono l’attenzione di numerosi media stranieri. L’11 agosto, Shen Mengyu, delegato operaio della NHK di Canton, fu portata via dalla polizia, ma gli altri studenti non si fecero minimamente impaurire e continuarono a manifestare nelle strade del distretto di Pingshan.

Il mattino del 24 agosto 2018, duecento agenti speciali antisommossa irruppero violentemente nella sede del Gruppo di solidarietà, arrestando tutti i presenti. La polizia intanto arrestava gli operai e oltre cinquanta studenti che simpatizzavano con loro, provenienti da vari atenei, fra cui quelli di Pechino, Nanchino e l’Università Renmin, che si trovavano nei pressi della zona industriale. La sera del 24, il sito dell’agenzia governativa Xinhua pubblicò un pezzo dal titolo “Retroscena degli incidenti ‘per i diritti’ degli operai dell’azienda Jasic di Shenzhen”, dove riferì la versione ufficiale dei fatti, dichiarando che la lotta degli operai Jasic per la conquista dei propri diritti costituiva un “disordine di massa” organizzato e istigato da forze esterne.

Alla fine di settembre, visto che la maggior parte degli studenti solidali facevano parte delle società di studio del marxismo all’interno delle università, la polizia cominciò a colpire queste società con ancor più durezza, nel tentativo di soffocare ciò che sarebbe potuto rimanere dell’embrione di movimento comunista costituito dall’“alleanza operai-studenti”.

All’inizio di ottobre 2018, per nulla intimiditi dalla minaccia della detenzione, gli studenti della società di studio del marxismo dell’Università di Pechino lanciarono delle iniziative “per la ricerca degli attivisti studenteschi scomparsi”, fra cui Yue Xin e Gu Jiayue, arrestate per aver sostenuto gli operai Jasic. Altre iniziative vennero messe in campo dalla società marxista per garantire la protezione del proprio gruppo, diffondendo volantini nelle aule, nei dormitori e nelle mense, e manifestando all’interno del campus.

Il 9 novembre, le autorità attuarono un nuovo giro di vite contro gli organizzatori del Gruppo di solidarietà. Oltre quindici persone tra attivisti delle società di studio del marxismo, simpatizzanti degli operai e operatori di centri di servizi sociali, nonché membri del sindacato, furono arrestate, una dopo l’altra. Questo attacco è stato un duro colpo per il movimento. Il governo cinese, contestualmente, diffuse le registrazioni, filmate qualche tempo prima, delle confessioni rilasciate da dieci attivisti studenteschi già agli arresti. Per spaventare gli studenti, gli uffici di pubblica sicurezza convocarono i membri delle società di studio del marxismo e imposero loro di guardare le registrazioni, li minacciarono e gli intimarono di cessare qualsiasi attività che avesse a che fare con gli operai. In dicembre si persero le tracce di più di dieci studenti marxisti all’interno dell’università.

Gli arresti sono proseguiti nel 2019. Cinque attivisti di ONG del lavoro nella Cina meridionale, tre giovani redattori operanti sui nuovi media, l’attivista di sinistra Chai Xiaoming, quattro fondatori di organizzazioni di lavoratori e di operaie e un fondatore del sito di sinistra New Bloom (Potu 破土) sono stati messi agli arresti domiciliari o detenuti dietro accuse come “incitazione di risse” o “sovversione del potere statale”. Diversi attivisti hanno subìto varie forme di molestie da parte delle autorità di pubblica sicurezza, come interrogatori durati ininterrottamente per ore o addirittura per un giorno intero, e gli sono state fatte pressioni affinché riconoscessero i propri crimini o si impegnassero a tagliare i contatti con i precedenti compagni. Il “terrore bianco” ha continuato a infuriare.

Nonostante l’esito della battaglia abbia del tragico, la rivendicazione degli operai Jasic per il sindacato mantiene comunque una profonda importanza di carattere storico. Essa indica che il risveglio politico degli operai cinesi è entrato in una nuova fase. Sconfitti nella battaglia per organizzare un sindacato sotto la Federazione nazionale dei sindacati, il prossimo passo degli operai Jasic li porterà presumibilmente sulla strada di un movimento sindacale maggiormente autonomo. Grazie all’alleanza con gli studenti, saldamente basata sulla tradizione marxista, e al progressivo risveglio della propria coscienza di classe, gli operai cinesi, nella loro lotta per il sindacato, sono riusciti ad andare oltre il sindacalismo (gonghuizhuyi工会主义; trade unionism) ristretto alla cornice del capitalismo; la speranza, ora, è che possano superare anche il successo della polacca Solidarność – il cui trionfo finì tragicamente per distruggere la lotta operaia stessa.2) Il modo in cui esaminiamo il passato influenza anche il nostro modo di vedere il futuro; l’ulteriore sviluppo del movimento ci impone una profonda analisi degli enormi mutamenti sociali avvenuti in Cina negli scorsi quarant’anni e del contestuale ripresentarsi delle contraddizioni di classe.

Ritorno alla politica di classe

Il processo di politicizzazione del movimento dei lavoratori durante la lotta alla Jasic ha riattivato e conferito nuova sostanza alla teoria marxista e al pensiero di Mao. Per la prima volta si è levata forte e chiara una voce per l’avvenire della rivoluzione comunista. All’interno del triplice ritorno di cui sopra, il ritorno alla politica di classe è il nodo più fondamentale delle lotte operaie nell’èra della riforma e apertura. Secondo gli attivisti di sinistra che operavano alla Jasic, compresi operai e studenti, tutta la storia dell’umanità è storia di lotta di classe. Pur costituendo la forma politica più importante della transizione socialista in Cina all’epoca di Mao, la politica di classe è stata abbandonata con la condanna, seguita alle riforme, della Rivoluzione culturale e della linea politica di Mao. La politica di riforma e apertura simboleggia l’ingresso della Cina nel capitalismo globale, con la trasformazione dei rapporti di produzione e di riproduzione e l’abbandono dei binari storici del socialismo. Dopo quarant’anni di riforme, la Cina è divenuta la “fabbrica del mondo”, con oltre 280 milioni di lavoratori migranti dalle campagne alle città, 90 milioni di operai licenziati dalle aziende statali e milioni di laureati universitari che ogni anno entrano a far parte della massa dei nuovi operai. Per “fabbrica del mondo” non si intende soltanto l’enorme capacità produttiva della Cina nell’ambito della produzione mondiale, ma anche la cristallizzazione del processo attraverso cui il capitalismo globale, mediante la riproduzione allargata, ha convogliato le vite sociali dei Paesi non capitalisti all’interno della globalizzazione.

Nel primo periodo delle riforme, il mercato prese il sopravvento e la Cina attirò capitale transnazionale da tutto il mondo, soprattutto da Hong Kong, Taiwan, Corea del Sud, Stati Uniti ed Europa occidentale. L’ingresso della Cina nell’economia globale del XXI secolo ha coinciso con la produzione e la riproduzione della nuova classe operaia. Le lotte della nuova classe operaia cinese, man mano che quest’ultima passerà da classe in sé a classe per sé, non si limiteranno a riplasmare i rapporti di classe in Cina, ma influenzeranno anche quelli esistenti su scala mondiale. Oggi, sotto lo slogan del “sogno cinese” di rinnovamento nazionale, la società cinese è sempre più capitalistica e autoritaria. La più recente forma espressiva del sogno cinese consiste nel tentativo di passare dal made in China al created in China; non si capisce come questo progetto capitalista possa considerarsi innovativo, dal momento che continua a fondarsi sull’accumulazione del capitale e sullo sfruttamento operaio. La contraddizione intrinseca della rivoluzione cinese, un tempo animata dallo scopo di mettere fine all’imperialismo e al capitalismo, sta proprio nel suo essere incastonata nel contesto di queste riforme.

Dal “made in China” al “created in China”

Il conseguimento dell’obiettivo di entrare nel WTO, nel 2001, significò per la Cina riuscire finalmente ad allacciarsi al capitalismo globale. In seguito a ciò, accompagnata da riforme di natura strutturale, la mercificazione della società cinese si è visibilmente intensificata, investendo la terra, le risorse naturali, la manodopera e i servizi pubblici. È del tutto evidente che ogni singolo passo delle riforme nella transizione dall’economia pianificata all’economia di mercato è stato il frutto dell’intervento dello Stato – e della sua mano visibile. Lo Stato ha coscienziosamente attirato gli investimenti stranieri, aperto le Zone economiche speciali e le città industriali, fornito supporto tecnico e infrastrutture di alta qualità e garantito una manodopera qualificata di immani proporzioni, a basso costo e ben formata. Al fine di espandere il mercato interno e internazionale così da assorbire le contraddizioni interne dell’accumulazione capitalistica, i dirigenti autoritari della nuova generazione, sotto la spinta del “sogno cinese”, stanno energicamente sostenendo le aziende statali, ne promuovono il rafforzamento e l’estensione e le spronano ad andare all’estero.

La volatilità intrinseca del capitalismo globale incoraggia inoltre il costante approfondimento delle riforme cinesi. Lo sviluppo economico promosso nel nome dell’innovazione tecnologica è l’unica scelta a disposizione. Nel 2015 il Consiglio di Stato cinese ha pubblicato il piano Made in China 2025, fra i cui obiettivi, tratteggiati da Li Keqiang, si trovano: “promozione dello sviluppo guidato dall’innovazione; conversione all’intelligenza artificiale, rafforzamento delle fondamenta economiche e tecnologiche; sviluppo green; accelerazione della transizione da grande Paese manifatturiero a potenza nel settore”. L’innovazione economica e tecnologica cinese ha chiaramente come bersaglio gli Stati Uniti, competere con essi e contendere loro la posizione egemonica che hanno mantenuto nell’ordine mondiale dalla fine della guerra fredda.

L’inesorabile aggravarsi della guerra commerciale fra Cina e Stati Uniti non può essere risolta dalle trattative fra i massimi dirigenti dei due Paesi. Per via della logica dell’accumulazione capitalistica e della gara per il controllo delle risorse e dei mercati mondiali, la guerra commerciale è un anello imprescindibile della competizione e della crisi capitalistiche globali. Ciononostante, tutto quello che ci viene mostrato dai mass media è il conflitto commerciale fra due Stati; peggio ancora, i media mainstream danno l’idea che i lavoratori cinesi e i lavoratori americani siano su posizioni opposte, ignorando completamente l’impatto avuto dallo sviluppo del capitalismo globale sulla classe operaia di ambo i Paesi.

La guerra commerciale fra Cina e USA intensifica il conflitto capitale-lavoro

La guerra commerciale fra Cina e Stati Uniti ha ulteriormente esacerbato lo scontro fra capitale e lavoro. Nel preludio di questa “provocazione totale”, gli Stati Uniti avevano già imposto due tornate di sanzioni contro la Cina, andando a colpire soprattutto i settori della chimica inorganica, dell’elettromeccanica e dell’optoelettronica, del trasporto ferroviario, della gommatura per l’aeronautica, eccetera – in un evidente contrattacco americano contro l’industria ad alta tecnologia, centrale per Made in China 2025. Inoltre, tutti i prodotti sui quali la Cina detiene un surplus commerciale sugli USA saranno soggetti a sanzioni simili; fra questi, minerali grezzi, beni d’uso quotidiano, plastica e vetro. Non appena gli Stati Uniti cominceranno a imporre nuove sanzioni, la manifattura cinese, ad alta così come a bassa tecnologia, ne verrà danneggiata. Man mano che l’innovazione investirà tutti i vari settori dell’economia, si allargherà via via anche il campo dell’industria che subirà le conseguenze delle sanzioni, dai beni essenziali di uso quotidiano all’industria leggera, fino alla manifattura meccanica. Per quanto riguarda la Cina, la guerra commerciale andrà a influenzare principalmente due ambiti. Anzitutto, le sanzioni contro l’industria manifatturiera cinese accelereranno la fuga del capitale straniero dalla regione sud-orientale del Paese, comprimendo ulteriormente i salari degli operai cinesi e le loro stesse possibilità di lavoro. In secondo luogo, l’abolizione delle tariffe doganali sui prodotti agricoli americani importati in Cina avranno delle conseguenze sulle condizioni di vita dei contadini cinesi, costringendoli in numero ancora maggiore a migrare nelle città in cerca di lavoro. La guerra commerciale, mettendo gli interessi della classe operaia cinese contro quella dei contadini cinesi, ha aperto una trappola. Se l’amministrazione Trump imporrà ulteriori tariffe altrettanto dure contro l’importazione dei beni industriali dalla Cina, saranno gli operai cinesi a subirne le conseguenze. L’ironia, però, sta nel fatto che se anche il governo USA dovesse scendere a compromessi, il governo cinese aprirebbe conseguentemente il proprio mercato ai prodotti agricoli americani in misura maggiore, causando comunque delle perdite ai profitti dei contadini cinesi. Impaludata in questo circolo vizioso, la guerra commerciale continua a colpire la nuova classe operaia cinese, che per altro è costituita per la maggior parte dai contadini. La lotta della Jasic è precisamente il prodotto di queste contraddizioni.

La radicalizzazione della nuova classe operaia cinese

La crisi dell’industria manifatturiera cinese ha duramente colpito la classe operaia, influenzando in via diretta le lotte dei lavoratori di oggi e di domani. Secondo statistiche presenti in rete, queste lotte hanno visto un aumento vertiginoso dal 2010, scoppiando principalmente nel Delta del Fiume delle Perle. Le diseguaglianze crescenti hanno portato gli operai cinesi a prendere coscienza di trovarsi davanti a una struttura di potere dove si intrecciano diversi gruppi di interesse – per esempio, le competizioni fra Stati, il suprematismo del PIL (GDP zhishangzhuyi GDP 至上主义), le trame del capitale e dei governi – e a rendersi conto del fatto che nessun individuo in posizioni di potere si interessa di loro, a meno che non siano gli operai stessi a organizzarsi, a costruire sindacati che gli appartengano veramente, a difendere i propri diritti legali e a far sentire la propria voce. Vista da questa angolazione, la lotta degli operai Jasic per il sindacato non appare affatto come l’attività isolata e improvvisa di una minoranza di operai radicalizzati, ma come conseguenza diretta dell’insoddisfazione covata da tempo verso l’impossibilità di avere un’organizzazione veramente rappresentativa degli operai cinesi. I lavoratori sono arrivati gradualmente a comprendere che le rivendicazioni sul piano economico – come l’aumento dei salari, i giusti risarcimenti, un collocamento adeguato, lo stato sociale e la previdenza abitativa – sono sì importanti, ma senza un’organizzazione unitaria di classe che gli appartenga veramente, ogni successo ottenuto in queste battaglie verrà prima o poi vanificato.

Insomma, la nuova generazione della classe operaia cinese sta attraversando un ancor più profondo processo di proletarizzazione. Ciò significa che sulle linee produttive, nelle fabbriche, nei dormitori operai, in tutti i luoghi dove si dispiegano le complicazioni e le contraddizioni della vita dei lavoratori, sta tornando la politica di classe. Nella quotidianità, negli spazi di vita e di lavoro, i nuovi strati operai stanno lottando duramente, ricorrendo a ogni genere di iniziative, per formarsi come classe (zhengqu jieji xingcheng 争取阶级形成; class formation). Le attività collettive messe in pratica dagli operai migranti (nongmingong 农民工) sono una chiara dimostrazione del fatto che la rivendicazione del sindacato è stata stimolata dallo scontro fra capitale e lavoro. Fra gli esempi concreti di ciò possiamo citare gli scioperi del 2010 alla Honda (Canton), gli scioperi alla Ohm e gli scioperi del 2014 alla Yue Yuen. Gli operai di nuova generazione continuano ad avanzare legittime e legali rivendicazioni democratiche e a far sentire la propria voce a favore di un’organizzazione che ne rappresenti gli interessi.

Crescendo, queste lotte e questi sforzi hanno parallelamente subìto duri attacchi da parte del governo cinese, ma la repressione statale non ha ottenuto altro che una sospensione temporanea delle mobilitazioni collettive. Gli arresti inflitti a studenti e operai non hanno affatto cancellato le contraddizioni di classe, anzi, hanno solo reso la strategia e l’orientamento della lotta sempre più chiari e stabili. Attraverso il movimento della Jasic abbiamo appurato che la repressione statale non è stata capace di atterrire e respingere i gruppi studenteschi di solidarietà; al contrario, ha convinto ancor più gruppi studenteschi di sinistra – la maggior parte dei quali appartiene alla rete delle società di studio del marxismo all’interno delle università – a scendere risolutamente in campo a fianco degli operai.

Ritorno al comunismo marxista

Le gravi disparità di classe sorte in Cina dall’epoca post-Mao hanno messo a dura prova l’ideologia egemonica del “socialismo con caratteristiche cinesi”. Ciò che va sotto il nome di “socialismo con caratteristiche cinesi” è un ibrido di ideologia ufficiale socialista e realtà concreta di stampo capitalista. L’ipocrisia ideologica di questo ibrido, messa a confronto con la realtà, l’ha resa del tutto ingiustificabile. L’abisso esistente fra la dottrina propagandata e la realtà concreta ha indotto la riflessione critica degli attivisti studenteschi: che cosa, in fin dei conti, ha favorito la sopravvivenza delle diseguaglianze di classe all’interno del sistema vigente? Cosa comporta un avvenire autenticamente comunista?

Ora, per capire cosa sia il comunismo marxista, occorre fare una deviazione e considerare la questione a partire da una duplice critica: in primo luogo, bisogna affrontare criticamente l’ideologia della riforma e apertura di Deng Xiaoping, basata sulla negazione del comunismo di Mao; in secondo luogo, è necessario sottoporre a critica le diseguaglianze di classe attualmente esistenti e il socialismo con caratteristiche cinesi, per tornare all’autentico comunismo invocato dagli studenti dei gruppi marxisti.

Con la polarizzazione sempre più marcata della società, l’ideologia del “socialismo con caratteristiche cinesi” non poteva non entrare in crisi. Educati al marxismo, soprattutto ai testi classici di Marx, gli studenti mettono in discussione gli attuali rapporti di produzione, ma anche la distanza fra l’ideologia ufficiale e la realtà sociale segnata dallo sfruttamento operaio. Nel 2009, sostenuti dagli attivisti studenteschi, gli operai edili tennero una manifestazione davanti alla Federazione dei sindacati di Pechino, rivendicando la formazione di un sindacato. Più di recente, intellettuali e studenti di sinistra hanno partecipato e appoggiato le nuove battaglie operaie, soprattutto in periodi dove lo sfruttamento si è fatto particolarmente feroce, come nei vari casi di suicidio di operai Foxconn. Molti studenti, partecipando alle inchieste condotte sulle condizioni di lavoro all’interno della Foxconn, hanno maturato profondi sentimenti di classe e hanno compreso l’importanza delle organizzazioni operaie. La solidarietà con gli operai Apple e Foxconn si esprimeva soprattutto attraverso due rivendicazioni: permettere agli operai di autocostituirsi in sindacato e opporsi all’impiego degli studenti come stagisti.3) Infine, nell’estate del 2018, gli universitari si unirono attivamente agli operai contro la violenta repressione poliziesca al tentativo di formare il sindacato. La lotta alla Jasic è stata quindi la continuazione della lotta unitaria portata avanti dall’alleanza operai-studenti.

Gli studenti dei gruppi marxisti di Nanchino e di Pechino cominciarono a sostenere attivamente gli operai Jasic già quando le cose si erano appena messe in movimento, coordinandosi con le altre forze di sinistra – come gli intellettuali, gli attivisti sui social media e gli ex operai delle aziende statali –, chiedendogli di esprimere la propria solidarietà recandosi a Shenzhen, oppure da dove si trovassero. Sono state queste attività di coordinamento ad attirare le ripetute repressioni del governo contro gli studenti. Il primo maggio, mentre si stavano recando a fare pratica di lavoro in fabbrica, Qiu Zhanxuan, già presidente della società di studio del marxismo dell’Università di Pechino, e altri membri della stessa società, furono arrestati dalla polizia. Dopo che si furono perse le sue tracce, gli altri studenti pubblicarono la sua “confessione” (zibaishu 自白书). In questo scritto, Qiu Zhanxuan spiegava come era diventato di sinistra e come aveva sviluppato una coscienza di classe e una prospettiva politica:

Per un lungo periodo di tempo dopo il mio ingresso all’università ero convinto che fosse tutto un problema di differenze di classe. La famiglia di mio zio era poverissima e lui doveva spesso andare a lavorare al mattino, quindi non poteva certo permettersi di fare come mio padre e stare a giocare fino alle due o tre di notte, né di perdere mille kuai in una sola sera senza battere ciglio.

Allora nacque in me una specie di umanesimo rudimentale… poi, dopo aver conosciuto la fabbrica, i ritmi della catena di montaggio, una vita in cui l’oggi non consente di vedere il domani, ho fatto esperienza diretta di cosa vogliono dire oppressione istituzionalizzata e diseguaglianza strutturale!

… gli operai si stremano per dodici ore al giorno, devono pagare l’affitto e la scuola dei figli, e devono pure stare attentissimi per non avere l’ardire di ammalarsi; intanto il capo se ne sta stravaccato sulla sua poltrona di pelle, nel suo ufficio tutto bello decorato. Macchine e capitale iniziale sono tutto ciò che gli occorre per sentirsi in diritto di far lavorare gli operai come bestie. Avevo davanti agli occhi la realtà dell’antagonismo fra le due classi principali.

Si evince quindi che studenti come Qiu Zhanxuan hanno tratto la propria consapevolezza delle disparità di classe nella società cinese non soltanto dalle opere di Marx, ma anche dalle proprie esperienze di vita. E proprio l’esperienza del lavoro di fabbrica li ha portati a intraprendere questa enorme trasformazione, dandogli il coraggio di battersi contro il sistema cinese e le sue diseguaglianze. È questa determinazione a permettergli di continuare a sfidare l’autorità della polizia anche dopo essere stati arrestati per avere portato la propria solidarietà alla lotta della Jasic.

Già prima dei fatti del primo maggio, Qiu Zhanxuan era stato detenuto e maltrattato dalla polizia per cinque giorni. Pur sapendo che denunciare gli abusi che aveva subìto gli avrebbe attirato una nuova punizione, decise comunque di registrare, prima di partire per la fabbrica, dei filmati nei quali esponeva i crimini commessi dalla polizia. Dopo la sua scomparsa, gli altri studenti li pubblicarono tutti:

Il primo giorno hanno stampato gli articoli del codice penale sulla sovversione e sull’istigazione alla sovversione, me li hanno fatti leggere ad alta voce e mi hanno detto: ecco i tuoi crimini.
Il secondo giorno, quando mi ero appena avvicinato alla stanza, qualcuno mi ha dato cinque schiaffi in faccia. Mi usciva sangue dal naso e ho macchiato il pavimento. Un poliziotto in carne mi ha guardato in modo ripugnante e mi ha detto cose come: sai che ‘mi piaci’ proprio, voglio conoscerti meglio. Così, per farmi pressione.
Il terzo giorno mi hanno messo delle casse accanto alle orecchie e mi hanno costretto ad ascoltare per tre ore il rapporto all’apertura del XIX Congresso. Poi mi hanno chiesto cosa pensassi del reato di istigazione alla sovversione.
Il quarto giorno, un poliziotto mi ha spogliato completamente e mi ha fatto piegare il busto sulla scrivania, poi mi ha fatto allargare l’ano per potersi accertare che ‘non ci avessi nascosto dei registratori’.
Il quinto giorno ho potuto vedere per la prima volta un docente supervisore dei tirocinanti, che si è sgolato per convincermi a desistere.
… più si aggrava la persecuzione, più pesanti si fanno i loro attacchi, più si accumulano anche la mia rabbia e il mio odio… ma la verità del marxismo-leninismo-maoismo non sta dalla loro parte. Nemmeno le larghe masse popolari oppresse e sfruttate a milioni stanno dalla loro parte. È proprio a causa della sua coscienza sporca e del terrore che l’attanaglia che la borghesia burocratica non può fare a meno di affidarsi alla repressione per mezzi violenti.
Verrà finalmente il giorno che la teoria troverà integrazione con la pratica e il socialismo con il movimento operaio, formando un poderoso torrente forte come l’acciaio, che travolgerà completamente la macchina statale corrotta, antiquata e antipopolare! Gli autentici combattenti proletari devono creare un’audace avanguardia e temprarsi fino a diventare la lama acuminata conficcata nel cuore del nemico!
Su, lottiam! L’ideale nostro alfine sarà, l’Internazionale futura umanità!”

Se l’appoggio degli studenti alla lotta degli operai Jasic ha attirato loro la repressione dell’apparato statale, quest’ultima ha tuttavia consolidato la loro fede nel comunismo marxista. Un’altra attivista studentesca dell’Università di Pechino, Shen Yuxuan, nelle sue “confessioni” del 3 maggio 2019, dal titolo “Diventiamo saldi come ferro, non temiamo le sbarre e le manette”, così si esprimeva:

Essere membro della società di studio del marxismo è il mio peccato originale all’Università di Pechino. Come se ciò non bastasse, ho perfino osato sostenere i diritti degli operai affetti da pneumoconiosi, solidarizzare con la lotta degli operai Jasic per il sindacato, dichiararmi per il ritorno della “Gongyou zhi jia” a parlare con i lavoratori del campus, e ho addirittura pubblicato un articolo dove attaccavo l’ateneo per l’aver costretto certi compagni a sospendere gli studi. Un crimine dopo l’altro, non c’è che dire! …
Studenti, lavoratori! La nostra vita non dovrebbe essere così. Sfruttamento e oppressione non sono sempre esistiti, né esisteranno per sempre. Il marxismo è la nostra unica via d’uscita, teniamoci per mano, creiamo la nuova vita!

I netti squilibri di classe e gli altri problemi esperiti dagli studenti durante i periodi di lavoro in fabbrica nelle ferie estive e il progressivo aumento della coscienza di classe fra gli operai cinesi hanno favorito il ritorno del comunismo marxista. Mentre i loro coetanei middle-class fanno il giro del mondo e si riempiono di beni di lusso con i risparmi dei genitori, in tutt’altro settore, gli studenti provenienti da famiglie operaie o con ideali particolarmente nobili si arrovellano fra un lavoretto e l’altro per pagarsi le spese quotidiane, oppure stanno scoprendo la vita miserabile della classe operaia, o ancora entrambe le cose. Tutto ciò ha prodotto un profondissimo senso di contraddizione storica negli studenti che credono nel marxismo e mettono in discussione l’ideologia ufficiale. La macchina statale è schierata con il capitale e ha fatto del mantenimento della stabilità la propria missione, ma la violenza dell’apparato repressivo ha reso i suoi stessi destinatari ancora più assetati di autentico comunismo.

Ritorno alla linea di massa di Mao

“Lottare, fallire, lottare ancora, fallire ancora, lottare ancora – fino alla vittoria; questa è la logica del popolo e anch’esso non andrà mai contro questa logica” (Mao Zedong, Abbandonate le illusioni, preparatevi alla lotta)

La teoria di lotta di Mao ha risuonato negli sforzi degli studenti di accendere un’immaginazione rivoluzionaria orientata alla creazione di un movimento comunista. Secondo i maoisti, la borghesia è divenuta il soggetto storico della società odierna, detiene il potere all’interno del partito e si è costituita a sua volta in un “partito di classe”. I partiti di classe sono insieme prodotto e conseguenza della lotta di classe; per questo, Mao non si stancò mai di spiegare il problema a partire dal concetto della “continuazione della rivoluzione”. La linea di massa di Mao si trova però su un piano diametralmente opposto rispetto a certe idee della sinistra europea come “l’autonomia” o la “politica oltre i partiti”.

Contrariamente alla nuova sinistra occidentale, io ritengo che il comunismo – l’ideale al centro di una politica di sinistra – non possa assolutamente essere recuperato nella forma metafisica della prospettiva del primo mondo, ma debba necessariamente sorgere dalla prospettiva di classe del terzo mondo, terra di angeli e demoni, e risorgere nel corso dello sviluppo dialettico dei movimenti nel terzo mondo.La lotta alla Jasic dimostra che la sinistra cinese ha puntato i veri nemici, anziché ridurre semplicisticamente la “sconfitta del comunismo” al modello organizzativo o alla stessa forma-partito. La loro organizzazione è stata strettissima: hanno prima attaccato il capitale, cioè lo strato manageriale della fabbrica, poi la polizia locale e la macchina statale locale, e questo ha portato all’ondata di arresti e detenzioni. Gli attivisti cinesi si sono continuamente posti domande fondamentali: cos’è una rivoluzione comunista? Chi è il nemico? Quali sono gli obiettivi? Con quali metodi è possibile raggiungere gli obiettivi della rivoluzione? Per rispondere a queste domande hanno attinto da due scritti di Mao: La grande unione delle masse popolari, del 1919, e l’Analisi delle classi nella società cinese, del 1926.

Quali sono i nostri nemici e quali i nostri amici? – si domandava Mao nel 1926 –  La questione è di primaria importanza per la rivoluzione. Se nel passato tutte le lotte rivoluzionarie in Cina hanno avuto scarso successo, ciò si deve soprattutto all’incapacità dei rivoluzionari di unire intorno a sé i veri amici per attaccare i veri nemici.4)

L’obiettivo concreto della rivoluzione consiste nella distruzione del diritto di proprietà borghese. Su questa base può essere edificata la società comunista e possono inverarsi la libertà, le attività e l’indipendenza dell’intera umanità. Di conseguenza, il partito e la forma-partito sorgono necessariamente nel corso della storia di questo conflitto, come conseguenza della lotta di classe.

Cos’è la linea di massa? Nel 1919, a Movimento del Quattro maggio appena concluso, Mao scrisse La grande unione delle masse popolari, dove sosteneva:

Chi sono le masse popolari?
Noi siamo contadini, perciò vogliamo unirci a tutti coloro che coltivano la terra…
Noi siamo operai, perciò vogliamo unirci a tutti coloro che svolgono il nostro stesso lavoro…
Noi siamo studenti. … Siamo già nel XX secolo…
Noi siamo donne. Anneghiamo più di tutti in un oceano di sofferenza! …
Vogliamo formare un’unione di noi donne!

Questo scritto forma la base della linea di massa a cui il Partito comunista cinese si è appoggiato per dare progressivamente forma alla propria politica di massa: “Tutto per le masse; appoggiarsi alle masse in ogni attività; venire dalle masse, andare alle masse”. La linea di massa non trova eguali negli altri partiti: essa non è solo uno slogan politico, ma anche l’accurata definizione di una politica rivoluzionaria organica.

Il Partito comunista cinese nacque dopo la fine del Movimento del Quattro maggio nel 1919, come avanguardia della classe operaia e guida delle masse verso la rivoluzione comunista. Prima della guerra contro il Giappone e poi contro il Kuomintang, il Partito comunista cinese disponeva di forme organizzative piuttosto vivaci e dalle molteplici sfaccettature: unioni studentesche, scuole serali, squadre che andavano a stabilirsi nelle fabbriche, sindacati, leghe contadine e unioni femminili erano fra le più comuni. Gli intellettuali e gli studenti progressisti, per esempio, fondarono società di studio del marxismo all’interno delle università. Studenti dell’Università di Pechino, fra cui Deng Zhongxia, aprirono una scuola serale per i ferrovieri della fabbrica n. 27, nella periferia della città. Deng Zhongxia ed altri capi operai dettero inoltre vita a un sindacato per organizzare le lotte dei lavoratori, a simboleggiare anche la nascita, in Cina, del movimento operaio con la partecipazione dei gruppi marxisti. Analogamente, Mao si recò alle famose miniere di carbone di Anyuan, dove gli operai fremevano per l’organizzazione di un movimento di lotta. Dalla pratica degli studenti di sinistra di andare nelle fabbriche per organizzare gli operai scaturì una fondamentale massima della tradizione rivoluzionaria: “mangiare con gli operai, vivere con gli operai, lavorare con gli operai”. L’autotrasformazione di sé in operai costituì la “politica del corpo” dell’alleanza operai-studenti avente per obiettivo il cambiamento della società.

Il 26 dicembre 2018 alcuni delegati del Gruppo di solidarietà con gli operai Jasic si recarono a Shaoshan in occasione dell’anniversario della nascita di Mao. Tutti gli studenti presenti alla commemorazione sono stati poi arrestati o espulsi. Il metodo rivoluzionario di Mao non comprendeva solo la linea del partito di tipo leninista, ma anche la linea di massa. Il Gruppo di solidarietà ha prestato a questo punto la massima considerazione e infatti aveva invitato gli studenti, gli operai, i contadini, i netizen di sinistra, i quadri in pensione, i giornalisti, gli artisti e tutti gli altri attivisti a sostenere la lotta della Jasic. Per molti degli studenti che hanno partecipato a quella battaglia, la rivoluzione cinese del 1949 non è stata la vittoria finale della rivoluzione comunista; al contrario, il 1949 ha significato l’apertura di un nuovo capitolo in cui continuare la rivoluzione secondo le condizioni della nuova epoca. Fondamentalmente, la rivoluzione cinese del 1949 è una rivoluzione incompiuta. Essa è stata un prodotto del “socialismo in un solo Paese”, in un nuovo ordine mondiale che la vedeva accerchiata da potenti Stati capitalisti. Il Partito comunista cinese ha unificato il Paese e cacciato le forze dell’imperialismo, ma non è stato in grado di attuare una vera transizione al comunismo, il che comporta, nella fase finale della società comunista, la “auto-estinzione” del sistema partito-Stato.

Stuart R. Schram, studioso del pensiero di Mao, sottolinea che la teoria dialettica rivoluzionaria maturata da quest’ultimo considerava l’umanità, la società e l’universo nel loro inarrestabile e incessante mutamento; ciò, pur rompendo con la tradizione di pensiero sovietica, formava il fulcro del maoismo.5) Con l’aprirsi della rivoluzione socialista, Mao operò una distinzione delle forze ostili fra quelle rispetto alle quali esistevano “contraddizioni di classe” e quelle per cui valevano invece le “contraddizioni in seno al popolo”. La linea di massa e la lotta di classe furono sempre strettamente legate alla costruzione del socialismo, di cui formavano un elemento costitutivo essenziale. La continuazione della rivoluzione sostenuta da Mao non aveva meramente lo scopo di neutralizzare i nemici interni: essa chiedeva anche di portare la rivoluzione a un livello ancor più profondo, risolvendo le contraddizioni in seno al popolo e fra l’uomo e la natura.

Se la rivoluzione cinese non fosse stata completata e senza una sua continuazione che la portasse sino alla fine, le forze della borghesia avrebbero trovato il modo di risorgere. In Cina, specie oggi, l’opposizione fra borghesia e classe operaia si ripresenta con la stessa forma assunta storicamente dalla contraddizione fra burocrazia e masse. In verità, comunque, tutti questi scontri non sono altro che contraddizioni di classe. La lotta alla Jasic si è sviluppata in tale contesto storico, e questo spiega anche perché gli studenti di sinistra si autodefinivano “bravi allievi del presidente Mao” (Mao zhuxi de hao xuesheng 毛主席的好学生). Nel corso della lotta, gli attivisti hanno messo attentamente in pratica una forma organizzativa fondata sulla linea di massa: sono entrati nelle fabbriche e hanno studiato e vissuto con gli operai; hanno mantenuto buoni rapporti con gli operai, aperto centri operai, lavorato nelle zone industriali, preparato workshop sui diritti legali e attività di empowerment culturale. Allo stesso tempo, hanno fondato le società di studio del marxismo nelle università e reclutato nuovi studenti, che hanno poi mandato a loro volta nelle zone industriali, dove sono entrati in fabbrica per lavorare o si sono legati alle attività degli operai. La loro fede nel comunismo marxista e il loro ricorso a un’analisi di classe hanno strutturato e sostenuto la loro organizzazione su molteplici piani diversi (multi-site organizing).

Nel suo messaggio di capodanno 2019, il Gruppo di solidarietà con gli operai Jasic ha scritto:

In primo luogo, i giovani operai emersi nel corso della lotta alla Jasic hanno profondamente compreso la situazione della classe operaia, il suo collocamento nello strato più basso della società e l’oppressione che subisce, e hanno anche profondamente compreso la vera via d’uscita che si prospetta per questa classe: la lotta unitaria. …

In secondo luogo, la lotta alla Jasic è stata una grande unione (da lianhe 大联合)6) delle forze della sinistra, una grande unione delle forze sociali giuste. Nuovi operai, studenti di sinistra, vecchi operai, compagni anziani, persone impegnate in attività di interesse pubblico e di difesa dei diritti dei lavoratori, chiunque sia dalla parte dei diritti degli operai nei fatti e non solo a parole, si sono uniti nel corso di questa lotta. … È la prima volta da decenni che si vede un’unione di così vaste dimensioni.

In terzo luogo, la lotta alla Jasic ha portato alla nascita di un’organizzazione sul modello del Gruppo di solidarietà, un successo concreto dell’unione di sinistra. Il Gruppo di solidarietà ha fatto proprio il principio secondo cui “dove c’è oppressione, c’è solidarietà”…

Nell’anno a venire, il Gruppo di solidarietà con gli operai Jasic si batterà fino in fondo al fianco di tutte le altre masse oppresse!

Benché questa organizzazione spontanea sia stata repressa e annientata, non si può certo dire che sia morta di morte naturale. Promuovere scuole serali imitando i primi comunisti o sostenere le lotte per la difesa dei diritti degli operai aprendo centri per i lavoratori o ONG del lavoro sono vie ormai impraticabili; se persino il tentativo degli operai Jasic di costituire un sindacato sotto la direzione della Federazione nazionale dei sindacati è stato sconfitto a sua volta, è venuta meno anche la tattica di condurre lotte legali attraverso il sistema sindacale del partito-Stato. Nonostante la stragrande maggioranza degli studenti sia stata colpita dalla repressione, il principio di mangiare, vivere e lavorare insieme agli operai si è ben radicato nell’attivismo studentesco. Finché persiste lo scontro di classe, la forma organizzativa basata sulla linea di massa di Mao non potrà che rifare la sua comparsa.

Conclusioni

Oggi l’ideale del comunismo sembra essersi vaporizzato, ma la lotta per la sua realizzazione non è certo scomparsa: è anzi la fonte storica della lotta alla Jasic, e la rivendicazione del sindacato ne è la forma espressiva. Gli operai e gli attivisti studenteschi hanno sfidato l’ideologia ufficiale e la macchina statale. Benché ciò abbia portato al loro arresto, l’aspetto più importante è che ha preso forma un’unione degli operai con gli studenti di sinistra. Il tetro futuro che si prospetta per la Cina dopo il rapido sviluppo economico, il monopolio del capitale e una sempre più squilibrata distribuzione della ricchezza hanno fatto sì che, nel parlare comune, la giovane generazione di cinesi venisse chiamata “la generazione presa a pugni” (bei aida de yidai 被挨打的一代). Malgrado ciò, nel corso della lotta alla Jasic, è emersa una schiera di giovani avanzati disposti a entrare attivamente nel movimento operaio. I membri del Gruppo di solidarietà erano tutti studenti nati dopo il 1990, carichi di ideali di sinistra e decisi a rinunciare a tutti i privilegi portati dalla propria istruzione elitaria, che hanno deciso di entrare nelle fabbriche e diventare operai alla catena di montaggio. Hanno sacrificato le ferie estive per recarsi nelle zone industriali e portare il proprio sostegno al movimento operaio. Dalle loro iniziative è stato rinnovato l’appello a realizzare l’unità di operai e studenti, nella tradizione dei movimenti radicali di sinistra diretti dal Partito comunista cinese delle origini.

La lotta alla Jasic ha aperto un nuovo capitolo storico per il movimento operaio. Il suo significato sta nell’avere consentito alla politica di sinistra di rimettersi in moto e ai rivoluzionari di continuare a battere strade inesplorate da un nuovo punto di partenza. Il ritorno alla politica di classe, al comunismo e alla linea di massa di Mao forniscono le basi necessarie al movimento operaio e studentesco cinese di sinistra. La nuova vitalità della linea di massa di Mao e della politica di classe ha superato la cornice della società civile e delle ONG del lavoro ed ha rimodellato un futuro di lotte operaie per superare il capitalismo e passare al vero comunismo.

Pun Ngai, 25 agosto 2020

Traduzione e note a cura di F.P per Sinosfere*

**Sinosfere è una rivista che si occupa di cultura cinese, intesa come l’universo molteplice e mutevole delle rappresentazioni che, viaggiando storicamente nel tempo e nello spazio, hanno variamente influenzato i particolari modi di vedere, di parlare e di sentire che informano la vita delle società cinese odierne. Creata da un gruppo di studi di storia e cultura cinese, Sinosfere vuole essere – come meglio si chiarisce in altro luogo – una piattaforma volta a esplorare e una discussione sulle dinamiche socio-culturali cinesi indagando su una logica peculiare che il governano.

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Oggi 23 settembre si è svolto di fronte il tribunale di giustizia istituzionale di Bologna il presidio in solidarietà ad Atika, donna, lavoratrice e compagna del SI Cobas, uccisa un anno fa dalla violenza brutale del suo compagno. Una violenza che Atika aveva più volte denunciato a chi, sulla carta perlomeno, avrebbe dovuto difenderla. Le sue urla sono rimaste inascoltate e ora a dover sostenere questo dolore ci sono le figlie, la famiglia e la comunità politica di cui Atika faceva parte.

 


Ci uniamo al dolore e alla rabbia e chiediamo verità e giustizia per questo femminicidio frutto del patriarcato e della violenza sistemica che questo protrae dentro e fuori le mura domestiche. Atika lo sapeva, aveva consapevolezza del suo essere donna e lavoratrice, sfruttata sul luogo di lavoro perché il suo genere di appartenenza significa, per lei e per tante , un salario più basso e condizioni lavorative poco dignitose. Atika era cosciente che il lavoro produttivo non era l'unico a sfruttare il corpo delle donne e che la libertà le era privata da un sistema che considera il lavoro di cura un momento saliente delle nostre vite di donne per potersi rinsaldare e per poter creare un divario più ampio tra i generi. Atika era consapevole che essere una donna che lotta significa autodeterminarsi e non cedere al ricatto economico di scegliere tra un lavoro di cura e un lavoro salariati, dentro ad un magazzino. Siamo di fronte al tribunale non perché pensiamo che la giustizia si proclami e si esaurisca dentro le aule istituzionali ma perché esigiamo e pretendiamo che il patriarcato venga condannato con la stessa forza e convinzione che in primis come donne autodeterminate, unite da una lotta e uno sguardo comune, possiamo esprimere.
Oltre queste squallide mura ci sono corpi che si ribellano alla violenza sistemica, con la certezza che solo organizzando la nostra rabbia possiamo chiedere giustizia per Atika e per tutte quelle donne che non hanno più voce.

 

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L’autorità svedese per le migrazioni vuole deportare Buket, dieci anni, da sola in Turchia. La ragazza curda vive a Stoccolma da sei anni. 70.000 persone in Svezia hanno criticato la decisione e hanno chiesto la sospensione dell’espulsione.

Il caso Buket è venuto alla luce quando l’Aftonbladet ha riferito a giugno che la domanda della bambina di dieci anni era stata respinta e che sarebbe stata mandata da sola in Turchia, dove non ha parenti.

I suoi compagni di classe hanno protestato contro la decisione ed è stata avviata una campagna di firme a livello nazionale. Il deputato democratico cristiano Magnus Jacobsson ha sollevato la questione con un’interrogazione in parlamento.

Buket è stata abbandonata da sua madre quando era una bambina. Suo padre si è recato in Svezia e, dopo che la sua domanda di asilo è stata respinta, ha affidato la bambina alle cure di una zia che vive a Stoccolma. Da allora è scomparso.

A giugno è stata presentata una richiesta alle autorità per l’immigrazione di sospendere l’espulsione di Buket. Questa settimana l’Ufficio ha rifiutato di riaprire il caso. Ciò significa che la deportazione è possibile in qualsiasi momento.

Irfan Kök, marito della zia di Buket, ha descritto ad Aftonbladed la decisione dell’autorità per l’immigrazione come “terribile”. Prima c’era ancora speranza, ora la famiglia non sa cosa fare dopo.

L’opinione pubblica svedese ha reagito al piano di deportare una bambina di dieci anni da sola in Turchia con rabbia e orrore. Finora 70.000 persone hanno aderito alla campagna di firme lanciata a giugno per il diritto di soggiorno di Buket.

Ad aprile, l’attivista curdo Resul Özdemir è stato estradato dalla Svezia alla Turchia con un volo speciale. Özdemir è stato ferito durante il coprifuoco a Cizre nel 2015/2016 e ha chiesto asilo politico in Svezia. La domanda di asilo è stata rifiutata e Özdemir è stato gravemente torturato dopo essere stato deportato in Turchia.

Da Rete KurdistanRete Kurdistan

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di Raffaele Sciortino

“… alienati dalla natura, e quindi infelicissimi”
Leopardi, Zibaldone

"Non le cose turbano gli uomini ma i giudizi che gli uomini formulano sulle cose"
Epitteto, Manuale

Probabilmente solo questo autunno-inverno, a fronte di una nuova ondata pandemica o del suo affievolirsi, si capirà qualcosa in più sulla natura del covid dal punto di vista “medico-scientifico” (terreno spinosissimo questo del rapporto non lineare tra tecnoscienza, potere, capitale, informazione…). Ciò non toglie che, anche dovesse sperabilmente confermarsi la relativamente bassa letalità del virus sull’insieme delle popolazioni, il suo impatto è un fenomeno sociale di primaria grandezza legato al quadro di insicurezza strutturale dell’esistenza dentro il capitalismo globale, di cui le percezioni soggettive di paura, come sull’altro versante di scetticismo o negazione, sono manifestazione oggettiva. La pandemia - crisi sociale non solo globale ma simultanea - si sta rivelando infatti un notevole acceleratore delle particelle già discretamente impazzite del capitalismo a più di dieci anni dallo scoppio della crisi globale. Al tempo stesso è un potente rivelatore delle patologie del capitalismo all’altezza della sussunzione reale e un catalizzatore di reazioni sociali profonde. Reazioni che manifestano all’oggi tendenze contraddittorie compresenti che in parte si scontrano, in parte si intrecciano, con esiti politici indeterminati. Qui di seguito, per punti, alcune valutazioni in corso d’opera e qualche ipotesi interpretativa.

1. Doppia crisi: deglobalizzazione o crisi della globalizzazione? Usa/Cina; cambio di passo UE; keynesismi selettivi

Ad un’analisi impressionistica il coronavirus può apparire uno shock esogeno: in realtà, non solo il sistema economico globale era a inizio 2020 già sotto notevole stress, ma l’intreccio tra crisi economico-finanziaria e sconvolgimenti in senso lato ambientali andrebbe oramai considerato a pieno titolo un fattore endogeno.

Le contraddizioni sistemiche del capitalismo globalizzato, comprensive di un rapporto sempre più distruttivo verso la natura, sono la scaturigine profonda dell’intreccio tra pandemia e crisi economico-sociale da essa innescata. Questo ennesimo passaggio - che solo un inveterato economicismo potrebbe trascurare in quanto non direttamente scaturente da processi “economici” - rimanda alla disconnessione sempre più marcata tra riproduzione sistemica del capitale e riproduzione sociale complessiva.

1.1. Ciò non significa sottovalutare l’uso che i poteri sovranazionali, statali e sub-nazionali, possono fare, già van facendo di questa crisi in funzione di un più ampio controllo sulle popolazioni e/o di tentativo di rilancio dell’accumulazione su nuove basi. Ma ciò che al momento pare delinearsi è piuttosto una crisi della governance politica, ancorché differenziata per portata ed effetti nei diversi paesi e aree geo-economiche. La crisi pandemica ha prodotto una scossa tremenda in un terreno già percorso da molteplici smottamenti, costringendo i governi (e le comunità scientifiche, con significativi contrasti al loro interno) a reazioni di negazione o scetticismo prima, sorpresa e panico poi.

1.2. La pandemia ha rappresentato così l’innesco di quello che potrebbe essere il secondo tempo della crisi globale scoppiata nel 2008-9, all’incrocio tra contingenza e tendenze di fondo. L’emergenza è infatti andata a collidere in maniera violenta con i problemi lasciati irrisolti da quella crisi, che non ha visto una effettiva ripresa generalizzata basata su un forte rilancio dell’accumulazione. Non a caso, da ultimo, il barometro dell’economia mondiale segnava tempesta alla luce della guerra dazi Usa-Cina, della caduta borse nel 2018 poi tamponata con iniezioni di liquidità delle banche centrali, dei segni di recessione in Giappone e Germania, degli enormi interventi sul mercato repo della Federal Reserve statunitense negli ultimi mesi del 2019, dell’approssimarsi dell’ennesima guerra sul prezzo del petrolio, ecc.

1.3. Dietro questi segnali, precipitati nello shock produttivo e di domanda innescato dalla pandemia, si intravede un’accelerazione di tendenze generali già in atto. Contrazione del commercio mondiale, sfilacciamento delle filiere globali, riduzione degli investimenti esteri fanno il paio, sul piano economico, con l’offensiva geopolitica di Washington contro la Cina volta al decoupling almeno parziale delle due economie. Siamo allora di fronte a un’inversione del ciclo, all’inizio della de-mondializzazione? Allo stato, è forse più appropriato parlare di crisi della globalizzazione. Il punto cruciale, infatti, è che la globalizzazione non è in primis o esclusivamente una politica che si possa impunemente dismettere: è innanzitutto uno “stadio” del processo di affermazione del mercato mondiale. Certo, un processo per natura interminabile e foriero di contraddizioni esplosive che possono anche, a date condizioni, farlo deflagrare. Ora, una rottura effettiva della globalizzazione è funzione, principalmente, di quanto andrà a fondo lo scontro Usa/Cina. Washington deve bloccare e invertire l’ascesa della Cina intaccandone a fondo la stessa tenuta unitaria come stato, nel quadro di un programma di regime change globale a difesa del dominio mondiale del dollaro. La Cina è spinta dal suo stesso corso capitalistico verso una collocazione meno subordinata all’interno del mercato mondiale, che pure non punta a rovesciare né ha i numeri per dominare (i discorsi sul Secolo Cinese sono risibili). Washington deve, per le contraddizioni crescenti interne ed esterne del suo dominio mondiale, piegare quel corso alle proprie esigenze, mettendo altresì in riga gli “alleati” europei, in primis Berlino, agendo di fatto da paese revisionista dell’ordine internazionale. Ma si tratta di un processo non esente da ostacoli rilevanti e contraddizioni dirompenti. Primo: è da vedere se le multinazionali Usa possono rilocalizzare il capitale fisso investito in Cina che permette di appropriarsi della gran parte del plusvalore estratto dalla classe operaia cinese mentre, al contempo, la condizione proletaria interna agli States andrebbe a tal punto abbassata da rendere convenienti le riallocazioni. Secondo: c’è il rischio che l’incasinamento dovuto alla recrudescenza della crisi mondiale e dello scontro geopolitico possa intaccare seriamente il predominio del dollaro prima che la strategia yankee di sbaraccamento della Cina abbia successo. Terzo: è possibile una ripresa non asfittica dell’accumulazione solo incrementando l’estrazione di plusvalore a scala globale o non si sta palesando la necessità sistemica di procedere ad una distruzione massiccia del capitale fisso, ben oltre quella che avrà luogo di capitale fittizio e che ogni attore cercherà di scaricare su partner e avversari? Comunque sia, che abbia successo la strategia statunitense oppure si vada verso la disarticolazione del sistema internazionale e lo scontro bellico (tutt’altro, quindi, dalle illusioni o speranze multipolariste di molti), il mercato mondiale, anche nel pieno degli scontri più accesi, resta l’arena essenziale per l’estrazione e la realizzazione del plusvalore (tutt’altro, quindi, dalle illusioni sovraniste sulla possibilità di restaurare mercati autosufficienti a scala nazionale o regionale). Da esso non si torna indietro salvo l’esplodere di un conflitto militare mondiale che lo renda, per la durata del conflitto, impraticabile. Un conflitto, comunque, che sarebbe per una ri-spartizione del mercato mondiale stesso.

1.4. In questo quadro di disarticolazione, gli altri attori nazionali, anche pressati dalle proprie popolazioni, spingono su una ri-nazionalizzazione delle proprie politiche a fronte di una politica statunitense sempre più ostile, per i rivali, o sempre meno affidabile, per gli “alleati”. In particolare, l’Unione Europea è stretta tra lo scontro Usa/Cina, da un lato, e l’esigenza di giocare un ruolo globale in proprio, dall’altro. Ciò spiega, dopo le solite iniziali divisioni al suo interno a fronte dell’emergenza virus, il cambio di passo attuato sotto la spinta della Germania. Con l’accantonamento del patto di stabilità e il varo del Recovery Fund - che prevede una provvisoria e parziale mutualizzazione dei debiti statali dei paesi membri, certo legata a condizionalità - ci si è preoccupati, innanzitutto, della tenuta sociale dei paesi più colpiti dal covid, sul fronte meridionale della UE. In prospettiva però si punta a riorganizzare, intorno al polo egemone tedesco, la struttura produttiva e la finanza europee in funzione della competizione crescente sui mercati globali. L’obiettivo di Berlino è di preservare e rafforzare UE e euro per ovviare ai segnali statunitensi di sempre maggiore ostilità, che preluderebbero ad una maggiore sottomissione a Washington in funzione anti-cinese e anti-russa. In più, l’emissione di debito comunitario - e di debito green (sponsorizzato dalla mobilitazione gretiana) - potrebbe attirare sull’euro capitali da sottrarre al dollaro e ai Treasury Bond statunitensi e parare così il rischio speculazione già concretizzatosi con l’eurocrisi dei primi anni Dieci. Restano, però, notevoli difficoltà perché questo passaggio diventi effettivo: divisioni interne all’Europa (sfruttate da Washington, che egemonizza i paesi dell’Est Europa e potrebbe giocare contro Berlino i paesi meridionali), titubanza di Berlino a rompere con l’atlantismo e in prospettiva scontro interno tra due fronti politici, impossibilità dell’euro di fungere da moneta mondiale, ritardo enorme accumulato nella competizione digitale, assenza di una politica imperialista unitaria, e su tutto la necessità di procedere a riforme profonde che intaccheranno gli equilibri sociali interni ai singoli paesi nonché quelli tra paesi membri. Lo scontro tra Berlino e Washington andrà comunque avanti, in forme ora più aperte ora sotterranee.

1.5. Sia in Europa che negli Stati Uniti sembra comunque delinearsi un cambio di passo nelle strategie economiche rispetto alla precedente crisi. Assistiamo a misure di erogazione di liquidità (debito) a salvataggio non più solo della finanza, ma anche per interventi effettivi nella cosiddetta economia reale. Si tratta, sulla carta almeno, di massicci interventi statali di stampo keynesiano atti innanzitutto a tamponare la crisi occupazionale e a preservare gli apparati produttivi in vista di una (eventuale) “ripresa”. In prospettiva si tratterà però di incrementare la base reale del valore per sostenere con rinnovati profitti sia l’enorme bolla di capitale fittizio alimentata dall’ulteriore indebitamento statale sia l’acuita concorrenza globale. Le economie andranno incontro a ulteriori processi di ristrutturazione e concentrazione, a scala nazionale e sovranazionale, lasciando sul campo le imprese-zombie fin qui sopravvissute e parte della forza-lavoro. Gli assetti sociali, a seguito del secco ridimensionamento dei salari e dei risparmi di proletari e ceti medi salariati e del secco ridimensionamento e/o torchiatura di buona parte del ceto medio indipendente, verranno sconvolti da una profonda ristrutturazione produttiva e sociale (digitalizzazione, automazione, riconversione verde, riforma dei servizi pubblici e del welfare, ecc.). Se di keynesismo si potrà effettivamente parlare, sarà dunque ultra-competitivo e ultra-selettivo, a tutti i livelli, e niente affatto indolore per le società a misura che i debiti andranno ripagati con gli interessi. I sogni nutriti a sinistra di un rilancio e riqualificazione delle spese sociali andranno incontro a una doccia fredda.

2. Reazioni sociali: Cina; Occidente

Le reazioni sociali alla pandemia hanno rappresentato e rappresentano, nella loro diversità e mutevolezza, il terreno di posizionamento delle diverse classi, nelle diverse aree geopolitiche, rispetto al palesarsi di alcune importanti disfunzioni se non veri e propri limiti strutturali del sistema capitalistico (fragilità delle catene del valore, urbanizzazione irrazionale, infrastrutture sociali in declino, ritmi di vita iperaccelerati e patogeni, ecc.). Non va trascurato il fatto che sanità e scuola, tra i servizi più colpiti dall’epidemia, restano a tutt’oggi il pilastro welfaristico del residuo compromesso sociale in Occidente. Di qui le sparute scintille di coscienza e spinte alla mobilitazione cui abbiamo assistito. Se dall’alto le reazioni all’emergenza sicuramente vengono utilizzate - essa va altresì smuovendo le acque fin qui stagnanti di una società traumatizzata da dieci anni di crisi. Le classi si lasciano “manipolare” finché si tratta di ordinaria amministrazione del compromesso sociale dato, ma non si ingannano quando eventi cruciali lo scuotono bucando il filtro della comunicazione e della vita quotidiana normalmente sussunta ai feticci del capitale.

2.1. Partendo dalla Cina, duramente colpita nell’economia e nell’immagine dallo scoppio dell’epidemia, non si può negare che lo stato centrale ha mostrato notevoli capacità di gestione della crisi ribaltando in parte in termini di soft power le negative ripercussioni iniziali. Cruciale è stato un fattore quasi sempre trascurato nei commenti occidentali: la forte reazione comunitaria delle masse cinesi alla notizia del diffondersi del virus con conseguente pressione sui vertici statali a fronte della trascuratezza e dell’incompetenza delle autorità locali. Alla spinta dal basso si sono così affiancate le mosse di Pechino con un intervento deciso in quanto in gioco era la legittimazione del partito e dello Stato. Si è quindi trattato dell’ennesima dialettica democratica - intesa nel senso di costituzione materiale del rapporto tra proletariato, partito e Stato - con il “popolo” che ha spinto sul potere che, a sua volta, ha lanciato una campagna nello stile della “guerra di popolo”, contro il virus ma anche contro la possibilità che l’Occidente, soprattutto gli Stati Uniti, potesse approfittare della crisi sanitaria per dare un colpo alla tenuta del paese. Contestualmente, a misura che il virus si diffondeva nel mondo, il modello cinese di intervento - ovviamente condizionato nella sua rigidità dalle gravi carenze dell’infrastruttura sanitaria - ha avuto un’immediata ripercussione in Occidente nel rapporto tra popolazione e rispettivi governi fissando quasi un benchmark nella gestione della crisi epidemica. (L’Italia, primo paese occidentale colpito duramente dall’epidemia, è stato anche il primo ad adottare un lockdown rigido ancorché non totale). È come se la Cina avesse con ciò lanciato un messaggio universalistico - fin qui prerogativa dell’Occidente - non declinato sui diritti umani ma sulla necessità di prendere misure decise e di cooperare globalmente per superare la pandemia. Questo, insieme all’invio di attrezzatura medica, ha palesato un sottofondo politico (e geopolitico) che ha contato nello spostamento degli umori e delle reazioni dell’opinione pubblica dei paesi occidentali. In questo senso, ma per ora solo in questo senso, la spinta dal basso per una lotta efficace al virus ha alluso alle potenzialità dell’azione proletaria oltre i confini nazionali. D’altro canto la risposta di Pechino non va sopravvalutata perché l’epidemia ha messo in estrema difficoltà l’economia cinese e il suo tentativo di risalire la catena del valore. A differenza del 2008/2009, allorché le sue misure keynesiane hanno contribuito a che l’Occidente non precipitasse in una depressione economica, la Cina è oggi completamente dentro la crisi ed esposta a un indebitamento maggiore dai ritorni decrescenti. Non solo non potrà salvare l’Occidente, ma dovrà salvare se stessa e per farlo, tenendo conto della guerra economica in corso con gli Usa, probabilmente dovrà salvarsi dall’Occidente. Lo stesso patto sociale tra Stato, ceto medio e proletariato, sempre meno praticabile come scambio tra stabilità politica e crescita economica, dovrà mutare, con quanto ne seguirà in termini di instabilità interna che andrà ad aggiungersi a quella internazionale (v. vicenda di Hong Kong).

2.2. In Occidente ha inizialmente prevalso lo sconcerto di fronte al fatto che un virus sconosciuto potenzialmente letale non sia restato confinato alle periferie del mondo. Al di là di atteggiamenti anche molto differenti, quello che è emerso è che per ampi settori di popolazione il modo di vivere quotidiano di occidentali non è più percepito come sicuro. Con un gioco di rimando rispetto all’incertezza complessiva e profonda prodotta da dieci anni di crisi e all’attitudine meno positiva, se non in certi settori del tutto negativa, verso gli effetti della globalizzazione. Su queste basi - che non sono solo soggettive, rappresentando l’incertezza oramai una condizione strutturale - il virus pur avendo fin qui quasi sempre mostrato una letalità più bassa del temuto ha avuto e sta avendo un impatto sociale notevole dagli effetti ancora non ben calcolabili. Tale situazione ha rimesso in moto la testa e la pancia di proletari e ceti medi e potrebbe aprire a domande inaspettate. Presa d’atto dello stato disastroso dei sistemi sanitari; percezione del montante clima neomalthusiano verso anziani e malati in genere; frattura, all’interno dello stesso mondo di chi vive del proprio lavoro, tra ragioni inderogabili dell’economia da un lato e cura della vita e della salute dall’altro; riflessioni, seppur solo accennate, sulla forma del vivere che ci ha portati a questo punto; dubbi se il sistema di poteri “plurale” e “democratico” sia veramente al servizio della comunità; distinzione che si fa strada tra bisogni “essenziali” e no; domanda su cosa è essenziale produrre, come distribuirlo senza mettere a rischio la salute: tutto ciò attiene ad alcuni nodi importanti del rapporto tra riproduzione sociale e riproduzione sistemica capitalistica. Contestualmente si è fatta strada la richiesta dal basso di venire incontro all’esigenza di reddito per chi ne è rimasto privo attingendo al capitale complessivo accumulato - in forma monetaria e soddisfatta dallo stato, dunque tutta interna al rapporto di capitale - e non lasciare completamente al mercato produzioni e servizi indispensabili. In germe, quindi, una serie di esigenze almeno parzialmente in contraddizione con le necessità del capitale per come si è strutturato negli ultimi decenni: esse hanno segnalato un’istanza in senso lato di classe niente affatto scontata alla luce dell’interiorizzazione proletaria della “naturalità” del capitalismo, e in particolare delle ragioni superiori dell’impresa. Almeno nel periodo di percezione del maggior rischio sanitario, la cifra generale degli umori e delle (minime) pratiche dal basso è stata quella di far pressione sullo Stato a tutela della salute collettiva, o di mobilitarsi in questo senso laddove i governi non sono venuti incontro a tali richieste, per una sorta di socialismo rozzo emergenziale. Il tutto accompagnato in alcune imprese private da scioperi spontanei per la sicurezza dei lavoratori e da una spinta allo smart working per la protezione della salute in ampi settori di ceto medio salariato, pubblico o autonomo. In sintesi, mentre il virus si è incaricato di mettere a nudo alcune patologie della nostra società, dominata dall’industrializzazione della vita, le reazioni sociali emergenti in senso al proletariato hanno innescato - confusamente e non senza sofferenze e contraddizioni legate alle misure di restrizione delle libertà individuali e al carico riproduttivo gravante sulle donne - un bisogno di comunità che è giunto, anche solo per poco, a mettere l’economia in secondo piano rispetto alla vita. Riproduzione della specie contro mera riproduzione della forza-lavoro.

3. Di nuovo neopopulismi?

Le reazioni sociali alla pandemia - tanto più se questa non scomparirà così presto - rappresentano dunque un passaggio forte senza che per questo, sia chiaro, si delinei una crisi ingestibile per il capitale. In quale direzione si va? Per alcuni aspetti la situazione sembra confermare in Occidente la dinamica del neopopulismo1 - come terreno nuovo della contraddizione di classe una volta esauritosi il movimento operaio classico - impostosi nei paesi imperialisti con la crisi globale. A patto di focalizzarsi non sulle espressioni organizzative contingenti, ma sul con/fuso intreccio tra istanze classiste e comunitarie-nazionali, espresse in senso ora cittadinista ora sovranista, segno della profonda trasformazione dei rapporti di classe. Infatti, pur nell’inedito contesto di doppia crisi, epidemica e economica, ri-vediamo all’opera queste istanze nella loro ambivalenza:

- la rivendicazione di sovranità sulla vita: salute contro economia, possibile non al singolo ma alla comunità, che preme sullo Stato affinché esso disciplini gli interessi egoistici privati facendosi portatore delle esigenze della riproduzione sociale - nell’ambivalenza della rivendicazione cittadinista di uno Stato di tutti;

- la presa di distanza nei comportamenti, ancorché parziale e provvisoria, dall’individualizzazione del rischio - dispositivo neoliberista di scarico delle responsabilità sociali sul singolo lasciato a se stesso - che ha riproposto il nodo della costruzione di una responsabilità comune. La situazione drammatica ha costretto a reagire non come il singolo ma come singoli al plurale, premessa di un non scontato corso sociale in controtendenza all’atomizzazione fin qui imperante, ma non senza la pericolosa contropartita di un controllo delegato al potere statale, illusorio surrogato della comunità che si nutre dei limiti di questa;

- la dinamica di classe che ha visto settori (minoritari) di proletariato manifatturiero e dei servizi farsi sentire, anche con scioperi, contro il disprezzo delle imprese per la vita della gente e a fronte della diversa incidenza e letalità del virus a seconda dei fattori di classe e razza, pur nella contraddizione chiaramente percepita tra la propria riproduzione come classe e specie umana e il diktat dell’economia che presiede alla propria riproduzione immediata monetaria;

- il senso comune interclassista della difesa comune contro il virus, pur nella crescente divaricazione tra i differenti settori e interessi del “popolo” (v. sotto § 4.);

- la crescente insofferenza, in ampi strati delle popolazioni europee, verso gli Stati Uniti, il negazionismo trumpiano, l’arroganza manifestata da Washington su tutti i piani; ma anche il rigurgito di sovranismo anti-UE a fronte dell’assenza di una strategia comune delle tecnocrazie europee nella fase iniziale dell’epidemia (ma anche il probabile riallineamento pro-UE di settori popolari a seguito dei previsti “aiuti” sconterà il fatto che la “svolta” di Bruxelles è il portato, oltreché dell’eccezionalità della situazione, proprio degli umori populisti che i governi italiano e francese in particolare hanno a modo loro raccolto per una contrattazione più dura ai tavoli comunitari).

In parte spinte spontanee, in parte istanze esplicite, queste espressioni confermano la presenza di un campo sociale nuovo, imprevisto e incomprensibile alle “sinistre”, che va molto al di là dei suoi provvisori contenitori. Quelle neopopuliste restano, comunque, fondamentalmente reazioni, non potendo incarnare nella destrutturazione della società capitalistica in corso un’alternativa di modello sociale complessivo, come invece è stato per tutta una fase con il riformismo operaio che ha accompagnato, pur tra crisi e disastri, un capitalismo con ampi spazi di espansione.

4. Slittamenti: nuove linee di faglia; secondo tempo del neopopulismo?

Gli slittamenti, le discontinuità sono però altrettanto significativi. Contro ogni ipotesi di sviluppo lineare, con la pandemia sono entrate in gioco nuove variabili. Oltre ai fattori globalizzazione e precarizzazione, sono infatti comparse nuove linee di faglia, foriere di potenziali contrapposizioni, sul terreno della difesa della salute contro il primato dell’economia, delle condizioni di lavoro più o meno “protette”, delle differenze generazionali, per nominare solo le più eclatanti. I campi sociali e politici fin qui esistenti ne risulteranno sicuramente scombussolati.

4.1 La linea di divaricazione più netta è quella emersa tra i settori, prevalentemente proletari ma anche di ceto medio salariato del settore pubblico, che antepongono la sicurezza delle proprie condizioni al lavorare per altri, da un lato, e proletari delle piccole-medie imprese impauriti dalla possibile disoccupazione, “autonomi” che vivono del proprio lavoro nel settore dei servizi alle imprese e alle persone, parte del ceto medio produttivo con possibilità di accumulazione sempre più precarie e senza effettiva indipendenza ma convinti di lavorare in proprio, dall’altro, che si oppongono a misure restrittive che impediscono o rendono difficile la prosecuzione delle attività. È in questi settori che, già durante o subito dopo la fase più acuta della pandemia, ha trovato consenso la narrazione del lockdown (effettivo o presunto) come ingiustificata dittatura sanitaria pro poteri forti, “privilegiati”, stato, ecc. (salvo poi esigere essi stessi appoggio statale a spese della comunità, per lo più sotto forma di sussidi e sconti fiscali). È un fatto che i due settori non solo hanno difficoltà a collegare le proprie istanze ma - agendo in senso opposto il nesso tra riproduzione del capitale e riproduzione della propria vita - al momento sono su fronti contrapposti. E qualitativamente differenti, caratterizzandosi il secondo settore per l’assenza dell’istanza comunitaria, l’illusione di poter tornare alla “libertà” perduta e una logica di auto-impresizzazione pur nel rancore verso il grande capitale, che va ad accaparrarsi fette di mercato a danno dei pesci piccoli. La crisi pandemica accelera dunque la scomposizione dei ceti medi e la divaricazione di una parte di essi dal proletariato. Nondimeno, l’interclassismo proprio dell’orizzonte neopopulista non lascerà affatto il posto sul versante proletario a posizionamenti classisti “puri”, andrà piuttosto a riconfigurarsi. Non sarà comunque di poco conto il fatto che, con un guizzo subito scomparso, si è vista riemergere l’importanza cruciale della collocazione direttamente produttiva del proletariato, potenzialmente in grado di bloccare l’intera riproduzione del capitale.

4.2 Altra linea di faglia, ancora sotto traccia, è quella che va scavandosi tra le generazioni. In particolare, tra giovani e adulti fin qui poco toccati dal rischio virus e quanti tra i più anziani hanno o la possibilità di meglio autotutelarsi o vengono di fatto spinti verso una forma di (auto)segregazione, in un montante clima neo-malthusiano. In effetti, l’attitudine della massa dei giovani di fronte alla pandemia - oscillanti tra “senso di responsabilità” verso i più fragili e comportamenti “liberatori” rigorosamente individuali o amicali nell’ambito di un consumismo da eventi compensativo - non segnala al momento un ripensamento della propria misera collocazione in questa società, tra l’essere riserva di lavoro precario e fruitori di consumi inutili o distruttivi, né dei possibili modi alternativi di socialità. Sembra il loro ancora un immaginario legato alle aspettative di “ceto medio in formazione” - puoi essere tutto ciò che saprai essere - con credito facile e arricchimento accessibili in funzione della meritocrazia dell’intelligenza. Immaginario cui continua a contribuire l’istituzione scolastica con la subalternità controproducente degli insegnanti, i quali hanno da tempo costruito la loro identità sull’illusione di essere vettori insostituibili (?) della mobilità sociale (?) dei propri studenti. È sperabile che la crisi pandemica inizi a scuotere tutto ciò. Certo, l’ordine secco impartito dalle imprese - per le quali la scuola di massa, al di là di ogni retorica sulla formazione, deve fungere prevalentemente da parcheggio per i figli della propria forza-lavoro - a “riaprire” le scuole quali che siano le condizioni di sicurezza, la dice lunga su quello che il capitale prepara più in generale per il ceto medio salariato delle infrastrutture pubbliche. Del resto, il peggioramento complessivo della condizione dei lavoratori - quale migliore occasione di una crisi dovuta a cause “naturali”?! - è l’obiettivo di un possibile uso capitalistico anche della faglia generazionale, con i giovani che potrebbero essere scagliati contro i “vecchi privilegiati” nel tentativo delle imprese di trovare per una propria rivitalizzazione nuove riserve di energia disponibili a basso costo. Dumping generazionale in vista in una società capace solo di sprecare e bruciare le energie della gioventù, ma anche nascosto potenziale di quest’ultima.

4.3 In questo senso giocano anche i limiti delle reazioni di chi, per lo più salariato, ha cercato di opporsi alle “ragioni” dell’impresa e al social-darwinismo di alcuni governi:

- non si è andati molto oltre la difesa immediata della salute nell’illusione diffusa di tornare a “come si era prima” o, almeno, di poter minimizzare i danni con richieste categoriali puramente economiche (verso cui, nella migliore delle ipotesi, spingono i sindacati);

- lo stesso soggetto che ha spinto per misure restrittive è facile che spinga ora per la riapertura delle attività economiche, vuoi perché preso dalla drammaticità delle prospettive occupazionali vuoi per una mutata percezione della soglia del rischio sanitario (“col virus si deve convivere”);

- è forte la delega allo Stato per le misure di prevenzione del rischio e poi di difesa del reddito; anche se non c’è una richiesta di un “potere forte”, i governi sapranno utilizzare tale legittimazione per far passare a tempo debito l’inevitabile socializzazione delle perdite sulla base del richiamo all’unità di tutti nei sacrifici;

- non c’è chiarezza sulle cause prettamente sociali della pandemia (non, ovviamente, del virus) legate al modo di produzione capitalistico.

Tutto ciò potrebbe risospingere quella parte di proletariato ancora legata al residuo compromesso sociale nella passività o, peggio, accodarlo nei confronti di quei settori di capitale più concentrati che dell’emergenza epidemica puntano a fare il trampolino di lancio per ricette economiche shock; mentre i settori meno “protetti” cadrebbero in balia, senza peraltro capacità di condizionamento, del sovranismo (in Europa, al momento, più di facciata e filo-americano) della piccola borghesia portata alla rovina dal grande capitale.

4.4 Altri slittamenti prefigurano invece, per lo meno in Europa, potenziali ma non scontati passaggi in avanti nella chiarificazione dei rapporti di classe e nel posizionamento proletario:

- mentre nella prima fase del neopopulismo lo scontro, per lo più ancora di umori e comportamenti elettorali, è stato globalisti contro cittadinisti-sovranisti, la doppia crisi in corso rimette sì in campo la necessità di secche misure stabilite a scala nazionale, al contempo rende evidente che la scala decisiva delle questioni, o almeno uno dei terreni fondamentali, tanto più a fronte ad una pandemia, è quella internazionale;

- emerge uno spostamento importante del disagio neopopulista dal piano fin qui prevalentemente politico - espresso dalla rivolta cittadinista contro i “corrotti” e da quella sovranista contro i poteri sovranazionali - al piano del funzionamento dell’economia e della società (lo scarso interesse in Italia per il referendum “anti-casta” è indicativo dello slittamento degli umori di massa);

- soprattutto, è in atto una divaricazione tra spinte dal basso e contenitori politici istituzionali, che si sono fin qui fatti rappresentanti dei perdenti della globalizzazione. Anche se non abbiamo ad oggi un conflitto di classe aperto - tipo mobilitazione dei Gilets Jaunes francesi2, che ha messo in crisi le pretese credenziali populiste del lepenismo di nuovo conio - la presa dell’asse sovranista (il cosiddetto populismo di destra) sul popolo è stata messa alla prova. L’esito non può non aver sollevato seri dubbi, in particolare sul versante proletario, soprattutto alla luce del sostanziale negazionismo rispetto all’epidemia dei campioni sovranisti “di destra”, costretti dagli eventi a riposizionarsi in maniera piuttosto netta nel campo della libertà di impresa e del più sfrenato individualismo proprietario (Lega italiana, AfD, conservatori brexiters, ecc.), nonostante le ragioni non sempre peregrine addotte contro il “capitalismo della sorveglianza” dalle frange “anarco-capitalistiche” di questo spettro politico. Ma anche il cosiddetto populismo “di sinistra” non se la passa molto meglio a misura che è stato ricondotto nell’alveo di politiche istituzionali centriste e europeiste (M5S, Podemos) perdendo ogni possibilità di appuntamento con il futuro.

4.5 Negli Usa la dinamica è ancor meno lineare. La crisi covid, gestita dall’amministrazione Trump al modo che sappiamo, si è intrecciata non solo con una grave disoccupazione, ma anche con la mobilitazione antirazzista scoppiata a seguito dell’assassinio di George Floyd. Con il virus che colpiva, e continua a colpire, lungo evidenti linee di classe e di colore affondando il coltello nella disastrosa situazione sociale, la questione razziale è diventata la cifra di un disagio complessivo. È l’insieme della vita sociale che si rivela sempre meno accettabile per uno spettro di sfruttati più ampio dei neri, tra guerra contro i poveri e guerra tra poveri. Grazie alla partecipazione, simpatia o anche solo attenzione che ha suscitato all’interno di settori proletari bianchi - anche di una parte degli elettori di Trump quattro anni fa - la mobilitazione antirazzista ha così iniziato a mettere in difficoltà il sovranismo trumpista, che alla base proletaria si era rivolto con la prospettiva di riconquista del primato industriale e di risparmi sulle spese per guerre lontane. Ma, va detto, difficilmente essa potrà andare all’immediato oltre questo primo, importantissimo risultato a misura che rimane incentrata sull’anti-trumpismo e sulla pur fondamentale lotta antirazzista: qui i punti di caduta sono già ben visibili nella capacità di recupero da parte del fronte democratico in termini di politiche identitarie che escludono programmaticamente di portare il conflitto su un terreno di classe, l’unico in grado di parlare al settore degli sfruttati bianchi che, piaccia o meno, resta decisivo. Trump ha così modo di rieditare, seppur in tono meno “classista”, il suo fronte con il richiamo a “legge e ordine” e la chiamata alle armi contro la Cina (condivisa, peraltro, dai democratici e, come umore, da gran parte degli elettori), dopo esser ricorso a importanti sussidi economici anti-disoccupazione (l’helicopter money che piace a tanta sinistra). Le possibilità del sovranismo di destra sono dunque tutt’altro che esaurite - così come l’imperialismo Usa non è affatto alla canna del gas. Le elezioni presidenziali, eventualmente dopo un “incidente” internazionale contro Pechino o Teheran, potrebbero serbare sorprese. Ma ciò non toglie nulla all’importanza di questa scesa in campo che lascia intravedere i contorni, pur non ben decifrabili, di una potenziale guerra di classe nel ventre della bestia imperialista.

4.6 Insomma, il passaggio in atto, assai tortuoso, potrebbe preludere a un (confuso, “sporco”) secondo tempo del neopopulismo che, ben oltre il terreno elettorale fin qui privilegiato, vedrebbe sciogliersi alcune delle ambivalenze viste nella direzione di un approfondimento delle istanze classiste proletarie e, contestualmente, della radicalizzazione di quelle sovraniste-nazionaliste, in tendenziale rotta di collisione reciproca, mentre andrebbero a bruciarsi le posizioni intermedie. Il che non significa, a breve-medio termine, la possibilità di una ripresa proletaria su basi proprie. Al di là delle situazioni specifiche, il grosso problema per uno scarto in avanti del proletariato dal posizionamento neopopulista sta nella difficoltà di creare un movimento generale anche partendo da un terreno e un settore particolari ma in grado di fare del proprio problema una questione vitale per l’ampio spettro degli sfruttati, dunque su contenuti almeno implicitamente politici (ma non istituzionali), sulla falsariga di quanto tentato dai GJ. Anche per questo non si può escludere l’eventualità di una guerra di tutti contro tutti - una guerra civile, sotterranea o palese, senza guerra di classe, anche fomentata dai diversi racket del potere - laddove i contesti nazionali dovessero implodere per ragioni economiche, geopolitiche o sociali. La confusione è grande sotto il cielo… Molto dipenderà dagli sviluppi tortuosi di una crisi a denti di sega, sì all’ingiù ma finora senza precipitazioni catastrofiche, dall’evoluzione dello scontro geopolitico tra Usa e Cina, da un’eventuale ricollocazione più autonoma della Ue - che nel caso potrebbe trascinare con sé settori già euroscettici - e, infine, dagli esiti della profonda ristrutturazione capitalistica che ha già iniziato il suo corso.

5. Ristrutturazione capitalistica

Una variabile fondamentale è data dal corso e dal ritmo che assumerà la ristrutturazione capitalistica innescata dalla doppia crisi: che cosa comporterà, e ci saranno reazioni, di quali classi e di che tipo? La sua necessità si era resa inderogabile da prima che scoppiasse la pandemia, a fronte del rallentamento produttivo dei due motori, Cina e Germania, che hanno fin qui sostenuto l’accumulazione globale. La nuova situazione rappresenta l’occasione d’oro per una terapia-shock basata su automazione, intelligenza artificiale, digitalizzazione generalizzata tramite piattaforme dei processi produttivi (anche la casa diventa luogo di produzione), logistici e riproduttivi (scuola, sanità, pubblica amministrazione, ordine pubblico, ecc.). Un futuro annunciato, non una novità assoluta: a ciò la socializzazione e l’assuefazione alle macchine digitali preparano da tempo, trasversalmente a generazioni e aree geoeconomiche. E non è detto che, in controtendenza a quanto visto finora, la trasformazione di un’altra consistente fetta di attività in lavoro direttamente digitale non susciti maggiore consapevolezza dell’espropriazione e dell’impoverimento in corso e qualche reazione di lotta.

Nel frattempo si approfondiscono i processi di centralizzazione dei capitali - Big Tech e Big Pharma in prima fila -, di messa fuori mercato dei competitori più deboli, di assoggettamento dei capitali meno concentrati: processi che vanno a incrociarsi con le acuite tensioni geopolitiche (§ 1.3-4). I processi lavorativi subiranno con le nuove tecnologie - la classica estrazione di plusvalore relativo - un’intensificazione decisa che anche in Occidente renderà superfluo molto lavoro, ne dequalificherà altro, rimescolerà le gerarchie di direzione e controllo riconfigurando i ruoli tecnici. Non solo il proletariato ma anche i ceti medi, comunque collocati, subiranno profonde trasformazioni in peggio, le riserve fin qui accumulate tenderanno ad assottigliarsi. Tanto più che la configurazione degli spazi urbani e la rendita immobiliare verranno a riconfigurarsi con le ricadute del caso su forme di vita urbane e periurbane e su fonti di reddito così come la crisi dell’economia degli eventi e del consumo culturali, se non contingenti, incideranno a fondo sulle narrazioni globaliste già peraltro non in buona salute.

Non a caso il padronato e il ceto politico più “progressisti” hanno in mente forme di compensazione come un reddito universale di sopravvivenza e la generalizzazione, ma al ribasso, delle prestazioni welfaristiche, nel mentre propugnano politiche migratorie atte ad allargare il bacino di forza-lavoro disponibile a basso costo. Che, però, questo possa bastare a superare gli assetti cosiddetti post-fordisti stabilendo un nuovo standard di valore mondiale senza previa e consistente distruzione di capitale fittizio e fisico, resta da vedere…

6. Riflessioni conclusive

Per concludere. Sullo sfondo di una vera e propria crisi della civiltà capitalistico-industriale, la vicenda covid sembra prefigurare confusamente lo scontro tra due partiti - in senso “storico”, non “formale” - quello economicista-neomalthusiano contro quello dell’individuo sociale, che sa mettere al primo posto la riproduzione della specie umana. Il primo, il partito borghese sottomesso alla valorizzazione è per ora ben saldo al potere, pur essendo percorso da contraddizioni, anche interne, sempre più dirompenti destinate ad accrescersi con l’inceppamento dell’accumulazione. Il secondo, esauritasi la parabola del movimento operaio, è allo stato molecolare e si staglia fragilissimo sullo sfondo di un confuso humus sociale. Ma ha dato segni di vita, ed è già qualcosa, in particolare su due aspetti in prospettiva fondamentali. Primo, con la reazione istintiva contro la subordinazione della vita alle ragioni del capitale una parte della classe sfruttata e oppressa, minoritaria ma sostenuta da un senso comune assai più ampio, non è scesa in campo per interessi particolari ma ha in un certo senso lottato contro se stessa come elemento del capitale, ha contrapposto, pur inconsapevolmente, la riproduzione sociale a quella sistemica, ha cozzato, senza volerlo, con i limiti della propria condizione proletaria particolare, interna al capitale, come limiti alla riproduzione della comunitàumana. In secondo luogo, ha dimostrato di saper concretamente disconnettere, sia pure per una breve parentesi, la riproduzione della vita dalla riproduzione del capitale. Si darà in prospettiva la possibilità di una presa d’atto da parte di ampie masse della crisi della riproduzione sociale complessiva, natura compresa, nel suo urtarsi contro i limiti sempre più distruttivi posti dalla riproduzione del capitale? Che tutto ciò avvenga attraverso catastrofi, economico-sociali, belliche e ambientali, sta purtroppo nelle cose: il capitale è come un vampiro, tanto più tiene quanto più i vivi diventano deboli, si ammalano, provano paura. Ma di qui si dovrà passare, e non è detto che dalla paura - una delle componenti fondamentali delle passioni umane - debbano emergere sempre solo risposte regressive. Humani nihil a me alienum puto

Note

1 V. R. Sciortino, I dieci anni che sconvolsero il mondo, Asterios 2019 e Il neopopulismo come problema, in A. Barile, Il secondo tempo del populismo, Momo 2020, dove ho abbozzato una fenomenologia incrociando le due varianti cittadinismo/sovranismo, una genealogia che rimanda alla storia del movimento operaio novecentesco e al passaggio cruciale del Sessantotto, e infine un’ipotesi teorico-politica.

2 Vedi Nicola Casale, Gilets Jaunes. La vittoria dei vinti?, Asterios 2019 e Tristan Leoni, Sur les Gilets jaunes, entrambi in rete.

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