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Articoli filtrati per data: Tuesday, 22 Settembre 2020

La Magnifica Occupata, casa delle donne transfemminista si trova al momento sotto sgombero da parte di numerose forze di polizia che hanno bloccato l'intera zona.

I plotoni della vergogna ce li mette la procura di Firenze, grazie al via libera dalla Regione, proprietaria dell’immobile che i/le compagn* si erano pres* al termine di un Freak Pride fiorentino di pochi giorni fa. Nonostante fosse appena nata, nella Magnifica si stavano già inaugurando progetti indispensabili alla salute e alla cura delle donne e di soggettività non binarie: sportelli d'ascolto, antiviolenza, spazi di accoglienza e doposcuola. La nuovissima giunta regionale targata PD di Eugenio Giani può inaugurare così il suo mandato con un vile atto di machismo repressivo.

Oltre a portar fedeltà alla politica degli sgomberi del suo compare di partito, il sindaco di Firenze, Nardella, che ad oggi può vantarsi di non sapere il numero delle famiglie che ha buttato per strada. Il nostro pensiero va aille compagn* che in questo momento stanno resistendo dentro e sul tetto. Solidarietà incondizionata!

Qui di seguito la diretta dello sgombero da Radio Blackout:

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Il presidente di estrema destra Jair Bolsonaro afferma che il Brasile è un modello di conservazione ambientale e che gli incendi si verificano "normalmente in questo periodo dell'anno".

Per il vice presidente, il reazionario (da non confondere con il conservatore) generale in pensione Hamilton Mourcao, c'è una campagna di disinformazione volta a danneggiare le esportazioni brasiliane di agroalimentare verso l'Europa e a "macchiare l'immagine del Brasile nel mondo".

Per il generale – ugualmente in pensione e soprattutto reazionario – Augusto Heleno, Ministro del Gabinetto di Sicurezza Istituzionale, quello che esiste è, sì, una campagna, il risultato dell'organizzazione "Articulation of Indigenous Peoples", controllata da sinistra e legata all'attore americano Leonardo di Caprio,che opera 24 ore al giorno per "sporcare l'immagine del Brasile all'estero".

Nel frattempo, finora gli incendi di questo mese – per lo più intenzionali, vale a dire criminali – hanno già consumato più di due milioni e mezzo di ettari, facendo scomparire almeno il 12 per cento della regione conosciuta come "Pantanal", parte della cosiddetta Amazzonia legale brasiliana. È la più grande area allagata del pianeta, e ripara (o riparava) una formidabile e incomparabile varietà di fauna e flora.

Il fumo causato dalle migliaia di fuochi ha causato una pioggia nera a Porto Alegre, nell'estremo sud del paese. Lo stesso fenomeno era atteso a San Paolo e Rio questo fine settimana.

Durante il mese di settembre dello scorso anno, 2.887 roghi sono stati registrati nel Pantanal. Nei primi quattordici giorni di settembre 2020, era quasi il doppio: 5.300.

Da parte del governo nazionale non c'è inerzia in sé: la sua azione è stata quella di inviare circa 90 soldati per combattere il fuoco e rilasciare un "bilancio di emergenza" di poche migliaia di dollari. Un'altra azione, intrapresa dall'inizio dell'anno, è stata quella di ridurre il bilancio annuale di prevenzione e controllo ambientale a meno del due per cento.

Gli specialisti in materia assicurano che l'inattività del governo, per non parlare della ripetuta avversione di Bolsonaro alla legislazione che impedisce, ad esempio, l'estrazione mineraria nelle aree protette e nelle riserve indigene, favorisca, se non incentivi, l'azione dei produttori rurali disposti e moltiplichi le aree delle loro piantagioni, principalmente soia destinata alle esportazioni.

Il palazzo presidenziale assicura che "il tentativo di agire diplomaticamente è fallito" e che d'ora in poi ci sarà una nuova politica: affrontare apertamente le ONG che "non fanno altro che attaccare il governo brasiliano per denunciare falsi e inesistenti crimini ambientali".

Tuttavia, c'è chi crede esattamente al contrario, dentro e fuori il Brasile.

In questi giorni c'è stato un record di ciò che il giornale di destra O Globo ha chiamato "pressione storica", collegando le aziende e le più grandi banche brasiliane, le organizzazioni non governative globali e i paesi europei in un energico appello al governo di Bolsonaro per ridurre immediatamente la devastazione forestale.

Mai prima d'ora, nemmeno al tempo della dittatura militare che durò dal 1964 al 1985 (e che Bolsonaro dice non esistesse), il paese subiva una tale ondata di pressione interna ed esterna.

Se le ambasciate brasiliane soprattutto in Europa avevano ricevuto lettere con avvertimenti di "grave preoccupazione" per quanto stava accadendo in Brasile dall'inizio di giugno, le minacce sono diventate più chiare e concrete.

Il governo francese, ad esempio, ha già annunciato che non aderirà all'accordo commerciale tra l'Unione europea e il Mercosur, a seguito della devastazione ambientale che si verifica in Brasile.

Un gruppo di paesi – Germania, Belgio, Danimarca, Italia, Paesi Bassi, Francia, Norvegia e Regno Unito – ha inviato al Vicepresidente Mourcao un commercio affermando che l'aumento della deforestazione "sta rendendo sempre più difficile per le imprese e gli investitori soddisfare i loro criteri ambientali, sociali e di governance".

In altre parole, il rischio di investimenti e importazioni nell'agroalimentare del paese è aumentato.

La reazione di Mourcao è stata tipica del governo di Bolsonaro: ha annunciato che inviterà gli ambasciatori di questi paesi a visitare l'Amazzonia e vedere che ciò che sta accadendo non accade.

Di Eric Nepomuceno 21/09/2020 Brasile Fonte: https://www.pagina12.com.ar/293298-brasil-modelo-de-destruccion

 

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Sappiamo che quello che scriveremo nelle prossime righe non piacerà a molti e molte, probabilmente anche alcuni dei nostri lettori abituali storceranno il naso. Crediamo comunque che sia utile provare a discutere apertamente di quanto successo nelle scorse ore, cioè la vittoria del Sì al referendum.

Non vogliamo fare i profeti del giorno dopo, né attingere alla solita sloganistica astensionista, né entrare in discussioni di diritto costituzionale, ci interessa piuttosto provare a porre alcune questioni a chi, certo con buona volontà, si è speso per l'ennesima volta in una campagna "in difesa della costituzione".

Non lo nascondiamo, il risultato di questo referendum non ci ha stupito affatto, anzi per quanto ci riguarda corrobora tendenze consolidate. D'altronde bastava mettere il naso fuori da certi ambienti per comprendere quale sarebbe stata la parabola. In tempi di pandemia, con il mondo sconvolto da una crisi economica e sociale senza pari, di cui si è appena visto l'inizio, era difficile pensare che una parte significativa dei settori popolari si sarebbe mossa per difendere il parlamentarismo con tutto il suo portato disfunzionale.

Anzi, molti di quelli che sono andati alle urne hanno votato un convinto Sì. Perché? Ed è questa la vera domanda.

Non si tratta, come certi sostengono, di ignoranza o disinteresse. Il punto è che negli ultimi anni ogni voto, che sia stato locale, nazionale o referendario ha assunto un suo pieno significato politico. Il voto viene inteso dai settori popolari, a seconda delle tornate, come un'arma per fare "male" alle controparti del momento più che come un modo per scegliere chi governerà meglio. Non è la pancia, come direbbe qualcuno, a guidare questo voto, ma molto spesso è una sorta di valutazione tattica su cosa può farci meno male, su cosa può creare più difficoltà e contraddizioni alla compagine istituzionale. Badate bene, con compagine istituzionale non intendiamo solo il governo in carica, ma in generale le articolazioni del potere, della governance e del controllo nella loro interezza.

In questo senso c'è Referendum e Referendum, e seppure il tema di quello che mandò a casa Renzi era molto simile a quello odierno, a differire sostanzialmente sono il contesto e le pulsioni materiali di chi va a votare.

Questo voto è stato spinto probabilmente da una doppia tensione: da un lato schiantare il totem della partitocrazia, senza mediazioni. Non si tratta tanto di risparmiare sul numero dei parlamentari (anche se questo aspetto ha una sua rilevanza e forza "storica" nel rapporto che c'è tra chi governa e chi è governato, specie in contesti di crisi e corruzione dilagante), ma si tratta di tagliare le rendite di un ceto che si riproduce e si riproduce contro la possibilità di una vita migliore e più degna per tutti e tutte.

Dall'altro è una questione di farsi meno male: votare no in questo momento avrebbe significato mettere in difficoltà l'esecutivo di Conte ed aprire la via ad un eventuale governo tecnico di Draghi e (per alcuni) magari addirittura a Salvini. Attenzione: questo non vuol dire che il consenso intorno all'operato del governo sia granitico, ma sicuramente chi si guarda intorno ha paura che possa arrivare di peggio e che si ripetano scenari alla Monti o giù di lì.

Nelle ultime settimane, l’attivismo dei salotti buoni della prima e della seconda repubblica unita al cicaleccio libdem stavano configurando un eventuale NO come una grande restaurazione “dei competenti”. Una prospettiva che ha fatto sognare soltanto il famoso partito della ZTL, con i centri storici delle metropoli che rappresentano le sole zone in cui il taglio dei parlamentari non ha avuto il suo plebiscito. Per quanto riguarda i restanti comuni mortali, è evidente che per quanto lo scoramento verso l’opzione grillista sia trasversale, tra inconcludenza e opportunismo manifesti, questa rivincita delle élite sarebbe stata ancora più indigesta. Se nelle redazioni dei giornali main stream si continua a esorcizzare il fenomeno neo-populista come un brutto sogno da cui ci si è ormai svegliati (primo premio al direttore di Repubblica Molinari che stamattina sente ancora “calare il vento del populismo”), sembra semplicemente che molte delle istanze di cui si è fatto portatore il M5S si stiano riarticolando e cercano una nuova forma di espressione, pur con alcune invarianze di cui un certo giacobinismo rimane la più evidente.


La sostanza del discorso è che alla maggior parte di chi lavora per vivere non gliene frega nulla della formalità costituzionale su cui si dovrebbe tenere il compromesso tra chi governa e chi è governato. Perché questo compromesso è saltato da tempo, in ogni sua sfumatura e nonostante la "costituzione più bella del mondo". Quello è un refrain del passato dove solo certa sinistra poteva ancora rimanere incastrata, lì, nella difesa del compromesso invece che guardare alla volontà di contrapposizione, in potenza, verso un sistema che non rappresenta più nessuno.

Ps. Nella foto in alto la distribuzione del Sì a Milano e Roma, abbastanza chiaro No? Allo stesso modo qui sotto la mappa del voto nazionale, evidente una maggiore convinzione nel Sì a sud.

Ita referendum

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Mentre cresceva la forza politica del SPD nella classe operaia tedesca nasceva una nuova corrente politica che cominciò a teorizzare l'idea secondo la quale era possibile costruire il socialismo in seno al capitalismo, dar luogo ad una transizione progressiva senza che fosse necessario rovesciare il capitalismo attraverso una rivoluzione, ma anche che il SPD avrebbe dovuto avere una politica estera espansionista specificamente tedesca.

Questa situazione esplose nel 1898 con la pubblicazione delle"Precondizioni del socialismo ed i compiti della socialdemocrazia" di Eduard Bernstein. L'opuscolo di Bernstein spiegava apertamente ciò che lui ed altri stavano sostenendo già da tempo: "praticamente, scriveva nel 1896 a Kautsky, noi non siamo che un partito radicale; noi facciamo solo ciò che fanno tutti i partiti borghesi radicali, se non fosse per il fatto che noi lo dissimuliamo sotto un linguaggio interamente sproporzionato alle nostre azioni ed ai nostri mezzi" . Le posizioni teoriche di Bernstein attaccavano i fondamenti stessi del marxismo nel senso che rigettavano il carattere inevitabile del declino del capitalismo . Basandosi sulla prosperità in pieno sviluppo degli anni 1890, associata alla veloce espansione colonialista del capitalismo attraverso il pianeta, Bernstein sosteneva che il capitalismo aveva superato la sua tendenza verso le crisi autodistruttive. In queste condizioni, lo scopo era niente, il movimento era tutto, la quantità doveva prevalere sulla qualità, l'antagonismo tra gli Stati e la classe operaia doveva essere superato.

Bernstein proclamò apertamente che il principio fondamentale del Manifesto comunista secondo cui i lavoratori non hanno patria, era "obsoleto". Chiamò i lavoratori tedeschi a portare il loro sostegno alla politica coloniale dell'Imperatore in Africa ed in Asia.

L'espansione veloce del capitalismo attraverso il globo, il suo massiccio sviluppo industriale, ed il suo posizionamento imperialistico, tutto ciò fece pensare alla corrente revisionista che il capitalismo sarebbe durato sempre, che al socialismo si sarebbe potuto arrivare a partire dal capitalismo ed in sua continuità, e che lo Stato capitalista avrebbe potuto servire gli interessi della classe operaia. L'illusione di una transizione pacifica dimostrava che i revisionisti erano diventati prigionieri del passato, incapaci di comprendere che un nuovo periodo storico si profilava all'orizzonte: il periodo di decadenza del capitalismo e dell'esplosione violenta delle sue contraddizioni. La polarizzazione sul lavoro parlamentare come asse dell'attività del partito, l'orientamento in favore della lotta per le riforme in seno al sistema, l'illusione di un "capitalismo esente da crisi" e la possibilità di arrivare pacificamente al socialismo attraverso il capitalismo, dimostrarono che una grande parte della direzione del SPD si era identificata col sistema. La corrente apertamente opportunista in seno al partito esprimeva una perdita di fiducia nella lotta storica del proletariato. Dopo anni di lotte difensive per il programma "minimo", l'ideologia democratica borghese era penetrata nel movimento operaio. Ciò significò che l'esistenza e le caratteristiche delle classi sociali erano messe in discussione, che una visione individualistica tendeva a dominare ed a sciogliere le classi ne "il popolo". L'opportunismo rigettava così il metodo marxista di analisi della società in termini di lotta di classe e di contraddizioni di classe; in effetti, l'opportunismo significava l'assenza di ogni metodo, di ogni principio e di ogni teoria.

La giovane rivoluzionaria, Rosa Luxemburg , arrivata in Germania nel maggio 1898 cominciò a condurre la lotta contro i revisionisti, in particolare con la pubblicazione nel 1899 del testo "Riforma sociale o rivoluzione" . In questo testo, presentando il metodo di Bernstein, confutava l'idea dell'avvento del socialismo attraverso riforme sociali, denunciava la teoria e la pratica dell'opportunismo. Nella sua risposta a Bernstein, sottolineò che la tendenza riformistica si era notevolmente sviluppata dall'abolizione delle leggi anti-socialiste e con la possibilità di lavorare legalmente. Il socialismo di Stato di Vollmar, l'approvazione del bilancio bavarese, il socialismo agrario Sud-tedesco, le proposte di compensi di Heine, la posizione di Schippel sulle dogane e la milizia, tutti costituivano gli elementi di una pratica opportunista crescente.

La Luxemburg metteva in evidenza il denominatore comune di questa corrente revisionista, l'ostilità verso la teoria:"Ciò che distingue [tutte le tendenze opportuniste in seno al partito] in superficie? L'avversione alla "teoria" e ciò è naturale visto che la nostra teoria, cioè le basi del socialismo scientifico, assegna alla nostra attività pratica dei compiti chiari e dei limiti, sia per quanto riguarda gli obiettivi da raggiungere, sia per i mezzi da utilizzare ed infine per il metodo della lotta. Naturalmente, coloro che vogliono solo correre appresso alle realizzazioni pratiche sviluppano velocemente un desiderio di liberarsi, in altre parole di separare la pratica dalla teoria".

Per lei, il primo compito dei rivoluzionari era difendere lo scopo finale. "Il movimento come tale senza legame con l'obiettivo finale, il movimento come scopo in sé non è niente, ciò che conta è l'obiettivo finale".

Attaccando Bernstein, la Luxemburg pretese anche che l'organo di stampa centrale del partito difendesse le posizioni decise dai congressi del partito. Quando a marzo 1899, il Vorwärts rispose che la critica della Luxemburg alla posizione di Bernstein, era ingiustificata, quest’ultima replicò che il Vorwärts "si trova nella situazione comoda di non correre mai il rischio di avere un'opinione erronea o di cambiare parere, un peccato che ama trovare in altri, semplicemente perché non ha mai difeso né difende alcuna opinione".

Continuando sulla stessa linea, scrisse "ci sono due tipi di creature organiche: quelle che hanno una colonna vertebrale e che possono camminare in piedi, talvolta anche correre; e ci sono altre che non hanno colonna vertebrale e non possono dunque che strisciare e arrancare". A coloro i quali volevano che il partito abbandonasse ogni posizione programmatica ed ogni criterio politico, rispose all'epoca della Conferenza del partito a Hannover nel 1899: "se ciò significa che il partito - in nome della libertà di critica - non deve prendere posizione né dichiararla per mezzo di un voto alla maggioranza, noi non difendiamo questa posizione. Dobbiamo dunque protestare contro questa idea, perché noi non siamo un club di discussione ma un partito di lotta politica che deve difendere certe visioni fondamentali".

Tra l'ala sinistra determinata, intorno a Rosa Luxemburg, e la destra che difendeva le idee di Bernstein e la revisione dei principi, c'era una "palude" che Bebel descrisse nei seguenti termini all'epoca del Congresso di Dresda del 1903: "è sempre la stessa vecchia ed eterna lotta tra una sinistra ed una destra e, tra le due, la palude. Sono elementi che non sanno mai ciò che vogliono o piuttosto che non lo dicono mai. Sono i Signori-io-so-tutto i quali, abitualmente, prima ascoltano per vedere chi dice e che cosa, e ciò che viene detto qua e là. Cercano sempre di capire dove si trova la maggioranza ed abitualmente la raggiungono. Abbiamo anche questo genere di persone nel partito (...) l'uomo che difende apertamente la sua posizione, ed almeno so dove si trova; almeno posso battermi con lui. O vince lui o io, ma gli elementi parassiti che schivano e sempre evitano una decisione chiara, che sempre dicono "siamo tutti d'accordo, sì siamo tutti fratelli", sono i peggiori. Io li combatto duramente".

Questa palude, incapace di prendere una posizione chiara, vacillava tra quelli che erano chiaramente revisionisti, la destra, e la sinistra rivoluzionaria. Il centrismo è uno dei volti dell'opportunismo. Si posiziona sempre tra forze antagoniste, tra correnti reazionarie e correnti radicali, tenta di conciliare le due. Evita il confronto aperto delle idee, sfugge al dibattito, pensa sempre che "un lato non ha completamente ragione", ma che "neanche l'altro c’è l’abbia del tutto". Considera il dibattito politico con degli argomenti chiari ed un tono polemico come "esagerato", "estremista", "sconcertante", addirittura "violento". Pensa che il solo modo di mantenere l'unità, per preservare l'organizzazione, sia quello di permettere a tutte le tendenze politiche di coesistere, ivi compreso quelle i cui obiettivi sono in contraddizione diretta con quelli dell'organizzazione. Inorridisce a prendersi in carico le sue responsabilità ed a posizionarsi. Il centrismo nel SPD tendeva ad allearsi con reticenza con la sinistra, pur rammaricandosi de "l'estremismo" e della "violenza" di quest’ultima, impedendo nei fatti che venissero prese ferme misure - come l'espulsione dei revisionisti dal partito - e che fosse preservata la natura rivoluzionaria del partito.

Rosa Luxemburg, al contrario, riteneva che il solo modo di difendere l'unità del partito in quanto organizzazione rivoluzionaria era di insistere sulla più completa esposizione e discussione pubblica dei punti di vista opposti, in un articolo del 22 settembre 1899 scriveva:

"Dissimulando le contraddizioni per "l'unità" artificiale di posizioni incompatibili, le contraddizioni non possono che raggiungere un apice, finché esplodono violentemente prima o poi in una scissione (...) Coloro che portano avanti le divergenze di posizione, e combattono le opinioni divergenti, lavorano all'unità del partito. Ma coloro che dissimulano le divergenze lavorano ad una reale scissione nel partito".

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