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Articoli filtrati per data: Sunday, 20 Settembre 2020

L’HPE gestisce la schedatura razzista israeliana della popolazione, un pilastro dell'apartheid contro i palestinesi. Deve essere aggiunta al database delle Nazioni Unite sulle imprese complici nella attività di colonizzazione illegale israeliana.

HP Inc e HP Enterprises (subentrate alla Hewlett-Packard Company) aiutano Israele a imporre un regime di apartheid al popolo palestinese. La società civile palestinese ha chiesto il boicottaggio e il disinvestimento da HP fino alla cessazione della sua complicità.

La prevista annessione formale da parte di Israele di aree della Cisgiordania occupata e la sua annessione de facto in corso sono entrambe in violazione del diritto internazionale. Mentre continuiamo ad impegnarci per fermare l'annessione da parte di Israele è importante ricordare che il regime coloniale, di occupazione e apartheid di Israele contro il popolo palestinese è vecchio di decenni. I governi così come le aziende hanno consentito e sostenuto questa oppressione e hanno contribuito ad alimentare l'impunità di Israele.

HP Inc è il fornitore esclusivo di computer dell'esercito israeliano da oltre un decennio.

HPE fornisce server per l’Aviv System, il sistema computerizzato dell'Autorità israeliana per la popolazione e l'immigrazione, che include il database Yesha, contenente informazioni sui cittadini israeliani che vivono negli insediamenti coloniali illegali di Israele in Cisgiordania palestinese occupata. L'Autorità per la popolazione e l'immigrazione adotta il sistema legislativo e politico israeliano dei tre livelli, riguardante cittadinanza, residenza, ricongiungimento familiare, naturalizzazione e carte d'identità. Questo sistema privilegia la popolazione ebraica, compresa quella degli insediamenti illegali, mentre discrimina sistematicamente i palestinesi originari del luogo in Israele così come a Gerusalemme Est, occupata e annessa dagli israeliani.

Mentre lo status di seconda classe priva i cittadini palestinesi di Israele di pieni ed uguali diritti civili e politici, così come di uguale accesso all'alloggio, al lavoro, alla salute e all'istruzione, lo status di terza classe di "residenti permanenti" priva i palestinesi di Gerusalemme Est anche del loro diritto fondamentale di vivere nella loro città.

L'apartheid israeliano si estende su entrambi i lati della Linea Verde, così come sui palestinesi in esilio. Con il suo sostegno a questo sistema istituzionalizzato di discriminazione razziale, HPE consente, traendone vantaggio, le politiche di apartheid di Israele, inclusa l'annessione formale di Gerusalemme Est, così come l'annessione de facto (e possibilmente de jure) in corso degli insediamenti coloniali della Cisgiordania occupata.

HPE inoltre controlla, traendone profitto, l'infrastruttura informatica del sistema carcerario israeliano, che detiene 4.700 prigionieri politici palestinesi, tra cui molti minori.

Uno dei detenuti politici più recenti di Israele è stato Mahmoud Nawajaa, difensore dei diritti umani e coordinatore del BDS, arrestato dalle forze di occupazione israeliane il 30 luglio 2020. Dichiarato prigioniero di coscienza da Amnesty International, è stato detenuto senza accusa dai militari israeliani per 19 giorni, sottoposto a maltrattamenti e gli è stato negato l'accesso a un avvocato per 15 giorni, prima di essere finalmente rilasciato grazie alle pressioni internazionali.

Le società HP traggono profitto da tutti gli aspetti dell'apartheid israeliano. Il loro ruolo è simile alla complicità della Polaroid con il Sud Africa durante l'apartheid. Polaroid produceva le fotografie per i famigerati libretti che i neri sudafricani dovevano portare con sé, che negavano loro la libertà di movimento. HP è la “Polaroid del nostro tempo”.

Il modo più efficace per contrastare l'apartheid e il colonialismo israeliano è l'uso di campagne mirate di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS). HP Inc e HPE sono complici dei crimini israeliani contro il popolo palestinese e devono essere ritenuti responsabili, proprio come Polaroid è stata sottoposta a pressioni per porre fine ai suoi affari con l'apartheid in Sud Africa attraverso una campagna di disinvestimento che è stata di fatto avviata dai lavoratori della compagnia negli Stati Uniti.

La campagna internazionale Boicotta HP è impegnata, al fine di far riconoscere la responsabilità delle società HP, attraverso boicottaggi e disinvestimenti di massa, fino a quando non porranno fine alla loro collusione con i crimini israeliani contro i palestinesi. Confessioni religiose hanno disinvestito da HP. Sindacati, gruppi di solidarietà e organizzazioni studentesche hanno aderito alla campagna e la stanno diffondendo nelle rispettive regioni. Il Consiglio comunale di Dublino nel 2018 ha stabilitoha stabilito la cessazione di tutti i suoi contratti con le società a marchio HP. La campagna ha organizzato nel corso degli anni con successo azioni in tutto il mondo per evidenziare la necessità che le aziende HP vengano ritenute responsabili.

Il database delle Nazioni Unite sulle società che favoriscono le colonie illegali israeliane, pubblicato nel febbraio 2020, è un passo importante verso l'adozione di misure di responsabilità efficaci contro la complicità aziendale nel processo di colonizzazione da parte di Israele, che costituisce un crimine di guerra. Chiediamo all'Ufficio dell'Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite di includere HPE nell'aggiornamento del database dell'ONU.

Ribadiamo la nostra richiesta di boicottaggi di massa di HPE e HP Inc fino a quando non porranno fine alla loro complicità nell'apartheid e nei crimini di guerra israeliani. Questa è l'unica posizione morale da prendere di fronte alle violazioni sempre più intense da parte di Israele dei diritti umani dei palestinesi e al presente tentativo di trasformare la sua annessione de facto dei territori palestinesi occupati in annessione de jure.
 

Fonte: BNC
Traduzione di BDS Italia

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La vicenda delle denunce antioperaie a Modena continua a rivelare l'aggressività del sistema che vede dalla stessa parte questure e aziende della logistica. L'assurdità di questo caso prova che la procura e la questura di Modena stanno mettendo in campo per tentare di disarticolare ogni forma di rivendicazione conflittuale dei lavoratori di questo settore necessita una risposta compatta e decisa.

ANCORA DENUNCE

Incredibile ma vero. Siamo appena usciti dalla #Questura di #Modena per comunicare la piazza del 3 Ottobre dove nazionalmente risponderemo al Maxiprocesso che vede imputati oltre 400 operai e compagni per gli scioperi nella sola Modena.

Ci hanno negato la piazza ed hanno anche approfittato per consegnare a due nostri Coordinatori (Simone ed Enrico) altre denunce pregresse.

Ovviamente la manifestazione per noi è confermata e nelle prossime giornate daremo indicazioni più chiare.

La lotta dei lavoratori e lavoratrici non si ferma!

S.I. Cobas

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Circa 20 dissidenti repubblicani nella prigione di Maghaberry rifiutano i pasti.

Stanno protestando per un prigioniero, il dottor Issam Bassalat, detenuto in un’area di isolamento Covid-19 in una parte separata della prigione. È stato ricoverato lì martedì dopo essere tornato dal Craigavon ​​Area Hospital.

Il prigioniero, di origini palestinesi, ha iniziato a rifiutare i pasti in prigione martedì sera e gli altri prigionieri si sono uniti a lui da mercoledì.

Il dottor Bassalat, una delle 10 persone arrestate nell’ambito di un’operazione contro la Nuova IRA, è in custodia cautelare con l’accusa di atti preparatori di terrorismo.

L'Irish Republican Prisoners ’Welfare Association (IRPWA) ieri sera ha detto che il dottor Issam Bassalat, che ha "molteplici complicazioni di salute", è stato detenuto in "condizioni sporche e fatiscenti" a Foyle House, che ospita prigionieri non politici. Hanno chiesto che fosse trasferito a Roe House, dove sono detenuti i prigionieri repubblicani. Il dottor Bassalat è stato messo in isolamento a Foyle House per due settimane dal suo ritorno in prigione dall'ospedale. L'IRPWA ha detto che c'era "spazio a Roe House per isolare in sicurezza Issam fino a quando i risultati di un test Covid-19 non saranno completi".

 

 

 

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A metà del 1920 la ten­sio­ne rivo­lu­zio­na­ria in Ita­lia era all’apice le mas­se era­no radi­ca­liz­za­te e dispo­ni­bi­li alla bat­ta­glia deci­si­va.

Intan­to, i pri­mi mesi del 1920 era­no tra­scor­si in un cre­scen­do di agi­ta­zio­ni mol­to radi­ca­li. La novi­tà sta­va in un diver­so pro­ta­go­ni­smo del­la clas­se ope­ra­ia attra­ver­so i Con­si­gli di fab­bri­ca che via via pren­de­va­no il posto del­le vec­chie Com­mis­sio­ni inter­ne, carat­te­riz­za­te da una maggiore col­la­bo­ra­zio­ne fra dato­ri e pre­sta­to­ri di lavo­ro. I nuo­vi orga­ni­smi, inve­ce, espri­me­va­no più spic­ca­ta­men­te gli inte­res­si dei lavo­ra­to­ri, e anda­va­no via via tra­sfor­man­do­si in embrio­ni di con­trol­lo ope­ra­io.
Gli indu­stria­li com­pre­se­ro pre­sto che ciò che era in gio­co era il pote­re nel­la fab­bri­ca. E lo espres­se mol­to chia­ra­men­te l’industriale Oli­vet­ti quan­do, nell’assemblea gene­ra­le del­la Con­fin­du­stria a Mila­no, pro­cla­mò: «In offi­ci­na non pos­so­no sus­si­ste­re due pote­ri! I gior­na­li bor­ghe­si pre­ci­sa­ro­no ulte­rior­men­te que­sto con­cet­to, se mai ce ne fos­se sta­to biso­gno: il quo­ti­dia­no La Stam­pa scris­se che gli indu­stria­li «sapen­do di difen­de­re non tan­to la loro cau­sa, quan­to quel­la dell’assetto socia­le odier­no, sono deci­si a pro­se­gui­re nel loro atteg­gia­men­to fino alle estre­me con­se­guen­ze». Gli indu­stria­li pas­sa­ro­no dun­que dal­la posi­zio­ne più con­ci­lia­ti­va tenu­ta l’anno pre­ce­den­te a una mol­to più intran­si­gen­te, espri­men­do­si aper­ta­men­te con­tro i Con­si­gli di fab­bri­ca e aspet­tan­do l’occasione per rego­la­re i con­ti.

Quest’occasione si pre­sen­tò loro quan­do il gover­no fis­sò, a par­ti­re dal 21 mar­zo, l’inizio dell’ora lega­le.

Gli ope­rai tro­va­va­no insop­por­ta­bi­le esse­re costret­ti a usci­re di casa al buio, sic­ché il gior­no seguen­te – sia­mo al 22 mar­zo – la Com­mis­sio­ne inter­na del­la Fiat deci­se di spo­sta­re le lan­cet­te dell’orologio nuo­va­men­te sull’ora sola­re. Ciò che era in gio­co non era una que­stio­ne d’orario, ma di pote­re nel­la fab­bri­ca, e la dire­zio­ne del­la Fiat, che lo ave­va com­pre­so bene, non si lasciò sfug­gi­re l’occasione e licen­ziò i tre com­po­nen­ti dell’organismo. Imme­dia­ta­men­te, i lavo­ra­to­ri sce­se­ro in scio­pe­ro riven­di­can­do­ne la rias­sun­zio­ne. Fu quel­lo che ven­ne cono­sciu­to come lo “scio­pe­ro del­le lan­cet­te".

Dopo un’intera gior­na­ta di ste­ri­li trat­ta­ti­ve, gli ope­rai, stan­chi del tira e mol­la, occu­pa­ro­no la fab­bri­ca. L’occupazione si este­se anche a un altro sta­bi­li­men­to del­la Fiat. Il 25 mar­zo, l’azienda riu­scì a far entra­re da un ingres­so secon­da­rio le for­ze dell’ordine che sgom­be­ra­ro­no la fab­bri­ca. Il 27 mar­zo, per evi­ta­re che la pro­prie­tà attuas­se la ser­ra­ta, gli ope­rai deci­se­ro di rien­tra­re al lavo­ro attuan­do però una nuo­va for­ma di lot­ta, lo scio­pe­ro bian­co, con­si­sten­te nel ral­len­ta­re for­te­men­te le ope­ra­zio­ni median­te l’ostruzionismo, in modo da abbas­sa­re di mol­to il tas­so di pro­dut­ti­vi­tà. L’azienda ne ven­ne real­men­te dan­neg­gia­ta, e così altre 44 offi­ci­ne mec­ca­ni­che in cui ven­ne attua­to lo stes­so scio­pe­ro bian­co in segno di soli­da­rie­tà.

Ripre­se­ro le trat­ta­ti­ve, ma con una novi­tà: esse furo­no avo­ca­te dal segre­ta­rio nazio­na­le del­la Fiom, Bru­no Buoz­zi, che vol­le così esau­to­ra­re di fat­to il sin­da­ca­to loca­le aven­do ben com­pre­so che il nodo di fon­do era­no i pote­ri dei Con­si­gli nel­le fab­bri­che e, in sen­so più gene­ra­le, i rap­por­ti fra gli ordi­no­vi­sti tori­ne­si di Gram­sci e gli orga­ni­smi cen­tra­li del Par­ti­to socia­li­sta. Dopo gior­ni di trat­ta­ti­va, il nego­zia­to giun­se a un pun­to mor­to. Sot­to la spin­ta del­la base ope­ra­ia, il sin­da­ca­to fu costret­to con­tro­vo­glia a pro­cla­ma­re il 14 apri­le lo scio­pe­ro gene­ra­le. Si trat­tò del più lun­go e com­pat­to scio­pe­ro mai veri­fi­ca­to­si fino ad allo­ra nel­la sto­ria del movi­men­to ope­ra­io ita­lia­no.
La dire­zio­ne poli­ti­ca del movi­men­to ven­ne affi­da­ta a un Comi­ta­to di agi­ta­zio­ne di fat­to ege­mo­niz­za­to dagli ordi­no­vi­sti. Frat­tan­to, Buoz­zi e altri sin­da­ca­li­sti non ave­va­no inter­rot­to per un solo momen­to i con­tat­ti con la con­tro­par­te padro­na­le.

Gli ordi­no­vi­sti ave­va­no com­pre­so che lo scio­pe­ro – che intan­to il gior­no 19 apri­le si era este­so a tut­to il Pie­mon­te coin­vol­gen­do 500.000 lavo­ra­to­ri – non sareb­be potu­to con­ti­nua­re all’infinito e si pose­ro il pro­ble­ma di uni­fi­ca­re la lot­ta ope­ra­ia con le agi­ta­zio­ni con­ta­di­ne che negli stes­si gior­ni si svi­lup­pa­va­no nel­la regio­ne. Ma il ten­ta­ti­vo fal­lì per l’opposizione dei diri­gen­ti del sin­da­ca­to. A que­sto pun­to, Gram­sci e i suoi nutri­ro­no l’ingenua illu­sio­ne che il Psi potes­se ema­na­re l’ordine dell’estensione a livel­lo nazio­na­le del­lo scio­pe­ro. Figu­ria­mo­ci se i diri­gen­ti rifor­mi­sti del par­ti­to vole­va­no una cosa del gene­re! Il Con­si­glio nazio­na­le del Par­ti­to socia­li­sta decise di inviare il segretario generale CGL D’Aragona, per­ché inter­ve­nis­se in pri­ma per­so­na.

Rima­sta iso­la­ta la lot­ta, il brac­cio di fer­ro fra D’Aragona e il Comi­ta­to di agi­ta­zio­ne si con­clu­se con l’affermazione del pri­mo che chiu­se con gli indu­stria­li un accor­do che scon­fes­sa­va total­men­te il ruo­lo del­le Com­mis­sio­ni inter­ne e dei Con­si­gli di fab­bri­ca. Il 24 apri­le lo scio­pe­ro fu revo­ca­to: il padro­na­to ave­va vin­to con l’aiuto dei diri­gen­ti del movi­men­to ope­ra­io.

Anto­nio Gram­sci scri­ve­rà poi che la clas­se ope­ra­ia tori­ne­se non era usci­ta dal­la lot­ta con la volon­tà spez­za­ta.

Se ne accor­se subi­to la bor­ghe­sia che ave­va can­ta­to il de pro­fun­dis del movi­men­to ope­ra­io pre­co­niz­zan­do trop­po pre­sto la fine degli scio­pe­ri poli­ti­ci. Infat­ti, il 1° mag­gio 1920, dopo soli sei gior­ni dal­la con­clu­sio­ne del­lo scio­pe­ro gene­ra­le, il pro­le­ta­ria­to tori­ne­se die­de luo­go a un’imponente mani­fe­sta­zio­ne. Il cor­teo ven­ne affron­ta­to dal­la for­za pub­bli­ca che spa­rò ad altez­za d’uomo ucci­den­do due lavo­ra­to­ri. Ma gli ope­rai rea­gi­ro­no assal­tan­do le camio­net­te dei cara­bi­nie­ri e, armi in pugno, si scon­tra­ro­no con le for­ze di poli­zia ucci­den­do un agen­te e feren­do­ne mol­ti altri.
La scon­fit­ta del­lo scio­pe­ro di apri­le raf­for­zò negli indu­stria­li la con­vin­zio­ne che solo una posi­zio­ne intran­si­gen­te avreb­be impe­di­to ai lavo­ra­to­ri di rial­za­re la testa. 
A par­ti­re dal 20 ago­sto, 400.000 metal­mec­ca­ni­ci in tut­ta Ita­lia entra­ro­no in lot­ta, dan­do vita a un’agitazione su tut­to il ter­ri­to­rio nazio­na­le.

L’ostruzionismo fu par­ti­co­lar­men­te effi­ca­ce, tan­to da far cala­re dra­sti­ca­men­te la pro­du­zio­ne (alla Fiat Cen­tro, dove lavo­ra­va­no 15.000 ope­rai, sce­se del 60%). E allo­ra scat­tò la rea­zio­ne padro­na­le.
Il 30 ago­sto, a Mila­no, ven­ne attua­ta la ser­ra­ta nel­lo sta­bi­li­men­to del­la Romeo. Su ordi­ne del­la Fiom, gli ope­rai che anco­ra si tro­va­va­no all’interno del­la fab­bri­ca la occu­pa­ro­no. Lo stes­so accad­de simul­ta­nea­men­te nei 300 sta­bi­li­men­ti di Mila­no. La richie­sta degli indu­stria­li al gover­no di inter­ven­to mili­ta­re per far sgom­bra­re le fab­bri­che ven­ne respin­ta: il pri­mo mini­stro Gio­lit­ti, vole­va evi­ta­re un con­flit­to arma­to che teme­va sareb­be potu­to sfo­cia­re in una guer­ra civi­le; ma con­fi­da­va anche sul fat­to che alla testa di quel gran­dio­so movi­men­to vi era­no diri­gen­ti rifor­mi­sti che non vole­va­no che il pro­ces­so si esten­des­se dal­le fab­bri­che ai cen­tri nevral­gi­ci del pote­re, tele­gra­fi, tele­fo­ni, fer­ro­vie, caser­me, pre­fet­tu­re. Eppu­re, quel movi­men­to si allar­gò, nono­stan­te e con­tro gli inten­ti con­ci­lia­ti­vi del­la diri­gen­za rifor­mi­sta, dal trian­go­lo indu­stria­le del nord (Mila­no-Tori­no-Geno­va) all’Emilia, al Vene­to, alla Tosca­na, all’Umbria, fino alle cit­tà di Anco­na, Roma, Napo­li e Paler­mo. Nel­la sola Tori­no qua­si 150.000 furo­no gli occu­pan­ti, 100.000 a Geno­va, 600.000 in tut­ta Ita­lia quan­do anche offi­ci­ne non metal­lur­gi­che ven­ne­ro occu­pa­te. Spon­ta­nea­men­te, nel sud del Pae­se ripre­se­ro mas­sic­cia­men­te le occu­pa­zio­ni del­le ter­re.

Una del­le novi­tà di que­sta lot­ta sta­va nel­la gestio­ne ope­ra­ia: fra lo stu­po­re degli indu­stria­li – che mai avreb­be­ro imma­gi­na­to che gli ope­rai fos­se­ro capa­ci di affron­ta­re le dif­fi­col­tà tec­ni­che del­la pro­du­zio­ne – gli occu­pan­ti mise­ro in pie­di un gigan­te­sco espe­ri­men­to di gestio­ne ope­ra­ia del­la fab­bri­ca in un set­to­re di pri­mo pia­no dell’economia capi­ta­li­sti­ca e facen­do fron­te al sabo­tag­gio atti­vo degli indu­stria­li, del­le ban­che e del­lo Sta­to. A Tori­no ven­ne crea­to un comi­ta­to per cen­tra­liz­za­re la pro­du­zio­ne, gli scam­bi e le for­ni­tu­re dei pro­dot­ti fini­ti. L’altro fat­to nuo­vo del movi­men­to di occu­pa­zio­ne era dato dal­la dife­sa degli sta­bi­li­men­ti. In alcu­ne del­le offi­ci­ne si fab­bri­ca­ro­no bom­be a mano, elmet­ti e par­ti stac­ca­te di armi. In altre, gli ope­rai si prov­vi­de­ro di mitra­glia­tri­ci. Altro­ve si ten­tò di costrui­re un auto­blin­do. Sui tet­ti del­le fab­bri­che ven­ne­ro instal­la­ti riflet­to­ri, mol­ti acces­si alle offi­ci­ne furo­no mina­ti e con­trol­la­ti da siste­mi di segna­la­zio­ne e allar­me. Lo sta­bi­li­men­to del­la Fiat Lin­got­to era dife­so da una recin­zio­ne con cor­ren­te elet­tri­ca; quel­lo di Bar­rie­ra di Niz­za da un impian­to ad aria com­pres­sa in gra­do di spa­ra­re aci­do con­te­nu­to in un’enorme vasca. La dife­sa del­le fab­bri­che era in gene­ra­le affi­da­ta alle Guar­die rosse.

Le dire­zio­ni del sin­da­ca­to e del par­ti­to, inve­ce, vole­va­no che la ver­ten­za uscis­se dal­la dimen­sio­ne poli­ti­ca (che, al di là del­le loro inten­zio­ni, ave­va assun­to) per ricon­dur­la nei suoi limi­ti riven­di­ca­ti­vi eco­no­mi­ci.

Per que­sto il 9, 10 e 11 set­tem­bre, si svol­se­ro del­le dram­ma­ti­che e tese riu­nio­ni per indi­vi­dua­re una solu­zio­ne alla vicen­da. In altri ter­mi­ni, si sareb­be dovu­to deci­de­re se l’agitazione in cor­so fos­se dovu­ta resta­re nel sol­co di una lot­ta sin­da­ca­le; oppu­re, se essa aves­se dovu­to esten­der­si per assu­me­re la carat­te­ri­sti­ca di un movi­men­to insur­re­zio­na­le.

In real­tà, il fat­to stes­so che i desti­ni di una rivo­lu­zio­ne venis­se­ro affi­da­ti a una discus­sio­ne così sur­rea­le dimo­stra, al di là di ogni dub­bio, la scar­sa con­vin­zio­ne con cui la pro­po­sta insur­re­zio­na­le era soste­nu­ta, non solo dal­la dire­zio­ne ma anche dal­le com­po­nen­ti del­la sini­stra. Di fat­to, tut­ti vole­va­no sol­tan­to usci­re da una situa­zio­ne che li ave­va posti spal­le al  muro. 

Fu così che, quan­do la dire­zio­ne rifor­mi­sta del sin­da­ca­to, dichia­ran­do­si in disac­cor­do con l’insurrezione, minac­ciò le pro­prie dimis­sio­ni in bloc­co e invi­tò la dire­zio­ne del par­ti­to socialista ad assu­me­re la gui­da del movi­men­to, quest’ultima intra­vi­de lo spi­ra­glio per usci­re dal­la dif­fi­ci­le situa­zio­ne: respin­ge­re le dimis­sio­ni del­la dire­zio­ne del­la Cgl votan­do a mag­gio­ran­za un ordi­ne del gior­no che lascia­va la gestio­ne del­la ver­ten­za al sin­da­ca­to (can­cel­lan­do­ne dun­que l’aspetto poli­ti­co) e che di fat­to met­te­va la paro­la fine alla lot­ta in cam­bio del rico­no­sci­men­to da par­te padro­na­le del prin­ci­pio del con­trol­lo sin­da­ca­le del­le azien­de.

Si trat­ta­va, natu­ral­men­te, di paro­le vuo­te. E lo capì benis­si­mo Gio­lit­ti, che fino a quel pun­to era rima­sto total­men­te estra­neo alla ver­ten­za per timo­re che una repres­sio­ne arma­ta da par­te dell’esercito potes­se sca­te­na­re la guer­ra civi­le.

Non appe­na vide che la pro­spet­ti­va insur­re­zio­na­le era sta­ta uffi­cial­men­te abban­do­na­ta dai socia­li­sti, Gio­lit­ti rien­trò in gio­co con­vo­can­do fra le par­ti una riu­nio­ne che si con­clu­se il 20 set­tem­bre con un accor­do che san­ci­va la fine dell’occupazione del­le fab­bri­che e pre­ve­de­va alcu­ni miglio­ra­men­ti eco­no­mi­ci e sala­ria­li per i lavo­ra­to­ri e la pro­mes­sa di inca­ri­ca­re una com­mis­sio­ne di stu­dio per ela­bo­ra­re un dise­gno di leg­ge sul con­trol­lo ope­ra­io.

Insom­ma, 600.000 ope­rai occu­pa­va­no le fab­bri­che, con­trol­la­va­no in armi alcu­ne gran­di cit­tà, di fat­to dete­nen­do par­zial­men­te il pote­re.

In quel set­tem­bre del 1920, la bor­ghe­sia ita­lia­na vis­se quel­la che fu defi­ni­ta “la gran­de pau­ra”, la pau­ra di per­de­re tut­to. Fra tut­ti i Pae­si del con­ti­nen­te euro­peo, fu in Ita­lia, dun­que, che si veri­fi­cò il più vio­len­to e peri­co­lo­so attac­co al suo pote­re. Il bien­nio ros­so fece com­pren­de­re ai capi­ta­li­sti che le vec­chie clas­si diri­gen­ti libe­ra­li non era­no più in gra­do di difen­de­re i loro inte­res­si. 

Dopo l’accordo del 20 set­tem­bre, le occu­pa­zio­ni dura­ro­no anco­ra per una deci­na di gior­ni, ma pro­prio in quel perio­do si veri­fi­cò il mag­gior nume­ro di scon­tri arma­ti fra gli ope­rai e le guar­die regie, con mor­ti da entram­be le par­ti. Si trat­tò in real­tà di una rab­bio­sa quan­to dispe­ra­ta rea­zio­ne da par­te del­le avan­guar­die degli occu­pan­ti alla noti­zia del­la sti­pu­la del con­cor­da­to: l’idea di dover abban­do­na­re le fab­bri­che che con tan­ti sacri­fi­ci ave­va­no tenu­to – e sen­za aver con­se­gui­to alcun rea­le avan­za­men­to poli­ti­co – appa­ri­va una bef­fa insop­por­ta­bi­le.

Già duran­te la fase del­le trat­ta­ti­ve fra sin­da­ca­ti, indu­stria­li e gover­no, la mag­gior par­te del­le fab­bri­che si era espres­sa per il rifiu­to dell’ipotesi di accor­do e per la con­ti­nua­zio­ne dell’occupazione, men­tre la par­te più arre­tra­ta degli ope­rai  pur non essen­do sod­di­sfat­ta del con­cor­da­to, votò per la sua accet­ta­zio­ne subor­di­nan­do­la a due pre­giu­di­zia­li che i socia­listi ave­va­no ela­bo­ra­to: paga­men­to del­le gior­na­te di occu­pa­zio­ne e garan­zia che la deci­sio­ne fina­le sareb­be sta­ta deman­da­ta alle assem­blee di fab­bri­ca.

Antonio Gramsci il 1ottobre 1926 su L'Unità scrisse amaramente: "Come classe, gli operai italiani che occuparono le fabbriche si dimostrarono all'altezza dei loro compiti e delle loro funzioni. Tutti i problemi che le necessità del movimento posero loro da risolvere furono brillantemente risolti. Non poterono risolvere i problemi dei rifornimenti e delle comunicazioni perché non furono occupate le ferrovie e la flotta. Non poterono risolvere i problemi finanziari perché non furono occupati gli istituti di credito e le aziende commerciali. Non poterono risolvere i grandi problemi nazionali e internazionali, perché non conquistarono il potere di Stato. Questi problemi avrebbero dovuto essere affrontati dal Partito socialista e dai sindacati che invece capitolarono vergognosamente, protestando l'immaturità delle masse; in realtà i dirigenti erano immaturi e incapaci, non la classe."

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