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Articoli filtrati per data: Saturday, 19 Settembre 2020

Ecco il disegno che Zerocalcare ha regalato al movimento No Tav per sostenere Dana di fronte all'ingiusta carcerazione sentenziata dal Tribunale di Torino.

Dal suo post su facebook: "(Lo so che la maggior parte dei miei contatti già lo sa, ma siccome su sta pagina ci stanno pure tanti che stanno fuori dalla bolla mia, tanto vale ripeterlo: Ieri mattina sono andati a prendere Dana per portarla in carcere, per scontare due anni, negandole l'accesso a qualsiasi misura alternativa, dai domiciliari ai servizi sociali. Perché ha continuato a vivere in Val Susa e perché non si è allontanata dal movimento, dopo il terribile reato di cui è accusata: aver partecipato nel 2012 all'occupazione dei caselli della Torino-Bardonecchia, consentendo agli automobilisti di passare senza pagare l'autostrada e nello specifico di aver spiegato a un megafono le ragioni di quella protesta.
Nessuno partecipa ad un'iniziativa così, a volto scoperto, senza mettere in conto che la dovrà pagare, senza alcun vittimismo. Ma è francamente difficile prevedere che la vendetta passi per due anni di galera senza misure alternative, ai danni di una persona generosa con una vita spesa a difendere il prossimo e la terra che abita.
Non vi abbiamo potuto impedire di venirvela a pigliare, ma se pensate che mo ve la lasciamo per due anni in silenzio oltre che infami siete pure scemi. Daje forte Dana.)"

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Il 16 settembre Parigi ha espulso Mehmet Yalçin, un rifugiato curdo.

Prelevato in casa da una ventina di poliziotti, martedì 15 settembre, alle 6 del mattino, la motivazione ufficiale è stato un colloquio amministrativo, mentre in realtà, una volta alla stazione di polizia dell'aeroporto di Mérignac, interrogato sulla sua situazione amministrativa e sul suo diritto di soggiorno, è stato trasferito in auto al centro di detenzione di Mesnil-Amelot, vicino all'aeroporto di Roissy, nella regione parigina. Non è stata seguita nessuna procedura e nessuno ha avuto traccia di Mehmet Yalcin: né i suoi difensori, né le organizzazioni che si occupano dei richiedenti asilo, tanto meno la sua famiglia.

È stato quindi deportato su un volo per Istanbul, dove lo aspettava la polizia di Erdogan.

Forse, un favore, per allentare la tensione sorta recentemente tra i due Paesi sulla questione delle acque territoriali e del contenzioso con la Grecia?

Non esattamente un semplice atto di cortesia comunque, visto che Mehmet Yalçin, richiedente asilo ed in Francia da 15 anni, una volta imprigionato rischia di subire maltrattamenti e torture, vista l’accusa di far parte del PKK.

Per non parlare della drammatica situazione in cui è precipitata la sua famiglia, la moglie – che ora ha perso il permesso di soggiorno – e i tre figli nati in Francia.

Niente male per la patria dei Diritti dell’Uomo.

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Ma chi è Mehemet? Cerchiamo di ripercorrere brevemente le sue vicende.

Mehmet Yalcin proviene dalla città di Varto, nel Kurdistan settentrionale.

È stato incarcerato nel 2005 in Turchia, poi rilasciato in attesa del processo con l'accusa di "propaganda per un'organizzazione terroristica".

Per questo Mehmet Yalcin, all'epoca, ha scelto la via dell'esilio ed è arrivato in Francia, a Bordeaux, nel 2006 con la moglie e i tre figli. Nonostante le sue richieste di asilo, è stato costantemente tormentato dalle autorità francesi, e più in particolare dalla prefettura della Gironda.

Sebbene dovesse essere espulso il 28 agosto e si trovasse in un centro di detenzione a Bordeaux, il tribunale amministrativo di quella città ordinò il suo rilascio, considerando che Mehmet aveva presentato una nuova domanda di asilo e che la sua detenzione continuava ad essere illegale. La prefettura ha poi dovuto rilasciargli un certificato di richiesta d'asilo che gli desse il diritto di rimanere sul territorio fino a quando il Tribunale nazionale per i diritti d'asilo (CNDA) non si fosse pronunciato. Invece, è stato messo agli arresti domiciliari. Una decisione prefettizia, ancora una volta ribaltata dal tribunale amministrativo.

Dal 13 agosto, quindi, Mehmet Yalcin era a casa, in attesa della conclusione dei lavori del CNDA.

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L’avvocato Gabriel Lassort ha pubblicamente manifestato tutto il suo stupore per la grave decisione ricordando che il suo cliente era stato “liberato per decisione del tribunale amministrativo di Bordeaux, Tribunale che aveva giudicate infondate le ragioni per la sua detenzione”.

L’espulsione di Mehemet Yalcin è stata condannata dal Consiglio Democratico Curdo in Francia (CDK-F) in quanto rappresenterebbe “una grave violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e della Convenzione di Ginevra sui rifugiati”. Soprattutto perché “la Turchia non ha nulla di uno Stato di diritto e questo la Francia lo sa bene”.

Se servisse a rispolverare la memoria, ricordiamo che ogni giorno vengono arrestati e imprigionati dal regime di Erdogan esponenti politici, sindaci, militanti di sinistra, sindacalisti, avvocati, artisti, giornalisti e insegnanti.

La stampa viene imbavagliata e le reti sociali sottoposte a continui e sistematici controlli repressivi e persecuzioni.

Per non parlare dei numerosi casi di maltrattamenti e torture ai danni dei prigionieri politici.

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La pausa imposta dalla quarantena ha momentaneamente favorito il Governo, facilitandolo ad agire con più libertà e sfacciataggine e a prendere misure che hanno favorito la banca e i grandi capitali che hanno peggiorato le condizioni economiche e di sostentamento della maggioranza della popolazione.

Non è casuale che i profitti del gruppo Aval in questo primo semestre di pandemia e di disastro economico, siano giunti a 1,1 bilioni di pesos, che nei giorni passati siano stati consegnati 370 milioni di dollari ad Avvinca e che settimane addietro il Governo abbia predisposto 117 bilioni di pesos per le banche.

In cambio, mentre si presentavano questi fatti, il Governo si è rifiutato di approvare un Reddito di Base –entrata garantita dallo stato come diritto dei cittadini per accedere a un paniere minimo di beni che gli permetta di sopravvivere-, di sovvenzionare temporaneamente le Micro e le Piccole e Medie Imprese (forniscono l’80 per cento del lavoro del paese) e a farsi carico per alcuni mesi degli affitti e del pagamento dei servizi pubblici.

Aumentano le difficoltà del governo

Nonostante ciò, nel momento in cui il governo sta concentrando tutti i poteri, ricorrendo ad ogni tipo di abusi, governando indiscriminatamente con decreti e senza controlli, -fatto che apparentemente lo mostra più rafforzato-, continua la tendenza al suo indebolimento, ora aggravato dall’acuta crisi economica che sta lasciando la pandemia, dall’aumento e dallo scoppio della violenza, dalle difficoltà dell’uribismo, dal crescente malessere e dalla trasgressione sociale.

La gestione data alla pandemia non sta lasciando ben messo questo terzo governo di Uribe; nella seconda settimana di settembre il paese occupa l’ 11° posto nella morti per covid-19 nel mondo e il settimo con più contagi, che a metà di questo mese si avvicinano ai 750.000.000.

L’attuale e prossimo quadro economico è critico, nel secondo trimestre di quest’anno si è presentata una decrescita del 15,7 per cento, in questo 2020 il Prodotto Interno Lordo sarà di -7,5, a luglio la disoccupazione è giunta al 20,2 per cento. In questi mesi molti colombiani hanno visto drasticamente diminuiti i propri introiti o non hanno avuto alcuna entrata, non hanno avuto con che procurarsi il cibo, né con che pagare l’affitto, né i servizi, né i debiti.

A partire dal primo settembre con una media di 250 morti causate dal virus, il Governo ha lasciato da parte la quarantena e ha aperto quasi tutte le attività per entrare nella cosiddetta ripresa economica, nella quale i sacrificati saranno di nuovo i settori medi e specialmente i lavoratori e gli altri settori popolari, per cui tenderà ad ampliarsi lo scontento e la trasgressione e, pertanto, le condizioni per occupare di nuovo le strade.

I massacri avvenuti in queste ultime settimane e soprattutto l’aumento dei medesimi (sono già 54 quest’anno), hanno fatto crescere nel paese la sensazione che la violenza stia aumentando e oltrepassando i limiti, per cui in questo c’è una responsabilità del governo e che questo, effettivamente, sta facendo a pezzi gli Accordi dell’Avana e le prospettive di pace. Gli assassinii di dirigenti sociali giungono a 1.000 e a 225 il numero di ex combattenti.

Tornano le giornate

Tutto quanto detto sopra tende a riattivare la mobilitazione e a rafforzare l’opposizione, seppure nei mesi della quarantena Duque aveva avuto un respiro e una relativa tranquillità. Da questo primo di settembre l’isolamento obbligatorio è stato messo da parte, il governo ha mandato la gente nelle strade, nei posti di lavoro, nei negozi, tutto, dando la priorità all’economia sulla vita.

I cortei per la Dignità di alcune settimane fa, il Canto Per La Vita convocato dagli artisti il 30 agosto, lo scenario della convocazione del 4 settembre, la carovana nazionale del 7, segnata dal Comando nazionale di sciopero, la convocazione delle reti per il 13 e quella che si sta facendo per il 23, sono gli indizi di una nuova ondata di mobilitazioni e di nuovi momenti di lotta sociale e politica, questo sarà il segno dominante dei prossimi mesi.

Combinare distinte dinamiche e forme di lotta

Le prospettive per la crisi di governabilità e per le opzioni di un nuovo Governo, non sono morte con la parentesi della quarantena, al contrario, stanno riapparendo, tendono a rafforzarsi nell’immediato futuro e si stanno rinnovando le speranze.

La mobilitazione sociale che si vede arrivare, sarà più forte e di maggior futuro se si avanza in modo convergente per l’azione e si decantano al fragore della medesima i punti convergenti che diano vita e consistenza ad un blocco di cambiamenti, che vada oltre la congiuntura e si proietti in una prospettiva più ampia di lotta, di nuovo Governo, di trasformazioni e di pace.

Nell’accumulazione e nei cammini verso questa prospettiva di Governo, sebbene siano contemplate le questioni elettorali, lo sforzo prioritario deve stare nelle dinamiche di mobilitazione, in quello del rafforzamento dell’organizzazione popolare e nell’aumento della lotta per rivendicazioni politiche e cambiamenti.

Senza escludere, né polarizzare, si dovranno combinare distinti dinamiche, espressioni e forme di lotta, di consenso con gli scenari e i percorsi che la medesima realtà sta aprendo.

Aureliano Carbonell

*Delegato negli accordi di pace tra l’ELN e il governo.

15 settembre 2020

Nodal

Traduzione di Comitato Carlos Fonseca

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Charles Chaplin nasce il 16 aprile del 1889 in un sobborgo di Londra.

La madre, Hannah, è una modesta attrice di teatro costretta, anche perchè abbandonata dal marito a portare con sé il piccolo Charlie durante le sue esibizioni artistiche. Viste le difficoltà economiche in cui si arrabatta la madre, Charlie e suo fratello Sidney, vengono affidati per due anni ad un orfanotrofio. All’età di 6-7 anni svolge il suo primo spettacolo teatrale, in sostituzione della madre, nella quale cominciavano ad evidenziarsi i primi sintomi della malattia mentale che l’aveva colpita. Le difficoltà vissute durante l'infanzia sono però decisive per lo sviluppo del suo genio artistico: Chaplin dichiarerà di essere stato notevolmente influenzato dalla miseria vissuta, dall’osservazione della malattia della madre e da tutti quei strani personaggi che attraversavano le strade di Londra. A 14 anni inizia a lavorare stabilmente nei diversi teatri della città. La sua carriera è folgorante; comincia a girare per l'Europa e per gli USA, dove poi deciderà di risiedere, prima di venirne espulso per presunte attività comuniste.

A 25 anni s’inventa Il personaggio attorno al quale costruì larga parte delle sue sceneggiature, e che gli diede fama universale, fu quello del "vagabondo" (The Tramp in inglese; Charlot in italiano): un omino dalle raffinate maniere e la dignità di un gentiluomo, vestito di una stretta giacchetta, pantaloni e scarpe più grandi della sua misura, una bombetta e un bastone da passeggio in bambù; tipici del personaggio erano anche i baffetti e l'andatura ondeggiante. L'emotività sentimentale e il malinconico disincanto di fronte alla spietatezza e alle ingiustizie della società moderna, fecero di Charlot l'emblema dell'alienazione umana - in particolare delle classi sociali più emarginate - nell'era del progresso economico e industriale.

Nel 1936 realizzò il capolavoro Tempi Moderni, splendida descrizione dell'alienazione dell'operaio in epoca di capitalismo fordista. Evidenti in tale situazione le simpatie e la solidarietà espresse per la causa operaia, in un periodo in cui dilagavano i nazifascismi . E mondiale è il successo del film, tanto da far sospettare molti, sulle due sponde dell’Atlantico, di un Chaplin eccessivamente simpatizzante con la causa del “comunismo”. Nel febbraio 1939 il viceministro degli Esteri, Richard Austen Butler, chiede ai suoi uomini di indagare sul nuovo progetto cinematografico di Charlie Chaplin a Hollywood, “Il Dittatore”, una sferzante parodia su Adolf Hitler. Londra è in ansia: il premier britannico Neville Chamberlain sta attuando la politica dell’“appeasement” nei confronti della Germania nazista.

 

I diplomatici del Consolato di Sua Maestà a Los Angeles avvicinano Chaplin a Hollywood. Riferiscono a Londra che si sta dedicando alla produzione della pellicola “con una foga che rasenta il fanatismo. Impressionano il suo odio e il suo disprezzo verso le personalità che intende mettere in satira. Il suo unico obiettivo consiste nel poter sferrare un attacco diretto a Hitler”. Si aggrappano addirittura a una legge britannica del 1917: “Non è consentito rappresentare sullo schermo personaggi viventi senza il loro consenso scritto.” Premono per poter visionare il copione prima dell’inizio delle riprese, in modo che la sceneggiatura definitiva non arrechi “offesa alcuna alla Germania”. Ma nel maggio del 1939, dalla California, gli inglesi gettano la spugna: “Riteniamo che andremmo incontro ad un immediato e definitivo rifiuto da parte di Chaplin se mai provassimo a suggerire delle modifiche al copione. E’ certo che non raggiungeremmo risultato alcuno.” L’attore reagisce pubblicamente, senza però menzionare le pressioni che arrivano da Londra: “Intimidazioni e censure non mi turbano affatto.” Durante l’estate l’Ente della censura britannica scrive: “Siamo stati molto chiari su ciò che è consentito e su ciò che non lo è. Di conseguenza Chaplin finirebbe per incolpare solo sè stesso se il film non dovesse superare l’esame della censura britannica. Sempre e quando decida di andare avanti con il suo progetto cinematografico.” Sarà solo con lo scoppio della guerra nel settembre 1939 che cambierà l'atteggiamento del governo britannico verso il film e l'autore, ora osannati da pubblico e critica.

È però nel Secondo dopoguerra che Chaplin subisce le vere e proprie persecuzioni.

Sono gli anni della caccia alle streghe, negli States il senatore Joseph Mc Carthy porta avanti una crociata anti comunista che prende di mira anche l'intellighenzia dell'industria cinematografica. L'Fbi, allora governata dal potente John Edgar Hoover, considerava Chaplin uno dei bolscevichi del salotto di Hollywood. Nel 1952, in occasione di una sua visita a Londra, un agente inglese di collegamento a Washington lancia l'allarme: secondo le ricostruzioni del Bureau americano, Chaplin aveva finanziato organizzazioni comuniste. Inoltre diversi aspetti della sua vita privata avevano suscitato clamore. I suoi due matrimoni, entrambi con ragazze di 16 anni, la decisione di adottare un figlio illegittimo e i suoi debiti con l'erario da 2 milioni di dollari. Soprattutto, faceva notare l'Fbi, Chaplin non volle mai acquisire la cittadinanza americana, nemmeno dopo aver vissuto 30 anni in quella che si auto-considerava la patria della libertà. L'MI5 scopre inoltre che una decina di anni prima (1942), a Los Angeles, Chaplin aveva presenziato a una riunione del Consiglio di amicizia sovietica americana. Invitato a sostituire un relatore aveva iniziato il suo discorso con un sospetto "Compagni..." Le parole pronunciate in quell'occasione, però, provavano le sue idee progressiste. Ciononostante Chaplin non mancò di affermare che «c'è molto di buono nel comunismo, [...] possiamo utilizzare quello che c'è di buono e lasciare da parte il cattivo». In questo periodo da fervido anti-nazista, propugna l'alleanza con i sovietici. Gli 007 della Regina, allarmati, conclusero comunque che «può essere che Chaplin abbia simpatie comuniste, ma dalle informazioni a nostra disposizione non sembra che un progressista o un radicale». Altri elementi che resero Chaplin sospetto fu la partecipazione ai funerali dello scrittore comunista Dreiser nel '45 e l'accusa di apologia di reato per Monsieur Verdoux. Nella parte finale del film infatti il sacerdote dice al protagonista colpevole di molteplici omicidi: "Possa il Signore avere pietà dell'anima tua", e Verdoux replica: "Perchè no? In fin dei conti, gli appartiene". I conservatori americani, tra cui i reduci cattolici, si scatenarono accusando Chaplin di essere irrispettoso e irriverente nei confronti della morale e della religione. Inquisito dalla Commissione per le attività anti-americane, accusato di filo-comunismo, perseguitato dal fisco, nel Chaplin scappa in Gran Bretagna, rifugiandosi poi successivamente (1962) in un tranquillo angolo della Svizzera. La condanna decisiva nei suoi confronti era arrivata infatti il 19 settembre del 1952. Chaplin e la sua nuova famiglia si erano imbarcati per l'Europa per quella che doveva essere una vacanza. Mentre si trovavano in mare il ministro della giustizia statunitense dispose per pubblico decreto che a Chaplin, in quanto cittadino britannico, non sarebbe stato permesso di rientrare nel paese a meno che non avesse convinto i funzionari dell'immigrazione di essere "idoneo". Intanto però l'America scagliava i suoi anatemi contro il traditore, cercando di boiccottarlo in ogni maniera. Un esempio riguarda l'Italia: il 22 dicembre del 1952 Chaplin sbarca a Roma: scende dalla sua auto a pochi minuti dalle 22, davanti al teatro Sistina dove sta per assistere alla prima italiana del suo film Limelight, tradotto in Luci della ribalta. La gente che affolla la zona lo saluta, lo acclama. Chaplin risponde, si leva il cappello con il suo classico gesto di eleganza. In quel momento si odono delle urla: «Sporco ebreo», grida un nutrito gruppo di giovani. Poi un fitto lancio di pomodori marci, che costringono il regista a ripararsi nel Sistina. La gente si oppone alla contestazione, la polizia interviene fermando quattro ragazzi. Si tratta di un gruppo di fascisti. La violenta sceneggiata davanti al Sistina non era altro che una delle espressioni di boicottaggio che in quei giorni, e mesi, venivano manifestate nei confronti di Chaplin. L'Italia, peraltro, si copre di ridicolo oltremanica, a causa della cancellazione degli incontri, prima accordati poi annullati, dal presidente Einaudi e dal Papa. Il Governo italiano e il Vaticano erano stati costretti a fare marcia indietro sotto pressione dell'ambasciata americana a Roma. Il caso finisce negli editoriali dei giornali inglesi. Il quotidiano Star parla di «isteria e panico anticomunista», di «crescente interferenza degli Usa nella sovranità dei Paesi dell'Europa occidentale», di come il caso italiano ne sia «paradossale esempio». A ciò si aggiunge il grottesco episodio del rettore dell'Università di Roma, che rifiuta di accordargli una prevista Laurea honoris causa. Il suo film, dopo anni di persecuzioni da parte della censura, viene interdetto dai cinema della California, e in tutti gli Stati Uniti si scatena una campagna di odio nei confronti del comunista Chaplin. «Il comitato esecutivo nazionale della Legione americana - scrive il Los Angeles Herald Express nell'ottobre del ‘52 - ha fatto richiesta a tutti i distributori cinematografici di rifiutare il film di Chaplin, fino a quando il ministero della Giustizia non decida se concedere a Chaplin il permesso di fare ritorno dall'Inghilterra». Non sappiamo se Chaplin fosse effettivamente comunista o no. Il regista era certamente dichiaratamente pacifista e ateo (Geraldine Chaplin rivelò che né lei né i suoi fratelli erano stati battezzati: suo padre, Charlie, era così profondamente ateo da non aver loro trasmesso neppure la "nozione" di Dio), oltre che ferocemente critico contro il sistema capitalistico. Il suo «errore» era stato quello di criticare dall'interno un sistema, quello americano, che vedeva nella patria, in Dio e nella famiglia i cardini del «nuovo sogno» economico e politico. Il Comitato inquisitore riuscì però a rintracciare in Chaplin gli elementi di fede comunista che cercava con ossessione, grazie al fatto che in alcuni film, e discorsi pubblici, il regista aveva affermato di credere nella pace, e che questa si sarebbe dovuta ricercare insieme all'Urss, alleata nella sconfitta del nazismo. Chaplin, che degli Usa si definiva «un ospite pagante», si era inoltre schierato senza esitazioni in favore del ricorso avanzato da due sceneggiatori di Hollywood, processati perchè «comunisti», Howard Lawson e Dalton Trumbo, ed aveva partecipato ad una manifestazione per la pace insieme all'attrice Katherine Hepburn. Ce n'era abbastanza, per i torquemada statunitensi, per identificare Charlie Chaplin nel ruolo del «rosso» da combattere. La reazione di Chaplin si concretizzò con la commedia satirica A King In New York (1957), apologo sull'ipocrisia dell'"american way of life" e presa in giro del maccartismo. Nel film un re detronizzato fa la conoscenza di New York tramite un'intraprendente pubblicitaria: viene ripreso a sorpresa dalla televisione e prova anche un carosello pubblicitario; la giovane lo convince a cambiare faccia, ma il re non è contento della sua nuova faccia, che lo rende più giovane ma gli impedisce di sorridere. Un giorno commette l'errore di ospitare un bambino prodigio figlio di due sospetti comunisti; il re viene chiamato a comparire di fronte alla famigerata commissione per le attività anti-americane, e ne esce dopo aver innaffiato i membri con un idrante; ma il bambino, per salvare i genitori, è costretto a denunciarli. Il re torna in Europa disgustato. Chaplin morì la notte di Natale del 1977. La notizia, diffusa immediatamente dalle televisioni di tutto il mondo, ebbe grande risonanza e suscitò enorme emozione. Chaplin fu il primo artista occidentale commemorato dalla Cina comunista. Per noi è semplicemente un vero compagno che è riuscito a lottare per la libertà riuscendo a far cambiare le idee della gente in meglio con la forza di un sorriso.

 

 

"Charlie Chaplin-Discorso all'umanità (sottotitolato ita)":

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