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Articoli filtrati per data: Wednesday, 16 Settembre 2020

A 6 mesi dall’arrivo in Italia della pandemia globale del Covid-19 si iniziano a delineare gli effetti a medio termine dell’ennesima crisi economica del XXI secolo.

Qualche nota sulla Legge di Bilancio 2021, i drammatici dati del mondo del lavoro e sulla polarizzazione della ricchezza ci forniscono gli elementi per inquadrare la situazione corrente e prospettica della recessione economica in corso. 

Quest’ultima è ben messa a fuoco dalla fotografia sulle previsioni di crollo del PIL, che per l’Italia si aggira intorno al 10%, mentre l’Eurozona dovrebbe fermarsi ad un – 8%. Dati ben peggiori del biennio 2007-08 quando il casinò finanziario di Wall Street generò panico, disoccupazione e povertà per centinaia di milioni di persone nell’intero globo (anni 20’ finance mode on).

 

Il circo mediatico composto da politica istituzionale, media, giornali e ‘tecnici’ dell’economia ha tentato, non invano, da un lato di ‘normalizzare’ e dall’altro di ‘eccezionalizzare’ la crisi in corso.

La natura ‘eccezionale’ è semplice, il virus è narrato come una sciagura imprevedibile che questo povero e sfortunato esecutivo si è trovato a governare, in un contesto mediatico nel quale difficilmente si trovano virologi o accademici mainstream che sottolineino il legame scientifico tra il moltiplicarsi dei Corona virus e l’intensificazione dello sfruttamento del suolo in aree sempre più vaste del pianeta.

Tuttavia, incendi, emigrazioni forzate da siccità e caldo, scioglimenti di ghiacciai e virus sappiamo essere il risultato di un modello capitalista diagnosticato come insostenibile e terminale già dagli anni ’70 (rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma del 1972, L’imbroglio ecologico di Paccino).

Un altro aspetto che ci preme evidenziare è il processo di ‘normalizzazione’ dello shock Covid, ossia il tentativo di de-politicizzare ed appiattire gli errori e gli orrori commessi dalla classe politica italiana e globale nella gestione della pandemia e, più nel dettaglio, nell’amministrazione delle risorse erogate per temperarne i suoi effetti socio-economici.

 

Oggi a sei mesi dallo scoppio della pandemia, il dibattito su sanità e scuola, per citare due settori critici nel durante e post Covid, è tornato ai pessimi livelli a cui siamo abituati da decenni.

Un’estate a parlare di banchi a posto unico a fronte di un mondo della formazione martoriato dal peggior precariato e da un’inefficienza cronica, di cui spia più evidente sono le assenze di 200.000 lavoratori e lavoratrici tra personale scolastico e didattico nelle scuole primarie e secondarie.

Discorso analogo se non peggiore riguarda la sanità, dove iniezioni una tantum tramite il ‘Cura Italia’ (marzo), ‘Rilancio Italia’ (maggio) e ‘decreto agosto’ hanno tamponato l’emorragia costante del de-finanziamento e della privatizzazione selvaggia dei bisogni essenziali (si veda la nostra inchiesta ‘il virus e la riproduzione sociale’). 

Qualche migliaio di posti di specializzazione in più e maglie leggermente più larghe al numero chiuso di medicina è il meglio che il ministro Speranza (Salute) e Manfredi (Università) siano riusciti ad ottenere.

Sarebbe tutto ridicolo, se non si parlasse delle nostre vite. 

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Torniamo al tema centrale, cosa ci aspetta nella prossima Legge di Bilancio? Cosa sta facendo la classe politica italiana per ‘normalizzare’ questa crisi ‘eccezionale’? In che modo stanno peggiorando le condizioni materiali di vita di milioni di persone?

Com’è noto, l’Italia per far fronte al lockdown ha emanato i già citati ‘Cura Italia’, ‘Rilancio Italia’ e ‘decreto Agosto’ per una cifra pari a 100 miliardi di €, circa 4 volte la legge di bilancio approvata lo scorso anno (2019). Questi provvedimenti hanno portato il rapporto deficit/Pil di quest’anno intorno al 12%, manovre rese possibili grazie alla momentanea sospensione dei vincoli di bilancio imposti dal fiscal compact e dall’espansione ulteriore del debito pubblico che, partito dal 134% del PIL, oggi viaggia verso il 160% (circa 2.500 miliardi).

 

Alla luce di queste spese, lo stesso dicastero dell’economia per voce del ministro Gualtieri ha annunciato che la manovra 2021 sarà da 20/25 miliardi senza deficit aggiuntivo, ossia senza aumentare ulteriormente il rapporto deficit/PIL. 

I più attenti ricorderanno che fino all’anno scorso nell’eurogruppo si combatteva se questo rapporto deficit/PIL dovesse essere 2.1 o 2.2 e così via.

Era il regime lacrime e sangue dell’ordo-liberismo ‘tedesco’ che vedeva nel rispetto delle regole di austerity un metodo di disciplinamento di spesa per i ‘peccatori’ del sud Europa che consentisse alla moneta unica di non vivere ulteriori speculazioni finanziarie provenienti dagli Usa. (su tali meccanismi speculativi si veda qui) 

Regole di bilancio che ovviamente non sono sparite del tutto e che già in questo settembre tornano a perimetrare l’azione del ministero dell’economia che gestisce in uscita appena 20/25 miliardi di euro. Ci si riavvicina alla ‘normalità’.

 

Una manovra da 20/25 miliardi è una miseria: Il PIL italiano del 2019 è stato di 2.000 miliardi (dati banca mondiale), l’ottava economia al mondo con il 2.28% del PIL globale, dove i patrimoni finanziari di 400.000 persone (meno dell’1% della popolazione) ammontano a 4.900 miliardi di euro (dati credit Suisse).

L’1% più ricco detiene il 22% della ricchezza totale del nostro paese. 

Certo sono cifre e storie già sentite, le ormai celebri disuguaglianze, ma metterle a confronto con l’amministrazione della povertà odierna sia delle casse dello stato sia della sua popolazione fa ancora più effetto. 

 

Sottolineato come queste risorse ‘collettive’ siano ridotte all’osso, è opportuno spendere qualche parola su come l’esecutivo 5S-PD stia progettando di distribuirle, tenendo in considerazione che il documento di economia e finanzia (DEF) dove si delineano i dettagli della futura finanziaria sarà reso noto ufficialmente solo il 26 settembre. 

In sintesi: nessun aumento dell’IVA, Reddito di Cittadinanza e quota 100 saranno confermati ancora per un anno, mentre un elemento centrale dell’accorpamento fiscale dovrebbe essere la riduzione al 36% delle due aliquote IRPEF del 38 e 41%. Nemmeno a dirlo, ai ricchi non viene toccato un centesimo.  

 

Com’è già evidenziato all’inizio dell’articolo, due voci fondamentali della spesa pubblica italiana rimarranno stabili e quindi manchevoli. Fondo ordinario per scuola e sanità non saranno sostanzialmente modificati e si dovranno per ora accontentare degli investimenti una tantum contenuti nelle precedenti manovre straordinarie, in attesa del Recovery Fund o dell’attivazione del MES. 

MES che è tornato in auge tramite il segretario del PD Zingaretti che minaccia una crisi politica dell’esecutivo in caso di mancato utilizzo delle linee di credito da 36 miliardi garantite dal meccanismo europeo di stabilità, recentemente modificato e ‘addolcito’ nelle prescrizioni di riforme che ne dovrebbero autorizzare il ricorso. Miliardi che da regolamento dovrebbero essere utilizzati unicamente per le dirette conseguenze medico-sanitarie della pandemia. 

Questo certamente non entusiasmante resoconto serve a gettare luce su quello che pensiamo sia un’asse centrale della realtà sociale e politica che vivremo nei prossimi mesi: assenza di risorse in un quadro economico che per circa 20 milioni di italiani sta assumendo tratti sempre più tragici. 

 

Dopo aver descritto l’assenza di risorse, si può descrivere il peggioramento delle condizioni materiali di vita di un terzo della popolazione tramite l’ultimo rapporto ISTAT sui dati occupazionali e reddituali. 

 

Il tasso complessivo di disoccupazione è all’8.3% (più di 2 milioni di persone), un dato ridimensionato e ‘falsato’ dal fatto che 647 mila persone hanno completamente smesso di cercare un’occupazione. I dati sulle interruzioni di rapporti lavorativi conservano ovviamente delle forti differenze per quanto riguarda fasce d’età, genere e provenienza geografica, con giovani, donne e sud Italia che subiscono il maggiore impatto della contrazione economica. Il tutto tenendo in considerazione sullo sfondo il tanto vituperato blocco dei licenziamenti bandito dal governo durante la pandemia. 

 

Questo panorama tragico viene mitigato dall’attesa messianica dell’ormai celebre Recovery Fund, circa 200 miliardi di euro elargiti dall’Europa sia a prestito che a fondo perduto che dovrebbero nelle promesse dell’esecutivo rilanciare scuola, sanità e occupazione. 

Il Recovery fund vedrà la luce nella primavera del 2021 e sicuramente rappresenta una rottura rispetto alle politiche economiche UE del recente passato (si veda qui). 

Tuttavia, andando oltre le vuote retoriche di Europa buona o cattiva e Stato affidabile o sprecone, è necessario evidenziare lo stretto connubio che si sta costruendo tra questi fondi ed i termini ‘occupazione’ e ‘investimenti’.

Confindustria, imprese infrastrutturali e rentiers vari italiani stanno compattamente portando avanti uno scontro per appropriarsi di tutto il pacchetto. “Dateci i soldi, facciamo gli investimenti, creiamo occupazione”, tradotto vorrebbero ancora una volta rilanciare i propri profitti scaricando sullo stato, o in questo caso sull’aiuto europeo, le proprie inefficienze e la progressiva incapacità di competere sullo scacchiere globale. 

Il mantra è sempre lo stesso: aiutare le imprese a creare lavoro attraverso sgravi fiscali, aiuti incondizionati, flessibilità lavorativa, e progettazione di grandi opere inutili.

Questa dialettica tra Conte e Bonomi (Pres. Confindustria) sarà la tensione principale del capitalismo italiano nei prossimi mesi. 

Da un lato vi è il governo PD-5S che si sta limitando a governare la povertà, in attesa di passare indenne le ennesime elezioni regionali e il referendum sul numero dei parlamentari, dall’altro c’è la consorteria dei 400.000 milionari che lavora incessantemente per garantire la riproduzione della propria ricchezza sulla nostra povertà.

Questo autunno deve sentire la nostra voce, gli amici sono più dei nemici. 

 

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Pubblichiamo il capitolo di Alessandro Peregalli presente nell’ebook Logistica e America LatinaLogistica e America Latina, coordinato da Into the Black BoxInto the Black Box. In fondo video dell’intervento di Peregalli alla conferenza di giugno 2019 a Bologna.

Con la nozione di operations of capital Sandro Mezzadra e Brett Neilson hanno aperto un’importante prospettiva teorica per leggere le tendenze del capitalismo contemporaneo e le loro conseguenze nei rapporti tra capitale e politica. In America Latina, essa ci permette di riscattare i contributi sorti negli ultimi anni al calore delle resistenze contro il «neo-estrattivismo» in una chiave più complessa, dove la dimensione dell’estrazione si connette con le logiche della finanza e della logistica. Questo intervento si propone di analizzare le articolazioni tra estrazione, finanza e logistica nel progetto di interconnessione logistica IIRSA.

Estrazione, finanza e logistica nella fase neoliberista

Da quando la crisi d’inizio anni ‘70 ha messo definitivamente fine al paradigma fordista-keynesiano, e il mondo è scivolato nella tormenta neoliberista, a lungo gli analisti hanno interpretato questa svolta unicamente in termini di politiche
macroeconomiche, riducendo il neoliberismo a una sorta di «monetarismo del laissez-faire». A parte importanti eccezioni1 la narrativa, tanto nei circuiti mainstream come nella cosiddetta teoria critica, si concentrava esclusivamente nel processo di privatizzazioni e di ritorno allo «Stato minimo» liberale.

In una serie di recenti lavori, Sandro Mezzadra e Brett Neilson2 hanno posto l’accento su come tre aree – finanza, logistica, estrazione – sono diventate nell’attuale fase dello sviluppo capitalistico oltre che «settori» economici fondamentali delle vere e proprie logiche di funzionamento del capitalismo
contemporaneo. Per descriverle, Mezzadra e Neilson hanno utilizzato il concetto di «operations of capital», mettendo in evidenza sia la loro dimensione «operativa», allo stesso tempo ampia ma concreta, sia la loro capacità di intervenire direttamente e con formule eterogenee nella materialità sociale e politica.
Il ruolo sempre più centrale della finanza nei processi di accumulazione contemporanei è un dato inequivocabile. A partire dalla fine del regime di Bretton Woods nel 1971 il «sistemamondo» capitalista è stato investito da un formidabile processo di finanziarizzazione, che ha accompagnato tendenze di scomposizione-ricomposizione del lavoro vivo (che David Harvey ha definito essere basati sull’«accumulazione flessibile»3) e che ha avuto tra le prime vittime i paesi del Sud Globale investiti dalla crisi del debito sovrano, oltre che le nuove generazioni
precarie che sono poco a poco entrate nella spirale dell’indebitamento cronico. Un fenomeno centrale in questo processo, e che ne denota l’ampiezza, è stato il moltiplicarsi delle cartolarizzazioni e degli strumenti finanziari derivati, che hanno
dato vita, dagli anni ‘90 in poi, alla creazione e al successivo scoppio di una serie sempre maggiore di bolle speculative.

Più recentemente, soprattutto nell’ultimo decennio, una serie di studi e di ricerche hanno evidenziato il prevalente ruolo della logistica (nata secoli prima come scienza militare preposta alla gestione dei rifornimenti e del trasporto degli eserciti4) come razionalità organizzativa del capitalismo contemporaneo, particolarmente visibile nella sincronizzazione dei cicli di produzione e circolazione, nella gestione efficiente dei flussi e del lavoro, e nelle trasformazioni spaziali (si pensi alla proliferazione
di logistics cities, enclaves, zone economiche speciali e corridoi logistici intermodali in tutto il globo)5. Alcuni dati rilevano l’ipotesi di una centralità della logistica nel capitalismo contemporaneo. Nel 2013, secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), il numero di posti di lavoro occupati in settori relazionati alle global supply chains ha raggiunto il 20,6% della manodopera mondiale,6 mentre nuovi giganti della distribuzione just in time and to the point come Walmart, Amazon e le nuove piattaforme di trasporto urbano hanno acquisito un’importante centralità nelle catene del valore, oltre che nei mercati finanziari, spesso imponendo il loro
comando sulle imprese produttrici in numerose filiere. Allo stesso tempo, nell’ultimo decennio del ‘900 e nel primo del nuovo secolo, l’aumento del volume dei trasporti intermodali è cresciuto a un ritmo quattro volte maggiore a quello dell’aumento del PIL mondiale7, il volume monetario utilizzato dai fornitori di servizi logistici integrati ha raggiunto nel 2014 i 750 miliardi di dollari8, mentre le Export Processing Zones sono passate da 79 nel 1975 a 3500 nel 2006 9. Contemporaneamente, è cresciuta moltissimo l’infrastruttura logistica ferroviaria, stradale, portuale e intermodale in generale: nel 2010 gli investimenti in questo
settore erano già arrivati a 4 trilioni di dollari10, mentre attualmente risulta particolarmente significativo segnalare il progetto della Nuova Via della Seta (Belt and Road Iniciative), dove enti pubblici cinesi hanno già investito 1,6 trilioni di
dollari11

Parallelamente, dall’America Latina sono emerse nozioni come «neo-estrattivismo»12 o «consenso delle commodities»13, che hanno provato a cogliere alcune importanti trasformazioni nel modo di produzione dei paesi periferici che, in una cornice di ritorno alle politiche dei cosiddetti «vantaggi comparati»14, sono
entrati in un processo di parziale ri-primarizzazione delle loro economie e di specializzazioni produttive finalizzate all’esportazione. Con le importanti eccezioni delle enclave informatiche e delle industrie maquiladoras, che risentono comunque del forte impatto della cosiddetta «rivoluzione logistica», i settori di punta delle economie latinoamericane sono tornati ad essere le attività tradizionali di estrazione ed esportazione di metalli, uniti alla sempre maggior importanza
della produzione di idrocarburi e soprattutto di beni agroindustriali, come la soia. La rinnovata importanza dell’estrazione di risorse naturali però eccede il contesto latinoamericano, e diventa sempre di più una tendenza globale: in questo scorcio di
nuovo secolo, infatti, l’uso globale di commodities15 è cresciuto a un ritmo maggiore del PIL (3.85% annuo contro 2.64%). D’altra parte, Mezzadra e Neilson segnalano che le operazioni estrattive non si limitano solamente alla violenta rimozione di risorse dal suolo e dalla biosfera ma diventano sempre più una logica che si esercita sulla società nel suo insieme, si sovrappone ai meccanismi di sfruttamento nel lavoro e si articola con logistica e finanza.
Se a tutti questi dati aggiungiamo che lo stesso PIL mondiale cresce a ritmi decisamente inferiori al periodo precedente alla svolta neoliberista (5.5% annuo tra il 1961 e il 1973, secondo dati della Banca Mondiale, contro il 2.88% del periodo successivo)16 e che gli indici di disoccupazione a livello globale sono saliti dal
4.8% (1947-73) al 6.5% (dopo il ‘73), con picchi dopo la crisi economica globale del 2007-8 17, possiamo notare che l’imporsi delle operazioni estrattive, logistiche e finanziarie nel corso degli ultimi decenni è strettamente legato alla necessità del «capitale aggregato»18 di controbilanciare la caduta del saggio generale di
profitto dell’economia industriale “classica”. In altre parole, si potrebbe dire che attualmente la continuità dell’accumulazione capitalista dipende sempre meno della riproduzione ampliata della creazione del plusvalore, e sempre più dalla rendita
finanziaria, dall’accelerazione del ciclo di circolazione («annichilimento del tempo con lo spazio»19 e abbattimento dei costi dei trasporti) e dall’accaparramento di risorse, il che implica la messa in moto di logiche capitalistiche di «accumulazione per spossessamento»20 o di «spatial fix21», dove la creazione di infrastrutture assume un ruolo centrale.

L’Iniziativa per l’Integrazione dell’Infrastruttura Regionale Sudamericana (IIRSA)

Logistica, estrazione e finanza si articolano tra loro in molti modi nella realtà complessa del capitalismo contemporaneo. In America Latina, come in qualsiasi altra macro-regione con una propria formazione storico-strutturale e un proprio posto all’interno della divisione internazionale del lavoro, lo fanno in maniere specifiche, dando vita ad assemblaggi in cui si intersecano con aspetti socio-culturali particolari e complesse relazioni di potere, di classe, di razza e di genere. E con ampie conseguenze sulle formazioni spaziali.

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Figura 1: Mappa 1: Elaborazione: Daniela Rezago Flores, Seminario sobre Espacialidad, Dominación y Violencia, Universidad Nacional Autónoma de México. Dati ottenuti da: GeoSur. Red Geoespacial de América Latina y el Caribe [URL:.

In questa seconda parte, cercherò di descrivere l’intrecciarsi di estrazione, finanza e logistica in un caso specifico, seppur di ampiezza continentale: si tratta dell’Iniziativa per l’Integrazione dell’Infrastruttura Regionale Sudamericana (IIRSA). L’IIRSA è un gigantesco piano di interconnessione logistica, che si articola in dieci hub intermodali, a loro volta suddivisi in un gran numero di corridoi stradali, ferroviari e pipeline, alcuni dei quali arrivano ad avere una dimensione bioceanica, connettendo Atlantico e Pacifico, attraversando, e devastando, importanti biomi, tra cui la Cordigliera delle Ande e la Foresta Amazzonica. Allo stato attuale, il piano prevede la realizzazione di 563 progetti di infrastruttura (161 già conclusi, 165 in costruzione e gli altri, per il momento, ancora sulla carta), per un investimento complessivo di 199 miliardi di dollari22. Il 90% di essi sono opere di infrastruttura di trasporto, tra i quali un peso particolare lo hanno le autostrade (il 50% sul totale). Solo il 9% dei progetti sono di tipo energetico, però si tratta delle opere più care23 e, soprattutto nel caso delle centrali idroelettriche, di maggior impatto per le
popolazioni indigene, contadine, tradizionali e quilombolas24.

L’IIRSA è stata proposta per la prima volta nel summit delle Americhe di Santiago del Cile nel 1998, come corollario materiale e infrastrutturale dell’Area di Libero Scambio delle Americhe (ALCA), che era stata a sua volta lanciata quattro anni
prima a Miami, e che voleva essere l’estensione su scala continentale del NAFTA. In un certo senso si potrebbe dire che mentre l’ALCA era vista come la costituzione formale della globalizzazione nell’emisfero occidentale, l’IIRSA avrebbe rappresentato il suo corollario materiale nella regione sudamericana. Riprendendo la terminologia del geografo brasiliano Milton Santos, l’ALCA era concepita come «sistema di norme», mentre l’IIRSA (insieme ad altri piani come il PueblaPanama, oggi Progetto Mesoamerica, il CANAMEX e il NASCO, North America’s Super Corridor Coalition, in altre regioni) sarebbe stata il «sistema di oggetti»25. Il soggetto incaricato di gestire e articolare l’iniziativa era la Banca Interamericana di
Sviluppo (BID, Banco Interamericano de Desarrollo), che lo presentò ufficialmente nel summit sudamericano di Brasilia, il 31 agosto e 1 settembre del 2000. Negli anni successivi, prima l’importante ciclo di insurrezioni popolari in Bolivia, Argentina,
Venezuela ed Ecuador, e parallelamente l’arrivo al governo in molti paesi di forze politiche progressiste dotate di un discorso anti-imperialista, misero in crisi l’ALCA, che venne abbandonata dopo il summit di Mar del Plata del 2005. L’IIRSA, tuttavia, non solo si mantenne in piedi ma trovò nella nuova fase politica le opportunità per svilupparsi maggiormente. Questo fu possibile grazie a una serie di fattori: in primo luogo il boom dei prezzi delle commodities, che generarono importanti aumenti nelle riserve nazionali di questi paesi; in secondo luogo, grazie all’imporsi di un discorso politico apparentemente «postneoliberale»26, che legittimò maggiori interventi pubblici nell’economia presentandoli come rottura rispetto alle ricette
monetariste, di privatizzazioni e di libero mercato che erano state implementate nei decenni precedenti; infine, grazie all’affermarsi del Brasile di Lula da Silva come leader geopolitico regionale.
Questi aspetti garantirono all’IIRSA le opportunità per svilupparsi più rapidamente, con maggiori livelli di pianificazione pubblico-privata, una maggiore disponibilità di
capitali pubblici per il suo finanziamento e una forte legittimità politica. Lasciata morire l’ALCA, l’IIRSA divenne l’elemento centrale della nuova architettura regionale progressista, l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR).

Estrazione, finanza e logistica nel piano IIRSA

Sia il forte vincolo con il boom delle commodities sia le nuove modalità di attrazione di capitali sono esempi concreti dell’articolazione delle sfere di estrazione, finanza e logistica nell’IIRSA. Da un lato, lo sviluppo dell’infrastruttura sudamericana era funzionale all’interconnessione delle enclaves minerarie, di idro-carburi e agro-industriali con i porti e i grandi centri urbani, e si rivelava ancor più strategica in una fase, tra il 2001 e il 2012, in cui i prezzi internazionali di crudo, rame, gas naturale, oro, argento, minerale di ferro e soia registrarono aumenti dal 500 al 2000%. Questo boom favorì il rafforzamento dei governi progressisti nella regione, che poterono redistribuire alcuni eccedenti di questa rendita in piani sociali per i settori più poveri e marginali senza dover per questo cambiare i rapporti di classe e senza sostanzialmente rompere con i parametri neoliberisti. Così facendo, più che realizzare cambiamenti strutturali di espansione di diritti sociali, essi adottarono politiche pubbliche settorializzate di inclusione finanziaria e di accesso al consumo delle classi subalterne, già ampiamente sponsorizzate dalla Banca Mondiale, espandendo ulteriormente le «frontiere del capitale» e le sue logiche estrattive nel vero e proprio cuore della cosiddetta surplus population.
Di fronte all’opposizione dei movimenti ambientalisti e delle comunità indigene, quilombolas e tradizionali, il recentemente deposto27 vice-presidente boliviano Alvaro García Linera, uno degli intellettuali di punta del progressismo latinoamericano, ha sostenuto che, data l’estrema rigidità della divisione internazionale del lavoro, l’estrattivismo è l’unica maniera delle nazioni periferiche di sfuggire alla morsa del capitalismo finanziario attraverso un’alternativa «produttiva»28. Il problema, tuttavia, è che il prezzo delle commodities si definisce attraverso un tipo particolare di derivati finanziari chiamati futures, così che la cosiddetta alternativa «produttiva» si sostiene anch’essa in realtà sul castello di carta della speculazione finanziaria. La drammatica caduta dei prezzi delle commodities a partire dal 2013 ha trasformato in incubi le illusioni progressiste di autonomia dal capitale finanziario transnazionale e di una rivoluzione senza
conflitto sociale. Uno dopo l’altro, infatti, questi governi sono entrati in crisi, e l’attuale disastro del Venezuela, vittima della propria dipendenza alla «monocoltura» del petrolio, sta lì a dimostrarlo.
Il legame tra l’IIRSA e le commodities rivela un’altra dimensione importante dell’intersecarsi delle logiche estrattive, logistiche e finanziarie. Si tratta dell’importanza che hanno certe materie prime di cui il Sudamerica è ricco, come il coltan, il litio e il rame, metalli fondamentali per lo sviluppo dell’industria high tech. Di fatto, lungi dall’essere una «nube» immateriale, deterritorializzata e green, il settore dell’informazione sorto attorno alla Silicon Valley si regge sullo sfruttamento tutt’altro che virtuale di una serie di risorse la cui estrazione ha tremendi effetti ecologici e sociali. Risorse minerarie che guarda caso abbondano in America Latina. Esse, classificate come High Tech Metals e Gateway-metals29, sono storicamente servite a rifornire le supply chains dell’industria elettronica, informatica e di intelligenza artificiale negli Stati Uniti (Google, Facebook,
Amazon e Microsoft), ma vedono oggi una presenza competitiva crescente dell’industria cinese (Baidu, Alibaba Group, Tencent Holdings, Huawei). Ciò ha contribuito ad alimentare violenti conflitti geopolitici, come nel caso del Venezuela, dove alcune di queste risorse strategiche, come il coltan, si trovano in abbondanza nella nuova immensa Zona Economica Speciale dell’Arco Minero del Orinoco, a sua volta connessa dai corridoi dell’IIRSA Escudo Guayanés e Andino. Una situazione simile si è data recentemente in Bolivia, paese in cui la crisi politica che ha recentemente condotto a un colpo di Stato contro il presidente Evo Morales non è separabile, anche se nemmeno riducibile, a un conflitto geopolitico per l’accesso alle immense riserve di litio che si trovano nel salar di Uyuni30. In altri scenari, tuttavia, come nel caso delle Ande cilene31, in cui ci sono altre grandi riserve di litio, nonostante una forte alleanza geopolitica con gli USA da alcuni anni si sta rafforzando una relazione privilegiata con la Cina, che ha portato addirittura il Cile ad aderire alla Belt and Road Initiative (BRI)32, senza che ciò comportasse situazioni di forte tensione internazionale.

L’altro importante aspetto di articolazione tra estrazione, logistica e finanza nell’IIRSA è quello che Harvey chiama spatial fix, ossia il tentativo di collocare – o, potremmo dire, territorializzare – l’eccedente finanziario generato dalle bolle speculative in progetti di infrastruttura capaci di garantire un ciclo di accumulazione più lento ma più sicuro, e di conquistare nuovi spazi per la riproduzione del capitale. Non è un caso, del resto, che l’IIRSA sia stata ideata in un periodo in cui una serie di bolle speculative regionali («effetto tequila» nel 1994 in Messico, «effetto samba» nel 1999 in Brasile, «effetto tango» nel 2001 in Argentina) e extra-regionali (crisi dei dragoni asiatici nel 1997, crisi del rublo russo l’anno successivo e scoppio della bolla dot-com nel 2001), avevano creato grandi quantità eccedenti di capitali finanziari a forte rischio di svalutazione. Si tratta di quella strategia, tipicamente imperialista, di muovere i capitali in eccedenza in altre zone del mondo, e legarli ad aggiustamenti spazioterritoriali, o infrastrutturali, concreti, e con margini di redditività futuri33.
Negli anni successivi, e soprattutto nel periodo della crisi del 2007-8, l’IIRSA ottenne una forte spinta da parte dei neonati governi progressisti. Grazie a una bilancia commerciale favorevole e a un aumento delle riserve nazionali per via del boom delle commodities, e a una minore rigidità ideologica nel realizzare investimenti pubblici in infrastruttura, lo Stato emerse in quella fase come il facilitatore dell’accumulazione e dell’estrazione finanziaria realizzata attraverso l’«infrastructureas-asset-class»34, garantendo al capitale privato sicurezza
giuridica e politica, livelli minimi di profitto e accesso al credito pubblico. Questo avvenne in primis, nel 2003, grazie alla forte ricapitalizzazione, ottenuta in buona parte con l’utilizzo dei fondi pensione pubblici dei lavoratori della pubblica amministrazione, della banca pubblica di investimenti brasiliana BNDES (Banco Nacional do Deselvolvimento Econômico e Social), a cui venne permesso per la prima volta di finanziare progetti di infrastruttura anche fuori dal Brasile, trasformandola in motore della transnazionalizzazione delle maggiori imprese brasiliane della costruzione, come Odebrecht, Andrade Gutierrez, OAS e Camargo Correa, che si aggiudicarono in appalto la maggioranza dei progetti IIRSA35. In secondo luogo, nel 2007, il governo Lula diede vita a un gigantesco programma di sviluppo infrastrutturale del Paese, strettamente connesso alla stessa IIRSA e chiamato PAC (Programa de Aceleração do Crescimento). Infine, la grande piattaforma normativa per garantire l’estrazione di valore a beneficio degli investitori privati in infrastruttura è stata la promozione dei cosiddetti partenariati pubblico-privati (PPP, o APP in spagnolo)36. Al di là delle differenze tra i diversi tipi di contratto, le caratteristiche comuni dei PPP sono: lunga durata della concessione (50 anni o più), garanzie dello Stato al concessionario in termini di esenzioni fiscali, appoggio finanziario diretto da parte del pubblico, sussidio alle tariffe nel caso in cui cadano i profitti, protezione di fronte alla competizione del mercato e assicurazioni di indennizzo nel caso in cui lo Stato cambi politica economica. A partire dal Cile (1999) e dal Brasile (2004), praticamente tutti i paesi della regione si sono dotati di leggi quadro di regolazione delle PPP, che stanno acquisendo oggi un peso sempre più importante e strategico nell’infrastruttura dell’IIRSA.
La necessità di garantire agli eccedenti finanziari una ricollocazione nella costruzione dell’infrastruttura regionale si è accompagnata, tra le altre cose, con la necessità di agganciarsi ai nuovi parametri logistici, per ridurre il ciclo di circolazione delle merci e per competere quindi da posizioni migliori negli scenari
globali: facendo solo un esempio, secondo l’agenzia McKinsey, nel 2014 un container ci metteva 5,5 giorni a uscire da un porto brasiliano, a fronte dei 2,2 per uscire da uno statunitense, mentre il suo costo d’esportazione era più del doppio di quello della media dei paesi OCSE.
Logistica e geopolitica nello scenario latinoamericano Come hanno evidenziato i geografi Deborah Cowen e Neil Smith37, dall’inizio del nuovo secolo si sono verificate spinte e tendenze geo-economiche che, da una prospettiva Stato-centrica
del potere come prodotto dell’unione politica tra un territorio omogeneo e le sue corrispettive società, economia, cultura e cittadinanza, hanno progressivamente portato a un sistema di dominio rispondente direttamente a imperativi di mercato. Ciò non ha affatto significato la fine della geopolitica, ma una sua ridefinizione continua in relazione ai paradigmi del cosiddetto supply chains capitalism38, e quindi a un nuovo tipo di articolazione delle logiche territorialiste e capitaliste del sistemamondo39. Un elemento di questa tendenza è la proliferazione in tutta la regione di «territorialità strategiche» come le zone economiche speciali40 e i corridoi logistici di sviluppo, spesso integrate le une agli altri.
È da notare, infatti, che molti dei progetti dell’IIRSA, soprattutto nel caso di modernizzazione e ampliamento dei terminal portuali, dei canali, o nei cosiddetti porti secchi, si accompagnano alla creazione di diverse zone economiche speciali (ZES), mentre altre zone sorgono e si moltiplicano nelle enclave estrattive. In realtà, la storia delle ZES in Sudamerica è piuttosto antica, e ha la sua origine nella creazione della zona franca di Manaus nel 1967, operazione chiave nel tentativo della dittatura militare brasiliana di colonizzare, a scopi geopolitici e geo-economici, l’immensa regione dell’Amazzonia. Con il tempo, la stessa zona di Manaus è stata investita da importanti cambiamenti nella sua funzione economica, sempre meno industriale e sempre più commerciale, ed è stata sussunta dalla stessa IIRSA, come punto di connessione tra l’hub amazzonico e quello chiamato Escudo Guayanes, che
collega il nord del Brasile con Guyana, Suriname e Venezuela.
Negli ultimi decenni, il numero di ZEEs nella regione latinoamerica in generale è aumentato enormemente, proprio nella misura in cui si sono adattate ai nuovi processi estrattivi e logistici. A tal proposito, il sociologo uruguayano Alfredo Falero
ha portato avanti un’importante ricerca sulla cosiddetta «economia di enclave» latinoamericana41. La caratteristica centrale delle enclave sarebbe una certa disconnessione di un determinato territorio dall’ambito e dal tessuto economico,
sociale e giuridico nazionale e la sua relazione privilegiata con i flussi dell’economia globale. Questo avviene attraverso esenzioni fiscali e doganali e deroghe ai diritti civili, lavorativi e ambientali, e con l’applicazione sempre più sofisticata di una forma di governance pubblico-privata, in cui il pubblico governa attivamente in funzione del privato, fornendogli l’infrastruttura necessaria e spogliandosi delle stesse prerogative di monopolio della violenza legittima in favore di guardie private e, in alcuni casi, addirittura paramilitari.

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Figura 2: Mappa 2: Soure: K. P. Gallagher & M. Myers- ChinaLatin American Finance Database (Inter-American Dialogue, 2019). https://www.nature.com/immersive/d41586-019-01127-4/index.html visto il 31 luglio 2019.

Questa disconnessione del resto del territorio, inoltre, si misura nello scarsissimo o nullo margine di re-distribuzione dei profitti generati dalle attività economiche svolte nella zona verso il territorio e la “società” nazionale nel suo insieme, sia a livello di quantità e condizioni di impiego, sia a livello fiscale. Falero ha evidenziato anche l’importante diffusione in America Latina di enclave non legate specificamente all’estrazione o trasporto di merci e materie prime, ma vincolate piuttosto agli ambiti dell’informazione e comunicazione, anche se in questo caso la
relazione con l’IIRSA sembra più limitata.
In generale, secondo la Free Trade Zones Association of the Americas (AZFA), in America Latina ci sono più di 600 «free trade zones», presenti in 23 paesi e in cui operano 10.800 imprese e 1.700.000 lavoratori. É largamente prevedibile che, come avvenuto in altri contesti, anche in America Latina la sempre maggiore presenza economica cinese (sempre di più non relegata solo alla relazione commerciale, quanto piuttosto a un forte aumento degli investimenti diretti) porterà un ulteriore aumento di queste zone.
Oggi in America Latina, infatti, si sta assistendo a un importante cambio di scenario: messi in crisi dal crollo dei prezzi delle commodities, i governi progressisti stanno lasciando spazio a governi di stampo reazionario e conservatore, con conseguenze
devastanti a livello economico, sociale e politico, come nell’Argentina di Macri e nel Brasile di Bolsonaro42. Questi nuovi governi hanno affossato l’UNASUR e sono ritornati a una più stretta alleanza con gli Stati Uniti, ma non hanno margini per rompere con la Cina, che si sta proponendo, da ormai parecchi anni, come principale partner commerciale e maggior investitore della regione. Dal 2015, l’America Latina è entrata nell’orbita della BRI, e alcuni corridoi strategici dell’IIRSA vengono progressivamente sussunti dai tentacoli della Nuova Via della Seta Marittima. Si tratta, per ora, per lo più del faraonico progetto del Corridoio Transamericano, che è l’asse portante dell’hub Interoceanico centrale, di una serie di terminal portuali fluviali e di altre infrastrutture nel corridoio del Tapajós, nell’hub amazzonico, oltre che di numerosi progetti estrattivi in Venezuela e Cile. Il primo di questi progetti è stato proposto nel 2015 nell’ambito della visita del primo ministro cinese Li Kequing, ed è stato sancito dalla firma di un memorandum tra Brasile, Perù e Cina, che ha dato il progetto in concessione alla China Railway Eryuan Engineering Group Co. (Creec). Tuttavia, negli ultimi anni sono sorti dubbi generati dagli alti costi ingegneristici dell’opera, che ha subito la concorrenza di due progetti alternativi. Il più recente interesse cinese per i corridoi amazzonici sembrerebbe forse indicare che per l’importazione da parte della Cina di soia, cereali e carne, di cui il paese asiatico è sempre meno in grado di garantire il proprio fabbisogno internamente, si starebbe privilegiando l’esportazione attraverso i porti settentrionali brasiliani e il loro transito per il canale di Panama, altro nodo logistico ormai integrato alla BRI. Questo sviluppo dell’infrastruttura logistica amazzonica, a sua volta legato alla veloce espansione della frontiera dell’agrobusiness, sta generando conseguenze ambientali drammatiche, di cui si ha avuto prova con l’ondata di incendi dello scorso agosto.
Mentre la situazione geopolitica vive profonde instabilità, evidenti in situazioni di acuto conflitto come in Venezuela, il permanere e rafforzarsi della dimensione strategica dell’infrastruttura logistica nella regione a fronte dei costanti rivolgimenti politici dà l’idea della profonda resilienza della logistica di fronte alle politiche statali e ai profili ideologici dei governi. Tale resilienza è dimostrata dalla sopravvivenza e rafforzamento dell’IIRSA («sistema di oggetti») nonostante l’affossamento delle sue cornici giuridico-politico-commerciali di riferimento («sistema di norme»), l’ALCA prima e l’UNASUR poi.

1 Pensiamo per esempio a Michel Foucault, che seppe fin dai tardi anni ‘70 cogliere le novità del neoliberismo come nuova «razionalità di governo» o «regime di governamentalità» M. FOUCAULT, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979), Milano, Feltrinelli, 2005.

2 S. MEZZADRA – B. NEILSON, “Operations of Capital”, «The South Atlantic Quarterly», 2015; S. MEZZADRA – B. NEILSON, The Politics of Operations: Excavating Contemporary Capitalism, Durham & London, Duke University Press, 2019.

3 D. HARVEY, La crisi della modernità, Milano, Il Saggiatore, 1990.

4 M. VAN CREVELD, Supplying War: Logistics from Wallerstein to Patton,
Cambridge, Cambridge University Press, 2004.

5 Si veda: E. BONACICH – J. B. WILSON, Getting the goods: Ports, labor,
and the logistics revolution, Ithaca, Cornell University Press, 2008; D. COWEN, The Deadly Life of Logistics: Mapping Violence in the Global Trade, Minneapolis, University of Minnesota Press, 2014; B. NEILSON, “Five theses on understanding logistics as power”, «Distinktion: Scandinavian Journal of Social Theory», 13, 3/2012, pp. 322-339; G. GRAPPI, Logistica, Roma, Ediesse, 2016.

6 453 milioni di persone. Dati forniti da «International Labour Organization» 2013, https://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/—dgreports/—dcomm/—publ/documents/publication/wcms368626.pdf, ultimo accesso il 31 ottobre 2019.

7 «The Transport of Geography», https://transportgeography.org/?page_id=5343, ultimo accesso il 30 maggio 2019. Nel periodo successivo alla crisi del 2008, tuttavia, la forbice si è fortemente accorciata.

8 Armstrong and Associates, 3PL Market Analysis Report, 2015. In G. GRAPPI, Logistica. Si tratta delle cosiddette Third Party Logistics (3PL) o Fourth Party Logistics (4PL).

9 «International Labour Organization» 2006, www.ilo.org/public/libdoc/ilo/2007/107B0980engl.pdf, ultimo accesso il 31 ottobre 2019:

10 N. HILDYARD, Licensed larceny. Infrastructure, financial extraction and the global South, Manchester: Manchester Capitalism MUP, 2016, p. 31.

11 M. MASTANDREA, “Corridoi di seta”, «Zapruder», 46/2018, p. 41.

12 Cfr. E. GUDYNAS, “Diez tesis urgentes sobre el nuevo extractivismo. Contextos y demandas bajo el progresismo sudamericano actual”, in AAVV. Extractivismo, política y sociedad, Quito, CAAP (Centro Andino de Acción Popular) y CLAES (Centro Latino Americano de Ecología Social), 2009.

13 Cfr. M. SVAMPA, “El “Consenso de los Commodities” y lenguajes de valoración en America Latina”, «Nueva Sociedad», 244/2013, pp. 30-46.

14 Cfr. D. RICARDO, Principi di economia politica e dell’imposta, Torino, UTET, 2006.

15 In questo testo non utilizzo il termine commodity con la sua accezione comune in lingua inglese («merce») ma per indicare quei tipi di merci con scarso valore aggiunto, poca o nulla differenziazione e sulla cui base vengono normalmente venduti titoli speculativi chiamati futures nei mercati finanziari, che en determinano il prezzo in maniera omogenea a livello globale. Si tratta in primo luogo di materie prime (idrocarburi e minerali) e di beni di consumo primari (grano, soia, carni, caffè…) ma possono essere chiamate commodities anche prodotti industriali, come per esempio quelli generici dell’industria farmaceutica.

16 J. HICKEL – G. KALLIS, “Is Green Growth Possible?”, «Taylor & Francis Online», 17 Apr. 2019; «World Bank», 2019, https://data.worldbank.org/indicator/ny.gdp.mktp.kd.zg, ultimo accesso il 30 maggio 2019.

17 J. CLOVER, Riot. Strike. Riot. The new era of uprisings, London – New York, Verso, 2016, p. 77.

18 Con “capitale aggregato” riprendo l’adozione da parte di Mezzadra e Neilson (The Politics of Operations: Excavating Contemporary Capitalism, Durham & London, Duke University Press, 2019) di un concetto elaborato da Marx (Il Capitale, Torino, Einaudi, 1975), e spesso tradotto e pubblicato con la nozione di “capitale totale”. Si riferisce al capitale in quanto tale, in opposizione ai capitali particolari dei capitalisti individuali e di frazioni capitaliste specifiche.

19 K. MARX, Gründrisse. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, Roma, Pigreco, 2011.

20 D.HARVEY, La guerra perpetua. Analisi del nuovo imperialismo, Milano, Il Saggiatore, 2009.

21 D.HARVEY, Espacios del capital. Hacia una geografía crítica, Madrid: Ediciones Akal, 2007, pp. 304-307.

22 «IIRSA», www.iirsa.org, ultimo accesso il 31 luglio 2019.

23 Ibidem.

24 Così vengono chiamate le comunità afrodiscendenti in Brasile, costituitesi nei secoli nel corso delle diverse esperienze di resistenza fuga dalla schiavitù e dalle piantagioni, la più importante delle quali è stato il Quilombo dos Palmares, che tra il 1580 e il 1710 ha visto migliaia di schiavi fuggitivi vivere in un’immensa regione indipendente dai colonizzatori portoghesi e olandesi, in un territorio che si trova nell’attuale stato di Alagoas. Quella dei quilombos e il corrispettivo brasiliano di un più vasto e secolare movimento di fuga di schiavi dalle piantagioni, chiamato cimarronaje nelle Antille e in generale sotto l’impero spagnolo, e maroonage nelle colonie inglesi in Nord America e negli stati meridionali schiavisti negli Stati Uniti.

25 M. SANTOS, A Natureza do Espaço, Técnica e tempo. Razão e emoção, São Paulo, Edusp, 2002, pp. 64-71.

26 In seguito all’affermarsi di governi di matrice progressista o popolare nella regione, questi iniziarono a definirsi come “post-neoliberali”, alludendo al fatto che sotto la loro nuova egemonia l’America Latina stava uscendo dal modello neoliberista per entrare in una nuova tappa. In una recente ricerca, Beatriz Stolowicz ha evidenziato come l’origine del termine era in realtà anteriore, e risaliva ai primi anni ‘90, per indicare il modo in cui alcuni governi che si affermarono con il ritorno alla democrazia in vari paesi portavano avanti politiche sociali, e come ciò rappresenterebbe, di fatto, un superamento del neoliberismo classico, inteso (e banalizzato) come «monetarismo del laissez faire» (B. STOLOWICZ, El misterio del pisneoliberalismo, Tomo II: La estrategia para América Latina, Bogotá: Espacio crítico Ediciones).

27 Ufficialmente, ha dato le dimissioni lo scorso 10 novembre 2019, ma nel contesto di quello che potrebbe tecnicamente essere definito come un colpo di Stato, datosi in seguito alle elezioni del 20 ottobre 2019, e le conseguenti denunce di brogli elettorali.

28 A. GARCÍA LINERA, Geopolítica de la Amazonía. Poder hacendalpatrimonial y acumulación capitalista, La Paz: Vicepresidencia del Estado. Presidencia de la Asamblea Legislativa Plurinacional, 2013.

29 D. HERRERA SANTANA, Hegemonía, poder y crisis. Bifurcación, espacialidad estratégica y grandes transformaciones globales en el siglo XXI, Ciudad de México: Universidad Nacional Autónoma de México, Ediciones Monosílabo, 2017, p. 123.

30 «El Economista», https://www.eleconomista.es/materiasprimas/noticias/8856549/01/18/Bolivia-quiere-ser-la-Arabia-Saudi-del-Litioy-avisa-Vamos-a-poner-el-precio-para-a-todo-el-mundo.html, ultimo accesso il 29 settembre 2019.

31 Tra Cile, Argentina e Bolivia si trova l’85% delle riserve mondiali di litio, materiale utile alla costruzione di batterie per l’elettronica di consumo, computer e automobili ibride: «IProfesional», https://www.iprofesional.com/notas/121203-Litio-estrategico-Argentinapropone-una-OPEP-junto-a-Chile-y-Bolivia-que-apunta-a-controlar-elmercado ultimo accesso il 31 luglio 2019.

32 «Cooperativa», 1 novembre 2018, https://www.cooperativa.cl/noticias/pais/relaciones-exteriores/china/chile seincorporara-a-la-iniciativa-de-la-franja-y-la-ruta-con-china/2018-11-01/121519.html ultimo accesso il 29 luglio 2019.

33 È la tesi di Beatriz Stolowicz: “il cosiddetto ‘produttivismo’ postneoliberale si diede a partire della precedente crisi finanziaria del 1998 e si prolungò fino al 2003. Con questo argomento, gli stati latinoamericani hanno creato il quadro istituzionale con l’IIRSA nel 2000 e il Plan Puebla Panamá nel 2001 (ribattezzato Proyecto Mesoamérica nel 2007). Nella crisi finanziaria precedente, del 1995 […], già si percepiva che l’‘euforia’ per l’attrazione di capitali dal 1990 grazie alle ‘riforme strutturali’ si era esaurita nel 1993, e bisogna in qualche modo ‘mantenere’ quei capitali” (B. STOLOWICZ, El misterio del pisneoliberalismo, Tomo II: La estrategia para América Latina, Bogotá: Espacio crítico Ediciones, 2016). Argomenti simili venivano enunciati da istituti finanziari come il BID, che puntavano sulla promozione da parte degli Stati di progetti infrastrutturali per attrarre capitali privati.

34 Un asset class è un gruppo di asset il cui profilo di rischio è considerato non collegato a quello di altri asset, è utilizzato per definire in gruppi le varie tipologie di investimenti finanziari in base alle loro peculiarità e alle loro similitudini di comportamento sul mercato. Vedere N. HILDYARD, Licensed larceny. Infrastructure, financial extraction and the global South.

35 R. ZIBECHI, Brasil potencia. Entre la integración regional y un nuevo imperialismo, Ciudad de México, Bajo Tierra Ediciones, 2013, p. 58. Come riporta Zibechi, a partire dalla riforma del BNDES, quest’ultimo si è distinto come il principale investitore dell’IIRSA. Si tratta di fatto di una banca pubblica per gli investimenti quasi totalmente finanziata dal Ministero dell’Economia brasiliano (quindi dal sistema fiscale del Paese, che pesa per la maggior parte sui lavoratori dipendenti), e dal fondo di consumo dei lavoratori stessi, per via della forte partecipazione di due fondi dedicati al pagamento di diritti del lavoro: il FAT (Fundo de Amparo ao Trabalhador) e il PIS-PASEP (Programa de Integração Social-Programa de Formação do Patrimonio do Servidor Publico).
36 Nella terminologia inglese, si definiscono Public-Private Partnerships (PPP)APP).

37 D. COWEN – N. SMITH, “After Geopolitics? From the Geopolitical Social to Geoeconomics”, «Antipode», January 30th 2009.

38 A. TSING, “Supply Chains and the Human Condition”, in «Rethinking Marxism», Vol. 21, N. 2, London, 2009.

39 G. ARRIGHI, Il lungo XX secolo, Milano, Il Saggiatore, 1994.

40 Allo stato attuale ci sono circa 600 ‘free trade zones’ tra America Latina e Caraibi, distribuite tra 23 paesi e dove operano più di 10,800 compagnie e 1,700,000 lavoratori: «AZFA» (Asociación de Zonas Francas de las Américas), www.asociacionzonasfrancas.org ultimo accesso 31 luglio 2019.

41 A. FALERO, “La expansión de la economía de enclaves en América Latina y la ficción del desarrollo: siguiendo una vieja discusión en nuevos moldes”, «Revista Mexicana de Ciencias Agrícolas», Vol. 1, Ciudad de México, 2015, pp. 145–57

42 Alla data della pubblicazione di questo testo, Macri è stato sconfitto alle ultime elezioni di ottobre 2019, e ha di nuovo lasciato spazio a un progressismo moderato di matrice peronista guidato da Alberto Fernández. Inoltre, proprio nel corso degli ultimi mesi, lo scoppio di insurrezioni popolari e resistenze al saccheggio neoliberista in paesi come Cile, Ecuador e Colombia, ha parzialmente controbilanciato l’avanzata delle destre, che sono tuttavia riuscite ad affermarsi elettoralmente in Uruguay e, attraverso un’insurrezione popolare a cui è seguito un colpo di Stato, in Bolivia. La situazione politica in Sudamerica vive dunque una fase particolarmente caotica, in cui nessun progetto politico specifico riesce realmente ad avere la meglio.

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Víctor Lidio Jara Martínez è stato un cantautore, musicista e regista teatrale cileno. Proveniente da famiglia contadina, politicamente impegnato, è divenuto negli anni un riferimento internazionale nel mondo della canzone di protesta e della canzone d'autore.

Il golpe del generale Augusto Pinochet contro il presidente Salvador Allende sorprese all'università Victor Jara. Viene preso prigioniero insieme a numerosi alunni e professori, condotto allo Estadio Nacional de Chile, trasformato in campo di concentramento, dove rimane prigioniero diversi giorni. Secondo alcune versioni, lo torturano a lungo, colpendogli le mani fino a rompergliele con il calcio di una pistola. Il 16 settembre lo finiscono sparandogli. Dopo averlo ucciso, i militari cileni non solo proibiscono la vendita dei suoi dischi, ma ordinano la distruzione delle matrici.

 

“Canción A Víctor” – Inti Illimani

 

Trigo y maíz era tu voz,

Mano de sembrador,

Alma de cobre, pan y carbón,

Hijo del tiempo y del sol.

 

Tu canto fue flor de metal

Grito de multitud,

Arma en el puño trabajador,

Viento del norte y del sur.

 

Caíste allí junto a otros mil

Cuando nació el dolor,

Hoz y martillo tu corazón

Rojo de vida se abrió.

 

El pueblo así te regará

En un jardín de luz,

Serás clarín de lucha y amor

¡canto de chile serás!

 

Fonte: https://www.ildeposito.org/eventi/la-morte-di-victor-jara

 

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