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Articoli filtrati per data: Saturday, 12 Settembre 2020

I retroscena emersi dopo la bocciatura mercoledì alla riunione della Lega araba della risoluzione di condanna dell’accordo tra Israele ed Emirati, descrivono un clima infuocato tra i palestinesi e i paesi del Ccg pronti a seguire le orme di Abu Dhabi

 

La Lega araba

di Michele Giorgio   il Manifesto

Gerusalemme, 11 settembre 2020, Nena News – Invitati, con ogni probabilità, dall’Autorità Nazionale a non calcare la mano, i tre giornali nei Territori occupati – Al Quds, Al Ayyam e Al Hayat Al Jadida – ieri titolavano con moderazione sulla batosta subita mercoledì dalla causa palestinese alla riunione dei ministri degli esteri della Lega araba. Più che la clamorosa bocciatura della risoluzione di condanna della normalizzazione dei rapporti tra Emirati arabi e Israele avanzata dal ministro degli esteri dell’Anp Riad al Malki, i tre quotidiani hanno scelto di evidenziare i pochi aspetti positivi di una giornata che avrà riflessi importanti: il no dalla Lega araba ai piani di annessione a Israele di porzioni di Cisgiordania e l’appoggio confermato dal consesso arabo al piano saudita del 2002 che condiziona la normalizzazione con Israele al suo ritiro dai territori arabi e palestinesi che occupa dal 1967. Ma non è bastato per nascondere sotto al tappeto quanto è accaduto mercoledì, peraltro ampiamente commentato e condannato dai cittadini palestinesi sui social.

I retroscena emersi sulle fasi che hanno preceduto il meeting dei ministri degli esteri della Lega, parlano di scontro aperto tra i palestinesi e alcuni dei paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) che riunisce le sei petromonarchie sunnite. «L’Oman e il Bahrain hanno stretto i ranghi con gli Emirati e hanno fatto forti pressioni su Riad al Malki, sono volate parole grosse. Anche loro intendono normalizzare al più presto le relazioni con Israele e vedono come un ostacolo i diritti dei palestinesi e l’iniziativa saudita del 2002», ci spiegava ieri un giornalista palestinese con buoni contatti ai vertici dell’Anp. Circostanze confermate indirettamente dallo stesso Al Malki.

«Siamo rimasti sorpresi che un Paese arabo si sia opposto alla nostra richiesta. Lo Stato di Palestina si è spinto troppo oltre nel chiedere di tenere una riunione di emergenza? Ha attraversato le linee rosse?», ha dichiarato il ministro degli esteri palestinese riferendosi con ogni probabilità al Bahrain più volte indicato nelle scorse settimane come il più disposto a seguire le orme degli Emirati. L’8 settembre il giornale Al Quds Al Arabi – di proprietà del Qatar da anni in rotta di collisione con l’Arabia saudita e gli Emirati – aveva scritto di una «guerra nascosta» ai palestinesi scatenata dalle parti che «cercavano di salire sul carro degli Emirati». Il Segretario generale del Ccg, Nayef al-Hajraf, avrebbe usato parole di fuoco intimando ai palestinesi di scusarsi con le monarchie del Golfo pronte a normalizzare le relazioni con Israele.

Indiscrezioni e rivelazioni a parte, quanto è accaduto mercoledì – a pochi giorni dal 15 settembre in cui alla Casa Bianca Israele ed Emirati firmeranno l’accordo di pace – è la rappresentazione corretta di quel mondo arabo diviso di cui ha spesso parlato con palese soddisfazione il premier israeliano Netanyahu annunciando la normalizzazione in tempi stretti dei rapporti con alcuni Stati del Medio oriente. Più di tutto completa l’isolamento dei palestinesi che non riescono più a tenere compatti gli arabi dietro il principio della pace in cambio del ritiro israeliano dai territori occupati. Nena NewsNena News

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Dopo 60 giorni di sciopero della fame, quattro detenuti mapuche del carcere di Lebu hanno radicalizzato la loro mobilitazione annunciando che a partire da giovedì pomeriggio non berranno più liquidi.

Fanno parte di un gruppo di 12 prigionieri in sciopero della fame, mentre altri tre prigionieri mapuche continuano lo sciopero iniziato 50 giorni fa nel carcere di Temuco. In totale 23 Mapuche stanno rifiutando di nutrirsi: 3 nel carcere di Temuco, 8 nel carcere di Angol e 12 nel carcere di Lebu.

Gli scioperanti chiedono migliori condizioni di lavoro e di vita per il loro popolo attraverso l'attuazione della Convenzione 169 dell'Organizzazione internazionale del lavoro sui popoli indigeni e tribali.

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Inoltre, gli attivisti Mapuche si sono scontrati il 9 settembre con i Carabineros a Temuco.

Gli scontri sono avvenuti durante le manifestazioni mapuche per interrompere l'incontro tra Karla Rubilar, portavoce del governo e i leader indigeni. Gli attivisti hanno interrotto il traffico e hanno eretto delle barricate. Infine, gruppi di attivisti mapuche hanno rivendicato nei giorni scorsi la responsabilità degli attacchi ai camion e ai macchinari forestali (principalmente incendi dolosi), per chiedere la restituzione delle terre loro sottratte durante il processo di colonizzazione.

 

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Ieri, lo Stato spagnolo ha cominciato a diffondere la notizia che un altro soldato basco, Igor Gonzalez Sola, è stato ucciso per sempre. I Paesi Baschi sono di nuovo in lutto. È vestito a lutto, ma per strada.

Il nostro movimento ha più volte proclamato che i militanti baschi devono essere liberi nelle strade (e ancor di più quelli malati). D’altra parte, la Spagna e la Francia non accettano né il Paese Basco né il suo soggetto politico di liberazione, i lavoratori baschi. Ciò significa che entrambi gli Stati stanno affrontando un grave problema. Il Paese Basco non è né la Spagna né la Francia. I lavoratori baschi vogliono costruire uno Stato indipendente e socialista. Questo è il nocciolo del problema o della contraddizione.

D’altra parte, dobbiamo dire che Igor è stato ucciso a VASCONGADAS. Sì, vicino a casa, ma in prigione. Ciò significa che muoiono nelle carceri dei Paesi Baschi e in Spagna. Ciò significa che abbiamo bisogno di loro per strada e non vicino a casa.

Di fronte a questo, chiedono che gli stati occupanti si pentano per liberare i militanti baschi. Quello o la morte. Più chiaro che mai. Passano gli anni e continuano i conflitti nazionali e sociali baschi.

Ecco perché chiediamo la piena amnistia, sempre legata all’indipendenza e al socialismo.

Gora Igor

Gora Euskal Herria Indipendente e socialista

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Da lesenfansterribles

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Riprendiamo questo articolo su quanto sta succedendo in Colombia, sull'ennesimo episodio di violenza poliziesca e governativa nel contesto della pandemia che, in questo caso, ha generato una rivolta di massa. Secondo i media il bilancio dei morti negli scontri è ancora cresciuto: ad oggi sarebbero tredici i manifestanti uccisi dalle forze dell'ordine.

Nella notte tra martedí e mercoledí 9 settembre la polizia metropolitana di Bogotà ferma l’avvocato Javier Ordoñez nel quartiere di Engativá per una presunta lite. Alcuni passanti riprendono la scena in cui si vedono gli agenti immobilizzare a terra Ordoñez e rifilargli almeno 10 scosse elettriche mentre questi riesce a malapena a dire “sto soffocando”.

Le persone che assistono alla scena chiedono disperatamente ai poliziotti di fermarsi “perché continuate ad aggredirlo se vi ha giá chiesto di smetterla per favore?”. Ordoñez viene portato presso uno dei Cai del quartiere, i Centri di Attenzione Immediata della polizia colombiana situati in punti strategici della cittá. Qualche ora più tardi, all’alba di mercoledí 9 settembre, Ordoñez muore dopo essere stato ricoverato in una clínica della zona. Il video diventa virale su internet. L’indignazione si scatena in tutto il paese ma soprattutto nella capitale che é stata lo scenario della violenza poliziesca.

Vengono indette manifestazioni e cacerolazos a Bogotá e in altre cittá colombiane per protestare conto l’ennesimo atto di repressione commesso dalle autorità. Non si tratta infatti di un caso isolato ma questa volta gli abusi di potere sono stati resi palesi dalla presenza del video e dal fatto che la violenza, che generalmente colpisce le fasce più marginali della popolazione e rimane impunita, questa volta si sia verificata in un quartiere residenziale della capitale.

Nella giornata di mercoledì 9 settembre gli abitanti di Bogotá sono scesi in strada bloccando la viabilitá e attaccando i Cai in diversi punti della zona urbana. Gli attivisti denunciano che la corrente elettrica è stata interrotta in diversi quartieri e la polizia ha sparato nel buio uccidendo diversi manifestanti. Si contano almeno 5 vittime civili tra cui Julith, studentessa di psicología di 18 anni morta per un proiettile diretto al cuore, Germán, rider di 20 anni a cui hanno sparato in faccia e Jaider, un minorenne che ha ricevuto 4 colpi d’arma da fuoco. Il bilancio é ancora parziale a cui si aggiunge la morte di un agente di polizia confermata dalle istituzioni colombiane.

Al termine della della giornata di scontri si contano 26 proteste sorte in diversi punti della capitale, 17 Cai bruciati, 50 veicoli danneggiati tra cui diverse pattuglie della polizia, decine di feriti e almeno 40 arresti. Una mobilitazione cosi radicale a Bogotà non si vedeva dallo scorso novembre quando centinaia di migliaia di persone marciarono contro il governo di Duque e anche in quel caso la repressione militare e delle forze speciali di polizia dell’Esmad avevano risposto con violenza uccidendo il giovane Dylan Cruz con un proiettile bean bag sparatogli alla testa, lo stesso tipo di cartucce che sono state rinvenute sui luoghi degli scontri di ieri notte.

Il ministro della Difesa Carlos Holmes Trujillo ha annunciato che gli agenti responsabili del fermo di Ordoñez verranno temporalmente sospesi e che la polizia ha messo in marcia i propri protocolli di investigazione interna. Trujillo ha anche annunciato rinforzi da mandare nella capitale tra cui 1800 poliziotti e 300 soldati invitando a non stigamtizzare tutto il corpo di polizia per l’errore comesso da pochi agenti. Gli attivisti e le attiviste colombiane stanno divulgando un “allarme rosso” per la militarizzazione e la repressione che potrebbe dispiegarsi nelle prossime ore mentre alcune organizzazioni chiamano a una nuova mobilitazione nazionale e sulle reti sociali si diffondono gli hastag contro gli abusi della polizia.

Da lamericalatina.net di Gianpaolo Contestabile

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Chi è Leonard Peltier? E’ un nativo americano, un pellerossa, da ben 43 anni in carcere negli Stati Uniti.

E’ in carcere perché ha lottato nell’American Indian Movement, il movimento che negli anni ’70 i nativi avevano organizzato negli Usa per resistere ancora una volta ai soprusi del colonialismo americano.

E’ in carcere perché faceva e fa parte di quel popolo che sapeva certo convivere con la natura meglio di come abbia fatto l’uomo bianco-occidentale nella storia.

Leonard Peltier è l’unico rimasto in carcere per la rivolta dei pellerossa a Wounded-Knee nella riserva indiana di Pine Ridge nel Sud Dakota nel 1973.

https://contromaelstrom.com/2011/08/11/la-rivolta-dei-pellerossa-a-wounded-knee/

 

Leggi una sua lettera qui

 

Saluti miei cari,

Eccoci di nuovo qui. Questa volta siamo nel 2016. E’ da più di 41 anni che io non cammino libero e posso vedere il sole sorgere e tramontare e sentire la terra sotto i miei piedi. Io so che ci sono stati più cambiamenti di quelli che mi posso immaginare, là fuori.

Ma so anche che c’è una lotta che fa si che questo Paese si stia muovendo verso una forma più sostenibile di vita. Questo è qualcosa che noi volevamo accadesse già negli anni ’70.

Io osservo gli eventi di Standing Rock con orgoglio e dolore. Orgoglio che le nostre genti e i loro alleati si stanno alzando e mettendo le loro vite in gioco per le generazioni future, non perché lo vogliano, ma perché devono farlo. Hanno ragione a sollevarsi in modo pacifico. E’ il più grande raduno del nostro popolo nella storia e ci ha unito più di qualsiasi altra cosa come mai era avvenuto. Noi abbiamo bisogno del supporto reciproco nel fare questo cammino in questi tempi.

L’acqua E’ vita e non possiamo abbandonare questa questione perché la trattino i nostri nipoti e pronipoti quando le cose andranno avanti e la situazione della nostra natura sarà peggiore di come stia adesso.

E la nostra MADRE TERRA sta già soffrendo.

E sento dolore per coloro che proteggono l’acqua a Standing Rock perché in questi ultimi giorni hanno ricevuto la più dura risposta dalle agenzie che impongono le leggi e le nostre genti stanno soffrendo.

Finalmente stanno ricevendo l’attenzione dei midia nazionali.

La mia casa è IN NORTH DAKOTA. la gente di STANDING ROCK è la mia gente. toro seduto giace nella sua tomba lì. la mia casa a TURTLE MOUNTAIN è appena a poche ore a nord di STANDING ROCK, gusto a sud di MANITOBA, CANADA.

Io non vedo casa mia da quando ero ragazzo, ma ho sempre la speranza di tornare là per il tempo che mi può rimanere da vivere. E’ la terra di mio padre e mi piacerebbe poter vivere ancora lì. E lì morire.

Ho diversi sentimenti quest’anno. L’ultima volta che mi sentii così era 16 anni fa, quando ebbi davvero una chance di essere libero. Non è un sentimento facile da definire. Qualcosa di agitato. E’ una cosa difficile permettere alla speranza di insinuarsi nel mio cuore e nel mio spirito, qui in questo freddo edificio di cemento e acciaio.

Da una parte avere speranza è un sentimento piacevole, meraviglioso, ma dall’altra parte può essere crudele e amaro.

Ma oggi scelgo la speranza.

Io prego perché voi stiate bene di salute e con buoni sentimenti e vi ringrazio dal fondo del mio cuore per tutto quello che avete fatto e continuate a fare per me per la Madre Terra.

Per favore mantenetemi nelle vostre preghiere e pensieri in questi ultimi giorni del 2016 che scivolano via.

Vi mando il mio amore e il mio rispetto per tutti coloro che si sono riuniti nel nome della Madre Terra e delle nostre future generazioni. Io sono lì con voi nello spirito.

Doksha.

In the Spirit of Crazy Horse, (nello Spirito di Cavallo Pazzo)

 

Facciamo girare queste informazioni e il grido della LIBERTA‘ per Leonard Peltier, in un paese che non conosce vergogna per quello che ha fatto. Ricordiamo per tutte e tutti, poiché né i media, né la scuola, in pratica nessuno parla del più grande sterminio fatto nella storia dell’umanità: si tratta della strage compiuta dai colonizzatori europei nei confronti delle popolazioni amerinde. Una strage che supera i 50 milioni di persone appartenenti alle popolazioni amerinde (che vivevano da millenni nelle Americhe). Sono state massacrate dagli eserciti di questi paesi: Spagna, Portogallo, Inghilterra, Olanda, Francia. La più grande strage dell’umanità!

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