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Articoli filtrati per data: Tuesday, 01 Settembre 2020

La ribellione dei blocchi in Bolivia ha fatto parlare molto al di là delle prossime elezioni.  Primo, per il momento storico che dà maggiore importanza alla dimensione di massa dei blocchi (150 blocchi in 12 giorni), qualcosa di inedito negli ultimi 35 anni dall’applicazione del neoliberalismo nel paese.

Hanno superato le insurrezioni del 2000 (Guerra dell’acqua) e quella del 2003 (Guerra del gas), che provocò la rinuncia dell’ex presidente Sánchez de Lozada e precedette l’arrivo di Evo Morales.

Non si può attribuire questa lotta al Movimento Al Socialismo (MAS), per la sua origine di auto-convocazione da parte delle basi (la Centrale Operaia Boliviana – COB, il Patto di Unità e il Mallku), e per la richiesta di rinuncia di Jeanine Áñez, superandolo.

L’incontro fallito tra le organizzazioni sociali e la classe politica, è una disputa che segna un punto di inflessione nella storia dell’organizzazione politica del paese e fa tornare a galla una domanda storica, la decolonizzazione della politica.

Oggi la Bolivia è un laboratorio di sterminio con un colpo di stato violento, la pandemia strumentalizzata dal governo di fatto per eliminare il “nemico interno”, provocando un genocidio indigeno, legittimato da un discorso razzista con lo scopo di instaurare un’apartheid indigena come all’epoca della repubblica coloniale.

Un dato chiave è l’arrivo al governo -per la prima volta in 194 anni dalla creazione della Bolivia come stato-nazione-, dei separatisti. Tale il caso del croato Branco Marincovich, il cui progetto politico va oltre a quello di un partito neoliberale e ha all’orizzonte la divisione dello stato, la balcanizzazione del paese.

A livello regionale, si pongono le basi di un modello applicabile in altri paesi, che si è iniziato a modellare con il golpe “morbido” in Honduras (2009) e che, con un golpe violento in Bolivia (2019), acquisisce caratteristiche più radicali e fasciste.

Gli Stati Uniti, allo scopo di recuperare la propria egemonia cercano di riconquistare il loro “cortile posteriore” (Dottrina Monroe, 1823), di ricolonizzare la regione e controllare il 60% del litio del mondo, ricchezza naturale del paese, per cui perpetrano un golpe nel cuore dell’America Latina contro il serbatoio morale e rivoluzionario, i popoli originari.

Nel quadro di un piano di un’invasione yankee del Venezuela, denunciato il 19 agosto da Samuel Moncada, ambasciatore venezuelano alle Nazioni Unite, che anticipa questo orizzonte per la Bolivia, soprattutto dopo aver valutato le forze dopo i blocchi.

528 anni di resistenza indigena: riserva morale e rivoluzionaria

Durante il golpe del 2019 si è osservata una disorganizzazione e una vulnerabilità delle organizzazioni sociali, che persero la strada di fronte alla violenza delle Forze Armate, della polizia e dei gruppi paramilitari. In nove mesi, questa correlazione di forze è cambiata: i movimenti sociali hanno dimostrato la loro saggezza e la loro capacità di riorganizzazione, mettendo all’angolo i golpisti.

Si sono formati migliaia di motoqueros (motociclisti) con le loro Whipalas, in contrapposizione ai motoqueros paramilitari che, inferiori in quantità, hanno associato nelle loro fila poliziotti. Un altro esempio, la “Gioventù Wari”, formata da giovani indigeni di Warizata in onore della prima scuola ayllu indigena della Bolivia.

In questo processo il recupero della memoria storica della lotta ancestrale di Tupak Katari, Bartolina Sisa, e di tanti altri, è stato determinante.

Recupera valore il discorso indianista, anticoloniale e antirazzista, il cui pensiero ideologico riscatta il popolo boliviano in contrapposizione al risorgere del discorso razzista di supremazia bianca. Questo punto è chiave per rafforzare l’identità, rendere visibile il cammino e l’oggetto in disputa, lo Stato Plurinazionale.

Tornare alla repubblica con la sua origine coloniale, implica che le e gli indigeni tornano alla situazione di quasi schiavitù anteriore al 2005 e che le ed i boliviani siano stranieri nella loro propria terra.

Un discorso nettamente elettoralista del MAS, con il desiderio di fare appello al voto della classe media, non potenzia il principale soggetto politico dei cambiamenti sociali, gli indigeni. Il rischio è di trascurare la propria base fondativa che resiste al golpe dal territorio, che ha protetto con 10 mila uomini l’aereo con cui partì Morales, e che giunto il momento recupereranno la democrazia.

Le Forze Armate e la polizia, in progressiva rottura al loro interno, non sono più senza riserve per la Áñez, anche se le loro cupole sì, in cambio di bustarelle e promozioni. Non hanno represso in 12 giorni, nonostante le minacce. È imprescindibile sapere che sarebbe successo se non fossero stati tolti i blocchi, ma la cosa concreta è che la Áñez stava pianificando la sua fuga in Colombia, dove risiede il suo compagno. E l’appello di Fernando Camacho e dei suoi seguaci, a sbloccare, è stato un fallimento.

I negoziati tra il Tribunale Supremo Elettorale (TSE), la Áñez e le organizzazioni sociali sono stati un altro fallimento. Nessuno ha presenziato alla riunione con la Áñez, dato che simultaneamente reprimevano a Samaipata. Maricruz Bayá, dell’ADN, ha assistito e in televisione le ha chiesto la rinuncia, evidenziando un vuoto di potere, uno stato senza governo.

Il 10 agosto, Morales ha convocato una conciliazione con l’ONU e la Chiesa cattolica, con l’obiettivo di definire la data elettorale per il 18 ottobre, mentre le organizzazioni sociali esigevano un’altra data consensuale. Il 12 agosto, si decise di circondare la Casa del Governo fino alla rinuncia della Áñez. Il giorno seguente, l’Assemblea Legislativa ha approvato una legge per “elezioni definitive, improrogabile e fissa” per il 18 ottobre.

La Áñez si attribuisce la “pacificazione del paese”. La COB e il Patto di Unità hanno accusato di “tradimento” l’Assemblea Legislativa e non hanno riconosciuto detta legge per “aver deliberato alle spalle del popolo”. A due giorni, si sospendono provvisoriamente e si tolgono i blocchi, fatto che ha provocato malessere e lotte.

Immediatamente, si sono scatenate minacce d’arresto contro i dirigenti e quello delle Interculturali è detenuto. Si crea un clima di “frode” identico a quello del 2019, cercando di imporre l’immaginario che se il MAS vincesse le elezioni sarebbe per una frode (la medesima linea che sostiene Trump di fronte alla possibilità di perdere la sua rielezione).

La Chiesa chiede di evitare le elezioni per la pandemia, e la stessa cosa fanno di dirigenti “civici” (dell’ultradestra) in riunione con il TSE, un diplomatico golpista in Brasile mette in dubbio il voto degli emigrati per la pandemia (potrebbe estendersi ad altri paesi), un “consiglio civico virtuale” chiede di controllare le elezioni e minacciano di non riconoscere i consiglieri del TSE, mentre circola la versione che questi potrebbero rinunciare in massa.

Secondo un sondaggio della CELAG, il candidato masista Luis Arce con il 42% supera il 40% dei voti e i 10 punti di differenza rispetto al secondo concorrente, Carlos Mesa che ha il 27%, fatto che significa che vincerebbe al primo turno.

La partita elettorale si gioca in un campo infangato (golpismo/media/apparato statale/ecc.) e con un arbitro del golpismo (TSE). Se la Áñez o un altro candidato rinunciassero alle loro candidature, le distanze si accorcerebbero, si andrebbe al secondo turno, dove il voto anti-MAS sarebbe decisivo.

Al di là della realizzazione e/o dei risultati dell’elezione, il MAS deve fare una profonda autocritica per gli errori precedenti al golpe e dopo il golpe, dichiarano le basi. Occorre il rinnovamento dei burocrati di classe media con quadri politici che hanno un protagonismo indigeno (maggioranza nel paese) e con una legittimità dalle basi, condizioni vitali per anticipare e disarticolare qualsiasi offensiva imperiale.

Se il MAS svolta al centro e passa ad essere un partito tradizionale, lasciando da parte i principi ideologici originari, il costo politico sarà alto, quello che pagò il Movimento Nazionalista Rivoluzionario (MNR), dopo aver emanato le leggi di riforma agraria e del voto universale nel 1952.

Punti centrali di riflessione post-blocchi:

1- Società civile vs società politica: la lotta del popolo per il recupero della democrazia, è andata oltre il MAS in richieste e in numero, organizzando un blocco popolare diverso nel quale questo è solo una frazione.

2- Democrazia rappresentativa liberale vs Democrazia partecipativa: tenendo conto dei disaccordi tra le organizzazioni sociali e la classe politica, e che “la maturità delle organizzazioni sociali si dimostra nella capacità e autonomia delle loro decisioni” (C. Katari, 2019): Sono le organizzazioni sociali (base) quelle che deliberano e decidono il piano di lotta e la classe politica obbedisce -secondo Morales “Governare obbedendo al popolo”- o queste si prendono in modo verticale, paternalista e unilaterale?

3- Colonizzazione della politica vs decolonizzazione della politica: il 13 agosto, Segundina Flores massima dirigente del movimento Bartolinas Sisa, che fa parte del Patto di Unità insieme alla COB, ha sostenuto che “Settori intellettuali di classe media che hanno guidato il processo di cambiamento, il MAS, continuano a guidarlo e a noi (gli indigeni) come fondatori dello strumento politico (…) non ci hanno lasciato dirigere, stanno sempre parlando a nome nostro e della nostra lotta”.

È innegabile che l’accesso degli indigeni alla politica è stato massiccio durante il governo di Evo Morales, che ha guidato il miglior periodo della storia della Bolivia.

Nonostante ciò, queste parole obbligano alla riflessione di fino a che punto gli indigeni partecipavano alle decisioni chiave della direzione del paese, soprattutto nel cosiddetto “governo delle organizzazioni sociali” e in una società pigmentocratica dove il “sapere e la capacità” sono posti storicamente nei cosiddetti “profili professionali”, sempre bianchi.

D’altra parte, si interpellano gli “intellettuali di clase media e di sinistra, bianchi” (applicabile a livello regionale) senza coscienza della propria provenienza di classe, formattati in una visione eurocentrica, che applicano concetti e categorie occidentali di analisi, che non hanno a che vedere con la realtà e il pensiero andino, e insufficienti per spiegare la complessa realtà boliviana e indigena. Non accorgendosene, riproducono il sistema coloniale e capitalista che sostengono di criticare.

Equivale ad analizzare le problematiche di genere delle donne con parametri maschili. Il marxista Antonio Gramsci critica questo tipo di “intellettuale tradizionale”, ma i destinatari delle parole della dirigente bartolina sembrano non averlo letto, anche se quello non sarebbe sufficiente.

Perché chi accende la luce è il pioniere pensiero indianista, che propone la decolonizzazione della conoscenza e della scienza, il pensarsi “da noi stessi”. Solo loro potranno prospettare le problematiche dell’indigeno e per questo la denuncia che altri si presentano come portavoce degli indigeni (e delle e dei boliviani), usandoli come piattaforma politica e rubando la loro voce per accedere a cariche politiche e ad altri benefici.

*Verónica Zapata. Giornalista e psicologa boliviana, collaboratrice del Centro Latinoamericano de Análisis Estratégico (CLAE).

31/08/2020

Rebelión

Traduzione a cura di Comitato Carlos Fonseca

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Abbiamo tradotto questa interessante intervista a "Bifo" da Pagina12 a cura di María Daniela Yaccar in cui prova ad individuare alcune tendenze che emergono dalla crisi di civiltà capitalista incentivata dall'esperienza pandemica. Buona lettura.

L'autore di "La fabbrica dell'infelicità" ritiene che questa fine del ciclo "potrebbe aprire la porta a un inferno politico e militare essenzialmente caotico. Il caos è il vero dominatore dell'era della pandemia". Bifo parla anche di vaccini, ambiente, virtualità e legami umani sprofondati in una "epidemia di solitudine".

 

"Siamo su una soglia che può durare anni", dice Franco "Bifo" Berardi, scrittore, filosofo e attivista italiano, dialogando con Página / 12. In un momento che "non è per conclusioni", analizza lo scenario e prevede alternative. Scrive, in un'ampia e-mail, che "il caos è il dominatore del tempo", e che sono possibili "un crollo finale dell'ordine economico globale" e uno spiegamento di comunità autonome centrate sull'uguaglianza. Non credere al potere dello Stato. Il vero potere, per lui, è nel capitalismo. Passa attraverso diversi argomenti che ricostruiscono questo fatto totale che è la pandemia. Vaccino, ambiente, virtualità, legami umani sprofondati in una "epidemia di solitudine".

 

In quarantena, oltre alla pittura, Bifo ha scritto un testo molto originale e letterario chiamato "Cronaca della psicodeflazione", che contiene una definizione del coronavirus: "virus semiotico", "fissazione psicotica" che "prolifera nel corpo stressato dell'umanità globale" e ha bloccato “il funzionamento astratto dell'economia”. È disponibile sul sito della casa editrice Caja Negra, che ha pubblicato anche i titoli "Futurabilità" e "Fenomenologia della Fine". Successivamente, Bifo ha scritto "Beyond the collapse". Lo scrittore bolognese nato nel 1949 ha una storia. Ha partecipato alle rivolte giovanili del '68, è stato amico di Félix Guattari, ha frequentato Foucault. Ha fondato riviste, creato radio alternative e segnali televisivi comunitari. Alcuni dei suoi libri più importanti sono La Fabbrica dell'infelicità, Post-Generation Alpha, Felix and The Uprising. Tinta Limón Ediciones sta per lanciare El Umbral. Chronicles and Meditations. Attualmente è professore di Storia sociale dei media all'Accademia di Brera, a Milano.

 

 

Con il coronavirus la filosofia è rimasta al centro della scena. Qual è la sua missione in questa pandemia?

-E' stata la stessa per migliaia di anni: capire, concepire, organizzare il pensiero collettivo. Il filosofo cerca di trasformare ciò che percepiamo nell'esperienza comune in concetti che illuminino il cammino. È molto semplice, ma forse l'esercizio diventa problematico. Se ciò che comprendiamo della realtà implica che non esiste una via d'uscita etica, politica o scientifica da una situazione, se l'immaginazione filosofica non può immaginare altra via d'uscita che la barbarie, un altro orizzonte rispetto all'estinzione, il lavoro diventa molto duro. Dobbiamo riconoscere e raccontare ciò che sembra inevitabile dal punto di vista della comprensione, ma allo stesso tempo ricordarci sempre che forse l'imprevisto sovverte i piani dell'inevitabile. Questa è la missione della filosofia: immaginare l'imprevedibile, produrlo, provocarlo, organizzarlo.

 

In Beyond the Collapse solleva due scenari: “Ciò che resta del potere capitalista cercherà di imporre un sistema di controllo tecno-totalitario. Ma l'alternativa è qui adesso: una società libera dalle compulsioni dell'accumulazione e della crescita economica ”. Come si potrebbe costruire un'alternativa?

-Le attuali conseguenze della pandemia e del blocco (confinamento) sono molto contraddittorie. Ci sono tendenze divergenti, anche opposte, nella sfera economica, quella del potere. Da un lato assistiamo al crollo dei nodi strutturali dell'economia. Il crollo della domanda, dei consumi, una deflazione di lungo periodo che alimenta la crisi della produzione e della disoccupazione, in una spirale che possiamo definire depressione, ma è più di una depressione economica. È la fine del modello capitalista, l'esplosione di molti concetti e strutture che tengono insieme le società. Allo stesso tempo, stiamo assistendo all'enorme rafforzamento del capitalismo delle piattaforme e delle aziende digitali nel suo complesso. Il rapporto tra il sistema finanziario e il collasso dell'economia produttiva appare incomprensibile: Wall Street conferma il suo trend positivo, quasi trionfante. C'è un'enorme bolla economica che potrebbe scoppiare nel prossimo futuro? O, al contrario, significa che l'astrazione finanziaria è diventata totalmente indipendente dalla realtà dell'economia sociale? Credo che nel prossimo anno assisteremo al crollo finale dell'ordine economico globale, che potrebbe aprire la porta a un inferno politico e militare essenzialmente caotico. Il caos è il vero dominatore dell'era della pandemia. Un caos che il capitalismo non può domare. Non ci sono alternative politiche visibili nel prossimo futuro. Ci sono rivolte. Ci saranno. Ma nessuna strategia politica unificante può essere immaginata.

Hai scritto che l'uguaglianza, "distrutta nell'immaginario politico negli ultimi 40 anni", potrebbe guadagnare importanza. Questa idea non è in contrasto con ciò che sta accadendo qui e ora? Il virus ha aggravato la povertà, la disoccupazione e la disuguaglianza.

-Nella situazione caotica che può svilupparsi, le comunità autonome prolifereranno, esperimenti di sopravvivenza egualitari. Certo, oggi c'è un tentativo da parte delle forze d'affari, della mafia, dei neoliberisti di impossessarsi il più possibile della ricchezza sociale, delle risorse fisiche e monetarie. Ma questo non stabilizzerà nulla. Tutte le misure di stabilizzazione che le forze politiche di governo stanno tentando in Europa come altrove non possono stabilizzare nulla a lungo termine. La crescita non tornerà né domani né mai. L'ecosfera terrestre non lo permetterà; non lo sta permettendo. La domanda non aumenterà, non solo perché i salari stanno diminuendo, ma anche perché la crisi causata dal virus non è solo economica. È essenzialmente psichico, mentale: è una crisi di speranze per il futuro. In questa situazione dobbiamo immaginare forme di vita post-economica autonoma, di autoproduzione del necessario, di autodifesa armata contro il potere, di coordinamento informatico globale.

 

Cosa pensi che questa pandemia significhi per l'ordine geopolitico mondiale?

-Chaos prende il posto del comando. Non esiste oggettivamente. C'è caos quando gli eventi che riguardano la nostra esistenza sono troppo complessi, veloci, intensi per un'elaborazione emotiva e consapevole. Il virus, invisibile e ingovernabile, ha portato il caos a un livello definito. Non riesco a prevedere i punti in cui il crollo produrrà effetti più notevoli. Quello che mi sembra molto probabile è un processo di guerra civile negli Stati Uniti. Secondo un articolo pubblicato pochi giorni fa sul Dallas News non ci sarà una guerra civile, ma una situazione caotica di terrore permanente. I cittadini americani continuano ad acquistare armi da fuoco, anche se esiste già più di un'arma per ogni cittadino, compresi bambini e nonni. Il trumpismo non è stata una follia provvisoria. È l'espressione dell'anima bianca di un Paese nato e prosperato grazie al genocidio, alla deportazione, alla schiavitù di massa. Gli effetti globali della disgregazione degli Stati Uniti non possono essere previsti.

 

Una volta che apparirà un vaccino, pensi che l'umanità si rilasserà e il danno ecologico si approfondirà di nuovo o il rapporto con l'ambiente potrà essere ripensato? C'è il rischio di vivere in uno stato di pandemia permanente?

-Naturalmente esiste. Il Covid è stato solo uno dei virus che possono diffondersi in modo contagioso. Non posso approfondire la possibilità di un vaccino efficace perché non sono un biologo, ma non credo che l'esperienza del coronavirus finirà con il vaccino. La pandemia del 2020 è stata solo l'inizio di un periodo di catastrofi globali, a livello biologico, ambientale e militare. Anche l'effetto della pandemia sull'ambiente è contraddittorio. Da un lato, c'è stata una riduzione del consumo di energia fossile, un blocco dell'inquinamento industriale e urbano. Dall'altro, la situazione economica costringe la società ad affrontare problemi immediati e rimandare soluzioni a lungo termine. E non c'è un lungo termine a livello di crisi ambientale, perché gli effetti del riscaldamento globale si stanno già manifestando. Ma allo stesso tempo possiamo immaginare (e proporre) la creazione di reti comunitarie autonome che non dipendono dal principio del profitto e dell'accumulazione. Comunità di sopravvivenza frugale.

Maristella Svampa, sociologa argentina, postula che la metafora del nemico invisibile nel discorso politico nasconda la dimensione ambientale del virus. Coincide?

-Sono d'accordo. Il Covid-19 è una particolare emergenza dal collasso ambientale. Le élite politiche non mi sembrano all'altezza del problema, quello che dicono non mi sembra molto importante. La politica nel suo insieme è impotente. Cosa fanno i politici "buoni" (come Conte in Italia)? Applicano la disciplina sanitaria obbligatoria, si inchinano alla decisione scientifica, che prende il posto della decisione politica. Cosa stanno facendo i cattivi (Bolsonaro, Trump….)? Rifiutano la decisione scientifica e affermano l'autonomia della politica. Ma la politica è diventata un gioco senza ragione, senza conoscenza. Il potere del politico è follia, vendetta, rabbia contro l'impotenza. Se la politica è stata durante l'era moderna un'espressione della volontà, ora è morta perché la volontà umana ha perso la sua efficacia sul processo reale.

 

Come pensi che saranno le relazioni dopo la pandemia? Come sono adesso?

-La pandemia segna una rottura antropologica di profondità abissale. Pensiamo all'atto più umano di tutti: il bacio, l'avvicinarsi delle labbra, la graduale e dolce carezza della lingua dentro la bocca di un altro essere umano. Questo atto è diventato il più pericoloso e antisociale immaginabile. Che effetto avrà questa novità sull'inconscio collettivo? Una sensibilizzazione fobica al corpo e alla pelle dell'altro. Un'epidemia di solitudine e quindi di depressione. A livello sociale, l'allontanamento implica la fine di ogni solidarietà. A livello dell'inconscio è equivalente alla bomba atomica. Dobbiamo reinventare l'affettività, il desiderio, il tatto, il sesso, ma ... abbiamo la forza psichica per farlo? Non penso. Ma lo ripeto con forza: siamo a una soglia, non possiamo sapere come usciremo dall'oscillazione in cui viene catturato l'inconscio.

 

Agamben ha scritto sulla limitazione della libertà, "accolta in nome di un desiderio di sicurezza indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarla". Cosa ne pensi del controllo statale con la pandemia sullo sfondo?

-Lo Stato è sempre più identificato con le grandi agenzie di controllo informatico, che acquisiscono enormi quantità di dati. Non esiste più come entità politica, territoriale. Continua ad esistere nelle teste dei sovranisti a destra e a sinistra. Non c'è politica, ha perso tutto il suo potere; Lo Stato non esiste come organizzazione della volontà collettiva, non esiste democrazia. Sono tutte parole che hanno perso il loro significato. Lo Stato è l'insieme della disciplina sanitaria obbligatoria, degli automatismi tecno-finanziari e dell'organizzazione violenta della repressione contro i movimenti sindacali. Il luogo del potere non è lo Stato, una realtà moderna che si è conclusa con la fine della modernità. Il posto del potere è il capitalismo nella sua forma semiotica, psichica, militare, finanziaria: le grandi corporazioni di dominio sulla mente umana e sull'attività sociale.

 

Nei paesi dell'America Latina, la dicotomia che emerge nei testi filosofici europei (capitalismo-comunismo) non risuona allo stesso modo. Qui pensiamo più in termini di stato presente. Qual è la tua lettura della pandemia in relazione a due scenari con differenze strutturali come l'America Latina e l'Europa?

-In America Latina c'è stata una forza particolare, un discorso sulla neo-sovranità di sinistra, quello che potremmo chiamare populismo di sinistra, secondo la versione di Laclau, Jorge Alemán e altri. L'esperienza Lulista, l'esperienza kirchnerista, quella di Evo in Bolivia e il chavismo sono esperimenti di sovranità popolare, democratica, con intenti sociali. Sono stati preziosi, forse più o meno riusciti. Ma alla fine hanno fallito tutti, perché la complessità della globalizzazione capitalista non lascia margini di manovra a livello nazionale, provocando la violenza della reazione. La pandemia è la prova dell'impossibilità di agire nella dimensione nazionale. Certo, potrebbe esserci una gestione razionale della pandemia, come quella dell'Argentina, e un modo irresponsabile e genocida come quello del Brasile. Ma alla fine la pandemia sta provocando un'apocalisse globale che nessuna politica razionale può impedire. Segna anche il fallimento definitivo di tutte le ipotesi sovrane, di sinistra e di destra.

 

Cosa ne pensi dei movimenti "antiquarantine"? L'idea di libertà è stata cooptata dall'estrema destra?

-La parola "libertà" è un malinteso della filosofia moderna e del pensiero politico. Chi parla di libertà nell'era degli automatismi tecno-finanziari non sa di cosa parla. Il nemico della libertà non è il tiranno politico, ma i legami matematici della finanza e quelli digitali della connessione obbligatoria. Esiste una libertà ontologica, il che significa che Dio ha deciso di non determinare la direzione della vita umana, lasciando così il libero arbitrio agli umani. Ma la materia di cui sono composti gli organismi determina profondamente la possibilità di azione dell'organismo. E la questione sociale, l'economia, la malattia, la proliferazione virale sono i veri assassini della libertà. La modernità ha saputo inventare uno spazio di vera libertà: il potere della politica moderna (da Machiavelli a Lenin) è stata la capacità di scegliere strategicamente e agire tatticamente in modo tale da piegare non tutta la realtà, ma spazi rilevanti di la realtà sociale, tecnica, persino medica. La fine della modernità segna anche la fine di questa libertà marginale: la creazione di automatismi tecno-finanziari ha distrutto il potere politico della volontà; ha ucciso la democrazia. La parola libertà oggi significa solo libertà di sfruttare chi non può difendersi, di rendersi schiavi degli altri, di uccidere africani che vogliono sopravvivere migrando in Europa. La libertà oggi è una parola assassina. Solo l'uguaglianza è una parola che può ripristinare qualcosa di umano tra gli umani.

 

"Credo che l'attuale pandemia segna l'uscita definitiva dall'era moderna di espansione e l'ingresso nell'era dell'estinzione", ha scritto. Hai mai immaginato quanto tempo ci resta? L'estinzione è inevitabile?

-Prima di tutto non sono un indovino. Quando dico che stiamo entrando nell'era dell'estinzione, intendo che nell'orizzonte futuro l'unica conclusione lineare delle tendenze esistenti (sovrappopolazione, inquinamento, riscaldamento globale, riduzione dello spazio abitabile, moltiplicazione delle spese militari, proliferazione di guerre, epidemia psicotica) non implica nessun'altra prospettiva realistica che l'estinzione della civiltà umana (che si sta già manifestando) e della specie umana (che sembra sempre più probabile). Ma sono convinto che l'inevitabile spesso non si realizza perché l'imprevedibile tende a prevalere.

 

Ritorno dalla morte

Una delle tante cose che il virus modifica è il modo in cui vengono vissuti morte e duelli. In Beyond the Collapse ti riferisci al ritorno della morte sulla scena del discorso filosofico. Come leggere questo cambiamento?

-La morte è stata rimossa, negata, cancellata nella scena immaginaria della modernità. Il capitalismo è stato il tentativo più riuscito di raggiungere l'immortalità. L'accumulazione di capitale è immortale. La vita umana si identifica con il suo prodotto astratto e riesce a vivere immortalmente nell'astrazione. Di conseguenza, rifiutiamo l'idea della nostra mortalità individuale, perché consideriamo la vita come una proprietà privata che non può essere terminata. La distruzione sistematica dell'ambiente è la prova che non crediamo nella mortalità: non importa se uccidiamo la natura, perché è l'unico modo per ottenere l'accumulazione di capitale, la nostra eternità. Ma la pandemia ci costringe a riconoscere che la morte esiste, che è il destino di ogni essere vivente. L'astrazione ha perso il suo potere, il denaro non può fare nulla di fronte alla morte. Il problema è che non stiamo parlando (solo) dell'individuo, stiamo parlando dell'estinzione del genere umano come orizzonte del nostro tempo.

 

Malattia virtuale

"Quando la pandemia finalmente si dissolve (ammesso che lo faccia), potrebbe essere stata imposta una nuova identificazione psicologica: online equivale a malattia", ha scritto. Puoi approfondire questo e dove verrà lasciato il corpo?

-Qualcosa di molto interessante potrebbe essere verificato: dopo un lungo periodo di tempo in cui la relazione corporea è stata sostituita da quella online, si è potuta verificare un'identificazione psichica della dimensione online con la malattia, con un periodo di solitudine e paura. risolverà l'oscillazione? Con un'epidemia di autismo suicida o con un'esplosione di desiderio liberatorio? Non lo sappiamo, ma possiamo riflettere sulle alternative che vengono designate alla soglia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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in NOTES

Qualche mese fa, prima dell’epidemia, si è scritto qui che i giornali italiani riportano spesso luoghi comuni e miti sul mondo del lavoro, sovente non supportati dai fatti. Questi luoghi comuni entrano così nel discorso politico e pubblico ed è quasi impossibile sfatarli successivamente.

Da qualche settimana viene ripetuta come un mantra l’idea che il blocco dei licenziamenti disposto dal legislatore italiano per far fronte all’epidemia di Covid-19 e alla crisi economica che ne sta scaturendo impedirebbe ai giovani di entrare nel mercato del lavoro e che, quindi, rimuovere il blocco li beneficerebbe.

Prima di occuparsi di questo, però, vale la pena dare alcune informazioni di contesto.

Il blocco dei licenziamenti per motivi economici, collettivi e individuali, è sicuramente una misura eccezionale. L’ultima volta che fu applicata fu subito dopo la seconda guerra mondiale. Non sfugge a nessuno, tuttavia, che la situazione attuale sia del tutto straordinaria e paragonabile alla fine del secondo conflitto mondiale, non solo in termini di perdite economiche ma anche di diffusione “simmetrica” delle stesse. Mai prima d’ora, da allora, una contrazione delle attività economiche è stata così seria e di così vasta scala a livello globale.

Il blocco dei licenziamenti ha quindi la funzione di evitare che una massa enorme di persone venga espulse dal posto di lavoro in breve tempo senza alcuna prospettiva concreta di ricollocazione. Al blocco si sono accompagnati ammortizzatori sociali, come la Cassa Integrazione, finanziati pubblicamente anche in deroga alle normative esistenti per evitare che il divieto di licenziare pesasse in maniera insostenibile sulle aziende in difficoltà. Nessuno, ovviamente, si illude che questa situazione possa protrarsi all’infinito, sia perché le risorse economiche per gli ammortizzatori non sono senza fondo sia per evitare di tenere in vita forzatamente aziende ormai decotte. Va però segnalato che gli ammortizzatori sociali in deroga non sono certo stati un’anomalia italiana, nel far fronte alla crisi provocata dall’epidemia. Moltissimi Paesi sviluppati hanno rafforzato o – come Regno Unito e Stati Uniti – introdotto da zero strumenti che garantissero il sostegno al reddito dei lavoratori e delle imprese per evitare che quest’ultime licenziasseroche quest’ultime licenziassero. Non tutti questi sistemi hanno stabilito per legge blocchi dei licenziamenti, ma Paesi a noi simili come Francia e Spagna lo hanno fatto.

In Italia adesso si discute di un possibile “ritorno alla normalità”, con il ritiro degli ammortizzatori in deroga e la rimozione del blocco dei licenziamenti. Va innanzitutto detto, perché la notizia è passata praticamente inosservata nel dibattito diffuso, che il “blocco” è stato già fortemente ridotto, prevedendo diverse eccezioni al divieto temporaneo di licenziare (che si aggiungono a quelle mai sospese: i licenziamenti disciplinari sono rimasti possibili anche in piena epidemia). Gli esperti discutono della portata di queste eccezioni al divieto: come è stato osservato da altri, i legali delle imprese hanno cercato di far rientrare nelle eccezioni al blocco dei casi non previsti dal legislatore.

Si discute anche della fine degli ammortizzatori in deroga. Il presidente di Confindustria, Bonomi, sembrerebbe sostenere, in pratica, che gli ammortizzatori sociali in deroga stiano iniziando a drogare il mercato mantenendo in piedi posti di lavoro persi e ormai non riassorbibili. Non è possibile, però, una valutazione di questo genere dopo così pochi mesi dallo scoppio dell’epidemia e quando ancora sono completamente oscure l’effettiva portata della crisi e la sua ricaduta occupazionale. In Germania, dove in questi giorni le parti sociali e il governo discutono del futuro degli ammortizzatori sociali, il ministro del lavoro tedesco si è detto sin d’ora disponibile all’estensione di alcuni di essi fino al 2022 inoltrato. Sembra una previsione più realistica rispetto a immaginare un ritorno alla normalità nei prossimi pochi mesi. Altra cosa, ovviamente, è verificare ed eventualmente ripensare la funzione degli ammortizzatori stessi in vista di una riqualificazione dei beneficiari sulla base di seri programmi di formazione, come è stato condivisibilmente proposto. Anche qui, però, non si può sottovalutare come le ricadute occupazionali della crisi siano ancora del tutto ignote, così come lo sono molte delle professionalità e dei lavori che avranno un avvenire, passata la fase più acuta. Non è possibile avere risposte certe su un futuro di cui, come mai prima d’ora, ignoriamo i contorni.

In una situazione come questa in cui tutti temono, o comunque prevedono, licenziamenti di massa una volta rimosso totalmente il blocco rimane però totalmente incomprensibile come il questo blocco penalizzerebbe i giovani, impedendo loro di entrare nel mercato del lavoro. Sostenere che limitare i licenziamenti impedisca automaticamente di assumere nuovi lavoratori è uno di quei miti non supportati da evidenze empiriche cui già siamo abituati, riproporlo in vista di una contrazione di livello imprevedibile del Pil e di fronte al rischio concreto di licenziamenti di massa, però, è quasi surreale.

L’unica ragione plausibile di questa affermazione è pensare che si dovrebbe poter licenziare liberamente la manodopera esistente per rimpiazzarla con lavoratori più giovani e meno costosi, perché assunti con minore anzianità, maggiore formazione e contratti più precari rispetto ai lavoratori già in forza alle aziende, sperando anche di usufruire di generose decontribuzioni per i nuovi assunti, a cui le imprese italiane hanno spesso attinto negli ultimi anni.

Sostituire dipendenti più anziani con lavoratori giovani e meno pagati, insomma, è quanto davvero ostacolato dall’attuale blocco dei licenziamenti, considerato che l’ordinaria normativa italiana sui licenziamenti collettivi, in assenza di blocco, è molto più lasca dell’omologa di altri Paesi, come ad esempio Francia o Germania, dove il sindacato e la pubblica amministrazione vengono investiti dalla legge di poteri, anche di veto, molto più ampi rispetto agli omologhi italiani.

Insomma, dire che il blocco dei licenziamenti penalizza i giovani presuppone l’idea di espellere dal mercato del lavoro persone più anziane di più difficile ricollocazione per consentire alle imprese significativi risparmi di costo del lavoro. A sostenere le spese di tutto questo sarebbe evidentemente la collettività, che dovrebbe sobbarcarsi il costo di supportare il reddito e ricollocare i lavoratori licenziati e una ulteriore compressione della quota di reddito nazionale destinata ai salari, considerato che i giovani lavoratori sarebbero pagati meno dei “senior”.

Se è questo l’obiettivo sarebbe bene dirlo con chiarezza, per consentire un dibattito trasparente e informato su una questione essenziale per il futuro della società e del mercato del lavoro italiano e valutare apertamente i pro e i contro. Tentare di far passare un’enorme riduzione del costo del lavoro a beneficio delle imprese e a carico della collettività, usando “i giovani” come pretesto, non aiuta la discussione. Se si vorrà intraprendere questa strada è bene dire che le prime a beneficiarne saranno le imprese, mentre il resto della società dovrà far fronte a costi economici e sociali elevatissimi. Contrariamente al parere di chi scrive, si può anche sostenere che nel lungo termine potrebbe essere una buona strategia ma, per favore, non raccontiamoci che saranno i giovani a guadagnare dallo sblocco dei licenziamenti. A loro, come a tutti, dobbiamo sincerità, non specchietti per le allodole.

 

Valerio De Stefano, Antonio Aloisi per il Mulino

 

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