ssssssfff
Articoli filtrati per data: Friday, 07 Agosto 2020

Abbiamo fatto alcune domande ad una compagna e collaboratrice di InfoAut che risiede a Beirut su ciò che sta accadendo dopo l'esplosione che ha coinvolto il porto della città e i quartieri circostanti. La situazione è drammatica e lo scenario si evolve in fretta tra la legittima rabbia contro la corruzione e il lassismo del governo e gli avvoltoi occidentali che volteggiano sulla capitale del paese dei cedri.

L’esplosione che si è verificata nel porto di Beirut ha provocato danni enormi in tutta la città, soprattutto nei quartieri della zona est. Se prendiamo in considerazione la sola municipalità di Beirut, possiamo affermare che non ci sia un solo quartiere che non abbia riportato dei danni, i quali si estendono per un raggio complessivo di 10 km dall’epicentro della deflagrazione. I quartieri adiacenti al porto (Gemmayze e Mar Mikhael) sono andati completamente distrutti mentre tutti gli altri quartieri riportano danni ingenti, sono circa 300.000 le persone che sono rimaste senza una casa. Si scava ancora nelle macerie dove ci sono decine di dispersi, i morti ufficiali sono 157 e i feriti sono più di 5000. La situazione sanitaria è drammatica: tre ospedali situati nel centro di Beirut sono stati evacuati poiché resi inagibili dall’esplosione e tutte le strutture mediche della città hanno presto raggiunto la capienza massima prevista costringendo il trasporto dei feriti in altre città anche molto lontane da Beirut.

Parte della popolazione ha lasciato la città subito dopo l’esplosione: un po’ perché si pensava che fosse stata causata da un attacco aereo e quindi ci si aspettava dei raid successivi, un po’ per le notizie riguardanti la nube tossica che si stava sprigionando nell’atmosfera. Tuttavia, moltissime persone sono rimaste a dare una mano e hanno messo a disposizione le proprie abitazioni per coloro che si trovano in difficoltà. La città è affollata da centinaia di volontari, perlopiù giovani, che vanno in giro casa per casa ad aiutare a ripulire le case dai detriti e mettere in sicurezza gli immobili dove possibile. Tantissime reti di solidarietà sono nate e stanno nascendo per mettere a disposizione e far circolare numeri utili di elettricisti, falegnami e supporto di qualsiasi genere; numerosissime sono le organizzazioni e associazioni locali che hanno istallato presidi fissi nelle parti più colpite della città e mettono a disposizione acqua, cibo e medicinali. Il mutuo aiuto è alla base delle relazioni di questi giorni tra i cittadini libanesi e non, anche dal campo palestinese di Chatila un gruppo di volontari e volontarie si è organizzato per andare ad aiutare a rimuovere le macerie dai quartieri più colpiti.

Il governo libanese ha dichiarato lo stato d’emergenza per due settimane e dato pieni poteri all’esercito per gestire la sicurezza nazionale durante questo lasso di tempo. Ha inoltre istituito un comitato investigativo per determinare i responsabili dell’accaduto e ha preso in custodia sedici persone che sono state individuate in quanto persone informate sui fatti nel corso delle indagini che si sono svolte in questi giorni. Per adesso, esponenti politici e parlamentari fanno orecchie da mercante rispetto all’accaduto e negano di essere mai stati a conoscenza dello stoccaggio di nitrato d’ammonio nel deposito 12 del porto, ma è difficile credere ad una narrativa simile: inoltre, l’ex capitano della nave cargo che trasportava il materiale esplosivo sequestrato nel 2014, intervistato in questi giorni, ha dichiarato che le autorità libanesi fossero a conoscenza del pericolo che tale deposito portava con sé ma non hanno agito per mettere in sicurezza il carico e spostarlo lontano dal centro abitato.

I libanesi conoscono fin troppo bene la negligenza e la corruzione che caratterizzano la classe politica al governo e il suo entourage: le speculazioni rispetto ad un possibile attacco aereo o missilistico da parte israeliana sono state presto sostituite dalle notizie di quelle che sembrano essere state le vere cause della natura dell’esplosione e cioè una bomba a orologeria tenuta deliberatamente nascosta e non trattata secondo le dovute precauzioni insieme alla totale mancanza di interesse da parte delle élite politica di proteggere i propri cittadini. Che dietro l’esplosione ci sia un intervento doloso poco importa ai libanesi: quelle 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio non dovevano essere lì e il governo libanese è il primo responsabile di questa strage di Stato. Ieri sera – 6 agosto – numerose persone si sono trovate nei pressi di Ryad el-Soleh – il luogo che ha rappresentato il fulcro delle proteste iniziate ad ottobre –  per urlare la propria rabbia e per chiedere che le indagini su quanto successo non vengano svolte dal governo ma da un comitato d’indagine indipendente; come risposta sono state disperse dai militari schierati e dagli agenti di sicurezza che presidiavano il Parlamento attraverso l’uso di lacrimogeni e idranti. Sui social media circolano numerose immagini che affiancano i volti dei leader di governo a cappi da impiccagione pendenti da quelle che erano una volta le gru del porto; delle immagini inequivocabili che riflettono senza troppi giri di parole quali siano i reali sentimenti della popolazione in questo momento.

La comunità internazionale si è attivata immediatamente per mandare aiuti e fornire supporto già nelle prime ore successive all’esplosione, il Premier francese Macron è arrivato in Libano il giorno dopo la deflagrazione recandosi nei quartieri distrutti e incontrando la popolazione, la quale ha gridato a gran voce la propria rabbia verso la classe politica libanese. Da sempre Francia e Libano hanno strette relazioni commerciali, solo qualche settimana fa una delegazione francese era venuta in Libano per discutere gli estremi per un possibile supporto alla crisi economico-finanziaria che stava affondando il paese; la visita di Macron non è stata dunque una sorpresa e senza dubbio potrebbe avere un impatto sul futuro del paese dei cedri poiché si inscrive in un gioco forza che diverse potenze internazionali stanno mandando avanti da tempo in tutta la regione.

La narrazione che molti quotidiani italiani e stranieri stanno portando avanti dipinge Beirut secondo una retorica orientalista di “città dannata”, “città martoriata”, “la città senza pace del Medio Oriente” e la cui popolazione era “destinata” ad un evento simile (contrapponendo a questo una presunzione tutta occidentale che porta a pensare che qualcosa del genere non potrebbe mai succedere nelle “nostre” città europee poiché ordinate, pulite, sbiancate e lontane da fenomeni di corruzione), generalizzazioni che fanno eco alla definizione che era così comune fino a qualche mese fa di “Svizzera del Medio Oriente” e che ricorda tanto un immaginario coloniale che l’Occidente non riesce a far meno di evocare quando si mette in relazione con questa parte del mondo.

Di seguito due link di raccolta fondi organizzate da associazioni locali che lavorano con comunità vulnerabili in tutto il Libano fuori dalle logiche delle grandi organizzazioni umanitarie:

Syrian Eyes: https://gogetfunding.com/beirut-explosion-relief/?fbclid=IwAR2e1BFBH9-15INtBrIdhyRaS_dRa4OugqGqh7T9dQeg3sLRfnzj3J5S-8A 

Basmeh & Zeitooneh: https://www.justgiving.com/crowdfunding/beirutexplosion?fbclid=IwAR1-EzwSE-gFWDYoUTfjjI71N6z9jHbMLT87pFmF14hn_NN1HsVi_8tuHMo 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale
She fighter, la prima scuola di arti marziali in Medio Oriente esclusiva per le donne per combattere il patriarcato

di Maria Teresa Messidoro (*)

She fighter, la prima scuola di arti marziali in Medio Oriente esclusiva per le donne.
Così va il mondo: con l’associazione Lisangà culture in movimento partecipo alla progettazione e creazione di una palestra popolare nella comunità rurale di San Francisco Echeverría, in El Salvador.

Nella fase di ideazione del progetto, ci mettiamo in contatto con la associazione La cultura del barrio di Buenos Aires (1): la loro iniziativa di un boxeo popular, sorta nel 2018, ha come finalità quella di creare uno spazio sportivo gratuito, di scambio e incontro, contro la logica del mercato e quella individualista, che consente l’accesso a questo  diritto  soltanto a chi può pagare per ottenerlo. Però il boxeo popular è solo la punta dell’iceberg di un progetto più ambizioso.

Perché questo progetto di solidarietà sa dove si colloca e che lotta contro qualcosa di più grande. La disuguaglianza sociale costituisce una realtà estremamente complessa, che in termini di povertà non si limita solamente alla questione delle entrate economiche. Chi porta avanti boxeo popular ritiene che sia importante  tener conto del percorso di questi bambini/e e adolescenti, i cui diritti sono violati costantemente.

Questa violazione sistematica dei diritti, sommata alla criminalizzazione e stigmatizzazione che ricade sopra i quartieri in cui vivono gli adolescenti, si traduce, come dice il filosofo sloveno Slavoj Žižek, in una  violenza strutturale, simbolica e soggettiva alla quale vengono costantemente esposti gli stessi ragazzi della periferia di Buenos Aires.

la cultura del barrio copia

La scuola di boxe, invece, stabilisce un dialogo di aiuto e cooperazione tra uguali, un dialogo a tu per tu, “perché i settori popolari hanno una voce, i ragazzi hanno una voce, non hanno bisogno che qualcuno li interpreti o parli per loro; perché per costruire alternative reali abbiamo bisogno dei loro saperi, delle loro esperienze e dei loro desideri. Non si tratta di costruire sopra gli altri, si tratta di costruire con gli altri”, dice Laura, una delle volontarie di La cultura del Barrio.

Come associazione Lisangà decidiamo di inviare proprio a Buenos Aires, a stretto contatto con l’associazione argentina, due giovani di San Francisco Echeverría, Gerardo Cartagena e Heydi Gómez, per uno stage di formazione sportiva ma anche politica-sociale, che si è svolto a febbraio di quest’anno.

Nella preparazione del materiale di supporto per la loro esperienza, mi imbatto in un articolo in cui si parla di She Fighter, la prima scuola di arti marziali in Medio Oriente, più precisamente in Giordania, per sole donne. (2)

Secondo uno studio del 2015 dell’Università di Scienza e Tecnologia della Giordania, un 64% delle donne giordane ha patito abusi sessuali, fisici o emozionali; di queste, un 90% non ne ha mai parlato con nessuno e solo un 3% sarebbe disposta a denunciare ciò che ha patito alle autorità competenti.

Ancora: in una indagine del Dipartimento di Statistico giordano risulta che un 87% delle donne del paese mediorientale giustifica la violenza intra familiare.

Ma qualcosa si sta rompendo: sulla parete della palestra del progetto She fighter, ad Amman, campeggia una frase dell’attivista statunitense Maggie Kuhn, che recita: “Parla forte, anche quando la tua voce trema”.

Le risate e le grida che accompagnano le lezioni di allenamento dimostrano che si può rompere quel silenzio che ci si aspetta da quelle donne.

La fondatrice di She Fighter è Lina Kafile, che si autodefinisce una guerriera; la sua storia d’amore con le arti marziali inizia molto presto, quando arrivava appena a due palmi dal suolo.

A 5 anni calpesta per la prima volta un tatami di taekwondo e a 14 incomincia a competere in gare ufficiali, incontrando sempre lo stesso problema: troppo uomini e troppo testosterone. Ha continuato ad allenarsi, anche se spesso costretta a cambiare palestra: ha vinto una ventina di medaglie a livello nazionale e internazionale, quando partecipa con la squadre giordana in incontri ufficiali. Ma quando la federazione del suo paese scelse di inviare alle Olimpiadi un uomo, che aveva soltanto una medaglia di bronzo, escludendola in quanto donna, decide che è ora di ripensare al proprio futuro, soprattutto dopo essersi rotta anche i legamenti.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata quando, durante una grande manifestazione di giovani universitari, una sua compagna fu pesantemente maltrattata. E così, nello scantinato della casa dei genitori, incominciò ad allenare un’amica, poi un’altra e un’altra ancora. Nel 2012, due anni dopo quell’episodio, inaugurava ad Amman la prima accademia She fighter, senza sapere né immaginare cosa sarebbe successo dopo.

Il dopo è oggi: oltre 15.000 donne allenate dentro e fuori la Giordania; siccome il costo del corso iniziale di autodifesa non sarebbe possibile per le classi sociali disagiate, grazie ad accordi con organizzazioni non governative di tutto il mondo, Lina ha potuto impartire lezioni gratuite alle donne dei quartieri più poveri o a quelle più vulnerabili, come coloro che possiedono delle diversità funzionali. E’ riuscita anche a insegnare a più di 3.000 rifugiate siriane, un lavoro significativo ed importante in un paese che accoglie migliaia di profughi dalla vicina Siria.

La palestra She fighter è un centro esclusivamente femminile, dove le alunne ricevono lezioni di autodifesa e di combattimento, oltre a brevi corsi di formazione sulla violenza maschilista, trasformandosi così in uno spazio sicuro e di crescita per le donne che vi partecipano.

Shahed è una studentessa di medicina; quando frequentava una palestra tradizionale, durante gli allenamenti di kick boxing, gli uomini la guardavano sempre dall’alto in basso. “In un allenamento riuscii a buttare al tappeto un uomo, che si è rialzato con un occhio nero. Ciononostante, leggevo sempre nei suoi occhi la sua presunta superiorità” racconta. E per questo, per combattere a modo suo il paternalismo, ha scelto She fighter, in cui svolge oggi il ruolo di allenatrice.

Lina Khalife aggiunge: “Insegniamo alle donne le tecniche che devono servire, in una situazione reale, a produrre una reazione automatica. Ciascuna di loro ha una sua storia, ciascuna ha vissuto una esperienza che ora può tornarle utile”; perché è importante non solo imparare ad attaccare, ma anche schivare situazioni pericolose e modificare i propri atteggiamenti fisici e mentali per prevenire aggressioni.

SheFighter TeresaSuarez 4 768x1152 1 683x1024 copia

La fondatrice di She Fighter, Lina Khalife

In palestra giungono donne di qualsiasi età ed estrazione sociale, giordane o straniere, religiose o laiche, donne nubili, sposate o divorziate; anche se la maggioranza è tra i 15 e i 35 anni, tra le alunne ci sono ultrasessantenni e si insegna a bambine a partire dai sei anni.

Non ci sono solo le lezioni di autodifesa, si applica anche una tecnica mista di taekwondo, boxe, kick boxing e kung fu, che Khalife ha ribattezzato Metodo She fighter. Perché “le donne devono smettere di pensare di essere deboli”, afferma la fondatrice. Perché secondo lei, il problema delle donne non è una questione esclusivamente di sicurezza fisica, è invece una mancanza di opportunità e di fiducia. “Qui non imparano soltanto a difendersi, ma soprattutto a credere in se stesse”.

Per questo Lina si impegna a promuovere una maggiore coscientizzazione e acquisizione di spazi da parte delle donne, in un paese dove solo il 19% delle donne lavora fuori casa. Se non si è indipendenti finanziariamente, non si è liberi; “se gli uomini hanno i soldi, hanno anche il controllo, in tutti i sensi, sulle proprie mogli, figlie, sorelle” dice, riflettendo a voce alta.

E’ una lavoratrice instancabile, moltiplica le conferenze e i seminari di formazione dentro e fuori la Giordania, senza preoccuparsi troppo delle minacce fisiche e delle denunce, che lei definisce surreali, di mariti che maltrattano le proprie donne e osano denunciarla per l’insegnamento di difesa personale alle loro spose…

La violenza di genere è un problema enorme e globale, per questo non possiamo limitarci a parlarne: dobbiamo agire” conclude.

E così, mentre lottano contro una realtà ostile sotto molti aspetti, i colpi ed i pugni sono a volte una forma di sollievo per Shahed e le altre donne della palestra, una specie di vitamina corroborante per la propria autostima e un supplemento di energia per sentire di poter fare ciò che ci si propone.

Shahed, che mostra orgogliosa i lividi, ha trovato nelle arti marziali una passione e una forma di vita. Soprattutto ha acquisito la certezza che se dovrà subire un attacco, saprà stare in guardia per restituire il colpo.

In tutti i sensi.

Epilogo

L’ articolo su She fighter era apparso nel 2019 su Pikara; ho contattato personalmente l’autrice Andrea Olea (3), giornalista, femminista viaggiatrice, conoscitrice del Medio Oriente. Mi ha confermato che l’esperienza di She Fighter continua a crescere. (4).

Ora aspettiamo soltanto che il patriarcato crolli sotto i colpi delle donne, anche delle giordane. La nostra pazienza ha un limite.

NOTE

1 Una presentazione dell’Associazione La cultura del barrio, in italiano, qui https://drive.google.com/file/d/1997aJlTQEu4mLsIezEnx1nXGTxmLUCV4/view?usp=sharing

2   https://www.pikaramagazine.com/2019/02/shefighter-artes-marciales-jordania/

https://www.andreaolea.com/sobre-mi.html

https://www.shefighter.com/

1) La foto di copertina, che ritrae la giovane allenatrice di She Fighter Shahed Mansour, è di Teresa Suárez, ed è tratta dall’articolo di Andrea Olea.

2) La frase di Maggie Kuhn mi ha fatto scoprire questa attivista statunitense, che confesso di non aver mai incontrato nel mio percorso di formazione femminista. Vissuta nel secolo scorso, è stata la fondatrice delle Pantere grigie. Affermava che la vecchiaia è un tempo eccellente per indignarsi e combattere ogni discriminazione. Grazie Maggie, lo terrò presente.

3) (*) Vicepresidente Associazione Lisangà culture in movimento, www.lisanga.orgwww.lisanga.org

Da tgvallesusa

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

La polizia della città di Aurora, Colorado, USA, domenica ha arrestato una famiglia nera, dopo aver scambiato il loro veicolo per uno che era stato rubato.

Brittany Gilliam ha detto che stava portando sua figlia, la sorella e le nipoti a fare la manicure, quando gli agenti della polizia di Aurora hanno puntato le loro pistole contro il veicolo parcheggiato. Il Dipartimento di Polizia di Aurora si è scusato e ha avviato un'indagine interna.

Ancora una volta in America basta il colore diverso della pelle per essere scambiati per delinquenti dalla polizia.

Il video di quanto successo è diventato virale e mostra la polizia che ordina a una donna e a quattro ragazze di sdraiarsi a faccia in giù sul pavimento di un parcheggio, puntando contro di loro una pistola. Le ragazze hanno tra i sei e i 17 anni. Due di loro erano ammanettate. Nel video scioccante si sentono le ragazze piangere e urlare.

Nel 2019, un massaggiatore afroamericano di 23 anni di nome Elijah McClain è morto ad Aurora dopo essere stato avvicinato dalla polizia, che gli ha applicato una presa che lo ha soffocato, e dopo aver ricevuto un'iniezione di ketamina dai paramedici. Questo avvenne mentre McClain stava tornando a casa a piedi dopo aver comprato un tè freddo da suo fratello in un negozio di alimentari.

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Il ghiro è un roditore abbastanza comune nei nostri boschi. Lungo 30 centimetri, assomiglia molto allo scoiattolo, con  il quale spesso viene confuso, nonostante la sua coda meno voluminosa e le dimensioni ridotte. Durante il periodo invernale resta in letargo per sei mesi nascosto nelle cavità degli alberi. E’ un animale notturno: di solito esce dal suo rifugio dopo il tramonto, per poi ritornarvi prima dell’alba.

Un luogo in cui sembra trovarsi a proprio agio è lo sbocco della  Val Clarea nella Valle di Susa, dove il Rio Clarea si prepara ad incontrare le acque della Dora, formando le burrascose Gorge.Qui il ghiro trova numerosissimi rifugi all’interno delle cavità di castagni secolari, una volta coltivati su gradoni di muretti a secco eretti dai nostri avi, con estrema cura e pazienza.Chiunque si sia trovato a passare la notte al Presidio dei Mulini del Borgo Clarea, avrà certamente avuto modo di osservare i loro inseguimenti sugli alberi e i loro schiamazzi, ritrovando in questi roditori dei compagni per le infinite ore di guardia sulle barricate, e di riconoscere soprattutto quelli che si divertivano a rubare la frutta in cambusa.

Viene tuttavia spontaneo chiedersi cosa li porti ad abitare questo luogo a pochi metri dal mostro di cemento che si sta inglobando la Val Clarea; esso la notte illumina a giorno i boschi circostanti, inquina e assorda senza sosta. Circondato dal filo spinato è il posto più inospitale della Valle. Nonostante ciò i Mulini  sono tornati a vivere, e i suoi abitanti abitanti hanno intessuto legami indissolubili tra di loro e con il territorio, riscoprendo  il significato della parola abitare.

E il popolo degli alberi, che vive e scorrazza ogni notte sopra le nostre teste, per essere ancora lì, per non aver abbandonato le proprie postazioni, non può che pensarla come noi.
Anche i ghiri sono NO TAV!

Da un abitante dei Mulini

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons