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Articoli filtrati per data: Wednesday, 05 Agosto 2020

Il vaso di pandora è stato scoperchiato e ora settimana dopo settimana si aggiungono dettagli e particolari sulle condotte vomitevoli che 25 agenti della polizia penitenziaria coperti dal silenzio e dalla connivenza del direttore hanno compiuto per anni all'interno delle mura del carcere di Torino.

Lesioni, umiliazioni e  violenze divenute sistematiche ed organizzate sopratutto a partire dal 2017: celle dedicate ai pestaggi, squadrette di secondini, insabbiamento degli interventi medici non potevano far altro che portare all'accusa del reato di tortura per chi si sentiva protetto e sostenuto nel proprio agire.

Una falla nella fogna che rende possibile carriere veloci come quelle dell'ormai ex direttore Minervini... solo che a questo giro la puzza è stata cosi intensa che ha superato la cinta muraria e il nuovo responsabile del DAP si è visto costretto a destituire Minervini e il capo delle guardie Giovanni Battista Alberatonza. Non sfugge alla nostra attenzione la motivazione di tale decisione la cui ipocrisia così si manifesta: "motivi di opportunità." Più che opportunità viene da pensare che si tratti di convenienza: risulta infatti evidente che ciò che si cela dietro a questa parola altro non sia il consueto tentativo di relegare violenze ed abusi insiti nel sistema carcerario ad atti singoli compiuti da "mele marce".


La perplessità appare necessaria: per coprire il fatto che violenze e abusi siano pratiche consuete e necessarie per mantenere lo status quo che regna nei fortini-carcere ora Minervini viene sacrificato come capro espiatorio tra l'indignazione di chi in pochi anni gli ha permesso di rivestire quel ruolo.
Carriera rapidissima ed applaudita nel 2014 in occasione del suo insediamento a Lorusso - Cutugno: prima di Torino in pochissimi anni chissà quanti abusi le sue mani hanno insabbiato anche ad Asti, Alessandria e Cuneo dove ha svolto il medesimo ruolo.


Ora il DAP si dissocia da colui che nel 2006 e nel 2009 ha addirittura potuto svolgere attività di docenza nella Formazione per Vice Ispettore ed Agenti di Polizia Penitenziaria a Cairo Montenotte... c'è da chiedersi quale sarà stata la formazione elargita in questo contesto!

Tra gli indagati di questa maxi inchiesta che si basa su un fascicolo di oltre 5600 pagine troviamo anche l'ispettore Gebbia gia segnalato negli anni al DAP come agente particolarmente violento: sarebbe infatti merito suo la creazione e la scelta delle squadre di picchiatori e delle 4 celle destinate alle torture a cui hanno sottoposto decine e decine di detenuti.
Sempre più difficile per il DAP contenere e ridurre ciò che sta emergendo sul carcere di Torino ad un'esecrabile eccezione. Non ci possiamo infatti dimenticare che i vertici del DAP hanno ignorato per anni le montagne di segnalazioni arrivate sulle loro prestigiose scrivanie: un esempio tra i tanti è la storia di Antonio Raddi. A ventotto anni è morto infatti nel 2019 proprio nel carcere di Torino: la sua evidente situazione di sofferenza era stata segnalata dal garante dei diritti dei detenuti per ben 9 volte sia al direttore che al DAP. Dopo avere rapidamente perso 30 chili ed essere stato più volte portato in infermeria perchè "vomitava sangue" la risposta dei vertici del Lorusso - Cutugno era stata che la perdita del peso "era da considerare una modalità strumentale per ottenere benefici secondari"... e cosi con l'omertà e la connivenza di tutti Antonio muore al Maria Vittoria dopo essere entrato in coma. Il fatto che avesse più volte presentato lamentela per le condizioni igieniche in cui era costretto a vivere, per il fatto che nel suo cibo ci fossero insetti e muffa e che non venisse portato in infermeria quando stava male è anch'essa da considerare un'eccezione?


Sarebbe una "bella" favola con un "giusto" finale se ci accontentassimo di leggere la realtà cosi come il DAP ce la vuole far bere: nel rapporto annuale di Antigone proprio del 2017 troviamo però segnalazioni e casi di violenza non solo a Torino, ma anche ad Ascoli Piceno, Genova, Ivrea, Lecce, Palermo, Parma, Salerno, Roma e Pordenone... Quante "eccezioni" nelle fabbriche della violenza che a Lor Signori piace chiamare "case circondariali".

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31 luglio 2020, in tutto il Cile si sono svolte diverse manifestazioni, parallelamente al terzo resoconto pubblico dell’anno del presidente Pinera, in cui ovviamente non sono state riportate notizie importanti nell'ambito delle misure annunciate dall'esecutivo. Con gli slogan relativi alle rivolte popolari iniziate il 18 ottobre, i cittadini hanno manifestato dalle loro case o da luoghi pubblici.


Pochi istanti prima dell'inizio del messaggio presidenziale è stata proiettata sulla Torre Entel una frase: "Nessun altro passo senza i lavoratori". La proiezione esprimeva messaggi contrari all'AFP, al Sename, alla censura e in favore di una salute dignitosa. Un'altra manifestazione si è svolta a Santiago Centro, con slogan che alludevano alle vittime della rivolta popolare iniziata a ottobre 2019, ai prigionieri politici Mapuche e al diritto all'aborto, sicuro e libero.

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La stagione della raccolta è ormai inoltrata. Procediamo quindi all’analisi di quanto accaduto nelle ultime due settimane. Nel fare ci si baserà da un lato sui resoconti dei lavoratori stessi, dall’altro sulla stampa locale.

Qui invece una cronologia ed un’analisi di quanto accaduto fino al 20 luglio.
La stagione delle pesche in tutto il distretto del Monviso (che comprende 34 Comuni) stava iniziando proprio in quei giorni.

Il 21 luglio viene consegnato dal Comune alla cooperativa Armonia il campo container di Lagnasco, che secondo i suoi abitanti viene però effettivamente aperto solo nei giorni successivi. È il terzo campo container. Si tratta di una decina di moduli abitativi piazzati in un piazzale asfaltato, senza ombra o riparo dal calore, schiacciato tra il magazzino di Lagnasco ed il cimitero. La scelta di un posto del genere non può che essere dettata dalla bassissima considerazione dell’amministrazione nei confronti dei lavoratori, dalla volontà di tenerli lontani dal resto della popolazione, da una considerazione dei braccianti unicamente in quanto braccia.
Del resto i posti disponibili in queste strutture non bastano nemmeno per tutti i lavoratori deportati a Lagnasco già dal 2 luglio. Altre decine continuano a vivere in tende e ripari di fortuna costruiti a fianco al cimitero.
Tale situazione di disagio non sembra rappresentare fonte di imbarazzo per i rappresentanti delle istituzioni. Il 21 luglio il sindaco Roberto Dalmazzo, con il vice Oscar Fiore, si è fatto fotografare mentre ha consegnato le chiavi agli operatori della Cooperativa sociale "Armonia" (presenti il responsabile del progetto Fabio Chiapello e la presidente Mizi Chiotti) che si occupano della gestione dell’intera rete di ospitalità temporanea, insieme alla Cgil che cura la mediazione culturale (ha partecipato Piertomaso Bergesio). Ha detto: «L’apertura di oggi è un passaggio importante. E’ un’assunzione di responsabilità delle istituzioni locali che vogliono sostenere politiche di integrazione attraverso questo progetto di accoglienza diffusa».
Un campo container in un parcheggio a fianco ai magazzini e al cimitero è apartheid, non accoglienza.

Il 28 luglio apre ufficialmente il campo container di Verzuolo, per un totale dichiarato di 12 posti. Sono entrati i braccianti che hanno trovato pre-ingaggi in aziende del territorio comunale e che erano arrivati in paese il 2 luglio, dopo l’operazione di sgombero della questura a Saluzzo. Da quel giorno erano stati sistemati in una tendopoli, in condizioni pessime, lasciati senza corrente elettrica, se non poche ore al giorno, con un solo rubinetto, senza docce utilizzabili e senza tende. Per 4 settimane i 14 ragazzi si sono dovuti stringere in 6 tende recuperate autonomamente o grazie alla solidarietà spontanea dei verzuolesi.
È il quarto campo, ed i suoi posti vanno a sommarsi a quelli già messi a disposizione, stando ai numeri dati ai giornali locali, a Lagnasco (18), a Costigliole (7 e nei prossimi giorni ne avrà altri 7) e a Savigliano (15).

La situazione dei lavoratori deportati a Busca è invece stazionaria: circa venti lavoratori dormono ancora nelle tende in un accampamento aucostruito, e non c’è segno dell’avvio dei cosiddetti progetti di accoglienza diffusa. E ciò nonostante già nei primi giorni di luglio il sindaco stesso di Busca si fosse recato all'insediamento promettendo una casa per tutti coloro che avessero un contratto di lavoro. A distanza di quasi un mese ancora nulla si è mosso, nonostante circa la metà dei lavoratori sia oramai regolarmente ingaggiata da settimane.

A Savigliano, dove fin dai primi giorni di luglio le istituzioni si erano attivate fornendo tende spaziose e attorno al 20 luglio è stato invece aperto un campo container in un parco cittadino. Tale spazio, per quanto lontano dalla città e dai servizi, è sufficientemente attrezzato.
Ciononostante, in alcuni casi lavoratori sono stati allontanati dal campo al termine del contratto di lavoro, e questo nonostante la convenzione firmata a giugno specifichi che i lavoratori hanno l'alloggio a disposizione per 20 giorni dopo la fine del contratto.

La peggiore è la situazione di Saluzzo, dove diverse decine di lavoratori sono arrivati durante il mese. Ancora oggi almeno 60 lavoratori dormono per strada, sparsi tra parco Gullino e il cimitero di Saluzzo, ed un numero imprecisato trova rifugio in luoghi più appartati, cercando di evitare i continui e violenti controlli della polizia. La polizia continua a fermare e identificare i braccianti, andando a identificare la stessa persona anche 4-5 volte al giorno, così dimostrando una chiara volontà di intimidire, e rilasciando fogli di via ai fermati se già segnalati in precedenza.

Ma il problema abitativo non è l’unico che i braccianti si trovano a dover affrontare.

Il 31 luglio si è svolta la riunione di coordinamento del Tavolo promosso dalla Prefettura per la gestione dell’emergenza migranti nel Saluzzese, cui hanno preso parte le Istituzioni e le Associazioni operanti sul territorio. A informarci dell’accaduto la Coldiretti in un comunicato, tramite il quale il Direttore di Coldiretti Cuneo Fabiano Porcu, presente all’incontro, ci fa sapere che le imprese agricole hanno assicurato ospitalità ad oltre il 90% dei propri braccianti stranieri.
Quanto dichiarato è una deliberata menzogna. Decine e decine di braccianti continuano da settimane a ripetere che i datori di lavoro si rifiutano di assumere i lavoratori ancora privi di una sistemazione abitativa, con molti imprenditori che si spingono persino a chiedere la residenza dei lavoratori nei comuni limitrofi. Secondo i lavoratori i datori di lavoro temono i controlli delle FDO e di essere sanzionati se assumono persone che stanno per strada.
Sempre nello stesso comunicato il Delegato Confederale di Coldiretti Cuneo Roberto Moncalvo sostiene che Saluzzo è un esempio di accoglienza e che “solo una percentuale di aziende inferiore all’1% presenti criticità di una certa rilevanza”. Tali dichiarazioni si scontrano con quanto rilevato dai controlli effettuati durante le settimane precedenti dai carabinieri di Cuneo, durante i quali sono state ispezionate 40 aziende agricole operanti nel settore della frutticultura e controllati oltre 250 lavoratori. Nel corso dei controlli sono emerse numerose irregolarità da parte di alcuni imprenditori agricoli, ai quali sono state comminate quasi 60.000 euro di multe “per irregolarità nelle assunzioni e nelle retribuzioni dei lavoratori e di contenimento dei contagi nei luoghi di lavoro.” Tali controlli non fanno che formalizzare quanto denunciato da numerosi lavoratori: il lavoro grigio è la regola nelle campagne di Saluzzo. La maggior parte dei braccianti lavora dalle 10 alle 16 ore al giorno con paghe orarie che oscillano tra i 4 e i 6 euro all’ora, una parte in busta, il restante in nero. I datori segnano molte meno ore e giornate di lavoro di quante poi effettivamente vengano svolte, impedendo di fatto ai lavoratori l’accesso alla disoccupazione agricola. Al lavoro grigio si somma poi il lavoro completamente in nero: 13 braccianti sono risultati completamente privi di un regolare contratto di lavoro. E ciò nonostante il fatto che spesso tali controlli vengono aggirati, banalmente, ordinando ai propri lavoratori di nascondersi tra gli alberi da frutto.
Qui un approfondimento dettagliato sulle condizioni di lavoro nel distretto di Saluzzo.

In un prossimo post affronteremo infine la strumentalizzazione dei recenti casi di Covid registrati a Saluzzo nelle scorse settimane e analizzeremo i reali effetti della sanatoria sui processi di regolarizzazione dei braccianti.

Infine una nota sul ruolo dei solidali durante questo periodo:
a partire dalla manifestazione del 18 giugno si è andata formando un’ampia rete solidale, composta da giovani attiviste e attivisti, sindacalisti di base, avvocate e avvocati. Abbiamo continuato a incontrare e confrontarci con i lavoratori, e abbiamo attivato uno sportello mobile per i documenti e la sanatoria, allo scopo di sostenere quanti avessero bisogno di fare domanda. Nel fare ciò ci siamo posti l’obiettivo di affrontare le istanze poste dai lavoratori stessi, cercando di rimanere vigili sull’evolversi della situazione, rimanendo informati, comunicando ai lavoratori quanto venivamo a scoprire e verificando le informazioni riportate dai media locali. Oltre a ciò abbiamo partecipato a diversi eventi informativi, allo scopo di rompere l’isolamento attorno ai lavoratori.

Solidarietà ai lavoratori delle campagne!

Nella foto l'accampamento informale di Lagnasco, tra il cimitero ed il magazzino della frutta, dove i lavoratori sono stati deportati dalla polizia dopo lo sgombero di Parco Gullino a Saluzzo il 3 luglio 2020.

Da Enough is Enough - braccianti in lotta Saluzzo

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Il sesto contributo per la rubrica “virus e riproduzione sociale” inizia con una lettera scritta da una bambina di 9 anni, M., in occasione della mobilitazione del 26 giugno di Non Una di Meno. Insieme alla sua famiglia, composta da cinque persone, M. ha vissuto per più di due anni in una unica stanza di un affittacamere, posta dall’assistenza sociale come soluzione “provvisoria” alla loro condizione di emergenza abitativa.
L’invivibilità, l’umiliazione e la precarietà di una quotidianità costretta in pochi metri quadri sono state esasperate dalle condizioni determinate dal lockdown forzato dei mesi passati, con conseguenze ancora più pesanti sulla vita dei più piccol*. Proprio le parole di una di loro ha portato allo sviluppo dell’intervento qui riportato direttamente a seguito della lettera, entrambi letti nella piazza transfemminista di inizio estate.


“Durante questo lungo percorso dentro l'affittacamere mi sono sentita in trappola, che non si respirava. Si dormiva sempre con la finestra aperta anche se era inverno. Il bagno era sempre occupato, e per fare la doccia e la pipì si doveva fare la fila! e non se ne parla della sporcizia che si trovava! E studiavamo per terra o sul letto fino a che mamma ha portato una scrivania.
E poi è arrivata la quarantena e si doveva fare la video lezione tutti in una stanza! credo che siamo stati bravi ma è stata dura. Al Comune chiediamo di non chiudere tre bambini in una stanza come in TRAPPOLA, ai
servizi sociali chiediamo di pensare per il bene dei minori, finora per noi non l’hanno fatto.”
M.
Non è necessario aggiungere tante altre parole per raccontare il disagio di chi vive in una stanza di affittacamere perché in emergenza abitativa, un disagio già evidente prima della pandemia, ma che il confinamento ha esasperato.
Per le famiglie in affittacamere mancanza di spazio significa condividere bagno e cucina con persone sconosciute, significa ogni volta dover pulire sanitari e cucina prima di utilizzarli, significa vivere in una stanza senza avere mai uno spazio di intimità. Per bambini e bambine significa non avere un luogo adatto per giocare, per studiare, per ospitare amici, e il confinamento imposto dalla pandemia trasforma una stanza in una trappola.
Anche questa è violenza: è la violenza delle istituzioni...

- che non si assumono la responsabilità di portare avanti serie politiche per affrontare l’emergenza abitativa
- che sembrano non preoccuparsi che in ambiente promiscuo la salute fisica di minori è a rischio, e lo è aldilà del Covid
- che non garantiscono il diritto alla scuola per tutti e tutte: da marzo a giugno chi non aveva i dispositivi digitali e una rete internet NON ha fatto scuola! e a settembre, se le scuole ripartiranno, partirà con un passo indietro agli altri e alle altre compagne di classe.
Se prima della pandemia tante persone vivevano di lavori precari, non riuscivano a sostenere i prezzi di affitti esorbitanti per case spesso inadeguate, non riuscivano a garantire una vita dignitosa sé e ai propri figli, ora il numero di queste persone è aumentato e il Comune e la Società della Salute devono assumersi la responsabilità di una riorganizzazione di tutti i servizi. Le porte della Società della Salute non dovranno mai più essere chiuse, diversamente da quanto avvenuto nelle prime settimane di marzo: i servizi, in presenza o in remoto, dovranno essere garantiti SEMPRE perché sopperiscono a necessità primarie delle persone, che sia un contributo spesa,
una richiesta di accompagnamento per anziani o persone con disabilità, o per qualsiasi altra segnalazione di un bisogno.
Basta sprecare risorse nel pagamento di affittacamere, basta ricatti, basta soluzioni umilianti per la dignità umana, non chiediamo la carità, chiediamo solo quello che ci spetta perché noi per primi, e noi donne per prime, vogliamo conquistare l’autonomia per essere libere di riprenderci la nostra vita.

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Il sesto contributo per la rubrica “virus e riproduzione sociale” inizia con una lettera scritta da una bambina di 9 anni, M., in occasione della mobilitazione del 26 giugno di Non Una di Meno. Insieme alla sua famiglia, composta da cinque persone, M. ha vissuto per più di due anni in una unica stanza di un affittacamere, posta dall’assistenza sociale come soluzione “provvisoria” alla loro condizione di emergenza abitativa.
L’invivibilità, l’umiliazione e la precarietà di una quotidianità costretta in pochi metri quadri sono state esasperate dalle condizioni determinate dal lockdown forzato dei mesi passati, con conseguenze ancora più pesanti sulla vita dei più piccol*. Proprio le parole di una di loro ha portato allo sviluppo dell’intervento qui riportato direttamente a seguito della lettera, entrambi letti nella piazza transfemminista di inizio estate.


“Durante questo lungo percorso dentro l'affittacamere mi sono sentita in trappola, che non si respirava. Si dormiva sempre con la finestra aperta anche se era inverno. Il bagno era sempre occupato, e per fare la doccia e la pipì si doveva fare la fila! e non se ne parla della sporcizia che si trovava! E studiavamo per terra o sul letto fino a che mamma ha portato una scrivania.
E poi è arrivata la quarantena e si doveva fare la video lezione tutti in una stanza! credo che siamo stati bravi ma è stata dura. Al Comune chiediamo di non chiudere tre bambini in una stanza come in TRAPPOLA, ai
servizi sociali chiediamo di pensare per il bene dei minori, finora per noi non l’hanno fatto.”
M.
Non è necessario aggiungere tante altre parole per raccontare il disagio di chi vive in una stanza di affittacamere perché in emergenza abitativa, un disagio già evidente prima della pandemia, ma che il confinamento ha esasperato.
Per le famiglie in affittacamere mancanza di spazio significa condividere bagno e cucina con persone sconosciute, significa ogni volta dover pulire sanitari e cucina prima di utilizzarli, significa vivere in una stanza senza avere mai uno spazio di intimità. Per bambini e bambine significa non avere un luogo adatto per giocare, per studiare, per ospitare amici, e il confinamento imposto dalla pandemia trasforma una stanza in una trappola.
Anche questa è violenza: è la violenza delle istituzioni...

- che non si assumono la responsabilità di portare avanti serie politiche per affrontare l’emergenza abitativa
- che sembrano non preoccuparsi che in ambiente promiscuo la salute fisica di minori è a rischio, e lo è aldilà del Covid
- che non garantiscono il diritto alla scuola per tutti e tutte: da marzo a giugno chi non aveva i dispositivi digitali e una rete internet NON ha fatto scuola! e a settembre, se le scuole ripartiranno, partirà con un passo indietro agli altri e alle altre compagne di classe.
Se prima della pandemia tante persone vivevano di lavori precari, non riuscivano a sostenere i prezzi di affitti esorbitanti per case spesso inadeguate, non riuscivano a garantire una vita dignitosa sé e ai propri figli, ora il numero di queste persone è aumentato e il Comune e la Società della Salute devono assumersi la responsabilità di una riorganizzazione di tutti i servizi. Le porte della Società della Salute non dovranno mai più essere chiuse, diversamente da quanto avvenuto nelle prime settimane di marzo: i servizi, in presenza o in remoto, dovranno essere garantiti SEMPRE perché sopperiscono a necessità primarie delle persone, che sia un contributo spesa,
una richiesta di accompagnamento per anziani o persone con disabilità, o per qualsiasi altra segnalazione di un bisogno.
Basta sprecare risorse nel pagamento di affittacamere, basta ricatti, basta soluzioni umilianti per la dignità umana, non chiediamo la carità, chiediamo solo quello che ci spetta perché noi per primi, e noi donne per prime, vogliamo conquistare l’autonomia per essere libere di riprenderci la nostra vita.

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