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Articoli filtrati per data: Sunday, 30 Agosto 2020

Mercoledì 9 settembre alle 10, all’interno del Venice Climate Camp che si svolge al centro sociale Rivolta (via f.lli Bandiera 45, Porta Marghera), si terrà un’assemblea nazionale promossa da diversi collettivi studenteschi. Per sottoscrizioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Di seguito l’appello di partecipazione. 

Più di otto mesi fa la pandemia da Covid-19 ha iniziato a diffondersi, causando un cambiamento drastico nella vita di tutt* noi, rimettendo in discussione la normalità a cui eravamo abituati. Giorno dopo giorno i media mainstream e le istituzioni hanno continuato ad aggiornare il numero dei contagi e delle morti narrando la diffusione del Coronavirus come un fenomeno imprevedibile e scollegato, nelle sue cause, dal sistema di sviluppo attuale che determina la riproduzione della vita sul nostro pianeta. Non possiamo accettare questa visione, che, di fatto, estromette la pandemia dalla cornice imprescindibile della crisi climatica e nega ogni tipo di responsabilità a chi perpetua il modello di sviluppo che ha permesso a questo e ad altri virus di proliferare.

Le dinamiche predatorie del capitalismo che oggi ci pongono di fronte ad una sempre più imminente estinzione di massa, infatti, sono le stesse che ci hanno portato all’ennesima epidemia di origine animale in pochi decenni: in nome del profitto di pochi e della riproduzione del sistema in cui viviamo, continuano a venir portate avanti opere e attività che danneggiano la vita e la salute di tutt*. Basti pensare a quelle grandi attività economiche che pur di guadagnare e crescere disperdono nell’aria enormi quantità di gas climalteranti o, tornando alla pandemia, si pensi agli allevamenti intensivi, ai mercati di animali vivi, alla distruzione degli ecosistemi stessi, tutti fattori che facilitano il salto di specie dei virus, dagli animali alle persone.

Tanto quanto le sue origini, anche le risposte che il governo sta provando a dare alla pandemia stanno venendo presentate come inevitabili, frutto di un insieme di fattori indipendenti, alle quali non ci sono alternative. Disarticolare questa narrazione e riconoscere quali mancanze e quali processi ci abbiano portato alla situazione attuale è la base fondamentale per poterla comprendere. In quest’ottica va rivisto sotto una luce diversa il lockdown stesso: non come una conseguenza naturale e matematica all’emergenza, quanto piuttosto un'imposizione dovuta alle mancanze di uno stabile sistema sanitario ormai largamente privatizzato e non adeguatamente finanziato. 

Allo stesso modo, anche il mondo dell’Istruzione arriva ad affrontare il Coronavirus, già devastato da anni di drastiche riforme. La scuola pubblica e le rivendicazioni studentesche, che ne rispecchiano tutt’oggi le necessità reali, sono state progressivamente ignorate dal MIUR perché in antitesi con le dinamiche di profitto e standardizzazione poste fino ad oggi a guida del suo sviluppo. Tagli, accorpamenti, test INVALSI, Alternanza Scuola-Lavoro, tutti tasselli inseriti all’interno di un cambiamento progressivo che ha portato la scuola pubblica ad abbandonare il suo ruolo per divenire uno mero strumento di riproduzione del sistema esistente.

E’ in questo contesto che la pandemia e la quarantena forzata di marzo entrano in collisione con il mondo dell’istruzione. Il risultato ormai noto è la sospensione di un reale diritto allo studio per milioni di student*. L’introduzione della didattica online ha posto con maggiore forza contraddizioni preesistenti nel mondo della scuola e facendone emergere di nuove. Le problematiche fisiche, psicologiche, didattiche e discriminatorie vissute durante l’emergenza, rischiano di diventare il nuovo presente per milioni di student*. La normalizzazione della DAD come principale strumento didattico, l’introduzione delle grandi multinazionali del digitale all’interno delle scuole, l’utilizzo massiccio di materiale scolastico online, standardizzato e preconfezionato e le dinamiche classiste prodotte dalle lezioni a distanza sono alcune delle minacce che dovremo affrontare nei prossimi mesi e ci pongono di fronte al rischio che la scuola subisca un cambiamento irreversibile.

Se è vero che abbiamo visto in maniera diretta e tangibile le conseguenze della pandemia, è altrettanto vero che non possiamo ignorare il filo rosso che collega le cause della progressiva devastazione della scuola pubblica con quelle della crisi climatica. Il modello che, mettendo in primo piano il guadagno a discapito del pianeta e della vita stessa, oggi ci porta ad un passo dalla più grande crisi che l’essere umano abbia mai affrontato, è lo stesso modello che ha snaturato sanità e istruzione, non trattandoli come apparati fondamentali per la cura di una comunità, ma all’opposto utilizzandoli per estrarne ricchezza. Ecco quindi che la lotta climatica e quella per una scuola diversa risultano indissolubilmente collegate, alla base e verso una prospettiva futura.

Nel corso di questi anni le tante manifestazioni studentesche che hanno risposto prontamente ad ogni tentativo di peggioramento della scuola pubblica da parte dei governi, hanno sempre evocato un’idea di Scuola completamente diversa rispetto a quella che si è andata a costruire riforma dopo riforma. Una scuola che fosse luogo di crescita individuale e collettiva, dove venisse stimolata la curiosità di ognun*, dove la didattica fosse completamente ripensata e innovata, dove si accrescessero consapevolezza e senso critico e che educasse alle diversità e all’avversione ad ogni discriminazione. Una scuola dove si parli di attualità, si discuta di cosa succede nel mondo, dove si acquisiscano gli strumenti per affrontare la vita e il futuro e che trasmetta la necessità di cambiarlo se quello che ci si ponesse di fronte fosse ingiusto, violento, omicida. Su queste basi è fondamentale chiedersi: cos’è la scuola di fronte alla crisi climatica? Cos’è la scuola di fronte ad un futuro incerto come non mai, di fronte a prospettive di vita ridotte al minimo? Che ruolo ha la scuola? Oggi questi quesiti, sui quali collettivamente ci interroghiamo da anni, diventano uno snodo centrale per affrontare ciò che ci aspetta. 

Siamo gli/le stess* ragazz* che da un anno e mezzo animano e attraversano le piazze di Fridays For Future, urlando che c’è bisogno di un cambiamento radicale, qui e ora. La scuola è il luogo che viviamo ogni giorno, la scuola è il luogo che ospita chi vivrà direttamente le conseguenze più drastiche del cambiamento climatico. Non possiamo pensare che essa non abbia un ruolo centrale per il futuro.

Nonostante tutto questo, la situazione sulla riapertura delle scuole ad oggi è incerta e vaga, a causa delle scarse indicazioni del MIUR che ha scaricato sui presidi diverse scelte fondamentali. Ci ritroviamo di fronte ad un Ministero che durante gli ultimi mesi ha ignorato la richiesta di un piano straordinario di investimenti fatta da tutto il corpo scolastico, che avrebbero garantito un rientro a scuola in sicurezza. Il governo conferma quindi di non considerare la cura della scuola tra le sue priorità, riproponendo lo stesso meccanismo volto al solo profitto che ha originato questa situazione, sacrificando scientemente tutto il mondo della formazione sull’altare della ripartenza economica. 

Lo scenario che ci troveremo di fronte a settembre sarà disomogeneo e in continua evoluzione. Sarà fondamentale anche metterci in ascolto de* nostr* compagn* di scuola, ponendoci il problema di come dovrà cambiare anche il modo attraverso cui portare avanti le lotte ed i collettivi studenteschi durante l’era del Covid.

L’incuria di questo sistema nei confronti dei giovani e del loro futuro pone delle domande amplificate e sempre più evidenti in questa fase emergenziale, che ci spingono a costruire un discorso che metta al centro il mondo della scuola in maniera inevitabilmente collegata ad una lotta complessiva e intersezionale contro questo sistema capitalista predatorio e biocida che sacrifica il mondo della formazione così come opprime i lavoratori e le lavoratrici, i popoli indigeni, le comunità razzializzate, le comunità lgbtqia+, le donne, i/le migrant* e tutte le soggettività subalterne. Sicuramente una cosa è certa. Siamo di fronte ad un sistema che da troppo tempo estrae ricchezza e mette a profitto ogni sfera dell’esistente. Siamo di fronte ad un sistema che sta mettendo in pericolo la vita e la sua stessa riproduzione su questo Pianeta. Siamo di fronte ad una sfida epocale, non possiamo permetterci di perderla.

Crediamo che una prima discussione comune possa avere luogo durante la seconda edizione del Venice Climate Camp, un campeggio europeo dove si andranno a ritrovare tutte soggettività e le comunità in lotta per costruire uno spazio di azione collettivo che metta al centro l’intersezionalità della giustizia climatica e che si ponga l’obiettivo di costruire una prospettiva basata sulla cura della vita, della natura, dei corpi e, nel nostro caso, di quelli che sono i luoghi di formazione del futuro. All’interno di un momento di questo tipo crediamo sia fondamentale ritrovarsi, confrontarsi e porre insieme le basi che andranno a costruire e animare il prossimo anno.

Invitiamo quindi le realtà studentesche italiane a sottoscrivere questo appello e a partecipare all'assemblea nazionale che si terrà mercoledì 9 settembre, alle 10.00 al Centro Sociale Rivolta.

Collettivo Autonomo Studentesco Bologna

Coordinamento Studentesco Azadí Milano

Coordinamento Studenti Medi Altovicentino 

Coordinamento Studenti Medi Padova

Coordinamento Studenti Medi Trento

Coordinamento Studenti Medi Treviso

Coordinamento Studenti Medi Venezia-Mestre

Coordinamento Studenti Medi Vicenza 

Kollettivo Studenti Autorganizzati Torino 

Piattaforma NODAD Milano

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in SAPERI

Carri armati e aerei da guerra israeliani hanno bombardato le posizioni di Hamas a Gaza venerdì scorso e il gruppo palestinese ha reagito lanciando razzi, mentre da tre settimane continua a crescere lo scontro.

Nelle comunità israeliane vicino al confine le sirene di avvertimento suonavano, mentre gli attacchi aerei prima dell'alba portavano Hamas a lanciare una batteria di sei razzi per rappresaglia.

Il gruppo palestinese ha detto che i razzi erano una "risposta diretta all'escalation dell'occupante israeliano".

Israele ha lanciato una nuova ondata di attacchi di ritorsione, prendendo di mira "altri obiettivi militari di Hamas" a Gaza, tra cui un "sito di produzione di armi", ha detto l'esercito di occupazione.

Gli israeliani hanno bombardato Gaza quasi ogni giorno dal 6 agosto, e la resistenza palestinese ha lanciato palloncini incendiari aerei e, meno frequentemente, razzi attraverso il confine in risposta al grave blocco dell'enclave costiera.

Le bombe incendiarie, dispositivi incastrati in palloncini o sacchetti di plastica, hanno causato più di 400 incendi nel sud dell’occupazione sionista, secondo i dati dei vigili del fuoco.

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L'occupazione israeliana ha anche vietato ai pescatori di Gaza di andare per mare e ha chiuso l'attraversamento delle merci sul territorio, il che ha portato alla chiusura dell'unica centrale elettrica di Gaza per mancanza di carburante.

Questa settimana Gaza è stato raggiunta dall'inviato del Qatar, Mohammed el Emadi, che ha consegnato l'ultima tranche di 30 milioni di dollari in aiuti al territorio martedì prima dei colloqui con i funzionari israeliani a Tel Aviv.

Una delegazione egiziana aveva cercato di negoziare un rinnovo della tregua tra le due parti.

Fonti vicine alla delegazione del Qatar hanno detto che gli israeliani hanno riferito ad Emadi che sono disposti a riprendere le consegne di carburante per la centrale elettrica e ad allentare il blocco se il lancio dei palloni incendiari viene fermato, secondo AFP, ma ha aggiunto che ci sono stati alcuni disaccordi su diverse questioni.

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Era in sciopero della fame da 238 giorni perché voleva un processo equo, dopo che era stata condannata a 13 anni di reclusione per “appartenenza a un’organizzazione criminale”. Giovedì sera è deceduta in un ospedale di Istanbul. Il caso riguarda l’avvocata Ebru Timtik, 42 anni.

A dare notizia della sua morte è stato il suo studio legale. “Ebru Timtik, socia del nostro studio, è morta da martire”, si legge in un tweet. Insieme al collega Aytac Unsal, pure lui in sciopero della fame, Timtik faceva parte dell’Associazione contemporanea degli avvocati, specializzata nella difesa di casi politici. Le autorità turche accusano questa associazione di essere legata all’organizzazione marxista-leninista Dhkp-C.

Ebru Timtik aveva difeso la famiglia di Berkin Elvan, adolescente morto nel 2014 per le ferite riportate durante le proteste a Gezi Park nel 2013. Il mese scorso, un tribunale di Istanbul, aveva rifiutato di scarcerare la donna, nonostante un referto medico indicasse che il suo stato di salute non le permetteva più di restare in carcere. Analoga richiesta è stata depositata anche ad agosto alla Corte costituzionale, senza successo. Invece di essere scarcerati, Timtik e il collega Unsal sono stati trasferiti in due diversi ospedali carcerari. L’avvocata, che ha consumato solo acqua zuccherata, tisane e vitamine, pesava 30 kg al momento del decesso. Lla polizia ha caricato la marcia di avvocati e solidali a Istanbul.

L’avvocata Barbara Spinelli, dei Giuristi Democratici, Commissione Diritti Umani dell’Ordine degli Avvocati di Bologna e della Commissione relazioni nel Mediterraneo del Consiglio nazionale forense.
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Da Radio Onda d'Urto

 

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Michelina De Cesare nacque a Caspoli, in provincia di Caserta il 28 ottobre 1841. Secondo la testimonianza che il sindaco del suo paese rese alle autorità militari, Michelina fin da giovanissima aveva tenuto un atteggiamento ribelle. Egli la definì come refrattaria alla legge e ai buoni costumi, educata al furto fin da bambina. Ci resta tale testimonianza, non si sa se effettivamente rispondente ai fatti o ricostruita ex post a uso della giustizia.

Si sa che nel 1861 Michelina sposò tale Rocco Tanga, da cui rimase vedova appena un anno dopo.

Successivamente incontrò Francesco Guerra, capo di una banda che imperversava nella Terra del Lavoro, denominazione con cui era allora indicato il territorio che comprendeva ampie zone dell’attuale Lazio Meridionale, della Campania e del Molise.

Michelina decise di seguire Guerra, e ne divenne la consigliera. Forte della sua conoscenza dei luoghi, lo aiutò a programmare gli attacchi rivolti ai soldati italiani, ma anche a molte persone che erano state identificate come “ricche”.

La sorte che attendeva Michelina è stata simile a quella della maggior parte delle donne che avevano fatto la sua stessa scelta e che, a seguito di essa, hanno conosciuto la morte o la carcerazione. La strada del brigantaggio non permetteva ripensamenti.

Michelina, però, riuscì per ben tre anni a sfuggire al suo destino, nonostante la caccia molto determinata che venne data alla banda di Guerra.

La donna fu presa solo il 30 agosto 1868 a seguito della delazione di un massaio di Mignano. Egli, attirato dal compenso promesso a chi avesse passato informazioni utili alla cattura della banda Guerra aveva avvisato la Guardia nazionale della loro posizione. La Guardia nazionale aveva a sua volta allertato il fratello di Michelina, Giovanni De Cesare. Come spesso avveniva nella storia del brigantaggio, furono i conti sospesi in famiglia – liti, vecchi rancori, rappresaglie covate nel tempo, che determinarono l’esito. Anche in questo caso fu essenziale l’apporto di un familiare: fu proprio Giovanni che condusse nel posto indicato la Guardia nazionale e un gruppo di soldati del 27° fanteria agli ordini del maggiore Lombardi.

La cronaca della cattura viene riportata in un rapporto del Comando generale.

Per quanto concerne espressamente Michelina esso dice:

«… il compagno che con lui (Guerra) si intratteneva, appena visto l’attacco, tentò di fuggire; una fucilata sparatagli dietro dal medico di Battaglione Pitzorno lo feriva, ma non al punto di farlo cadere, che continuando invece la sua fuga, s’imbatteva poi in altri soldati per opera dei quali venne freddato: Esaminatone il corpo, fu riconosciuto per donna e quindi per Michelina De Cesare druda del Guerra».

Anche in questo scritto per indicare la compagna di un brigante viene utilizzata l’espressione dispregiativa “druda”, tratta dal gaelico. Essa sta a indicare l’amante disonesta, la femmina di malaffare: le cronache del tempo infatti erano spietate nel giudicare le donne che trasgredivano alle leggi, ma soprattutto alle regole imposte al loro sesso. Nei documenti civili e militari dello Stato unitario, nei resoconti processuali e nelle cronache dei giornali del Nord esse venivano descritte come femmine lussuriose e spietate. La condanna nei loro confronti era inappellabile: esse avevano trasgredito alle leggi dello stato e anche a quelle, non scritte, dei comportamenti di genere.

E, nel caso di Michelina, alle parole fu aggiunto un ultimo oltraggio: il suo corpo fu esposto nudo nella piazza centrale di Mignano. Oltraggio e monito

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