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Articoli filtrati per data: Monday, 03 Agosto 2020

In Kurdistan è sempre più acceso lo scontro tra la popolazione curda ed esercito turco. I militari commettono sempre più di frequente attacchi alle donne, stupri, violenze fisiche e psicologiche.

Prendono di mira qualunque fascia di età, non facendo però i conti con l’autodeterminazione delle donne a decidere del proprio corpo e del proprio futuro, decise a non farsi schiacciare da una cultura puramente patriarcale. Le donne curde si ribellano, da molto tempo hanno creato gruppi armati in difesa della popolazione e in particolare delle donne, le YPS-JIN, gruppo di autodifesa delle donne.

È di pochi giorni fa il tentativo di stupro di un militare ai danni di una ragazzina di 13 anni, salvatasi grazie alle urla che hanno richiamato l’attenzione dei vicini di casa, che hanno da prima messo in fuga il militare e poi cercato e trovato l’uomo in questione.

Dopo i fatti di Sirnak le YPS-JIN hanno dichiarato che “A Şırnak un ufficiale ha commesso violenza sessuale contro una ragazza curda di 13 anni. È un attacco a tutte le donne e ai valori del Kurdistan. In Kurdistan lo stupro e la molestia sessuale sono diventati espressione del fascismo turco. Come donne dobbiamo essere consapevoli di questa realtà. La nostra identità, la nostra terra e i nostri corpi appartengono a noi e qualsiasi resistenza per proteggerli è legittimata.

“Dobbiamo esercitare il diritto all’autodifesa”

Diritto all’autodifesa che ancora tutt’oggi viene visto come terrorismo da parte di uno stato turco pronto a tutto pur di schiacciare una popolazione che si ribella da sempre all’oppressione.

A farne le spese delle violenze dei militari non sono solo le donne però. I militari, sempre più spesso colpiscono giovani ragazzi o ragazze senza motivo, aprendo il fuoco su di loro, senza che questi stiano creando un reale pericolo alle loro vite, come denuncia il caso del quindicenne Azat Bağa, intento a far pascolare le pecore, raggiunto da proiettili esplosi da militari turchi e adesso ricoverato in ospedale lotta tra la vita e la morte.

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Da piccola passavo una parte dell’estate in Marocco, il paese d’origine dei miei genitori.
Quelle settimane le ricordo con il sorriso, tanto amore e un po’ di malinconia.

Passavo le mie giornale nel darb a socializzare con i coetanei della zona. Mi chiedevano come fosse l’Italia, come mai avessi un accento così strano, ridevamo, scherzavamo e giocavamo, tanto.
Ricordo che rimanevamo per ore con lo sguardo all’insù a giocare con l’aquilone, tutti ne avevano uno anche grazie al suo costo contenuto (circa 1,60€) e chi non se lo poteva permettere lo costruiva da solo o con l’aiuto degli amici: sacchetti di plastica riciclati, dei bastoncini di legno, dello spago e via in strada o sui tetti a farli volare.

Nel Nord Africa era ed è una delle attività più diffuse – sopratutto nei quartieri popolari – e durante le settimane di isolamento imposte per contenere la pandemia da Covid-19 l’attività si è intensificata, sopratutto in Egitto, anche nel centro della capitale, il Nilo.
Un simbolo di libertà, un modo per passare il tempo infinito e apatico del lockdown, per continuare a rimanere insieme nonostante il distanziamento fisico e, quando il 27 giugno il coprifuoco è stato revocato, in molti si sono riversati sulle sponde del Nilo per lasciar finalmente scorrere il filo e far volare il più in alto possibile l’aquilone.

Una riscoperta che ha fatto felice anche i negozianti e i venditori ambulanti che hanno convertito la loro mercanzia, inoltre i muratori rimasti senza lavoro si sono reinventati costruttori di aquiloni.

Il gioco più amato, però, si è trasformato ben presto in una “minaccia per la sicurezza nazionale”.
La notizia è uscita quasi clandestinamente qualche settimana fa attraverso alcuni canali di informazione – da sottolineare che Reporter senza Frontiere classifica l’Egitto 166esimo su 180 paesi in tutto il mondo per la libertà di stampa e nel 2018 lo descriveva come “una delle più grandi prigioni del mondo per i giornalisti”.

Il tutto è cominciato quando la Polizia egiziana, il 10 luglio, ha sequestrato 369 aquiloni al Cairo e 99 ad Alessandria, multando i possessori per 300 sterline egiziane, un duro colpo per un popolo sempre più povero e con 60 milioni di persone sotto o poco sopra la soglia di povertà.
Altri fermi sono stati compiuti a Suez, Helwan e Menofia.

Secondo Middle East Eyes sarebbero centinaia i ragazzini che sono stati posti in stato di fermo. Sono stati colpito anche i negozianti – colpevoli di averli venduti e costretti a pagare multe troppo salate per i loro bassissimi stipendi – e gli stessi genitori così da trasformarli nei primi censori dei propri figli.

La motivazione ufficiale della messa a bando – adottata dagli agenti di Polizia – è quella della tutela degli stessi ragazzi dopo qualche incidente fatale reso noto tra giugno e gli inizi di luglio di quest’anno: un ragazzino di diciassette anni è rimasto folgorato, dopo che il suo aquilone aveva toccato dei cavi elettrici e una dodicenne è morta dopo essere caduta dal diciassettesimo piano di un grattacielo.
Ma la vera motivazione, come sostiene l’opposizione, è che dietro a questa misura ci sia l’intento di incrementare il controllo sociale del paese.

La guerra contro gli aquiloni è stata avviata da Khaled Abu Talib, un parlamentare egiziano e membro del comitato parlamentare per la difesa e la sicurezza nazionale, che ha usato la sua posizione per rivolgere il suo appello direttamente al Primo Ministro.
Lo stesso, a giugno, ha chiesto il bando totale degli aquiloni poiché potrebbero minare non la sicurezza individuale bensì quella nazionale tramite usi loschi come l’applicazione di piccole telecamere volte a spiare luoghi secretati come le postazioni militari:

«Non voglio criminalizzare gli aquiloni, voglio avvertire del pericolo di certe pratiche. Alcuni potrebbero attaccarci sopra delle piccole e moderne telecamere e fotografare siti vitali. Se oggi la gente li vede come divertimento, in futuro qualcuno con intenzioni malvagie potrebbe usare bambini e giovani per atti illegali».

A rincarare la dose ha contribuito il governatore di Alessandria, Mohamed al-Sharif, che ha vietato gli aquiloni sulle spiagge.

Il provvedimento ha ulteriormente ristretto gli spazi di divertimento dei ragazzini già danneggiati dalla scarsità di verde e dai costi elevati e inaccessibili dei centri sportivi, colpisce la libertà di gioco e la risorsa lavorativa di tanti e, sopratutto, evidenzia l’ossessione per la sicurezza nazionale in un Paese che ha forti ambizioni geopolitiche.

Un Egitto che, dopo sette anni di regime Al-Sisi si ritrova schiavo dell’esercito, della repressione e della povertà – tre egiziani su dieci sotto la soglia di povertà e altrettanti appena sopra e il debito pubblico è triplicato, da 112 miliardi di dollari del 2014 agli attuali 321.

Ci sono continui aumenti di tasse e tagli dei sussidi, la classe media è scomparsa mentre l’élite (esercito e i servizi segreti) si arricchisce.
Un paese le cui carceri sono sovraffollate e pessime – secondo Amnesty International sarebbero oltre 60mila i prigionieri politici su una popolazione carceraria di 140mila unità – e la cui repressione costringe i bambini a subire gravi abusi – come sottolinea Human Rights Watch nel report dal titolo “A nessuno importava che fosse un bambino” da poco pubblicato in cui vengono denunciate gli abusi, le torture e le sparizioni forzate subiti da decine di bambini da parte di polizia e ufficiali dell’esercito egiziano.

Nonostante ciò c’è un filo che lega l’Egitto all’Italia, ma non è quello di un aquilone bensì di accordi per la vendita di armi e queste sì, sono un pericolo per la vita delle persone – nel 2019 l’Egitto è stato il primo paese destinatario di armamenti italiani per un totale di 871 milioni di euro.

“…La carta e la colla insieme, incrociare due canne più forti, legate allo spago le nostre speranze, nei nostri aquiloni i sogni mai morti…”.

Siham Ouzif

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