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Articoli filtrati per data: Sunday, 23 Agosto 2020

Membri della Resistenza francese fotografati nel bel mezzo di una battaglia contro le truppe tedesche durante la liberazione di Parigi.

Si vedono un uomo con un’uniforme militare di fortuna a sinistra e un giovane a destra. Poi, cosa ancora più sorprendente, si nota al centro una donna in pantaloncini, con una camicetta e un cappello militare. La fotografia di questa giovane combattente sarebbe diventata il simbolo dell’impegno delle donne nella Resistenza. Il suo nome era Simone Segouin, conosciuta anche col suo nome di battaglia Nicole Minet. Quando la foto fu scattata aveva 18 anni. Due giorni prima la ragazza aveva ucciso due soldati tedeschi nei combattimenti di Parigi e aveva anche collaborato alla cattura di 25 prigionieri di guerra tedeschi durante la presa di Chartres.

Simone Segouin partecipò ad azioni armate contro convogli nemici e treni, ad attacchi contro distaccamenti nemici e atti di sabotaggio. Il giornale francese Independent Eure-et-Loir nell’edizione del 26 agosto 1944 la descrisse come “una delle più genuine combattenti dell’eroica Resistenza francese che hanno spianato la strada alla Liberazione”. Ha partecipato alla presa di Chartres, il 23 agosto 1944, e alla liberazione di Parigi. Fu promossa luogotenente e premiata con una Croce di guerra. A Courville-sur-Eure le è stata intitolata una strada.

Nel dopoguerra Simone diventò un’infermiera pediatrica a Chartres, dopo che le sue imprese di guerra l’avevano resa molto popolare. Nonostante i suoi spavaldi anni di guerra, Simone è sempre stata consapevole di quanto fosse difficile per le donne avere un ruolo nella Resistenza. Rappresentavano meno del 10% e la maggioranza di loro era confinata in ruoli diversi dal combattimento. Ma ciononostante, la loro presenza ha spianato la strada a un giro di vite relativamente al trattamento della donna nella società.

 

Fonte: Cannibali e Re

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Ci abbiamo sperato e provato fino all’ultimo, ma visto l’attuale innalzamento della curva dei contagi con il conseguente nuovo decreto governativo di Ferragosto, abbiamo deciso di sospendere ed annullare l’edizione 2020 dell’Alta Felicità. Una scelta dettata innanzitutto dal senso di autotutela e di responsabilità, in un momento molto delicato, dove accanto alle legittime preoccupazioni per la propria e altrui incolumità causata da un nemico tanto subdolo quanto invisibile, il virus, si mischiano altrettanto legittimi sentimenti di rabbia e disappunto per quelle istituzioni che, invece di garantire la possibilità di una vita dignitosa, a cominciare da una sanità efficiente , perpetuano politiche criminogene e distruttive dell’ambiente e delle nostre vite, come il Tav in Valsusa, sperperando ingenti risorse per tutti a beneficio dei profitti per pochi.


Chi ci conosce e vi ha partecipato nelle edizioni precedenti sa che non è stata una scelta presa a cuor leggero, per tantissimi motivi, primo tra tutti perché l’Alta Felicità non è stato e non sarà mai un Festival come gli altri. Fin dalla sua prima edizione, al centro di tutto, abbiamo messo alcuni valori non negoziabili, a partire da quelli dall’accoglienza e dall’inclusività, proponendo una serie infinita di concerti, dibattiti, iniziative, a titolo gratuito ed accessibili per tutti, giovani e “diversamente” giovani, ed ospitando decine e decine di migliaia di persone. Lasciare indietro qualcuno (anzi tantissimi, viste le adesioni pervenute via social) per mettere in pratica una versione del Festival “compatibile” con normative adeguate ai protocolli anti-Covid (prenotazioni, accessi contingentati, dispositivi di protezione individuali, distanziamento fisico ecc.ecc.) sarebbe stata una scelta troppo dolorosa da prendere. Non tanto per quel che riguarda le questioni tecnico-organizzative annesse alla messa in sicurezza degli eventi e degli spazi, cosa che grazie soprattutto alle capacità collettive, alla partecipazione di centinaia di volontari ed alla grande disponibilità da parte dei tanti artisti che ci supportano, saremmo stati in grado di garantire.

L’ostacolo, al momento insormontabile, che ci troviamo di fronte e che stravolgerebbe radicalmente la natura stessa dell’evento, è la consapevolezza dell’uso “politico” della pandemia ed il conseguente rischio calcolato, nel malaugurato caso in cui si fosse verificato un qualche contagio durante l’evento. Non è necessaria tanta immaginazione per prefigurare le pagine dei giornali che avrebbero additato, come d’altronde stanno facendo già da un pezzo, i giovani e/o gli attivisti come dei pericolosi “untori”. Come se un padrone di una multinazionale che continua a tenere aperta la sua impresa, sfruttando la forza lavoro a discapito della loro incolumità e grazie alla complicità di governanti supini a Confindustria, possa essere messo sullo stesso piano di un gruppo di giovani che rivendica il diritto alla socialità o a quello di una famiglia che, dopo un anno terribile, vorrebbe concedersi un po’ di svago e serenità su una spiaggia, od ancora a quello di chi si trova a condurre una battaglia per difendere il proprio territorio e lo vuole fare insieme a più amici e compagni possibile.


Questa scelta, per quanto dolorosa, è necessaria. Lo è perché il Festival non è solo un momento di incontro, non è soltanto musica, divertimento e cultura, ma è parte di un processo collettivo più ampio che rappresenta una speranza per la valle in cui viviamo e per centinaia di migliaia di persone in tutta Italia. In questa strana estate sospesa tra la paura e le pressioni delle istituzioni e degli imprenditori per tornare ad una presunta “normalità” impossibile ed imposta, il movimento No Tav ha mostrato vitalità e forza, ma soprattutto ha dimostrato che si può lottare, con intelligenza e buonsenso, anche al tempo della pandemia. Anzi, che è necessario più che mai farlo proprio in questo momento in cui tutti i limiti della società in cui viviamo sono resi evidenti dal virus. E quindi mentre alcuni politicanti si spartivano la torta dei fondi destinati alla sanità, mentre gli imprenditori e le mafie si sfregavano le mani pensando a nuove speculazioni, cementificazioni, ai nuovi cantieri di grandi opere inutili e inquinanti che sarebbero stati venduti dai giornali come la panacea dei mali di questa crisi senza precedenti, mentre tutto questo accadeva, i No Tav lanciavano ancora una volta un messaggio chiaro: quello della resistenza.


Questo messaggio si è incarnato nell’esperienza del Presidio Permanente dei Mulini dove per mesi si è lottato senza sosta e allo stesso tempo si è messo in pratica un embrione di forme di vita alternative a quelle che ci stanno portando al disastro. Un’esperienza dove, nell’incontro tra il movimento No Tav “storico” e i moltissimi giovani che hanno sviluppato interesse per le tematiche ambientali e del cambiamento climatico, si è ragionato sulle traiettorie che dovrebbe avere un futuro più giusto e libero per tutti e su quali potrebbero essere i modi per metterlo in pratica. Certo il presidio dei Mulini ha rappresentato e rappresenta solo una scheggia in un panorama sociale più ampio e complicato, ma è una scheggia ben conficcata nel fianco delle lobby della speculazione, dell’inquinamento e della distruzione della natura.


Sappiamo bene che ad attenderci ci saranno giorni non facili, che l’esperienza dei Mulini è minacciata quotidianamente dalle forze dell’ordine al servizio di TELT e dal prossimo ulteriore allargamento del cantiere, ma questa estate di lotta ha permesso che migliaia di persone conoscessero e vivessero quell’angolo di Val Clarea dove la resistenza è di casa. Nei prossimi mesi sarà importante continuare a partecipare con consapevolezza ed energia a quell’esperienza, arricchirla di iniziative di lotta, culturali e di informazione per ampliare il più possibile la prospettiva e la possibilità di un futuro dignitoso, più giusto, in armonia con la natura e il pianeta… insomma un futuro ad Alta Felicità!


Come diciamo dalle nostre parti: si parte e si torna insieme! A presto!

#staytuned #AltaFelicita’ #NoTav

Da altafelicita.orgaltafelicita.org

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I vertici israeliani hanno definito l’ultimo bombardamento come una rappresaglia, citando “palloncini incendiari” e “rivolte” come giustificazione.

Fonte – English version

Di Kathryn Shihadah – 18 Agosto 2020

Lo scorso lunedì notte l’aviazione israeliana ha compiuto attacchi aerei sulla Striscia di Gaza assediata per la nona notte consecutiva, un atto che potrebbe aggiungersi alla lunga lista dei presunti crimini di guerra di Israele.

I leader israeliani hanno descritto le azioni come rappresaglie, indicando “palloncini incendiari” e “rivolte” a Gaza come giustificazione.

Questo è solo l’ultimo di quello che i mezzi d’informazione generalmente descrivono come un “conflitto prolungato” tra “il gruppo militante di Hamas e Israele”, dopo “mesi di calma” (5 abitanti di Gaza sono stati uccisi nel 2020; Israele ha sparato ad agricoltori e pescatori centinaia di volte; nessun israeliano è stato ucciso).

La difficile situazione dei palestinesi a Gaza, una popolazione di quasi due milioni di persone costrette in una regione delle dimensioni di Detroit o Arezzo, è stata nascosta alla vista dei più, anche se gli Stati Uniti finanziano il loro carnefice con oltre 10 milioni di dollari al giorno in aiuti militari.

Israele non solo limita la quantità di rifiorimenti alimentari e medici che entrano nella Striscia, ma ha anche attaccato la popolazione in tre imponenti guerre e innumerevoli incursioni minori, uccidendo migliaia di persone subendo solo perdite relativamente minori.

L’attuale recrudescenza è un esempio della costante oppressione e violenza che gli abitanti di Gaza subiscono da 13 anni.

Resistenza palestinese

Hamas è il partito politico democraticamente eletto a Gaza, con un’ala armata impegnata nella resistenza contro i 53 anni di effettiva occupazione israeliana e 13 anni di blocco, entrambi illegali. La giurisprudenza internazionale riconosce il diritto a tale resistenza.

I casi più recenti di palloncini incendiari non sono opera di Hamas, ma di gruppi di militanti indipendenti nella Striscia, responsabili anche del lancio di diversi razzi.

I palloncini incendiari hanno provocato alcuni incendi su terreni agricoli e foreste israeliane, ma non hanno mai ucciso o ferito nessuno; nei 19 anni in cui i militanti hanno lanciato razzi da Gaza, circa 30 israeliani sono stati uccisi, l’ultima vittima nel maggio 2019.

Azioni che Israele descrive come “rivolte” che vengono raffigurate dall’Associated Press come “decine” di manifestanti palestinesi che si radunano ogni notte al confine con Israele.

La rappresaglia di Israele

Le rappresaglie israeliane sono state dure, come riconoscono i suoi leader. La Forza di Difesa Israeliana “risponde con tutte le sue forze contro i palloni incendiari”, cita un rapporto del Jerusalem Post.

Le azioni includono attacchi notturni da parte dell’aviazione, con aerei, elicotteri e carri armati contro quelli che Israele chiama “obiettivi di Hamas.” I notiziari arabi documentano la distruzione di “numerose abitazioni”, con il ferimento di donne e bambini, e di “terreni agricoli”, nonché strutture appartenenti a gruppi della resistenza. L’esercito ha colpito anche un cementificio.

Lo scorso giovedì mattina, i residenti di un campo profughi di Gaza hanno trovato un missile inesploso all’interno di una scuola delle Nazioni Unite.

Contemporaneamente Israele ha chiuso tutti i valichi in entrata e in uscita da Gaza, bloccando la consegna delle forniture alimentari e del carburante necessario per far funzionare l’unica centrale elettrica di Gaza. L’impianto è stato chiuso da martedì.

Inoltre, Israele ha completamente chiuso la zona di pesca di Gaza “fino a nuovo ordine”, con ripercussioni dirette su quasi 5.000 palestinesi impiegati nel settore della pesca.

Le richieste di Gaza

Mentre i mezzi d’informazione della stampa affrontano raramente le ragioni della resistenza di Gaza, o la relegano ai margini degli articoli, le rimostranze della popolazione sono evidenziate.

I funzionari di Hamas hanno accusato Israele di non rispettare le promesse di allentare il blocco che dura da 13 anni, seminando la disperazione a Gaza.

Ovunque, gli attivisti hanno espresso sdegno per le “violazioni israeliane contro la moschea di Al-Aqsa” e per i piani di annessione di Netanyahu, nonché per le politiche che “paralizzano la vita quotidiana e interrompono gli sforzi per combattere la pandemia”.

Le ammissioni dei leader israeliani

Usando le parole degli stessi leader israeliani; stanno perpetrando punizioni collettive e azioni sproporzionate contro i palestinesi di Gaza, considerate crimini di guerra ai sensi del diritto internazionale.

Oltre a ritenere ingiustificatamente Hamas responsabile di ogni azione militante a Gaza, il Ministro della Difesa israeliano Benny Gantz ha promesso di continuare a punire tutti gli abitanti di Gaza fino all’annientamento della resistenza:

“Lanciando razzi e palloni esplosivi, i leader di Hamas stanno ledendo gli interessi degli abitanti di Gaza e stanno compromettendo la loro capacità di vivere con dignità e in sicurezza. L’esercito risponderà con forza a qualsiasi violazione della sovranità. Se [la città di confine israeliana] Sderot non è al sicuro, neanche Gaza lo sarà.”

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato le sue intenzioni di pianificare un attacco sproporzionato dopo l’arrivo in Israele di palloni incendiari:

“Ci sarà una punizione esemplare per il terrorismo dei palloni incendiari. Non li subiremo, agiremo e gli faremo pagare un caro prezzo”.

Indagini sui crimini di guerra in corso

Israele è già sotto indagine per azioni nel 2014 e forse nel 2018. Il procuratore capo della Corte penale internazionale (CPI) Fatou Bensouda ha dichiarato:

“Ci sono elementi concreti per credere che crimini di guerra siano stati, o siano tuttora commessi, in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est e nella Striscia di Gaza”.

La CPI ha citato “l’uso sproporzionato della forza” di Israele nell’azione militare del 2014 che ha causato la morte di 2.200 palestinesi e 73 israeliani, nonché altri possibili crimini di guerra, tra cui la punizione collettiva e il trasferimento della popolazione israeliana nei territori occupati palestinesi.

Israele non insiste  sulla sua innocenza, ma sul fatto che la CPI non abbia giurisdizione sui Territori palestinesi.

L’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra designa la punizione collettiva come un crimine di guerra. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa precisa:

“Tali pratiche, a causa della loro eccessiva gravità e crudeltà, mantengono vivi e rafforzano lo spirito di resistenza. Sono contrarie a tutti i principi basati sull’umanità e sulla giustizia”.

Kathryn Shihadah scrive per MintPress News e If Americans Knew, vive in Medio Oriente da dieci anni e ha viaggiato molto. Scrive su PalestineHome.org.

Trad: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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“SOLO COLORO LA CUI UMANITA’ E’ STATA MESSA IN DUBBIO POSSONO INSEGNARE AGLI ALTRI L’UMANITA’”

di Cesare Battisti da Carmilla

Quello che mi ha subito incuriosito in questo carcere è stato il comune dire tra gli agenti, ma anche membri della direzione, che per ogni disgrazia c’è sempre lo zampino dei comunisti. All’inizio pensai che si trattasse di una battuta per prendere in giro me mimando Bolsonaro. Dovetti, però, ricredermi nel constatare che l’espressione dilagava e spesso non era diretta a me. Diventava così comunista qualunque detenuto rivendicasse un diritto, o anche il giornalista e il politico che alla televisione osasse parlare di tortura o che proponesse un progetto culturale. Il comico di queste flessioni antropologiche è che spesso lo sfortunato detenuto in questione confonde l’ideale comunista con l’ostia della comunione. Mentre per i suoi detrattori, sono comunisti tutti, salvo loro stessi e qualche leader a braccio teso. L’illusione che durante la mia lunga assenza dall’Italia la “minaccia” comunista si fosse ingigantita al punto da terrorizzare i bravi cittadini dell’ordine fu di breve durata. Non appena mi misero un televisore in cella, mi accorsi che questo era il comune modo di esprimersi di Meloni, Salvini e compari.

Un altro episodio curioso riguarda un tale che rimase una quindicina di giorni nel mio corridoio. Di solito, il reparto isolamento è tutto mio. Ma capita di tanto in tanto, questione di spazio, un ospite con cui scambiare due parole a distanza. Dalla voce sembrava piuttosto giovane. Da poco rientrato nel “bel paese” non feci caso all’accento straniero. Quando disse che era Togolese, mi colpì il dominio della nostra lingua. In seguito ebbi a notare anche un ottimo grado di educazione. In carcere si apprende subito ad essere discreti. Se uno ha voglia di raccontarsi, bene, ma non si chiede. Comunque non è facile farlo a gridi. Ma Charly, chiamiamolo così, si era convinto che io avessi la spiegazione a un fatto misterioso che gli era successo. Disse che l’avevano messo in isolamento perché voleva denunciare un abuso. Pensai alla solita prepotenza della direzione, invece mi sbagliavo. L’avevano isolato per proteggerlo dagli altri detenuti, il cui codice d’onore recita che solo gli infami ricorrono alla denuncia. Lui si sarebbe difeso dicendo che un codice simile esiste anche nel suo paese. “Ma che li sono gli stessi detenuti tutti uniti a far rispettare la giustizia. Mentre in Italia, che è un paese civilizzato ed ognuno pensa solo a se stesso, credevo che ricorrere alla legge fosse l’unica via. Non l’avessi mai detto…”. Dopo aver assistito allo sfogo di Charly, ho capito la ragione di un’altra espressione ricorrente tra gli Ispettori, quando si tratta di azzittire chi reclama un diritto, dicono ridacchiando: “Faccia denuncia, che aspetta a denunciare?”

Ma il carcere non è solo banalità e scherno. Qui i danni irreparabili sono provocati dall’attacco strisciante dell’Amministrazione Penitenziaria all’autostima e alla stabilità psichica del detenuto.

Così come si sfruttano i migranti nelle campagne e nelle fabbrichette al nero, sono sfruttati anche i detenuti. Fuori è il caporalato a garantire ai padroni mano d’opera schiava; in carcere è l’Amministrazione Penitenziaria a fornire al Ministero e alle loro imprese di fiducia lavoranti a 10 o 15 euro al giorno. Una parte dei quali sono oltretutto trattenuti per le spese giudiziarie. E come se non bastasse all’umiliazione di lavorare gratis o quasi, si aggiunge anche la beffa di offrirlo come fosse un privilegio. Giacché essere detenuto-schiavo non è da tutti, bisogna meritarselo con una sottomissione esemplare. O con la scorciatoia del 58 ter, cioè divenire un informatore della direzione. Vogliamo provare ad immaginare che classe di soggetto sociale restituirebbe questo sistema alla società?

Il carcere riproduce gli orrori del mondo esterno e li affila. Migranti, omosessuali, rom, categorie ritenute deboli sono le cavie della strategia d’intimidazione e disorientamento psicologico da applicare a tutta la popolazione detenuta. La scelta delle cavie, ovviamente, è favorita da un contesto pubblico che criminalizza queste persone. I diversi sono generalmente considerati colpevoli a priori, ciò facilita l’impunità agli abusi d’ogni sorta. Ma questa pratica serve anche a ricordare a tutti gli altri la momentanea fortuna che hanno di non essere trattati allo stesso modo. Una minaccia diretta: state attenti, potreste essere voi. Lo scopo è doppio. Da una parte riduce la fiducia di queste “categorie” cosiddette vulnerabili nei confronti delle autorità, così rendendole più facilmente criminalizzabili. Dall’altra spinge il resto della popolazione detenuta ad accrescere le differenze di trattamento nella speranza di garantirsi il privilegio della Normalità impossibile.

L’attacco all’orientamento e alla coscienza del detenuto è sistematico. Fa parte di un programma ben preciso, imposto dalla direzione e ciecamente eseguito dal personale delle differenti sfere di controllo interno, ma anche esterne all’istituto. Dal reparto sanitario all’area suppostamente trattamentale della pulizia penitenziaria alle istanze esterne di sorveglianza, tutti secondo le loro competenze si adoperano affinché l’abuso sia la norma, i diritti basilari sacrificati in nome della sicurezza. E se qualcuno non si allinea, viene estromesso dalla funzione. La falsità e il raggiro generalizzato non sono pratiche accidentali ma raccomandate. L’obiettivo è quello di tenere il recluso sempre sulla corda, impedirgli di farsi un punto fermo. Bisogna togliergli ogni certezza a cui aggrapparsi per resistere al bombardamento psicologico. La minaccia dell’aggressione fisica è costantemente presente. E’ in un contesto quotidiano di tensione, costantemente rinnovata, che il detenuto affronta pene irragionevolmente lunghe e sempre passibili di un aggravamento di regime. Confesso che mi ci è voluto più di un anno per vedere i meccanismi periferici che fanno della prigione un inferno. Il primo segnale di pericolo l’ho avuto allo scoprire che tutto il personale che opera nella prigione, senza distinzione di ruolo, mente con lo stesso automatismo con cui respira. Fino ad allora avevo pensato che questo costume fastidioso fosse dovuto a negligenza, qualche caso di maleducazione o, chissà mi dicevo, avrà avuto una ragione buona di dire una cosa per un’altra. Si usa dire che talvolta una buona bugia è meno grave di una cattiva verità. E’ stato proprio a causa di questo malinteso che ci ho messo tanto a capire quanta studiata malignità ci fosse in questa consuetudine.

Non si esce assolti dall’orrore generalizzato del sistema penitenziario appena mostrando al pubblico il teatro della Compagnia della Fortezza di Volterra, o le molteplici attività di reinserimento a Bollate. Due esempi di amministrazione che mostrano proprio ciò che dovrebbe essere la norma in tutte le carceri italiane. Nella quasi totalità delle quali, invece, perfino le scarse strutture apposite, fatte solo per aumentare la colata di cemento, sono volontariamente lasciate in disuso. La ragione sta nel volere di proposito che il detenuto sconti non solo condanne esorbitanti, ma sia anche rilegato al tempo morto che, quando non uccide, lo forgia nella fabbrica del crimine.

Rieducazione e reinserimento, due obiettivi ufficialmente soppiantati da infette parentesi di non vita, che per alcuni, parafrasando Michel Foucault, si aprono sulla culla per chiudersi sulla bara.

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Si è parlato molto della cosiddetta organizzazione dei lupi grigi che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan utilizza per realizzare le sue ambizioni e i suoi sogni nella regione, poiché l’esercito nazionale libico ha rivelato il ruolo di questa organizzazione in Libia.

The I lupi grigi sono stati fondati fondati alla fine degli anni ’60 da Alp Arslan Türkç, uno dei promotori del colpo di stato del 1960. L’organizzazione è il braccio armato non ufficiale dell’MHP guidato da Devlet Bahçeli, alleato di Erdogan.

Dal terrorismo alla coalizione e, soprattutto, all’uccisione dei curdi

È classificato come uno dei gruppi più fanatici e fascisti del nazionalismo turco, ed era stata precedentemente classificata come organizzazione terroristica in Turchia, fino al 2018, quando si sviluppata “L’alleanza repubblicana” tra il Partito della Giustizia e dello sviluppo” e il Partito del movimento nazionale” per le elezioni presidenziali turche.

Il movimento crede nella superiorità etnica dei turchi e cerca di ripristinare le loro glorie e la storia e di unificare i popoli turchi in uno stato, oltre ad inimicarsi popoli di altre nazionalità come i curdi, la Grecia e gli armeni.

Secondo i “Lupi Grigi”, i confini dello stato dei turchi si estendono dai Balcani all’Asia centrale, ispirandosi alla storia dell’Impero Ottomano. I curdi sono l’asse principale dell’ostilità nei confronti dell’organizzazione che si occupa di combattere l’istituzione di qualsiasi stato curdo con vari mezzi.

Questa organizzazione ha commesso le operazioni più criminali, essendo stata la principale forza coinvolta in atti di violenza politica in Turchia negli anni ottanta del secolo scorso.

È stata classificata come organizzazione terroristica responsabile dell’uccisione di centinaia di aleviti nel massacro di Maras nel 1978 e nel massacro di piazza Taksim del 1977, in cui 126 persone hanno perso la vita.

È anche la mente dell’attentato a Papa Giovanni Paolo II nel 1981 da parte di Muhammad Ali Agjah. I Lupi Grigi negli anni 80 erano considerati un’organizzazione anti-turca.

Ma concentrando il movimento sulla sua ostilità verso i curdi negli anni ’90 l’autorità prese l’iniziativa di impegnarlo in battaglie contro il PKK.

I Lupi Grigi divennero famosi per aver condotto molte operazioni terroristiche dentro e fuori la Turchia. Sono accusati di aver ucciso il pilota russo nel 2015, dell’abbattimento dell’aereo russo Sukhoi, del dirottamento dell’aereo russo in Egitto, del sostegno ai terroristi, della liquidazione dei curdi oltre ad altri atti criminali per far rivivere i fasti dell’Impero Ottomano.

È interessante notare che il nome “Alp Arslan Celik”, uno degli attivisti dei “Lupi grigi”, è emerso con la sua apparizione in un videoclip dell’incidente dell’aereo russo abbattuto nella campagna di Latakia nel 2015.

Ha parlato dei dettagli dell’uccisione dei piloti russi, di conseguenza Mosca ha chiesto ad Ankara di consegnare “Alp Arslan”. Dopo che la Turchia e i suoi mercenari hanno ocupato Afrin, gli elementi di questa organizzazione erano di stanza nel nord della Siria.

Il Centro europeo per i diritti umani ha confermato: “L’organizzazione terroristica turca sostiene i turcomanni in Siria con aiuti militari e combattenti che sono membri del Partito del movimento nazionale”.

Il Centro ha rivelato che molti di loro sono stati uccisi in battaglie con le forze governative siriane. I giornali turchi hanno anche confermato che Ankara ha utilizzato nel nord della Siria milizie dei “Lupi grigi” insieme a “ISIS” e gruppi mercenari.

Come gestisce Ankara i movimenti di questa organizzazione tra Siria e Libia

Questa organizzazione lavora per gestire le operazioni in Libia, come l’esercito nazionale ha confermato all’agenzia di stampa Hawar, e che un ufficiale dell’intelligence turca di nome “Fatih Inal Tarkan” e il suo compagno, “Maher Mustafa Pasha” sono i principali funzionari responsabili della maggior parte dei movimenti di mercenari ed estremisti, a cui si uniscono più di 18 ufficiali di vario grado.

Secondo l’esercito libico: “Khalil Sosyal, Irfan Ossert,il generale Levent Arjun, la brigata Gorsal, Tchibinar, brigata Seljuk Yavuz , Canal, Kai Altindag, Bolt Kutsal, Geethan Utqu, Izz al-Din Yathilurt, Amir Muradli, Hamad Husam al- Din Yajuri, Sahan Eden, Archin Timon, Bakir Eden, Recep Bolt, Solomon Anja. “

Chi è Inal Tarkan?

Il suo vero nome è “Fateh Tarkan Inal”, che ha il ruolo chiave negli sviluppi militari in Libia. È la figura più misteriosa e pericolosa. Uno degli amici più importanti di Tarkan è Maher Mustafa Pasha, che è il capo dei mercenari della “Divisione Al-Muntesir Billah”, dei turcomanni. Combatte con i mercenari dell ‘”Esercito nazionale siriano”. Maher Pasha, un turcomanno siriano di Aleppo, parla sia arabo che turco,ed è vicino ai servizi segreti turchi.

Ha pubblicato una foto con l’ufficiale dell’intelligence turca Fatih Inal, e ha immagini dall’interno della Turchia, in particolare dal quartier generale del Partito per la giustizia e lo sviluppo in Turchia e immagini all’interno del quartier generale dell’organizzazione “Lupi grigi”.

Pasha è accusato di aver lanciato operazioni militari sulla città di Afrin in diretto coordinamento con l’intelligence turca ed i Lupi Grigi; la sua fazione turcomanna ha deliberatamente attaccato e assediato il quartiere di Sheikh Maqsoud e di l’Ashrafieh a maggioranza curda nella città di Aleppo per molti anni e ha usato armi proibite a livello internazionale nel tentativo di assaltare il quartiere e commettere massacri contro i civili.

Secondo l’Esercito nazionale libico, Maher Mustafa Pasha è il primo responsabile dell’invio di 300 mercenari al mese da ciascuna fazione siriana in base a un accordo stipulato per un periodo di tre mesi, con i servizi segreti turchi e supervisionato da Tarkan.

L’esercito libico ha rivelato che Ankara ha chiaramente cambiato il modo in cui i suoi consiglieri, compresi uomini militari e di intelligence, operano in Libia nelle ultime settimane. Ha adottato piani, che Tarkan ha attuato con grande professionalità. Questi piani dipendono dalla comunicazione e dal coordinamento con i leader dei gruppi armati, alle spalle di al-Sarraj, e dalla concessione a ciascun gruppo di ciò che vuole a condizione di attuare le direttive turche nel Paese.

L’intelligence dell’esercito libico ha rivelato che Tarkan e i suoi colleghi non hanno mai incontrato le milizie ei loro leader attorno ad un tavolo dal loro arrivo a Tripoli, e gestiscono la maggior parte delle operazioni di coordinamento du guerra sul terreno con comunicazioni radio e telefoni collegati ai satelliti in coordinamento con l’ambasciatore turco in Libia, Serhat Aksen.

Anha

Da Rete Kurdistan Rete Kurdistan

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