ssssssfff
Articoli filtrati per data: Monday, 17 Agosto 2020
Il problema

Radio Onda d'Urto, storica emittente radiofonica che trasmette da Brescia e Milano, è in difficoltà economiche. La pandemia da Covid19 ha reso impossibile svolgere la XXIX Festa di Radio Onda d'Urto, inizialmente in calendario dal 4 al 22 agosto 2020 a Brescia. La Festa di Radio Onda d'Urto è uno dei più grandi eventi autogestiti del Nord Italia: concerti, djset incontri culturali e politici, presentazioni di libri, teatro, enogastronomia, spazi per bambini, bancarelle di autoproduzioni in una logica di socialità fuori dagli schemi commerciali e del profitto a ogni costo, a cui partecipano ogni estate oltre 100mila persone. La Festa rappresenta anche la fetta maggioritaria delle entrate di Radio Onda d'Urto, che dal 1985 trasmette informazione, musica e cultura indipendente, senza un solo secondo di pubblicità, padrini e padroni. Senza la Festa, al momento Radio Onda d'Urto non ha le risorse economiche per garantire un altro anno di trasmissioni.

 1 copia copia copia copia copia copia copia

La campagna

La raccolta fondi e le donazioni raccolte con la campagna di crowdfunding saranno integralmente utilizzate per consentire a Radio Onda d'Urto di fare fronte alle spese vive di un anno radiofonico, quello compreso tra agosto 2020 e agosto 2021. Non avendo pubblicità o investitori privati, Radio Onda d'Urto ha sempre dipeso unicamente da abbonamenti, iniziative di autofinanziamento e dagli introiti generati dalla Festa di Radio Onda d'Urto.

2 copia copia copia copia copia copia

La Radio

Radio Onda d'Urto è un'emittente radiofonica libera e di movimento. La sede centrale è a Brescia, in via Alessandro Luzzago 2/b. Conta redazioni anche a Milano, Trento, Franciacorta, Lago di Garda e Valle Camonica. Il segnale FM copre la Lombardia e parte di Trentino e Veneto (zona Verona). E' la Radio che vuole “conoscere il mondo...per trasformarlo! ”. E' la voce dei movimenti, di chi lotta per un mondo migliore, di chi non ci sta a considerare “normale” lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. E' la voce degli studenti, dei movimenti ambientalisti, antifascisti, antirazzisti e antisessisti. E' la voce della musica indipendente, autoprodotta, della cultura non ridotta a merce di scambio.

 3 copia copia copia copia

L’inizio

Radio Onda d'Urto nasce nel cuore dei anni Ottanta, quando un gruppo di compagni e compagne provenienti dall’esperienza del movimento del ’77 e dalle più recenti lotte studentesche (il movimento dell’85), dalle mobilitazioni antinucleari e dalle prime occupazioni di centri sociali, decise di dotarsi di uno strumento di comunicazione del/per il movimento. Senza precedenti esperienze o competenze radiofoniche si diede vita ad un palinsesto in permanente discussione e trasformazione. Intanto la nostra sfida alle leggi del profitto, che dominano anche l’etere, continuava vincente e chi pensava che una radio autogestita ed autofinanziata avesse vita breve dovette ricredersi. Con immani sforzi, sempre basandoci sull’autofinanziamento, migliorammo l’emissione del segnale radio, rinnovando anche gli studi di trasmissione di Brescia città e accogliendo nuovi collaboratori.


Il salto di qualità

Nel 1992 sviluppammo una riflessione sull’importanza di acquisire/praticare una capacità di comunicazione adeguata ai tempi ed alla società in cui vivevamo; un ragionamento che non poteva prescindere ovviamente dal nuovo scenario legislativo che aveva visto nel ’90 l’approvazione della legge Mammì che, funzionalmente agli interessi Fininvest, sanciva una gestione monopolistica dell’informazione, rendeva difficile la vita alle piccole emittenti locali e praticamente impediva l’accesso all’etere a chi non disponeva di grandi capitali.

Questa discussione diede il via a quel processo di ripensamento complessivo del modo “di fare la radio” che chiamammo “il salto di qualità” e che portò ad una profonda ridefinizione del palinsesto. L’obiettivo fu quello di ricostruire la programmazione della radio per soddisfare le esigenze di informazione e controinformazione (anche su tutto quello che per i mass-media non fa notizia), di approfondimento politico e culturale, di socializzazione del dibattito sui e nei movimenti ed anche di inchiesta, per favorire la comprensione e l’analisi critica della realtà sociale. Si diede così maggior spazio anche alle interviste, ai programmi culturali riguardanti cinema, teatro, libri ed a varie espressioni di istanze sociali o di comunità immigrate che hanno fatto acquistare alla radio un carattere di plurilinguismo interculturale.

In seguito questo salto di qualità si è arricchito anche con l' estensione del bacino di ascolto : nel 1994 la frequenza a Milano, poi a partire dal 1998 l’accensione del segnale della radio nelle valli bresciane, nell’alto Garda, l’acquisizione degli studi (la nostra casa) in via Luzzago, nel 2000 l’attivazione dello streaming audio e infine, nel 2004, l’approdo al satellite, con la possibilità di essere ascoltati in quasi tutta Europa, nel nord Africa e in Medio Oriente.

Con il cambio di frequenza dell’ottobre 2006 abbiamo iniziato a trasmettere sui 99.600 Mhz a Brescia, nel cremonese e nella bergamasca, oltre ad aver acquisito una frequenza sul Lago di Garda, 99.700 Mhz, che ci permette di essere ascoltati non solo nella zona del Benaco ma anche a Mantova ed in alcune zone del Veneto. Nel 2008 la nostra radio ha raggiunto anche la provincia di Trento con l’attivazione della frequenza a Riva del Garda (99.500 Mhz) e a Trento (105.500 Mhz).

 4 copia copia


La crescita degli ultimi anni: FM, streaming, sito, social e app

Il processo di miglioramento è proseguito, anno dopo anno, anche con un'importante presenza social (130 “mi piace” su Facebook, 24mila follower su Twitter, 16mila su Instagram, oltre a centinaia di persone iscritte ai canali Telegram e a Mastodon). Nel 2019 è stato ripensato anche il nostro sito internet. www.radiondadurto.org  www.radiondadurto.org , con una migliore fruizione e decine di podcast autoprodotti caricati ogni giorno, oltre a una rafforzata capacità di trasmettere in streaming, grazie ad App completamente gratuite, liberamente scaricabili.

Autofinanziamento e rafforzamento: tutto questo percorso di miglioramento tecnico e qualitativo della radio lo abbiamo sostenuto contando sempre e solamente sulle nostre forze e su quelle dei nostri ascoltatori. Fin dall’inizio infatti Radio Onda d’Urto è stata completamente autonoma da partiti e sindacati ed ha rifiutato, per non snaturare la propria identità e coerenza, gli spot pubblicitari che potevano essere in contraddizione con i contenuti politici e culturali dell’emittente. Ora però, in questo nuovo millennio ancora flagellato dalla barbarie della guerra e del razzismo, dello sfruttamento e dell’oppressione, abbiamo l’esigenza di rafforzarci ulteriormente, fornendo alla radio quella solidità necessaria per migliorare e per proseguire il cammino, dopo il lungo tratto di strada già percorso, con un progetto di comunicazione forte, che sappia costruire immaginari collettivi, culturali e sociali, di liberazione.


La Festa&La Radio

Dal 1992 è nata la festa estiva di autofinanziamento di Brescia che, ingrandendosi progressivamente, si é negli anni successivi affermata come un grande evento aggreggativo-culturale, di carattere non solo lombardo, con almeno 100mila persone che, ogni agosto, vi prendono parte. La Festa è il mondo che vorremmo: decine e decine di concerti, con nomi prestigiosi dall’Italia e dal resto del mondo, oltre a realtà musicali indipendenti tutte da scoprire. E ancora: incontri, dj set, dibattiti, spazi eno-gastronomici, bancarelle, libri, giochi per bambine-i, sfilate di moda. Una rutilante mescolanza che crea, ogni agosto, quell’interazione che rende la Festa, servita dal capolinea Sud della metropolitana di Brescia (fermata Sant’Eufemia - Buffalora), un momento tra i più rari e autentici ancora in circolazione. Non è facile spiegare, a chi non vi ha mai preso parte, cosa sia la Festa di Radio Onda d’Urto. Crediamo infatti che non abbia eguali per la sua capacità di essere, al tempo stesso, un happening politico, sociale, musicale e culturale di primissimo livello, un evento di autofinanziamento e uno spazio dai prezzi i più popolari possibili.

Il tutto in maniera completamente autogestita, grazie all’apporto insostituibile di centinaia di volontarie e volontari, giovani e... meno giovani, che rappresentano ancora oggi la vera e autentica anima della Festa di Radio Onda d’Urto e della Radio stessa.

Festa e Radio sono, di fatto, indistinguibili. Senza Festa, e quella 2020 non ci sarà a causa della pandemia da Covid19 che proprio tra Brescia e Milano ha seminato migliaia di morti e decine di migliaia di ammalati, anche la Radio rischia di spegnersi.

Noi, invece, crediamo che oggi più che mai serva una Radio libera, di movimento, che provi a fare conoscere il mondo...per trasformarlo. Vogliamo vedere sventolare ancora, per gli anni a venire, il Gatto Nero, storico simbolo di Radio Onda d'Urto!

SALVA IL GATTO NERO...SOSTIENI RADIO ONDA D'URTO

Per sostenere Radio Onda d'Urto clicca qui (crowdfunding su Produzioni dal Basso).

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

di Alexik per Carmilla

“La violenza per l’estrattivismo non è una conseguenza ma una condizione necessaria” (A. Acosta).

Nel capitolo precedente abbiamo potuto approfondire come il lockdown generalizzato imposto in tempi di pandemia, riducendo il controllo popolare dei territori, le relazioni fra i vicini e la visibilità delle aggressioni, abbia esposto in molte parti del mondo i militanti sociali e ambientali a un rischio maggiore di intimidazione, assalti ed esecuzioni extragiudiziali.
Allo stesso tempo le misure di emergenza sono andate a colpire le forme classiche dell’ opposizione sociale, creando un contesto favorevole  per l’aumento della violenza istituzionale, sia nei termini dell’inasprimento normativo contro le lotte che della repressione di piazza.

Proviamo a delineare una panoramica internazionale di queste tendenze iniziando dal Perù – attualmente sotto la presidenza del neoliberista Martín Vizcarra – dove lo scorso 27 marzo, cioè 11 giorni dopo la decretazione del lockdown, è stata promulgata la “Legge di protezione della polizia“, che prevede la possibilità di un uso sproporzionato della forza, la  licenza di uccidere e l’impunità per gli effettivi della polizia e dell’esercito1.
Il provvedimento, frutto di un iter palesemente incostituzionale, è entrato in vigore nel pieno dello Stato di Emergenza Nazionale dichiarato in nome della pandemia, che pone i membri della polizia nazionale e delle forze armate sotto la catena di comando dell’ordine pubblico interno.
E’ una legge particolarmente pericolosa per l’opposizione sociale e per le lotte in difesa dei territori, tenendo conto che la polizia peruviana viene anche utilizzata per fornire servizi di sicurezza a pagamento per le compagnie minerarie – nel 2019 erano in vigore 29 contratti di questo tipo – e che in questa funzione esercita violenza sulle comunità2.

Sul piano politico, a giudicare dalla scelte operate negli ultimi trenta giorni da Martín Vizcarra nella designazione delle compagini di governo, il progetto che emerge è quello della costruzione di uno ‘Stato di polizia mineraria’, con la nomina in posizioni apicali del potere esecutivo di personaggi che agiscono in rappresentanza degli interessi delle imprese estrattive e con maturata esperienza nella repressione dei movimenti che contrastano le miniere.
Personaggi come Pedro Cateriano Bellido, già primo ministro con delega all’Interno sotto la presidenza di Ollanta Humala3, ruolo in cui si distinse per il  tentativo di ‘pacificare’ con la mano pesante i conflitti minerari4.
O come Rafael Belaunde Llosa, nipote dell’ex presidente Belaunde e figlio del proprietario della società mineraria Argento SRL, impresa a cui sono state contestate più di 100 responsabilità ambientali.
O ancora come l’attuale premier, Walter Roger Martos Ruiz, ex Capo di Stato Maggiore delle forze armate, affiancato dal neo ministro dell’energia e delle miniere Luis Miguel Incháustegui Zevallos, che ha ricoperto in passato il ruolo di vicepresidente presso le compagnie minerarie Golds Fields e Lumina Coppers.

Espinar2

Il 20 luglio scorso la polizia e l’esercito hanno attaccato la popolazione della provincia di Espinar, in piena ribellione contro la multinazionale anglo-svizzera Glencore, la principale esportatrice di rame del Perù.
Glencore è fra quelle imprese che dall’inizio della ‘fase 1’ hanno continuato normalmente le proprie operazioni, mentre la gente normale rimaneva bloccata nelle sue attività di sussistenza a causa delle misure adottate dal governo durante la pandemia.
Per sostenere la popolazione colpita dalla crisi le autorità locali di Espinar avevano deliberato l’uso di un fondo istituito da un accordo quadro con la compagnia mineraria nel 2003, che prevedeva la devoluzione del 3% dei suoi utili annuali verso progetti di sviluppo nella zona.
Una compensazione misera in confronto ai danni arrecati  agli ecosistemi e alle persone, con l’inquinamento di acqua, aria e suolo, e l’avvelenamento degli abitanti che presentano da anni metalli pesanti nel sangue (mercurio, cadmio, arsenico) ben oltre i limiti consentiti5.
Un mese fa la Glencore si è opposta all’utilizzo del fondo, innescando ampie proteste popolari.
La risposta del governo presieduto da Cateriano Bellido non si è fatta attendere, con l’invio di poliziotti infiltrati, l’uso di armi da fuoco sui manifestanti (con 5 feriti, di cui due minorenni), l’arresto di giovani e l’apertura di un’inchiesta contro otto dirigenti delle organizzazioni sociali.

Per non essere da meno del predecessore, l’attuale governo di Incháustegui Zevallos si è da poco occupato dell’aggressione contro il popolo amazzonico Kukama Kukamiria, che vive di pesca sui fiumi Marañón, Tigre, Urituyacu e Huallaga, fiumi a cui è legata la sopravvivenza e la cosmovisione delle comunità. Il nove agosto scorso, giornata internazionale dei popoli indigeni, la polizia peruviana ha attaccato una protesta pacifica di questo popolo contro lo sfruttamento petrolifero delle sue terre e l’inquinamento delle acque da parte della impresa canadese PetroTal Corp, assassinando tre manifestanti e ferendone 11.

Restando in America Latina, passiamo all’Honduras, dove la narcodittatura di Juan Orlando Hernández ha imposto al paese il coprifuoco dal 15 marzo, oltre alla sospensione di diritti fondamentali come la libertà di espressione e di riunione.
Il 25 giugno il governo ha approfittato del blocco imposto alla società honduregna per imporre l’entrata in vigore del nuovo codice penale, contestato dalle organizzazioni sociali come segue:

“Ripudiamo un codice penale che criminalizza le proteste sociali, mette a rischio l’esercizio effettivo delle libertà di riunione e di associazione, ponendo in pericolo coloro che esprimono opposizione alle decisioni dei settori al potere, e definisce come crimini il  “disordine pubblico”, la “disobbedienza all’autorità”, le “riunioni e manifestazioni illecite” e il “terrorismo”, in termini così ampi e ambigui che si prestano immediatamente alla discrezione e all’arbitrio al momento della loro interpretazione e applicazione”.

Durante la pandemia sono aumentate nel paese le provocazioni dei militari, che pretendono di entrare in quelle comunità che hanno deciso di chiudersi per autotutela sanitaria, controllando autonomamente gli accessi dall’esterno. Tra queste ci sono le comunità resistenti ai progetti minerari ed estrattivi, che hanno sempre subito forme particolarmente dure di minacce e repressione da parte della polizia e dell’esercito.
Crescono in questo modo le occasioni di frizione con l’esercito e di conseguenza gli arresti arbitrari di militanti, che vengono messi ulteriormente a rischio per l’estensione dell’epidemia nelle carceri6.

Honduras 768x511

Continuano a rischiare il contagio nei penitenziari honduregni otto difensori dell’acqua, detenuti illegalmente dal settembre scorso a causa delle loro opposizione, nel municipio di Tocoa, a una miniera di minerali di ferro a cielo aperto di proprietà della Pinares Investment7.
Giusto per stabilire due pesi e due misure, in nome dell’emergenza covid è stata tentata invece la scarcerazione – bloccata dalle proteste – degli assassini di Bertha Caceres, uccisa nel 2016 per la sua lotta contro le dighe sul fiume Gualcarque.

Nel frattempo un altro compagno honduregno ha fatto la fine di Bertha: Marvin Damián Castro Molina, dell’organizzazione MassVida, è stato ritrovato ucciso dopo la sua desaparecion  il 13 luglio.
Aveva sempre lottato per difendere il territorio dall’imposizione di progetti minerari, idroelettrici ed agroindustriali nella zona di Choluteca, nel sud del paese.

Anche il governo populista e militarista di Rodrigo Duterte nelle Filippine ha approfittato della pandemia per far passare il tre luglio la nuova Legge antiterrorismo, seguita da un’ondata di ritorsioni contro i media indipendenti attraverso la tattica del ‘red tagging’8.
Una legge che verrà utilizzata anche contro i movimenti di difesa ambientale che operano già ora in un contesto violentissimo, che ha determinato l’uccisione di 119 difensori della Terra nei primi tre anni della presidenza Duterte (2016/2019), il doppio di quelli ammazzati nel triennio precedente9.

Durante il lockdown, il 30 aprile, è stato ucciso l’architetto Jory Porquia, membro del Movimento ecologico Madia-es, che aveva svolto un ruolo fondamentale nelle campagne contro l’estrazione mineraria su larga scala, le centrali elettriche a carbone e le grandi dighe.
Jory Porquia era il progettista dei mulini del Panay Fair Trade Center, una rete di cinque cooperative delle cui attività beneficiano oltre 10.000 famiglie sulle isole Panay, e la cui ‘colpa’ è quella di aver tolto molti piccoli contadini dalla dipendenza dei latifondisti.
Poco prima della sua morte era coinvolto nelle operazioni per gli aiuti alimentari e nella cucina comunitaria nella città di Iloilo, per far fronte alla pandemia di COVID-19.
Quarantadue persone, tra cui familiari e colleghi, sono state arrestate durante una carovana di protesta per il suo assassinio, ma non i suoi sicari.

Va detto che Duterte ha accresciuto enormemente la violenza non solo contro i militanti, ma anche contro la popolazione in generale, soprattutto nel corso delle campagne antidroga che hanno  provocato la morte di 20.000 persone, prevalentemente povere, tramite esecuzioni extragiudiziali.
Violenza che si è manifestata anche in tempi di pandemia con l’arresto di 76.000 persone per violazione del lockdown, e particolarmente contro chi scendeva in strada per la perdita del lavoro e la scarsità degli aiuti alimentari da parte del governo.

Voci del territorio 5 768x534

In nome dell’emergenza Covid-19 sono stati sgomberati con la mano pesante gli accampamenti di protesta attorno alla miniera di Didipio, gestita da OceanaGold Philippines Inc., nella provincia di Nueva Vizcaya.
Gli accampamenti resistevano fin dal luglio 2019, quando ventinove comunità locali indigene e contadine avevano cominciato a bloccare gli accessi dei veicoli al sito minerario, che si estende per 27.000 ettari.
Il 6 aprile scorso un centinaio di poliziotti ha forzato il blocco delle ‘barricate umane’, in modo da permettere la fornitura di 63.000 litri di carburante per riattivare i generatori che azionano le pompe della miniera.
E’ l’ultimo atto di forza, in ordine di tempo, della australiana Oceana Gold, che negli anni ha imposto lo sgombero forzato di intere comunità per l’ampliamento della miniera di oro e rame, distruggendone le case con i bulldozer ed il fuoco, sotto la supervisione di forze di sicurezza private. La lotta contro Oceana Gold conta anche due morti nel 2012: la attivista Cheryl Ananayo e suo cugino Randy Nabayay, uccisi a colpi d’arma da fuoco in una esecuzione extragiudiziale.

In linea con il generale delirio repressivo in vigore nel paese, altri attacchi contro i movimenti antiminerari hanno interessato la Turchia, con lo sgombero del 28 aprile, nel distretto di Cannakale, dei presidi contro la miniera di Kirazli, della Alamos Gold.
Da 276 giorni migliaia di persone avevano popolato quegli accampamenti per proteggere il Monte Ida e le aree limitrofe dalle attività dell’impresa, che avevano già causato il taglio 200.000 alberi e che potevano mettere a rischio un bacino idrografico da cui si attinge l’acqua per 180.000 abitanti.

Lo sviluppo della miniera era stato sospeso dall’ottobre 2019, quando il governo turco non ha rinnovato le concessioni della società a seguito di proteste diffuse.
Gli accampamenti servivano da presidi di controllo per assicurarsi che la compagnia non rientrasse nella miniera, ma con il pretesto dell’epidemia le autorità turche hanno proceduto all’evacuazione dei campi ‘per motivi sanitari’.
Ai militanti sono state comminate multe di 8.000 dollari per aver ‘disobbedito alle misure sanitarie in vigore per il COVID-19’. Multe pesanti se si pensa che il salario minimo in Turchia è di 300 euro al mese, e 600 quello medio.
Dopo lo sgombero si teme che il governo possa rinnovare il permesso alle attività della Alamos Gold in qualsiasi momento.
Di sicuro, per ora, si prodiga affinché nessuno ne parli: il 26 luglio la polizia turca ha attaccato una conferenza stampa del Yeşil Sol Parti (il partito verde), finalizzata a denunciare l’inquinamento da cianuro generato dal processo di estrazione dell’oro, in riferimento alla regione di Çanakkale. In quella occasione venti attivisti sono stati arrestati.

Armenia

Una situazione simile è stata registrata in Armenia, dove il 4 agosto la forza pubblica ha spalleggiato le guardie private della compagnia britannica Lydian, rimuovendo con le gru i blocchi eretti nel 2018 dalla popolazione residente, contraria alla apertura di una miniera d’oro presso il  Monte Amulsar, a soli 7 km dal noto sito turistico e centro termale della città di Jermuk.
Vari manifestanti sono stati tratti in arresto.

Dalle Filippine alla Turchia e all’Armenia, la violenza al servizio dell’estrazione aurifera cresce in contemporanea con l’aumento del prezzo dell’oro, le cui quotazioni stanno schizzando in alto per la crisi pandemica e nella prospettiva di una recessione globale. (Continua)

 

1) Qui l’analisi del provvedimento e dei suoi profili di incostituzionalità, redatta dalla Red de Protesta y Accion Mineria Ambiente Comunidades

2) Juliana Bravo Valencia, Juan Carlos Ruiz Molleda, Ana María Vidal Carrasco (a cura di), Informe: Convenios entre la Policía Nacional y las empresas extractivas en el Perú. Análisis de las relaciones que permiten la violación de los derechos humanos y quiebran los principios del Estado democrático de Derecho, Lima, Febbraio 2019, pp.36.

3) Una nomina che può essere considerata come l’emblema della continuità che unisce, nei loro tratti fondamentali, le politiche del ‘nazional progressismo’ di Humala con quelle dei suoi successori dichiaratamente neoliberisti, che non a caso utilizzano gli stessi soggetti, buoni per tutte le stagioni.

4) Cateriano  viene ricordato per la repressione a Cajamarca contro l’opposizione popolare al progetto di estrazione aurifera Conga, e per l’invasione militare della Valle del Tambo, la cui popolazione era da anni scesa in lotta per impedire l’avvio del devastante progetto di estrazione del rame ‘Tia Maria’ da parte della transnazionale Sothern Perú Coper Corp.

5) Nella primavera del 2015 sulla Valle del Tambo calarono 4.000 effettivi della polizia militare, macchiandosi di una serie di abusi, con infiltrazioni fra i civili, irruzioni violente nelle case, lanci di lacrimogeni dagli elicotteri, un agricoltore ucciso.

6) CooperAcción, Derechos Humanos sin Fronteras, Instituto de Defensa Legal y Broederlijk Delen, Metales pesados tóxicos y salud pública:el caso EspinarMetales pesados tóxicos y salud pública:el caso Espinar,  2016, pp. 44.

7) Denuncia del Centro Hondureño de Promoción para el Desarrollo Comunitario (CEHPRODEC).

8) La Pinares è legata a una delle famiglie più potenti del paese, la famiglia Facussé, proprietaria anche della Dinant, un gigante dell’ agribusiness e dei biocarburanti accusato dell’assassinio di decine di piccoli agricoltori contrari alle piantagioni di olio di palma a Bajo Aguán, nel nord dell’Honduras. In: Global Witness,Honduras, the  deadliest place to defend the planet, gennaio 2017, pp.52.

9) La tattica di propaganda del “red tagging” nelle Filippine è stata spesso diretta verso individui e organizzazioni critiche nei confronti del governo, etichettati come “comunisti” o “terroristi”, indipendentemente dalle loro attuali convinzioni o affiliazioni.

10) Global Witness, Defending Tomorrow. The climate crisis and threats against land and environmental defenders, July 2020, pp. 52.

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Appello di emergenza a tutto il mondo per interferire e contribuire a salvare la vita dei civili e considerare Heseke come una città veramente afflitta poiché i mercenari turchi che controllano la centrale idrica di Allouk stanno nuovamente tagliando l’acqua.

Da più di 10 giorni mercenari turchi che controllano la stazione idrica di Allouk (Elok) stanno tagliando l’acqua alle città e alle regioni di Heseke e Tel Tamir, lasciando a rischio più di un milione di persone.

La campagna “Make Rojava Green Again” ha pubblicato una lettera di Gulistan, una donna di Heseke (al-Hasakah) che vuole diffondere il suo appello alla solidarietà in arabo e in inglese per tutto il mondo.

Insieme a Gulistan e alla popolazione di Heseke, e in generale a tutta la popolazione della Siria nord-orientale, facciamo appello solidarietà internazionale.

“A tutte le organizzazioni e agenzie internazionali pertinenti,

A tutto il mondo

A tutti coloro che hanno a cuore l’umanità,

Heseke in questo momento sta affrontando una situazione terribile a causa del taglio dell’acqua per più di dieci giorni, da parte della Turchia e dei suoi delegati, che controllano Serekaniye (Ras-al-Ain) e tutta la campagna vicina, dove si trova la centrale idrica di Alouk.

Questa centrale è l’unica fonte di acqua potabile per l’intera regione di Tel Tamer e Heseke.

Inoltre, Heseke soffre della carenza di elettricità, gas, pane e dei prezzi elevati dei costi di gestione giornalieri.

Questo cattivo clima con altissime temperature da un lato, e la pandemia di Corona nell’altro, mette la vita a più di un milione di persone in pericolo e a rischo. In queste difficili circostanze dobbiamo diffondere un appello di emergenza a tutto il mondo per interferire e contribuire a salvare la vita dei civili e considerare Heseke come una città veramente afflitta “.

L’uso dell’acqua come arma da parte della Turchia

Negli ultimi mesi, la Turchia ha intensificato la pressione sulla Siria nord-orientale utilizzando l’acqua come arma. Si tratta di un grave attacco che sta già causando una grave crisi ambientale e umana e colpisce la Mesopotamia nel suo complesso!

Se continuasse così, ci sono buone probabilità che l’intera Mesopotamia, ricca dei suoi mille anni di storia, si trasformi in un deserto …

Esempi di attacchi turchi sono:

Tagliare il flusso d’acqua dal fiume Eufrate

Con le loro dighe, si stima che la Turchia abbia il potenziale per tagliare completamente l’acqua del fiume per 3 anni. Già ora, poiché l’acqua è stata drasticamente ridotta per alcune settimane, ha un effetto drammatico sull’agricoltura nella Siria nord-orientale e sulla natura. L’acqua dell’Eufrate non è mai stata così bassa nella storia umana!

Taglio della stazione centrale idrica di Allouk

La stazione idrica Allouk che fornisce acqua all’intera regione di Heseke / Tel Tamir si trova nella regione invasa di Serekaniye e l’acqua viene regolarmente interrotta per giorni e settimane.

Ora è la decima volta che i mercenari turchi tagliano l’acqua, lasciando più di un milione di persone senza acqua già da più di 10 giorni. L’unico modo per dare acqua alla gente è portare migliaia di cisterne d’acqua in tutti i quartieri di Heseke.

Poiché anche i mercenari turchi non lasciano mai abbastanza pressione per farla uscire dalla centrale, non consentono ai depositi d’acqua di Heseke di riempire tutto il quartiere, il che significa che alcuni di loro vengono stati privati dall’acqua per mesi!

Ridurre l’acqua del fiume Tigri

Lo stato turco riduce anche il livello del fiume Tigri, un’altra grande fonte d’acqua per l’agricoltura del Rojava.Il fiume è il confine tra Siria e Turchia e la Turchia impedisce anche alla gente del posto di usare l’acqua o di installare canali o pompe sparandogli addosso dal confine.

Mentre il lato turco (o dovremmo dire il Kurdistan settentrionale sotto occupazione) del fiume è di un verde lussureggiante, il lato siriano è giallo-marrone…

Inquinare i fiumi

I mercenari turchi inquinano anche i corsi d’acqua nelle aree invase di Serekaniye e Gire Spî, rendendo l’acqua imbevibile per le regioni a valle…

Da Rete KurdistanRete Kurdistan

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons