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Articoli filtrati per data: Saturday, 15 Agosto 2020

Erdogan ha paura e continua ad applicare repressione e tortura

 

Erdogan ha paura del movimento nato dalle lotte costruite dai compagni del Grup Yorum e non dorme di notte, i fantasmi dei suoi omicidi e torture lo tormentano fino a fargli perdere il senso del ridicolo.

Con una lunga lotta, in punto di morte, Ibrahim Gökçek aveva ottenuto una data (il 09 agosto 2020) per un concerto da parte del gruppo musicale Yorum, messo al bando dal regime turco. Ricordiamo che Dopo 288 giorni di sciopero della fame, Helin Bölek è morta il 3 aprile 2020 a Istanbul, mentre il chitarrista Ibrahim Gökçek è morto in ospedale dopo 323 giorni di sciopero della fame.

Da anni il boia Erdogan ha iniziato una guerra contro il Grup Yorum con arresti, torture e aggressioni contro la loro sede, il Centro Culturale “Idil” ad Istambul. L’ultima volta è avvenuto lo scorso 7 agosto, a ridosso del previsto concerto.

Con quella della scorsa mattina, sono ben 13 le volte che tale sede è stata perquisita, saccheggiata e devastata. Come altre volte hanno picchiato ed arrestato i componenti presenti in sede.

La strategia criminale del terrorista Erdogan si muove da un lato obbligare all'atroce tortura dell’alimentazione forzata i due Avvocati del Popolo, la compagna Ebru Timtik ed il compagno Aytac Ünsal (rispettivamente al 217esimo e 186esimo giorno di sciopero della Fame) e dall'altro, come detto, tentando di non far tenere il concerto già in programma, mentre i suoi aguzzini della polizia girano per le strade a togliere i manifesti che lo annunciano.

I fantasmi che li tormentano girano di notte, ma pure di giorno, ed i torturatori non hanno pace. Ma i membri del Grup Yorum non si arrendono alla violenza dello stato turco e ribadiscono ancora una volta che le loro torture, i loro raid, la loro repressione non li spaventerà.

Hanno fatto una promessa ai compagni Helin e Ibrahim, e quel concerto si terrà.

Riprendiamo dal Comitato Solidale Grup Yorum:

Attualmente sono pericolo di vita due Avvocati del Popolo: Ebru Timtik e Aytaç Ünsal, per chiedere una giurisdizione indipendente dal potere politico, processi equi e per poter svolgere la loro professione di avvocati. E due prigionieri politici: Didem Akman e Özgür Karakaya, per chiedere un processo equo per tutti i prigionieri che sono stati arrestati perché contrari allo stato fascista turco.

Contiamo già tre martiri nella resistenza per questa battaglia: Helin Bölek, solista di Grup Yorum, Ibrahim Gökçek, bassista di Grup Yorum, e Mustafa Koçak, prigioniero politico. Vogliamo che gli altri in sciopero della fame e che rischiano la vita per questa lotta possano vivere! Vogliamo giustizia!

I nostri obiettivi sono:sostenere la resistenza che si oppone alla negazione di stato di diritto del Governo turco, il quale continua a perpetrare torture a arresti arbitrari contro il popolo in piena violazione dei diritti umani; spingere le istituzioni italiane ed europee (attualmente assenti e silenti) verso una presa di posizione netta nei confronti del sultanato turco.

Ancora oggi il governo italiano ha rapporti economici e militari col governo turco: diciamogli di smettere.

Chi è Grup Yorum?

Grup Yorum è un gruppo musicale turco noto per le sue canzoni politiche. Grup Yorum (Yorum significa interpretazione o commento in turco) ha pubblicato ventitré album dal 1987. Alcuni dei concerti e degli album del gruppo sono stati banditi nel corso degli anni, e alcuni membri del gruppo sono stati arrestati e anche torturati. Yorum rimane popolare e i loro album continuano a vendere bene in Turchia e a livello internazionale. Yorum ha tenuto concerti anche in Germania, Austria, Australia, Francia, Italia, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Regno Unito, Grecia e Siria.

Il gruppo pubblica una rivista d'arte, cultura, letteratura e musica intitolata Tavir, i cui numeri campione sono disponibili sul sito ufficiale del gruppo, e diversi membri del gruppo gestiscono un centro culturale nel quartiere Okmeydanı di Istanbul chiamato İdil Kültür Merkezi.

Nel 1985, 4 amici dell'Università di Marmara hanno formato il Grup Yorum. Influenzati dal movimento latinoamericano nueva cancion, hanno combinato la musica folk turca e curda e la canzone d'attualità con una prospettiva di sinistra.

Hanno cantato gli abusi del capitalismo, dell'imperialismo e delle politiche del governo turco. Un brano riguarda lo sgombero dei quartieri poveri per far posto a costosi grattacieli. Un altro brano parla del massacro delle miniere di Soma, dove 301 minatori sono stati uccisi a causa di problemi di salute e sicurezza. Cantavano anche in curdo, e sono stati la prima band in Turchia a cantare in curdo quando la lingua era vietata molti anni fa.

La composizione del gruppo è stata in un costante stato di cambiamento sin dalla sua nascita, e i suoi membri hanno subito continuamente l'oppressione politica, con oltre 400 arresti e processi. I loro album sono stati sequestrati dalla polizia e i loro concerti sono stati proibiti, ma nonostante questo Grup Yorum è stato uno dei gruppi più venduti nella storia della Turchia. Il 12 giugno 2010 il gruppo ha dato il suo concerto per il 25° anniversario nello stadio İnönü, sede del club sportivo Beşiktaş J.K.. Il concerto ha visto la partecipazione di 55.000 fan. A partire dal 2011, il Grup Yorum ha iniziato una serie annuale di concerti gratuiti dal titolo Tam Bağımsız Türkiye, i primi due dei quali hanno attirato rispettivamente 150.000 e 250.000 fan.

Nel 2017, tutti i membri del Grup Yorum in Turchia sono stati arrestati e incarcerati. Verso la fine dell'anno, hanno pubblicato il loro ultimo album "İlle Kavga" (che significa "lotta in ogni caso"), e la copertina del loro album mostra strumenti che sono stati distrutti dalla polizia durante un raid nel 2016 nel centro culturale dove i membri sono stati nuovamente arrestati e incarcerati.

Nel 2018, 6 membri del Grup Yorum sono stati inseriti nella lista dei ricercati del governo turco. Questi 6 membri sono attualmente nella lista grigia, il che significa che hanno una taglia di 300.00 lire turche sulle loro teste.

Facciamo nostre le richieste del Grup Yorum

Rimuovere i divieti di concerti Rilasciare i membri in carcere Rimuovere i mandati d'arresto Lasciare cadere le cause intentate contro i membri del gruppo Smettere di fare irruzione nel Centro Culturale Idil.

Inoltre denunciamo la collaborazione dei governi, come quello italiano, che vende armi e collabora con lo stato fascista turco.

Il Collettivo Palestina Rossa solidale con Grup Yorum,
Fino alla vittoria!
 

da palestinarossa.it

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AGGIORNAMENTO DA SALUZZO E DINTORNI : Come la pandemia ha trasformato la vita dei lavoratori braccianti e l'economia del settore?

Per una cronaca delle mobilitazioni dei braccianti e di quanto poi accaduto nelle campagne di Saluzzo nei mesi di giugno e di luglio si vedano invece gli allegati 1 e 2.

"Mancheranno 9000 lavoratori" , "A rischio i raccolti nelle campagne cuneesi" e "Il Pas non potrà aprire".
Con l'inizio della pandemia, i sindaci e i rappresentanti delle maggiori organizzazioni di produttori agricoli del saluzzese (Asprofrut, Ortofruit Italia, Jolly Fruit, Joinfruit, Rivoira, Solfrutta e Lagnasco Group) e le Associazioni agricole Coldiretti, Confagricoltura e Cia hanno ribadito che l'emergenza sanitaria avrebbe avuto forti ripercussioni sulla raccolta del distretto saluzzese, sia a livello economico che sanitario. A quasi due mesi dalla firma del protocollo di accoglienza dei braccianti stagionali e nonostante i proclami di istituzioni e associazioni di categoria, la realtà ci restituisce come, per l'ennesima volta, le soluzioni trovate favoriscano esclusivamente le aziende agricole e difettino completamente di misure per la tutela dei lavoratori stranieri impiegati nella raccolta.

Tutti gli anni (da dieci anni) la gestione dei flussi migratori verso le campagne cuneesi viene definita emergenziale e di conseguenza gestita come un problema di ordine pubblico, a maggior ragione in questo 2020 sconvolto da una pandemia globale.
Il protocollo firmato da: Regione Piemonte, Prefettura di Cuneo, Provincia di Cuneo, Comuni, associazioni datoriali di categoria del lavoro agricolo, Caritas, Associazione Papa Giovanni XXIII e Forze dell'Ordine prevedeva innanzitutto di impedire l'annuale ricostruzione di Guantanamò (un accampamento spontaneamente autocostruito di anno in anno presso il Foro Boario di Saluzzo) e l'immediato sgombero dei più di 100 lavoratori accampatisi nelle settimane di maggio e giugno nei Giardini di Villa Alberto.
Il 3 luglio infatti la polizia e la Croce Rossa procedevano alla deportazione di piccoli gruppi di lavoratori (chi più, chi meno inconsapevole) in aree-ghetto sparse nei paesi del saluzzese, con la scusa di voler contenere la diffusione del virus.
Come da manuale ormai in tutti gli sgomberi "soft", lo spostamento proposto nei diversi comuni è stato accompagnato dalla promessa-ricatto di poter ottenere una casa dopo aver firmato un contratto di lavoro, con ovviamente l'implicito messaggio che l'alternativa fosse un foglio di via o il traferimento in un Cpr.
Nonostante molti braccianti ad oggi abbiano un contratto di lavoro, a nessuno è ancora stata assegnata la casa promessa e continuano a vivere nei container (già utilizzati gli anni scorsi) oppure in "moduli abitativi", tanto pubblicizzati dalla protezione civile, che altro non sono che tende monoposto piazzate in un prato. A Saluzzo, dove era stato promesso che la casa abbandonata del custode del cimitero sarebbe stata adibita a struttura abitativa, nessuna struttura è stata aperta e diverse decine di lavoratori continuano a dormire per strada.

Viene abbastanza spontaneo domandarsi come il ceto politico locale, il questore di Cuneo, i dirigenti del SPRESAL (Servizio per la Prevenzione e la Sicurezza negli Ambienti di Lavoro) riescano a dichiarare che le soluzioni messe in campo rendano il saluzzese il fiore all'occhiello nella gestione dei braccianti stranieri stagionali a livello nazionale (3).
Accampamenti di 10/20 persone nelle periferie di Savigliano, Lagnasco, Verzuolo, Busca, Costigliole, non tutti con le stesse caratteristiche o possibilità: alcuni senza doccia (ma solo acqua a pompa), uno o due sebach (o classici bagni chimici) o nel migliore dei casi dei bagni-container, alcuni senza punto gas o frigo per conservare il cibo, altri con zona notte in container o in tenda, alla faccia delle norme anti-covid.

Emerge come l'emergenza sanitaria sia stata una scusa per portare avanti il processo di sfruttamento che si concretizza ogni estate nel Cuneese.
La tutela dei lavoratori, ancora una volta, è stata accantonata per preservare il ritmo della raccolta e del profitto.

Ad arricchire il quadro, nelle ultime settimane le campagne di Saluzzo sono diventate terreno di un becero dibattito razzista che trovava nella presenza dei migranti la colpa di sospetti focolai di Covid, dopo che molte persone di origine africana ospiti nel CAS Papa Giovanni XXIII (centro di accoglienza straordinaria, controllato dalla prefettura) sono risultate positive al tampone (4). Gli ospiti, tra i quali molti erano impegnati nel lavoro agricolo stagionale, sono stati messi immediatamente in quarantena. Sebbene a chi è risultato positivo sia stato consegnato un documento ufficiale, i risultati negativi sono stati comunicati solo in forma orale e, nonostante le richieste, non è stato loro consegnato alcun documento ufficiale che provasse la condizione.

Ciononostante, Alberto Preioni, capogruppo della Lega Piemonte, è riuscito a dichiarare che Saluzzo è stata invasa da centinaia di stranieri infetti che bivaccano e creano tendopoli.
Fin troppo facile soffiare odio su un evidente problema a giochi ormai fatti.
E proprio per com'è stato ideato e gestito il patto non ci stupisce, nonostante per ora ci sia stata solo la comunicazione verbale, che anche nel campo di Verzuolo (che per tre settimane ha vissuto grazie alla solidarietà del paese, dato che non avevano ricevuto i famosi "moduli abitativi") siano risultate positive due persone, ricoverate in ospedale in quanto senza fissa dimora.

Gli altri bracciati risultati al momento negativi sono stati sottoposti ad isolamento fiduciario attivo, ovvero possono andare a lavorare, ma devono restare nell'accampamento tutto il resto della giornata. Un isolamento di facciata e classista perchè non si può definire isolamento, in termini di contenimento del contagio, un periodo di quarantena trascorso in un campo emergenziale in assenza delle basilari norme igienico sanitarie.

La trasformazione delle aree-ghetto in zone di quarantena, oltre a manifestare il razzismo istituzionale che accetta i braccianti stranieri solo in quanto lavoratori, accompagna il più classico dei ricatti capitalistici: se non lavori, non guadagni.
E chi ovviamente ha attraversato l'Italia per cercare un'occupazione dopo mesi di lockdown, non ha alcuna intenzione di farsi rinchiudere (a maggior ragione in un container 2x5 metri con altre persone) senza alcun sostentamento.

D'altronde, come spesso sottolineato dagli stessi enti e dai sindaci, più dell'80% degli stagionali sono di orgine africana, gli stessi che non hanno avuto accesso alle misure economiche di sostegno durante la quarantena e che sono stati bersagliati dai decreti legge sicurezza emanati in questi ultimi anni a partire da Minniti fino ad arrivare a Salvini.

Ancora un volta la chiave delle decisioni è il profitto, il normale proseguimento delle attività lavorative e del sistema economico. Costi quel che costi, il terzo distretto agricolo italiano non deve rallentare ulteriormente dopo la battuta d'arresto causata dall'emergenza sanitaria.

Così il peso delle scelte istituzionali ricade tutto sui lavoratori agricoli, che tenuti sotto continuo ricatto, non hanno la possibilità di alzare la testa in difesa del poco che hanno o per reclamare diritti basilari come una sistemazione abitativa dignitosa.
La situazione risulta ancora più bieca se valutiamo il contesto in cui tutto ciò accade, essendo il Cuneese all'ottavo posto in Italia per reddito procapite.

Infine, un dato va rilevato: negli anni scorsi il numero di lavoratori stagionali migranti che avevano trovato una sistemazione abitativa prima nell'accampamento di Guantanamò e negli anni successivi nel PAS e in varie occupazioni abitative si è sempre aggirato attorno al migliaio, su un totale di quasi 12mila lavoratori stagionali stimati. Quest'anno tra le persone sistemate negli accampamenti formali e chi ancora vive per strada non si arriva probabilmente alle 300 persone. Quasi 700 persone mancano all'appello. Come si può interpretare questo dato?

Sebbene a una percentuale di questi sia stata sicuramente garantita una sistemazione abitativa da parte dei datori di lavoro, i lavoratori sostengono che solo una ristretta minoranza dei datori offre effettivamente l'alloggio.

È poi ipotizzabile che una parte dei lavoratori abbia trovato una stanza in affitto nei diversi paesi, assottigliando ancora di più il proprio risparmio a fine stagione. Ma in quanti possono permettersi un affitto, quando sappiamo che le condizioni e di lavoro nero e grigio sono la norma? (5)

La spiegazione più diffusa, secondo i lavoratori, è che una volta saputo della pessime condizioni di vita e di lavoro nel Saluzzese, molti stagionali abbiano semplicemente scelto di cercare lavoro altrove, in altri distretti agricoli italiani e non. Non pochi, tra i lavoratori che abbiamo incontrato, se ne sono andati altrove.

In conclusione, la pandemia ha quindi radicalmente trasformato le campagne saluzzesi. Tale trasformazione ha avuto un costo, necessario a salvaguardare profitti e produttività, che è stato in larga misura scaricato sulla classe lavoratrice.

La stagione non è ancora finita e nemmeno la diffusione del Covid..

Seguiranno nuovi aggiornamenti:
In un prossimo post analizzeremo il reale impatto della Sanatoria sui processi di regolarizzazione dei lavoratori stranieri.

Solidarietà ai lavoratori delle campagne!

#EnoughIsEnough #BlackLivesMatter #BLM
#Saluzzo #Busca #Savigliano #Verzuolo #Lagnasco #Costigliole #CasePerTutti #GhettiPerNessuno

(1) https://www.facebook.com/103073511452680/posts/134650974961600/?sfnsn=scwspmo&extid=etYxEXroBazM3I5B

(2)https://www.facebook.com/103073511452680/posts/128479262245438/?sfnsn=scwspmo&extid=RWv34zFCTIapfKcD

(3) https://torino.repubblica.it/cronaca/2020/08/09/news/saluzzo_positivo_al_covid_stagionale_della_frutta_in_quarantena_altri_11_lavoratori-264202301/?ref=twhl×tamp=1596960817000

(4)https://www.targatocn.it/2020/08/02/sommario/saluzzese/leggi-notizia/argomenti/al-direttore/articolo/migranti-della-frutta-fdi-saluzzo-saluzzo-e-in-pericolo-rischiamo-misure-restrittive-che-porter.html

https://www.targatocn.it/2020/08/03/mobile/leggi-notizia/argomenti/al-direttore/articolo/allemano-replica-a-fdi-perseverano-nel-duplice-obiettivo-di-presentare-saluzzo-come-una-citta-all.html

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=2751822091719022&id=1576354035914750&sfnsn=scwspwa&extid=i6K1oB06yekqQ6kU&d=w&vh=e

(5) https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=3157081121045160&id=350049868414980&sfnsn=scwspmo&extid=q42vmESpoXKjv6Fy

Da Enough is Enough

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Riprendiamo da Limes questo articolo sull'accordo tra Israele e gli Emirati Arabi. In attesa di capire quali possano essere gli sviluppi e le ricadute di questo processo è evidente che il tentativo dell'amministrazione Trump e di Israele è quella di immaginare un Medio Oriente "post-ideologico", o meglio in cui la questione della causa palestinese non faccia più da discrimine (almeno apparente) alle relazioni commerciali e di valorizzazione tra i vari potentati dell'area legati agli Stati Uniti. Ovviamente si tratta anche e soprattutto di saldare un asse regionale contro l'Iran. Un atto di diplomazia che sembra un passo in più verso la guerra.

L’intesa raggiunta con la mediazione degli Stati Uniti consolida l’asse anti-persiano e rappresenta un avvertimento nei confronti di Erdoğan. E la Palestina? Di fatto è già dimenticata.

di Niccolò Locatelli

Con la mediazione degli Stati Uniti, Israele e gli Emirati Arabi Uniti hanno raggiunto un accordo per la normalizzazione delle relazioni diplomatiche.

Gli Emirati sono appena il terzo paese arabo dopo Egitto (1979) e Giordania (1994) a stabilire formalmente un rapporto con lo Stato ebraico, che è stato prima combattuto militarmente e poi isolato diplomaticamente dai vicini regionali per via del suo dominio sulla Palestina.

Sulla Palestina si registra una novità, per quanto temporanea: Israele si è impegnato a sospendere la dichiarazione di sovranità su territori assegnatigli dalla “Visione per la pace“, il piano del presidente Usa Donald Trump per risolvere il conflitto israelo-palestinese (eliminando di fatto la possibilità di uno Stato palestinese indipendente). A detta di Trump, invece di dedicarsi alla Palestina, il governo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si concentrerà sull’ampliamento dei rapporti “con il mondo arabo e islamico”.

Proprio nel riferimento al mondo arabo e islamico sta l’importanza dell’accordo raggiunto a coronamento di un processo di disgelo in corso da anni, che ha riguardato non solo gli Emirati ma anche l’Arabia Saudita. Questi tre paesi hanno in comune lo stesso protettore – gli Stati Uniti – e lo stesso rivale – l’Iran, potenza sciita non-araba che conta su una sfera d’influenza estesa fino al Mediterraneo. Gli Emirati possono fare da apripista a un’intesa in chiave anti-iraniana tra mondo arabo e Israele.

L’accordo tra Israele ed Emirati Arabi Uniti riguarda anche la Turchia. Sotto il presidente Recep Tayyip Erdoğan, Ankara si è resa protagonista di un’assertiva politica mediorientale e africana sostenuta idealmente dai richiami all’impero ottomano e finanziamente dal Qatar. Mentre il rapporto della Turchia con Israele attraversa attualmente uno dei momenti più alti di questo millennio, quello con Abu Dhabi è ai minimi termini. E non potrebbe essere altrimenti, dato che i due paesi hanno agende in conflitto ovunque, dalla Libia alla Siria, con Erdoğan che è rimasto l’unico sostenitore dell’islamismo politico della Fratellanza musulmana.

La mediazione di Trump è un segnale dell’apprezzamento di Washington per l’ambizioso principe ereditario Mohammed bin Zayed, leader di fatto della federazione emiratina. In una fase in cui l’Arabia Saudita – tradizionale cliente degli Stati Uniti – attraversa una forte instabilità legata al crollo del prezzo del petrolio e soprattutto alla scalata al potere del principe ereditario Mohammed bin Salman (scalata lungi dall’essere compiuta). Abu Dhabi serve dunque agli Usa non solo contro l’Iran, ma anche per contenere la Turchia, membro Nato che non disdegna abboccamenti tattici con la Russia per ampliare il proprio margine di autonomia dalla superpotenza.

L’avvicinamento tra Israele e mondo arabo implicherà la progressiva scomparsa della questione palestinese dalle agende regionali. Una scomparsa già avvenuta di fatto, che però non può ancora essere esplicitata dai paesi arabi per motivi di politica interna.

assi ankara corretta

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