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Articoli filtrati per data: Wednesday, 12 Agosto 2020

Davanti all'ennesima ingiustizia siamo più che mai convinti e convinte che sarebbe meno ipocrita modificare definitivamente  l'articolo 4 della Costituzione: la Repubblica riconosce e promuove il diritto al lavoro per tutti i cittadini tranne per gli antifascisti. Eh si la magistratura torinese si spende generosamente per portare avanti questa battaglia combattuta a braccetto con stampa e questura: prima Brescia ed ora Maya dovranno imparare a vivere d'aria per espiare la colpa di avere portato i valori dell'antifascismo nelle piazze e in università.


Maya era stata arrestata il 13 febbraio insieme ad altri due studenti durante una contestazione  nata spontanea in Università contro un bieco ed infame volantinaggio del Fuan come sempre reso possibile e tutelato da decine e decine di celerini schierati con scudi e manganelli. Quattro giorni dopo è stata rilasciata con una misura violenta e schiacciante: il divieto di dimora a Torino,  suo luogo di nascita, residenza, studio e lavoro! Il pretesto per l'applicazione di questa misura è allontanare la persona che la subisce dal luogo del “delitto”. Ciò che sottende in realtà a questa misura subdola è lo sradicamento della persona dal suo contesto di vita, dalla sua casa e dal suo mondo relazionale e sociale. Un evidente tentativo di annichilimento punitivo a cui Maya ha resistito in questi 6 mesi nei quali si è vista negare permessi per sostenere esami, per sottoporsi a visite mediche e ha dovuto faticare per ottenere permessi per fare la spesa utilizzando i buoni.  Ora però l'azione repressiva della magistratura torinese ha voluto per l'ennesima volta ricordare a Maya e ai 19 studenti antifascisti sottoposti da circa un mese a misure che vanno dalle firme giornaliere, al divieto di dimora ai domiciliari per la medesima contestazione di febbraio che essere antifascisti è un reato e che  a chi lo porta avanti verranno negati e schiacciati tutti i diritti: Maya aveva infatti presentato istanza di permesso per poter andare a lavorare sabato 8 agosto...lavoro che chiaramente è la sua unica fonte di reddito e sostentamento.


La risposta è prontamente arrivata:


“attesa la GRAVITA dei fatti contestati all'indagata - ( eh si perchè Maya non è ancora stata né sottoposta a processo né giudicata per i fatti di quella giornata)- e il contesto nel quale sono stati commessi, la richiesta non è compatibile con le esigenze cautelari poste a fondamento del provvedimento applicativo e tuttora sussistenti, tenuto conto del NON RILEVANTE - (6 mesi!!!!!!) - periodo di tempo dall'esecuzione della misura”.


Avremmo delle domande da porre al giudice Edmondo Pio che ha negato l'istanza: come pensa che Maya possa mantenersi in questi mesi e quale ritiene sia il tempo necessario per  smettere di espiare la grave colpa di essere antifascisti. Ci terremmo anche a ricordare ai signori giudici che nè Maya né gli altri 19 studenti antifascisti repressi hanno affrontato alcuno dei tre gradi di giudizio ma ci pare vengano già ritenuti drammaticamente colpevoli.

Ormai il tribunale di Torino ci ha abituato ad ogni distorsione della legge a scopo politico contro i movimenti sociali. Persino il "diritto al lavoro" su cui sarebbe basata questa presunta Repubblica viene negato se si è antifascisti e attivi nelle lotte della nostra città. Ma accanto a Maya siamo in tanti e tante e non ci faremo intimidire da queste persecuzioni.

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“Giorno di Lotta e Lutto”

Questo venerdì, in varie città del Brasile come San Paolo, Río de Janeriro, Brasilia (la capitale) e Alagoas, si è registrata una giornata di manifestazioni battezzata “Giorno di Lotta e Lutto” allo scopo di “mettere fine alla politica genocida” del presidente brasiliano Jair Bolsonaro.

In queste azioni di solidarietà e protesta, organizzate dalla Campagna di Solidarietà e dal Fuori Bolsonaro, dal Fronte Popolare e da Popolo Senza Paura del Brasile, e altri movimenti sociali, sindacati e studenti, i manifestanti al grido di “Fuori Bolsonaro” hanno chiesto al mandatario di ultradestra di lasciare la Presidenza della Repubblica.

In questo modo, si potevano vedere anche striscioni con parole d’ordine come “100 mila morti, 100 mila ragioni”, in riferimento alla quantità di perdite umane per la pandemia del nuovo coronavirus, che causa il Covid-19, e alla gestione negligente, per non dire criminale, del regime brasiliano della crisi sanitaria.

Hanno denunciato, inoltre, le storiche cifre della disoccupazione raggiunte nella nazione, che per la prima volta nella storia del Brasile, hanno portato il paese ad avere più disoccupati che occupati.

Il presidente della Centrale Unica dei Lavoratori (CUT), Sergio Nobre, ha affermato in una delle manifestazioni che molte delle morti per il Covid-19 si sarebbero potute evitare con appropriate politiche e un effettivo isolamento, e ha insistito che l’ex militare dovrebbe avere la “umiltà” di rinunciare.

Allo stesso modo, il presidente della CUT a Sergipe, Roberto Silva, ha dichiarato a sua volta che “invece di salvare vite, Bolsonaro sembra preoccuparsi di approfittare della pandemia per privatizzare tutto e distruggere i diritti del lavoro”, e che il paese sta “perdendo vite e affondando l’economia per incompetenza” della gestione omicida e irresponsabile del Governo. “Allora: Fuori Bolsonaro”, ha aggiunto.

Dopo gli USA, un altro regime governato da un uomo di ultradestra, il Brasile è il secondo paese più colpito dal coronavirus. Lo scoppio della malattia ha provocato gravi crisi sanitarie, politiche e sociali in questa nazione sudamericana, dove il popolo e un gran numero di politici hanno denunciato la gestione “ignorante” di Bolsonaro, che ha civettato con la letale malattia durante la pandemia partecipando a riunioni, andando a mangiare in strada, organizzando grigliate e assistendo ad esercitazioni di tiro.

Dopo cinque mesi, la pandemia no dà tregua e il Covid-19 si concentra nelle regioni del centro e del sud del Brasile. Dall’inizio della propagazione del virus, il Brasile ha registrato più di 2.967.000 casi di malati, dei quali 99.702 hanno perso la vita, secondo le ultime cifre.

09/08/2020

HispanTV / La Haine

Da Comitato Carlos Fonseca

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E’ diventato virale sui social il video ripreso con un telefonino in cui si vede un poliziotto che afferra un ragazzo di colore e gli stringe il collo.

Il video postato su Instagram è accompagnato dal commento “Senza alcun motivo questo poliziotto in divisa ha chiesto documenti al mio migliore amico toccandolo ovviamente lui non c’entrando niente con l’avvenimento accaduto 10 minuti prima cioè una rissa sì è rifiutato dopo un battibecco dove il poliziotto stava già iniziando a toccarlo lo prende e comincia a strozzarlo a sto punto io ed un mio amico ci avviciniamo per staccarlo e lui cerca di estrarre la pistola verso di me…RAGAZZI AIUTATEMI A CONDIVIDERE QUESTO ATTO DI RAZZISMO TUTTI UNITI PER FAVORE TUTTO CIÒ È ACCADUTO A VICENZA ALLE 18:00 PIÙ O MENO”.

L’episodio è accaduto verso le 18 di lunedì 10 agosto nella centrale via Roma a Vicenza di fronte al parcheggio del supermercato Interspar. Tra loro un ragazzo di colore e due poliziotti, uno di quali sta discutendo con il giovane. A un certo punto quest’ultimo volta le spalle all’agente che lo segue e lo blocca stingendogli un braccio al collo. Poi entrambi cadono a terra, alcune persone intervengono nella ressa, il poliziotto si rialza e grida al suo collega di chiamare una volante di rinforzo.

Sulla vicenda è stato aperto un fascicolo di indagine. Secondo una prima ricostruzione il giovane – un 21enne di origini cubane che vive e studia a Schio è intervenuto per sedare una lite in Piazza Castello. Gli agenti avrebbero quindi chiesto i documenti al ragazzo, ma quest’ultimo si sarebbe rifiutato di mostrarli. Il 21enne è stato fermato poco dopo da un’altra pattuglia delle volanti, che lo ha arrestato per resistenza a pubblico ufficiale: sarà processato mercoledì per direttissima.

La testimonianza di Paolo il ragazzo che ha postato il video su Instagram Ascolta o scarica

 

Dopo l’episodio è arrivata la presa di posizione dei candidati in consiglio regionale della provincia di Vicenza della lista “Il Veneto che vogliamo” . «Un atto di violenza da parte della polizia, che ha coinvolto un giovane vicentino in una delle vie centrali di Vicenza, appare ingiustificato e va chiarito – scrivono -. I video che girano sui social narrano di un controllo dei documenti a dei ragazzi, poi trasformatosi in una presa al collo: atto che sembra irragionevole e oltre il limite dell’uso legale della forza da parte delle forze di polizia. Chiediamo al questore e al prefetto di accertare i fatti e le responsabilità, chiarire l’accaduto pubblicamente e sanzionare i responsabili di eventuali violazioni dei regolamenti. La sicurezza e il rispetto delle persone, soprattutto se minorenni, non hanno colore, a Vicenza come in tutto il paese. Non vogliamo credere che questo tipo di trattamento dipenda dal colore della pelle».

Anche Coalizione Civica è intervenuta sulla questione. «Da qualche ora gira un video in cui un agente della polizia blocca a terra un ragazzo di colore tenendolo fermo per il collo – esordiscono i portavoce di Coalizione Civica Leonardo Dodo Nicolai e Mariangela Santini – È un video inquietante che riporta alla mente accadimenti di una gravità inaudita».«Siamo per fortuna ben lontani dalle immagini che ci arrivano da oltre oceano, ma una violenza simile non è tollerabile in un Paese democratico – continuano -. Chiediamo al sindaco di incontrare il questore affinché sia avviata al più presto un’indagine interna per accertare colpe e responsabilità. Chiediamo anche che la richiesta sia raccolta da tutte le forze politiche cittadine e che lo sdegno sia unanime, perché il rispetto della persona non ha colore politico».

Il centro sociale Bocciodromo, a seguito di quanto avvenuto, lancia per mercoledì mattina alle 9 un presidio davanti al tribunale di Vicenza, per esprimere piena solidarietà al ragazzo fermato e denunciare l’abuso di potere perpetrato dalle forze dell’ordine. Una piazza che ha come obiettivo anche quello di aprire un dibattito pubblico e politico che metta fine all’intoccabilità delle forze dell’ordine e ponga in maniera urgente la richiesta dell’introduzione immediata dei numeri identificativi sulle divise.

Angelo del CS Bocciodromo di Vicenza  Ascolta o scarica

 

Comunicato stampa sui fatti di Viale Roma, Lunedì 10 agosto e presenza all’udienza di Denis mercoledì ore 9.00 al tribunale di VIcenza.
Domani alle ore 9.00 saremo al tribunale di Vicenza per l’udienza di Denis.
Saremo là per porre alla città delle semplici domande e per affermare alcune semplici cose.
Non vogliamo entrare nello sterile dibattito del documento o del rifiutarsi di offrire le generalità. Viviamo, fino a prova contraria, in uno stato di diritto e sarà compito della magistratura valutare il merito della questione.
La prime domande però che poniamo sono: di fronte al rifiuto di esibire il documento, è normale essere preso per il collo da un agente? Quanto il colore della pelle conta?
Sarebbe successo lo stesso se le ragazze e i ragazzi della compagnia fossero stat* bianch*?
Da quando il rifiuto di esibire le generalità porta immediatamente all’arresto ed a un processo per direttissima? Nei video pubblicati, della famosa resistenza all’arresto, non vi è traccia.
In Italia esiste un reale problema di razzismo: basterebbe scorrere i commenti sotto i video ed i post di oggi sui fatti di viale Roma per rendersene conto. Gli Stati Uniti non sono così distanti, non basta mettersi l’adesivo di Black Lives Matter per “contestualizzare” ma bisogna avere il coraggio di prendere parola quando fatti come questi accadono.
Viviamo in un paese in cui le regole che entrano nel merito del come le forze dell’ordine si devono comportare sono leggi che arrivano dal lontano 1933 (codice Rocco – epoca fascista). Visto il contesto storico nel quale sono state promulgate, sono leggi che evidentemente non tengono conto dei valori democratici di una repubblica costituzionale, sarebbe ora di cambiarle.
Nel nord-Europa oltre al codice identificativo ci sono delle regole precise sul come le FDO si devono comportare, l’esempio più lampante lo abbiamo in Germania, dove l’operatore di polizia ha l’obbligo di fotografarsi con il fermato per tutelare l’incolumità del fermato. Se succede qualcosa al fermato la magistratura va a chiedere il conto a l’operatore che ha eseguito il fermo.
Domani saremo davanti al tribunale di Vicenza perchè fatti come quello di ieri non possono essere ne banalizzati ne semplificati.
CS Bocciodromo

https://www.instagram.com/p/CDt3qGDlCV6/?utm_source=ig_web_copy_link

Da Radio Onda d'Urto

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A Derry, il 12 di Agosto del 1969 una parata di Orangisti filoinglesi promossa dalla loggia massonica britannica degli Apprendice Boys viene interrotta da un nutrito gruppo di manifestanti proveniente dal quartiere/ghetto repubblicano del Bogside, dove risiedono le famiglie operaie irlandesi. Nel Bogside si riversano ondate di soldati inglesi, ma le strade d'accesso vengono barricate e il rione rimane per tre giorni sotto il controllo dei militanti che respingono ogni attacco. Fu battaglia vera. Per far ammainare le bandiere rosse e i tricolori irlandesi fu necessario un intervento congiunto della R.U.C. (polizia dell'Ulster) e dell'esercito inglese coi carri armati.

 

 

I volontari di Bogside

 

 

Venite tutti attorno che vi voglio raccontar

la storia di quel giorno che m'andai ad arruolar

era il dodici di Agosto e Bogside era il quartier

così fu che m'arruolai nei Bogside Volunteers,

così fu che m'arruolai nei Bogside Volunteers.

 

Stavo in giro sfaccendato con Mac Gilly e con O' Tool

ero ormai disoccupato da due anni e forse più

non c'è più il lavoro a Derry, tutti sanno il perchè

e così ero proprio il tipo pei Bogside Volunteers,

così ero proprio il tipo pei Bogside Volunteers.

 

Arriva eccitato Paddy Murphy e dice a noi:

"I soldati hanno attaccato, c'è bisogno anche di voi."

abbiam fatto barricate tutto intorno al quartier

e si sta cercando gente pei Bogside Volunteers,

si sta cercando gente pei Bogside Volunteers.

 

Giunto alle barricate ci trovai il finimondo

eravam tutti decisi ad andare fino in fondo

se non c'era chi scappava, tutti sanno il perchè

perchè non hanno paura i Bogside Volunteers,

perchè non hanno paura i Bogside Volunteers.

 

La polizia sparava bombe a gas in quantità

sperava di distruggerci ma invece eccoci qua

con le bombe di benzina noi gli abbiam fatto saper

che han trovato un osso duro nei Bogside Volunteers,

han trovato un osso duro nei Bogside Volunteers.

 

I soldati han visto adesso che non c'è più da scherzar

chi di loro è meno fesso ha pensato di scappar

quando son fuggiti tutti qui la gente del quartier

ha lanciato un grande "Evviva!" pei Bogside Volunteers,

ha lanciato un grande "Evviva!" pei Bogside Volunteers.

 

Or che la storia è finita la chitarra poserò

ma per tutta la mia vita mai mi dimenticherò

di quei tre giorni a Derry quando con grande piacer

ho lottato per noi tutti nei Bogside Volunteers,

ho lottato per noi tutti nei Bogside Volunteers.

 

Fonte:

Canzoniere del Proletariato, Le canzoni della lotta armata in Irlanda

Autori testo

Canzoniere Pisano / del Proletariato 1972

ilDeposito.org

 

 

Guarda "I Volontari di Bogside" su YouTube :

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