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Articoli filtrati per data: Thursday, 09 Luglio 2020

Proponiamo questa intervista a un compagno di OLGa MilanoOLGa Milano in cui facciamo il punto sulla situazione nelle carceri durante e dopo il lockdown. La pandemia e le rivolte che ne sono conseguite hanno sollevato il velo sulle condizioni dei carcerati, riaprendo un dibattito seppellito da tempo. Buona lettura!

Ci fai una panoramica della situazione nelle carceri all’alba della fase 3?


Il balzo in avanti nell'approfondimento dello “stato di eccezione” maturato con l'emergenza pandemica sta segnando in profondità tutti gli ambiti della vita sociale, non di meno le carceri. Le proteste e le rivolte scoppiate nella seconda settimana di marzo hanno riguardato numerosi istituti del paese; in molti casi i detenuti sono riusciti a salire sui tetti, ad ottenere il controllo di alcune parti della struttura, a trattenere alcune guardie come accaduto a Pavia o riuscendo addirittura ad uscire in massa dall'ingresso principale, come accaduto nel carcere di Foggia. Ci sono stati diversi morti, ad oggi se ne contano 14, in circostanze non chiarite, centinaia di trasferimenti punitivi in pieno “lockdown”, pestaggi sistematici di massa e vessazioni da parte di GOM e squadrette che ancora oggi continuano come dimostrano i recenti fatti del carcere di Santa Maria Capua Vetere.
Una situazione del tutto inedita come non la si vedeva dalle rivolte carcerarie dei primi anni '70.


Le misure prese dal Governo per sfoltire la popolazione carceraria e favorire così un contenimento del rischio di contagio non hanno avuto invece nulla di eccezionale, in sostanza: è stata snellita la procedura vigente per l'ottenimento degli arresti domiciliari e sono stati concessi dei permessi più lunghi per i semiliberi. Al 15 maggio le detenzioni domiciliari successive al 18 marzo sono state 3.282 a fronte di 52.679 detenuti presenti ed erano 61 mila il 18 marzo. Dunque a distanza di tre mesi la diminuzione del numero complessivo dei detenuti è dovuta soprattutto al fatto che ci sono state meno incarcerazioni, meno processi, meno carcere preventivo disposto dei giudici.


L'11 maggio il DAP ha diffuso una circolare in vista della riapertura dei colloqui in “presenza”. Quello che si denota è la solita impronta disorientante dovuta alle varie sovrapposizioni tra leggi, circolari e regolamenti che in questo caso riguardano l’autorità sanitaria e il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria stesso. Il risultato e che ogni carcere farà da sé, scegliendo tra le diverse indicazioni quelle più congeniali per mantenere il proprio ordine interno. Tra tutte spiccano i suggerimenti in merito al vetro divisore: “quanto alle modalità di svolgimento dei colloqui, il comma 5 dell'art. 37 in oggetto prevede, come regola generale, che i colloqui avvengano senza 'mezzi divisori', tuttavia è anche previsto che per 'ragioni sanitarie' i predetti vi possano essere”.

carcere prigione copia


Ad ogni direzione di istituto spetterà la “valutazione sia quanto al numero di colloqui in presenza effettuabili sia quanto al numero di coloro che vi possono essere ammessi, ciò in relazione alle specificità logistiche e strutturali dell'istituto, da esaminare unitamente all'Autorità Sanitaria Locale”. Inoltre, “le direzioni potranno limitare sino ad uno il numero dei colloqui mensili”, anzi è proprio il DAP ad indicare “in modo orientativo” un massimo di due colloqui al mese ed una sola persona presente.


In ogni caso, fino al 30 giugno i colloqui potranno essere “svolti a distanza mediante, ove possibile, apparecchiature e collegamenti di cui dispone l'amministrazione penitenziaria o mediante corrispondenza telefonica che può essere autorizzata anche oltre i limiti di cui all'art. 39 comma 2 del d.p.r. n. 230 del 2000”.
Per quanto riguarda il pacco, viene suggerito di favorire le spedizioni tramite corriere, ad ogni modo, “ove il congiunto intenda comunque consegnare personalmente il pacco, ciò dovrà avvenire secondo modalità precauzionali individuate d'intesa con l'autorità sanitaria e in modo tale da non rallentare le operazioni di accesso ai colloqui”.
Dunque, in sintesi, l'alba della cosiddetta Fase 3 rappresenta una stabilizzazione delle modalità eccezionali con cui si sono svolti i colloqui in fase emergenziale.  Il colloquio “a distanza” diviene la modalità prevalente rispetto a quella definita “in presenza” che si svolge attraverso barriere in plexiglas, ad una distanza e con una confusione tali da renderlo inutile e frustrante come riportato da diversi familiari che l'hanno provato sulla loro pelle.


Sebbene in diverse carceri, durante il “lockdown”, sia stato introdotto l'uso delle chiamate e delle videochiamate, anche incrementandone la frequenza e la durata, si capisce ad oggi come tale modello stia diventando sostitutivo del colloquio vero e proprio e non un'alternativa temporanea o integrativa. Una tendenza questa già emersa ad esempio con l'estensione progressiva, in questi ultimi anni, del “processo a distanza”, in videoconferenza, e che l'emergenza pandemica ha accelerato in diversi ambiti sia dal punto di vista lavorativo che sociale (dai processi alla scuola educazione, smart working).

Ci descriveresti quale è stata secondo voi la dinamica che ha portato all’esplosione delle rivolte all’inizio della pandemia, quali sono stati i presupposti? Quali le conseguenze ad oggi?


Il carcere è una delle istituzioni che rappresenta meglio l’apparato autoritario dello stato. La violenza è questione molto più frequente e palpabile rispetto alla società fuori che si può dire più pacificata. Per questa ragione il mantenimento dell’ordine assume delle dinamiche diverse. Infatti, quel che succede in carcere può essere rappresentato da un pendolo che si muove tra la crisi e l’equilibrio: col passare del tempo accumula piccole crisi che portano prima o poi ad un punto di rottura.


La sospensione dei colloqui è sicuramente il motivo scatenante. Le misure prese per applicare il “distanziamento sociale” in carcere si sono tradotte ben presto, fin dai primissimi giorni di marzo, nella sospensione dei colloqui sia con i familiari che con gli avvocati. Venendo meno anche il rapporto con insegnanti, educatori e volontari si è verificata una situazione di totale esclusione dai contatti con l'esterno, in un clima di forte tensione per il fondato rischio di contagio reciproco all'interno di sezioni sovraffollate e prive di tutto. A ciò va aggiunto l'inasprirsi delle già gravi mancanze nell'accesso a benefici penitenziari, libertà anticipata, cure mediche e sopravvitto dovute al congelamento delle relazioni con l'esterno e all'applicazione all'interno degli istituti di procedure speciali di restringimento della socialità interna.

Il carcere italiano al tempo del Coronavirus


Le rivolte hanno aperto una fenditura nel velo che nasconde le condizioni dei carcerati all’opinione pubblica. Ad oggi però nessuno parla più della situazione delle carceri. Come mai questo dibattito è completamente scomparso?


Sicuramente quanto accaduto a cavallo fra la prima e la seconda settimana di marzo ha avuto un impatto molto forte. L'estensione e la radicalità delle lotte avvenute all'interno e in parte anche all'esterno delle carceri, così come la repressione che ne è seguita, non potevano di certo essere taciute. Il ripristino dell'ordine interno è avvenuto attraverso trasferimenti, isolamenti, pestaggi e morti, con la garanzia che il tutto potesse svolgersi indisturbato all'interno di sezioni svuotate da tutto il personale civile esterno. All'esterno delle carceri, fra amici, parenti e solidali con le lotte dei detenuti, non si è riusciti ad avere la forza necessaria per rappresentare un elemento di deterrenza nei confronti della rappresaglia poliziesca, anche a causa del divieto di radunarsi e di manifestare.
In quei giorni abbiamo assistito e contribuito a discussioni, confronti e iniziative che ancora  continuano benché oggi, in mancanza di momenti di rottura così evidenti come quelli avvenuti, coinvolgano perlopiù chi ha una internità al tema delle carceri.


Non si può dire però che in generale non se ne parli più perché sulla stampa e sui media si trovano ogni giorno notizie e dibattiti sul tema. Tuttavia in assenza di un forte protagonismo delle lotte tutta la questione viene affrontata secondo gli interessi specifici e corporativi dei diversi settori istituzionali coinvolti.

Sui giornali ha tenuto banco per qualche settimana la polemica tra il ministro Bonafede e Di Matteo. Cosa ne pensate?


E' una questione tutta interna alle istituzioni. In superficie è un'espressione dello scontro fra partiti e fazioni politiche volto a guadagnare consensi attraverso la delegittimazione dell'operato del ministro di turno. Più in profondità rappresenta uno scontro di potere all'interno dell'istituzione stessa che prefigura il consolidamento di una linea di tendenza storica che si presenta come rafforzamento del potere esecutivo a scapito di quello giudiziario e legislativo.


In questo caso, oggetto del contendere sono state una serie di scarcerazioni di detenuti in regime di detenzione speciale, peraltro avvenute sulla base della normativa vigente, su cui è stato sollevato clamore, la cui responsabilità è ricaduta sul capo del DAP, Basentini. La polemica ha riguardato il ministro Bonafede perché responsabile della sua nomina al vertice dell'amministrazione penitenziaria e non invece di tal Di Matteo, anch'egli candidato a ricoprire quel ruolo. Per rendere più efficace l'attacco si è parlato della trattativa Stato-mafia alludendo che tale nomina rispondesse all'obiettivo di assecondare i diktat mafiosi circa l'abolizione del regime 41 bis, insinuando così che il ministro della Giustizia in carica avesse agito in favore di tali interessi. Ciò è bastato non tanto per un riassetto dei vertici del DAP – non di certo alla rimozione di un comprovato forcaiolo come Bonafede – ma per l'introduzione di nuove disposizioni in merito all'ottenimento di permessi e arresti domiciliari.


Il 30 aprile il governo emette un decreto, il n.28, che all'art. 2 dispone che per le fattispecie di reato per cui si viene reclusi nei circuiti di Alta Sicurezza o nel regime del 41 bis, la possibilità di ottenere permessi temporanei di uscita o di scontare la pena agli arresti domiciliari è soggetta al parere, rispettivamente, della procura del tribunale che ha emesso  la sentenza o del procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo. Con ciò subordinando il potere decisionale della Magistratura di Sorveglianza alle procure inquirenti e, più in generale, al tribunale speciale antimafia e antiterrorismo, rafforzando così la tendenza a una centralizzazione dell'esercizio del potere penale ben radicata nella storia recente. E' del 2009, ad esempio, il “pacchetto sicurezza” che ha attribuito al solo Tribunale di Sorveglianza di Roma il potere di decidere in merito alla disapplicazione del regime detentivo speciale del 41 bis.


Per comprendere meglio il quadro generale in cui si innesta la vicenda bisogna ricordare che nel giugno 2019 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo aveva condannato l'Italia contestando il vincolo che lega l'accesso ai benefici penitenziari  per i detenuti per reati elencati nell'art. 4 bis o.p. alla loro “collaborazione”. Decisione che la CEDU ha confermato in ottobre rigettando il ricorso presentato dall'Italia. Così, la Corte Costituzionale ha dovuto stabilire l'incostituzionalità dell’articolo 4 bis, comma 1, dell’Ordinamento “nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata - come spiega il comunicato della Corte -. Sempre che, ovviamente, il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo”.


In tale contesto si inserisce la vicenda citata, la forte pressione esercitata dalla politica e dai media hanno poi portato al decreto-legge del 30 aprile 2020 di cui poco prima abbiamo parlato.  

Lo scandalo Palamara continua a sollevare le dinamiche di spartizione delle poltrone, di gestione privatistica della giustizia e di corruzione dentro la magistratura. Il re è nudo, per quanto i media cerchino di nascondere la polvere sotto il tappeto. Cosa ci dice questo evidente deterioramento del piano istituzionale per quanto riguarda l’amministrazione della “giustizia”?


Una risposta più ragionata la potrebbe forse dare un avvocato... Quello che si può dire, fermo restando quanto detto per la vicenda  cui prima si è accennato, che non è certo una dinamica sconosciuta quella delle correnti, delle influenze, delle nomine... insomma della presenza di attività lobbistiche all'interno dell'apparato istituzionale che esprimono gli interessi specifici di determinate cordate politico-economiche e possibili interferenze fra esecutivo e magistratura.

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Ai Mulini passano giovani che hanno a cuore il loro futuro ma anche il loro presente. Dopo mesi difficili si condivide un modo di vivere in comune, approfondendo la propria conoscenza del territorio e della natura.. E si lavora per rendere più vivibile e attraversabile il presidio permanente.Programma Estate lotta

Da notav.info

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Ci avevamo sperato, dal chiuso delle nostre case, osservando sorpresi l’aria della pianura padana tornare trasparente, la biodiversità riapparire e la fauna selvatica avventurarsi, timida, attraverso il cemento degli spazi urbani.


Toccavamo con mano, durante il lockdown,  la dimostrazione di come sarebbe bastato fermare questo sistema di produzione, questo modello di mobilità, questo consumo insensato di roba inutile, perché la natura cominciasse a riprendersi ciò che è suo.
Avevamo sperato che fosse diventata chiara a tutti la possibilità concreta di un cambiamento radicale, ma sapevamo, in cuor nostro, che avevamo vissuto solo una fragile tregua nell’aggressione del capitale agli ecosistemi e ai territori, un rallentamento che precede la rincorsa.
Ed anche che come tregua aveva fin troppe eccezioni.

Segnali provenienti da tutto il mondo ci avvertivano che gran parte delle attività di maggiore impatto sull’ambiente e sulle comunità non solo stavano proseguendo ‘as usual’, ma approfittavano della pandemia per espandersi e riorganizzarsi.
Segnali che andavano tutti nella stessa direzione, delineando una dimensione mondiale del fenomeno, con una serie di caratteristiche ricorrenti, come  – per esempio – l’inclusione sistematica nell’elenco dei ‘servizi essenziali’ di attività ad altissimo impatto ambientale e sociale.

Molti settori impattanti non hanno conosciuto fasi di arresto, ed hanno continuato ad operare anche quando si sono trasformati in fulcri di contagio, trasmettendolo  alle comunità dei territori dove operavano.
Il lockdown non li ha colpiti, ma piuttosto li ha sottratti al controllo delle popolazioni e dei militanti, costretti in casa e privati della libertà di  movimento, e sempre più soggetti ad aggressioni favorite dal coprifuoco: violenze poliziesche, arresti arbitrari e, soprattutto in America Latina, esecuzioni extragiudiziali.
In generale la militarizzazione dei territori, dispiegata in tutto il mondo con il pretesto della pandemia, è stata un poderoso deterrente per le proteste sociali e ambientali, facendo da copertura per la violenza selettiva contro gli attivisti, dispensando cariche e sgomberi su presidi e manifestazioni.
Una violenza che non potrà che intensificarsi, perché ciò che si prepara per il futuro è un ulteriore salto di qualità nello sfruttamento della Natura, che ci verrà venduto come l’unica scelta possibile per ‘riattivare l’economia’ di fronte alla recessione mondiale che viene.

La devastazione ambientale è … un “servizio essenziale”?

Una molteplicità di governi ha esentato dal blocco della produzione per l’emergenza Covid le imprese estrattive, minerarie e petrolifere, la costruzione di grandi opere e di infrastrutture per il trasporto degli idrocarburi o per la produzione di energia, sebbene non abbiano nulla a che fare con il soddisfacimento dei bisogni immediati delle popolazioni colpite dalla pandemia.

In Italia è stata inserita fra i ‘servizi essenziali’ la costruzione del  gasdotto TAP/Snam, grazie alla libera interpretazione del dettato del DPCM del 22 marzo, che dava il via libera al proseguo delle attività di trasporto e distribuzione del gas.
Una misura che, a buon senso, si riferiva alle reti distributive già esistenti e funzionanti, ma che con una evidente forzatura è stata estesa anche ai cantieri in corso d’opera.
Sulla “essenzialità” di un nuovo gasdotto, va detto che nel solo mese di aprile 2020 i consumi di gas in Italia sono calati di oltre il 23%,  circa 1,3 miliardi di metri cubi in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, seguendo un forte trend negativo  già visibile dal novembre scorso.
Comunque,  in piena pandemia, i lavori di avanzamento nelle province di Lecce e di Brindisi sono continuati a pieno ritmo, spiantando altri uliveti, aprendo voragini, attingendo dal sottosuolo enormi quantità di acqua, inquinando le falde, e tuttora continuano in spregio ad ogni normativa visto che il 20 maggio scorso al TAP è scaduta anche l’Autorizzazione Unica.

Strada Torchiarolo Lendinuso cantiere snam 27 febbraio 2020

Torchiarolo (BR), ex uliveto, ora cantiere SNAM.

Il cantiere è andato avanti nonostante fosse stata  messa in quarantena una delle navimessa in quarantena una delle navi utilizzate da TAP per l’analisi dei fondali, è proseguito nonostante l’infortunio mortale di un giovane operaio, e nonostante la richiesta di sospensione per motivi di sicurezza da parte di sette sindaci salentini, motivata dall’avvicendarsi nei turni di centinaia di lavoratori, le cui condizioni sono state così descritte da un operaio ai microfoni RAI:

“Quelli della sicurezza hanno le mascherine a norma, noi lavoriamo con la carta igienica e il rischio di contagio è altissimo: in uno spogliatoio siamo 10-15 operai e non abbiamo nemmeno i 20 centimetri di distanza uno con l’altro”.

Dello stesso tenore la denuncia di due deputate del gruppo misto:

“Guanti e mascherine non a norma indossate anche per due tre giorni, operai che arrivano settimanalmente dal Nord, spogliatoi con 20 persone senza protezioni, distanze di sicurezza non rispettate, controlli farsa della Asl, che avvisa preventivamente i dirigenti sul giorno dei controlli, così da renderli perfettamente a norma”.

Uscendo dal Belpaese e attraversando l’oceano, una simile declinazione del concetto di ‘servizio essenziale’ la ritroviamo  in Messico, dove il governo progressista presieduto da Andrés Manuel López Obrador ha ritenuto – nel paese latinoamericano con il più alto numero di morti di Covid (più di 25mila) dopo il Brasile – che la priorità nazionale fosse quella di autorizzare a colpi di decreto l’inizio dei lavori per la costruzione del  ‘Tren Maya’.
Si tratta di una linea ferroviaria ad alta velocità lunga circa 1.500 kilometri che dovrebbe avere lo scopo di far scorazzare i turisti attraverso cinque Stati messicani, da Palenque a Cancun, con prezzi prevedibilmente al di fuori della portata della maggior parte degli abitanti dello Yucatan.

L’operazione è ad altissimo impatto ambientale e sociale in termini di esproprio di terre, espulsione e delocalizzazione delle comunità (prevalentemente indigene), deforestazione, prosciugamento delle sorgenti, distruzione di  habitat ed ecosistemi, interruzione e sbarramento dei percorsi degli animali selvatici e dei collegamenti fra i villaggi.
Il tracciato della linea ferroviaria vorrebbe impattare su 709 siti archeologici,  attraversando 15 aree naturali protette, fra cui la Reserva de la Biosfera de Calakmul (Campeche), riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio mondiale dell’umanità, dove vive l’80% delle specie vegetali dello Yucatan. Assieme alla Reserva de Sian Ka´an (Quintana Roo), anch’essa minacciata dal Tren Maya, ospita centinaia di specie animali.1

Tutto questo viene messo a rischio da un’infrastruttura enorme, che sarà finanziata per il 90% da capitali privati (in buona parte internazionali), costruita ad uso e consumo degli interessi degli appaltatori e dei settori immobiliare, turistico (resort, grandi catene alberghiere), agroindustriale ed energetico.
Un’infrastruttura che promette devastazioni maggiori, perché è solo un tassello di un progetto di interconnessione  più vasto della stessa penisola, e che comprende aeroporti, autostrade, assieme a nuovi gasdotti, raffinerie ed alla costituzione di Zone economiche speciali, aree deregolamentate e defiscalizzate dove è massimo l’arbitrio contro i lavoratori e la natura.

Messico

Sulla popolarità di una simile opera, probabilmente lo stesso López Obrador nutriva qualche dubbio, tanto da volerne affidare la realizzazione di ampi tratti direttamente all’esercito.
Infatti il progetto ha incontrato una fiera opposizione popolare, con in prima fila l’EZLN e i movimenti indigeni, anticapitalisti e antipatriarcali, che per ora hanno segnato un punto a favore: qualche giorno fa un tribunale ha accolto la richiesta del popolo Maya Chol, determinando la sospensione definitiva di «qualunque opera che non sia di puro mantenimento delle vie già esistenti», per l’intero periodo di emergenza sanitaria.

Il Tren Maya è rimasto temporaneamente in sospeso, ma il Messico presenta altri fronti aperti.
Il Governo infatti è tornato alla carica con il Corridoio Transistmico, un mega progetto di trasporto merci intermodale che dovrebbe collegare il Golfo del Messico all’Oceano Pacifico attraverso l’istmo di Tehuantepec.
Si tratta di un sistema interamente finalizzato all’integrazione e allo scambio sul mercato mondiale, che attraverserà gli stati di Oaxaca e Veracruz.
Il corridoio, che prevede una linea ferroviaria AV, strade, porti, la costruzione di un gasdotto,  l’ampliamento della raffineria di Minatitlan, lo sviluppo di 10 nuove aree industriali e l’istituzione di una ‘Zona franca’, oggi viene sbandierato dal ministero dello sviluppo economico messicano come la via per uscire dalla crisi causata dal Covid-19.

Ma i militanti delle comunità sanno bene che il corridoio non è la via d’uscita, ma la crisi:

“Le persone vedranno e saranno colpite da tutti i problemi e dai rischi che una strada ad alta velocità genera, con l’interruzione del traffico di persone e animali. Le strade bloccheranno i sentieri naturali.
Tutta l’infrastruttura che deve essere costruita attorno a una ferrovia prenderà il controllo della terra delle persone, rovinerà la loro vita naturale e li impoverirà di più. Approfondirà la disuguaglianza economica nell’area. Pochi, pochissimi, ne trarranno beneficio, e la stragrande maggioranza, ancora una volta, vedrà deprezzare il valore della propria attività e della propria terra, che servirà solo da piattaforma di passaggio”.

Così come le comunità Zapotecos e Ikoots, riunite nella Asamblea de Pueblos de Istmo en Defensa de la Tierra, sanno che il megaprogetto, la cui costruzione verrà presidiata dalla Guardia Nazionale per garantire la serenità degli imprenditori, “porterà una nuova ondata di violenza, repressione, saccheggio, spoliazione, militarizzazione e guerra per i beni naturali”.
E le comunità Ikoots conoscono la violenza: l’hanno appena subita a San Mateo del Mar (Oaxaca), che dista solo 30 km da Salina Cruz, uno dei terminali del corridoio.

Un’epidemia di violenza

Il 21 giugno scorso, militanti dell’Unione delle Agenzie e delle Comunità Indigene Ikoots, mentre si avviavano a una riunione, si sono fermati presso ciò che sembrava un posto di blocco sanitario per il Covid-19, e invece era un’imboscata. Attaccati con armi da fuoco per ore da un gruppo armato legato ad un politico locale, in 15 sono stati assassinati, anche dopo esser stati torturati, lapidati, bruciati vivi. Molti sono rimasti feriti.
La comunità  ikoots ha una lunga storia di lotte e di opposizione ai grandi parchi eolici, lotte che hanno intralciato anni fa molti interessi speculativi nella regione.
Ma negli ultimi tempi, le aggressioni contro gli ikoots sono aumentate nel contesto dell’inizio di lavori per il corridoio, in particolare l’ampliamento dei frangiflutti e delle scogliere del porto di Salina Cruz, ai quali si oppone la maggioranza delle comunità poiché questo implicherebbe l’irreversibile alterazione dell’ecosistema lagunare, sul quale basano la loro vita e la loro cultura ancestrale. (Continua)

1) Ana Esther Cecena, Josué Vega, Avances de Investigacion, Tren Maya, Observatorio Latinoamericano de Geopolitica, dicembre 2019, pp. 52

Di Alexik per Carmilla

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In Serbia negli scorsi giorni è scoppiata una dura protesta contro il governo di centro destra di Aleksandar Vucic.

Ieri il presidente ha annunciato che l'aumento dei contagi e la condizione delle strutture sanitarie si è fatta allarmante e ha lanciato nuove misure di contenimento. Ma il provvedimento ha destato la rabbia di molti, dato che in Serbia era già stato imposto un significativo lockdown, poi interrotto il 7 maggio.

Secondo i manifestanti questo primo lockdown è stato interrotto in vista delle elezioni e il governo e i media hanno spinto su una narrazione di "normalizzazione" della situazione, facendo presagire che il peggio era passato. I serbi spinti da questa retorica hanno ricominciato a frequentare i concerti, gli eventi sportivi e in generale hanno ripreso la vita quotidiana pre-distanziamento. Una volta concluse le elezioni però è emerso che il governo aveva mentito sui reali numeri dei contagi e delle morti che erano almeno il doppio di quanto veniva raccontato dai media.

Dunque le proteste dei giorni scorsi sono state determinate dalla rabbia generata dalla gestione della pandemia da parte del governo, che dopo aver mentito sui numeri reali dell'emergenza per scopi elettorali, adesso impone nuove misure.

I manifestanti ieri a Belgrado hanno cinto d'assedio il parlamento, riuscendo anche per un breve momento a sfondare il cordone di polizia ed entrare all'interno dell'assemblea. La polizia ha duramente attaccato chi è sceso in piazza con veri e propri pestaggi anche su passanti che non avevano a che fare con le manifestazioni.

La piazza ha chiesto le dimissioni del presidente e denunciato le scellerata gestione e la corruzione del governo.

Lo scenario serbo è estremamente complesso con un governo clientelare dominato da un partito pigliatutto e le elezioni del 21 giugno che sono state boicottate dalle opposizioni che hanno giudicato il voto come non libero. I media serbi e quelli internazionali stanno narrando le proteste come egemonizzate e gestite dall'estrema destra di Bosko Obradovic e del suo movimento "Dveri", ma l'impressione è che la protesta sia per il momento in larga parte popolare e spontanea.

Difficile intravedere quali potrebbero essere gli scenari che si apriranno e se effettivamente sarà l'estrema destra a porsi alla testa del conflitto, o se i limiti delle politiche liberiste, corrotte e clientelari del governo evidenziati dalla pandemia, come in altri contesti, attiveranno dinamiche diverse nella storia ossificata del paese dopo le guerre dei Balcani.

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