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Articoli filtrati per data: Monday, 06 Luglio 2020

Ieri dopo una lunga passeggiata sui sentieri della Val Clarea in centinaia siamo arrivati al presidio dei Mulini per portare solidarietà e provviste a chi resiste lì da ormai più di due settimane.
La passeggiata è partita dal campo sportivo di Giaglione e mentre lo spezzone più nutrito del corteo ha preso la via dei boschi per raggiungere i Mulini, un altro gruppo di No Tav si è diretto al cancello per mettere pressione sul dispositivo di sicurezza con le battiture e i cori.

In centinaia abbiamo attraversato i boschi sui sentieri alti aggirando i blocchi della questura di Torino con determinazione e aiutandoci a vicenda nei tratti più complicati del percorso.
Dopo un paio d’ore di cammino e il superamento di diversi sbarramenti siamo finalmente arrivati in Clarea e ci siamo ricongiunti con i presidianti che nel frattempo hanno iniziato una battitura sul cancello d’entrata del cantiere per incoraggiare chi si inoltrava sui sentieri.

Siamo arrivati ai Mulini in sicurezza e senza lasciare nessuno indietro, dimostrando ancora una volta l’inutilità dei dispendioso dispositivo di sicurezza messo in campo dalla Questura di fronte alla determinazione e alla conoscenza del territorio dei NO TAV. Lo abbiamo fatto in tanti e tante, di tutte le età, ribadendo che “qui la paura non è di casa”.

Una volta arrivati ai Mulini, dopo aver consegnato i viveri, è avvenuto un saluto a base di fuochi d’artificio e ci siamo incamminati di nuovo per tornare a Giaglione incontrandoci con chi era rimasto al cancello per portare avanti la battitura.

La giornata di ieri è stata significativa perché per la prima volta da quando è incominciato l’allargamento del cantiere e l’assedio al presidio dei Mulini da parte delle forze dell’ordine in tanti siamo riusciti a raggiungere la Clarea e a condividere l’esperienza di lotta tra chi resiste dentro l’area del cantiere e chi lo fa da fuori.

Siamo riusciti a dimostrare che arrivare vicino al cantiere in molti è ancora possibile nonostante l’enorme dispositivo poliziesco goffo e dispendioso.

Da notav.info

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Si chiama Claw Eagle, artiglio d’aquila, l’operazione avviata dalla Turchia contro i territori del Kurdistan iracheno. È iniziata all’alba del 15 Giugno, quando 60 aerei da guerra di Ankara hanno bombardato 81 località, comprese Makhmour, Sinjar, Qandil, Zap e Xakurk, zone abitate da civili.

Il presidente del Governo Regionale del Kurdistan, l’entità politica responsabile della amministrazione del Kurdistan iracheno, KRG, Nechirvan Barzani a capo del PDK (Partito Democratico del Kurdistan) ha provato ad alzare la voce chiedendo che “gli scontri vengano portati fuori dalle zone dei civili.” Appello caduto nel vuoto.

“Qui a Zakho (nel governatorato di Duhok ndr) i bambini hanno smesso di dormire serenamente la notte. Hanno paura. La Turchia sta bombardando sulle nostre montagne, non c’è più pace. Iniziamo a temere davvero.” Intervistati, così esprimono i loro timori alcune famiglie yazide presenti nei campi profughi di Zakho. “Abbiamo prima subito la violenza dell’ISIS a Sinjar e ora, dove pensavamo di essere al sicuro, stiamo assistendo ancora una volta ad una guerra assurda.”

Da Sinjar, invece, i civili dicono di star assistendo “A situazioni analoghe se non addirittura peggiori di quanto accadeva quando eravamo sotto le grinfie dell’ISIS.”

Stando alle stesse dichiarazioni del regime turco di Recep Tayyip Erdogan, l’operazione Claw Eagle è stata avviata per “contrastare le forze militari del PKK presenti sulle montagne della regione del Kurdistan Iracheno.”

Milizie del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) hanno sempre presidiato alcune zone montuose della regione del Kurdistan dell’Iraq. “Ogni qual volta si avvicinano in villaggi abitati da noi civili, noi stessi diventiamo il bersaglio della Turchia. Eravamo abituati agli scontri tra le due fazioni sulle nostre montagne, ma adesso la situazione sta degenerando e lo dimostra il fatto che Erdogan ha avviato una vera e propria operazione millantando lotta al terrorismo. La verità è che noi ne siamo diventati i bersagli.” Affermano gli abitanti nei pressi di Zakho.

Un generale dei Peshmerga, le forze armate della regione autonoma del Kurdistan Iracheno, intervistato da Africa ExPress ha raccontato il cuore di questa operazione che, inevitabilmente, va a danni dei civili del posto.

Cosa sta accadendo e da cosa è nata l’operazione Claw Eagle contro il Kurdistan?

“Nel 2017, quando ci fu il referendum per l’indipendenza, i tre Stati Turchia, Iran e Iraq ebbero un meeting durante il quale fu stilato un piano. Nel piano erano presenti anche territori curdi sulla quale Iran e Turchia avrebbero avuto un controllo militare strategico. Tra i luoghi vi era il controllo sulla città di Kirkuk e di Afrin. Hanno sempre sostenuto di voler annientare le cellule del PKK presenti in quei posti, ma la loro è sempre e solo stata una sorta di copertura. È risaputo che, alcuni esponenti dell’esercito turco, hanno degli infiltrati all’interno delle guerrilla sulle nostre montagne. È ciò che ha portato alla situazione odierna.”

Qual era il reale intento secondo il tuo punto di vista?

“Attaccare la regione del Kurdistan e annettersi territori. L’Iran e la Turchia stanno muovendo gli eserciti insidiandosi sempre di più all’interno del territorio, non restando ai margini montuosi. Il piano è averne il pieno controllo. Gli intenti tra Turchia, Iran e Iraq sono analoghi. L’Iraq vuole avere il controllo della parte del KRG che include Erbil, Sulaymaniya mentre gli altri due Stati vorrebbero controllare la parte posteriore che si estende dai confini iraniani a quelli turchi. Semplicemente non vogliono la nostra indipendenza e l’unico modo per ostacolarla è distruggerci dall’interno. Quello stipulato tra i tre Stati confinanti è un grande piano a nostro danno.

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Attacco dei militari turchi a Makhmour

Come si muoverà il governo del KRG per contrastare questa operazione?

“Ad oggi non abbiamo forze militari ed economiche sufficienti per far fronte a questo disastro. Il Coronavirus è stato impattante per la nostra politica e la regione stessa. Ha solo incrementato la crisi economica, molte delle nostre forze peshmerga sono impiegate anche nel piano di emergenza COVID-19. Non possiamo contare su alleati quali USA o UN. Questo perché tutti stanno combattendo questa dannata crisi pandemica e ci vogliono alte risorse e alleanze per contrastare la forza militare turca. I business che ci legano ai nostri Stati confinanti, che risultano essere anche i nostri primi nemici, sono una lama a doppio taglio. Vorrei solo ci fosse un Kurdistan unito, in grado di poter finalmente reclamare libertà e dare una vita dignitosa al proprio popolo.”

Una pace che tarda a venire, mentre le speranze diventano chimere.

Solo nel governatorato di Duhok sono presenti circa 500.000 sfollati, molti provenienti da Sinjar, ma altrettanti dalla Siria o dal Rojava (Kurdistan Siriano). A Makhmour vi è un campo profughi istituito dall’ONU al fine di proteggere i 13mila rifugiati, aumentati anche dopo che nel 2018 la Turchia la invase commettendo e continuando a commettere massacri ai danni della popolazione civile curda. Un vero e proprio cambiamento demografico è quanto sta avvenendo nella zona ora tra le mani del sultano Erdogan.

Un cambiamento che ora sembra aver perso tutti i confini, espandendosi in maniera virulente e violenta. Lo dimostrano i continui crimini di guerra e contro l’umanità che si consumano a cielo aperto non solo ad Afrin e villaggi limitrofi ma anche a Makhmour, dove la Turchia non perde occasione di mostrare violenza bruta continuando a bombardare un luogo ormai sotto la protezione di nessuno e dove le Convenzioni DI Ginevra sono carta straccia.

I verdi e montuosi orizzonti del Kurdistan Iracheno, ora si trasformano in nuvole di fumo nero, fuoco ardente. E l’alba quasi non ha più il sapore del pane caldo cotto per strada e del çay caldo che fuma verso un cielo dalle sfumature mozzafiato, ma ha l’odore della guerra, quella che nessun curdo vorrebbe più assaporare. Quella terra fatta di musica, colori, tradizioni, religioni, dialetti, profumi che si mescolano ad un unico sogno che li unisce e che ora si dissolve sempre più, risucchiata dalla paura e dalle bombe che risvegliano una storia fatta di incubi.

Rossella Assanti

Speciale per Africa ExPress

Da Rete Kurdistan

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Riprendiamo da il Manifesto questa interessante conversazione con Franco Piperno sul rapporto tra scienza, capitalismo e modernità alla luce della pandemia.

Di Silvio Messinetti, Claudio Dionesalvi

 

L’esplodere della pandemia ha trovato impreparato il mondo scientifico. L’OMS e i centri di ricerca faticano a fornire risposte alle tantissime domande che l’umanità pone sul virus Sars-Cov 2. La corsa al vaccino riapre il dibattito sulla ricerca scientifica e sull’innovazione tecnologica asservite al profitto. Franco Piperno, già leader di Potere Operaio, docente e studioso di fisica e astronomia, di solito ama contemplare il cielo notturno, amalgamando osservazione astronomica, narrazione mitologica, ironia politica, riflessione cosmologica. Abituato ad esplorare orizzonti immensamente estesi e corpi celesti di titanica grandezza, si sofferma qui sulla dimensione infinitamente piccola del coronavirus. Così insieme a noi rielabora, attualizzandole e rivitalizzandole alla luce del contesto mutato, alcune sue recenti tesi pubblicate da Commonware, sul rapporto tra scienza, ricerca, tecnologia e capitalismo.

Ritiene che il ritardo nell’elaborare cure e antidoti contro la Covid 19 in fondo sia ineluttabile oppure dipenda anche da un approccio connaturato all’odierna matrice della ricerca scientifica?
È particolarmente significativo il fatto che in assenza di rimedi, si sia fatto ricorso all’isolamento dei pazienti affetti da Covid19, al distanziamento sociale e alle cure di supporto, che furono modalità adoperate anticamente, quando ancora le società non disponevano delle odierne sofisticate strumentazioni. Nel nostro tempo, dominato dal tardo-capitalismo, quasi tutti i saperi propriamente scientifici hanno subito uno scombussolamento. In passato la «filosofia della natura» era propiziata nelle università. Col passare del tempo, si è man mano trasferita nel complesso militare-industriale. Oggi la fabbrica dell’innovazione tecnologica, separata dalla brama di conoscenza, comporta costi astronomici. A mantenerla in funzione è una marea di operai-ricercatori, in una modalità emulante la catena fordista.

La ricerca di un vaccino e di una terapia efficace per la cura della Covid19 è affidata alle multinazionali biotech. Ancora una volta siamo appesi al cosiddetto «capitalismo cognitivo». Ma tale definizione non costituisce una comoda semplificazione? Non è un ossimoro?
Da molto tempo nelle società che tecnologicamente hanno raggiunto uno sviluppo elevato, di contro assistiamo ad un vertiginoso abbassamento del livello culturale, oltre che intrinsecamente ad un’impennata nei livelli di specializzazione della forza-lavoro. È evidente che in presenza di una problematica così atavica e aggressiva come una pandemia, tutto ciò rivela una propria inconsistenza. Più che «cognitivo», questo capitalismo tecnologico afferma un modo di produzione che spinge verso un’applicazione furibonda della scienza nella direzione della valorizzazione del capitale stesso. Dunque, costanti sono le innovazioni di processo e di prodotto. Tuttavia si rivelano prive di rapporto con l’accumularsi delle conoscenze.

Che cos’era la scienza per gli antichi?
Niente a che vedere con quella di oggi. Si sostanziava in un autentico concetto normativo astratto. La scienza era una ragionata conoscenza delle cose di cui è fatto il mondo, una ricerca delle «essenze», secondo regole chiare e definite. La conoscenza scientifica era universale, guardava al tutto, non alla parte. Non era concepibile una visione scientifica estranea al generale. Si palesava come strumento ed obiettivo contemporaneamente, senza perseguire interessi particolari. Soprattutto, prima dell’età moderna la scienza non aveva un carattere di invasività, cioè non possedeva la velleità di cambiare il mondo, bensì desiderava conoscerlo, contemplarlo.

Qual è il rapporto tra scienza e strumentazione tecnica nell’epoca moderna?
È lo stresso rapporto che si è andato affermando a partire dal Rinascimento, consolidandosi poi in Galileo, Cartesio e Newton. Non più una scienza riconducibile alle regole classiche. La nuova scienza impiega la matematica non per «impadronirsi delle essenze», bensì mira a conoscere il reale per applicarsi ad esso. Mi piace porgere l’esempio della matematizzazione dell’idraulica. E così s’afferma una tendenza manipolatoria che per convenzione è definita «sperimentazione». Ne consegue una velleità, un progetto, che ambisce a dominare il mondo. E che comunque può rivelarsi però fragile, né più né meno di quanto non lo fosse in epoche remote, dinanzi alla diffusione di un virus, propagato dal dinamismo commerciale esattamente come accadeva in passato. Del resto, subordinandosi alla tecnica e all’industria, la scienza sembra non avere più l’ambizione alla conoscenza. Le basta aspirare al dominio dell’universo.

Tre anni fa lei sosteneva che le università europee del XIX secolo come quelle di oggi, avendo assunto la fisica, la filosofia della natura, come paradigma della scientificità, hanno finito per privare i saperi umanistici di ogni rilevanza scientifica. Quanto incide questa privazione sul presente?
Incide molto! Il concetto stesso di scienza non è normativo, ma descrittivo; in quanto tale, ogni descrizione è relativa. Le forme possibili della scientificità sono ancorate alla storia, quindi mutabili, sempre in rapporto con la costruzione di esperimenti di cui esse svelano il senso. In assenza del sostrato umanistico, dei suoi presupposti, qualsiasi conoscenza scientifica può rivelarsi vacua.

E da questa alienazione – come più volte da lei ribadito – «nasce il mito di una conoscenza assoluta in nome della quale alcuni potrebbero offrire ad altri una sorta di sapere incontrollabile».
Eh sì, tutto così diviene passibile d’essere appreso senza mai essere agito, cioè semplicemente ricevuto, anzi acquistato. Ed è ancora questa alienazione che permette alla mitologia scientista, soprattutto in tempi di vaneggiamento e crisi, di giustificare e quasi accreditare ciò che è privo di qualsiasi rapporto con la scienza: la parapsicologia, gli extraterrestri, la catastrofe ambientale e tanto altro.

Si continua a destinare fondi per l’acquisto di cacciabombardieri. Che rapporto c’è tra tecno-scienza e complesso militare-industriale?
Nei paesi capitalisticamente avanzati lo sviluppo scientifico è strettamente connesso all’organizzazione del lavoro, in particolare nell’industria bellica. Nella misura in cui la ricerca scientifica è organizzata, pianificata, sovvenzionata, essa dipende dal potere politico e dalle sue finalità. Per questo rimango convinto che una critica delle politiche governative non può di certo esentare dalla sua potenza erosiva la ricerca scientifica stessa.

Dunque ritorna attuale il tema del ruolo della tecnologia nei processi produttivi. Riecheggia il Marx dei Grundrisse.
È noto che la tecnologia contemporanea scaturisce principalmente dalla applicazione della conoscenza scientifica alla produzione. Se escludiamo la possibilità che se ne possa attuare un impiego passivo, non è possibile trasferire la capacità di fabbricare nuove tecnologie, la stessa propensione a realizzarle, in assenza di una comprensione effettiva delle scienze che le sottendono.

Un’altra scienza è ancora possibile?
In proposito, mi piace citare il pensiero incredibilmente lungimirante di un filosofo francofortese: se vi fosse un cambiamento qualitativo del progresso in grado di spezzare il nesso tra la razionalità della tecnica e quella della divisione sociale del lavoro, si verificherebbe un mutamento nel progetto scientifico, per cui l’attività di ricerca, senza smarrire la sua qualità razionale, si evolverebbe in una esperienza sociale del tutto differente. In un mondo non lacerato dalla divisione tra lavoro manuale ed intellettuale, non più succube dei saperi disciplinari, la scienza potrebbe maturare una concezione della natura del tutto diversa, basata su fenomeni differenti nella loro sostanza. In sintesi, insomma, una società veramente razionale sovvertirebbe l’idea convenzionale di ragione.
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Conversazione che trae spunto dalle tesi di Franco Piperno sul rapporto tra scienza, capitalismo e modernità (apparse nel 2017 sulla rivista on line commonware)

 

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