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Articoli filtrati per data: Sunday, 05 Luglio 2020

La profonda crisi politica, economica e finanziaria che sta attraversando il Libano – iniziata nell’autunno scorso con manifestazioni contro il carovita e proteste antigovernative trasversali a livello confessionale – sta mettendo progressivamente in luce le numerose discriminazioni sociali radicate nel paese dei cedri smascherando, allo stesso tempo, un sistema politico fondato quasi esclusivamente su principi neoliberali e clientelari che stanno schiacciando da tempo le classi più vulnerabili della società e alcune tra le categorie maggiormente trascurate dalle politiche locali quali, ad esempio, rifugiati e migranti economici.

In particolare, nelle ultime settimane si sono susseguiti, apparentemente senza sosta, i disastrosi effetti prodotti dalla dichiarazione del default finanziario annunciato dal governo di Hassan Diab a febbraio, appena qualche giorno prima di decretare lo stato di mobilitazione sanitaria permanente per gestire l’emergenza legata al diffondersi del Coronavirus.

Il valore della valuta nazionale (la lira libanese), da sempre agganciata al dollaro secondo un tasso di cambio ufficiale fisso, è precipitato in queste settimane raggiungendo dei picchi mai registrati prima e perdendo oltre il 40% del suo valore in pochissimo tempo (l’80% se si calcola, invece, il periodo che va dall’inizio delle proteste di ottobre ad adesso). Si stima che la situazione economico-finanziaria del paese non sia stata così grave neanche durante gli anni della guerra civile (1975-1990). Per la prima volta in otto anni, il governo ha decretato un aumento del prezzo del pane (per l’esattezza, di una pagnotta da 900 grammi) da 1.500 a 2.000 LPB (ricordiamo che il Libano importa gran parte dei beni di prima necessità, farina inclusa, e le transazioni si svolgono esclusivamente in dollari), costringendo la popolazione a pagare ancora una volta per gli effetti di una crisi che ha radici lontane ma tutt’ora strettamente connesse all’attuale classe politica dirigente. Secondo un noto sito di informazione britannico, se la situazione dovesse continuare a precipitare in questo modo, entro la fine dell’anno all’incirca il 75% della popolazione potrebbe finire sotto la soglia di povertà, costringendosi ad un regime di razionamento alimentare per sopravvivere. Inoltre, negli ultimi giorni, l’Électricité du Liban (società elettrica libanese) ha ulteriormente ridotto la fornitura di energia elettrica a causa della mancanza di liquidità per pagare i combustibili per far funzionare i generatori: dalla fine della guerra civile, il paese non riesce ad erogare elettricità 24 ore al giorno 7/7 che viene quindi razionata tra le diverse aree con tagli di corrente che variano – in condizioni normali – dalle tre alle dodici ore.

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A questa situazione fa da sfondo il Caesar Act, pacchetto di sanzioni USA entrato in vigore a metà giugno che mira a colpire Bashar el-Assad e i suoi alleati nella regione (specialmente Russia e Iran) e che rischia di rallentare ulteriormente un lento processo di recupero dell’economia siriana e creare ulteriori destabilizzazioni nel vicino Libano. Non a caso, infatti, in occasione della quarta conferenza di Bruxelles tenutasi qualche giorno fa, il premier Hassan Diab ha fatto appello alla comunità internazionale per proteggere il paese dei cedri da eventuali ripercussioni derivanti da tali sanzioni e aiutarlo nell’affrontare il perdurare di diverse crisi, non ultima quella legata alla presenza di circa un milione di rifugiati siriani la cui condizione legale e sociale non è cambiata in questi anni.

Alle proteste antigovernative che si stanno susseguendo con cadenza quotidiana in numerose zone del paese si sono aggiunte, inoltre, quelle delle migliaia di lavoratrici domestiche che sono state (e vengono tutt’ora) accompagnate di fronte alle proprie ambasciate di riferimento dalle famiglie libanesi per le quali svolgevano i lavori domestici e ivi abbandonate, spesso senza passaporto (è prassi comune, per le agenzie di reclutamento o per le stesse famiglie libanesi, requisire i documenti delle lavoratrici domestiche e reiterare, in questo modo, un rapporto subalterno di dipendenza e controllo). Questo perché, con il deprezzamento della valuta locale e con l’assenza di dollari con i quali pagare i salari alle donne lavoratrici migranti, molte famiglie libanesi che possedevano una domestica nella propria abitazione hanno semplicemente deciso di interrompere tale rapporto lavorativo – che non prevedeva alcuna garanzia o tutela – attraverso un licenziamento immediato. Molti libanesi non si sono fatti scrupoli nel lasciare per strada, da un momento all’altro, quelle donne che fino ad un attimo prima consideravano indispensabili per lo svolgimento di qualsiasi faccenda domestica e di cura e il cui lavoro veniva tendenzialmente invisibilizzato e stigmatizzato nella società tutta ma sfoggiato nel momento in cui si voleva vantare un certo status sociale con il mondo esterno.

In Libano le lavoratrici domestiche sono circa 250.000, la maggior parte delle quali provenienti da Etiopia, Filippine, Sri Lanka e Bangladesh, e la loro permanenza nel paese è regolata tramite il sistema della kafala che permette l’ingresso a migranti economici solo in presenza di uno sponsorship di nazionalità libanese che se ne faccia carico sotto tutti gli aspetti. Tale sistema crea delle zone grigie in cui prolificano sfruttamento e violenze incontrollate, dal momento che la sfera privata all’interno del quale si concentra il lavoro domestico e di cura non è considerata – come spesso accade – al pari di quella pubblica, e non viene quindi regolamentata dalle leggi sul lavoro ma tendenzialmente ignorata dalla classe politica e dalle sue riforme.  

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Dall’inizio della crisi economica e sanitaria, alcune associazioni e gruppi solidali si sono organizzati per portare cibo e prodotti igienico-sanitari ai migranti economici che sono rimasti senza lavoro e senza casa, a volte con minori a carico. Qualche settimana fa, centinaia di donne etiopi si sono accampate di fronte al proprio consolato per chiedere una soluzione immediata alla loro condizione: intrappolate nel paese senza possibilità di uscire a causa della chiusura dell’aeroporto e impossibilitate a pagare dei voli di rimpatrio per i prezzi inaccessibili raggiunti, si sono scontrate ancora una volta con la doppia inadempienza del governo libanese e dei funzionari della propria ambasciata. Alcune organizzazioni si sono adoperate per trovare una soluzione temporanea, ma è sempre più chiaro di come non si tratti di casi isolati ma di una prassi consolidata che, se persistente, porterà centinaia di donne a vivere per strada o, nel peggiore dei casi, a essere recluse nelle carceri per l’assenza di documenti legali.

La discesa nel baratro del modello economico libanese si sta portando dietro, dunque, quelle categorie di persone che già prima erano costrette in rapporti di subalternità e le cui vite erano quotidianamente marcate da comportamenti razzisti e violenti. Oltre ai migranti economici, anche molti rifugiati siriani hanno perso il lavoro negli scorsi mesi: centinaia di migliaia di persone, ospiti in campi informali (ma non solo), stanno assistendo ad un inasprimento delle proprie condizioni di vita già un tempo precarie e agli effetti concreti di una crisi che spesso porta ad esacerbare delle situazioni caratterizzate da equilibri fragili di convivenza tra comunità. Inoltre, non di rado continuano a registrarsi deportazioni arbitrarie di rifugiati in Siria da parte della General Security libanese con il benestare dei leader politici, che spesso giustificano le proprie azioni attraverso la retorica della fine del conflitto siriano, tutt’altro che giunto a termine.

Intanto, tra le mura dei palazzi governativi continuano le consultazioni tra il governo e il Fondo Monetario Internazionale, il quale chiede maggiore unità attorno alle riforme necessarie per stabilizzare l’economia. I ritardi dell’intervento dell’organizzazione internazionale, dovuti inizialmente alla ferma posizione contraria del partito sciita Hezbollah, sono adesso ulteriormente ostacolati e congelati da dispute tra il governo e la Banca centrale, alla quale vengono chieste risposte concrete sulle perdite di introiti che il sistema bancario ha subito negli scorsi mesi.

Le soluzioni per arginare la crisi nel breve termine proposte dalla classe politica dirigente suonano ridicole alle orecchie dei più: c’è chi chiede alla diaspora libanese all’estero di rientrare nel paese per le vacanze portando il massimo di dollari consentito da far circolare nel mercato locale, c’è chi invece chiede loro di adottare una famiglia libanese locale per “salvarla” dal baratro del collasso economico. Non ultimo, c’è chi fa appello alla popolazione locale di abbandonare la vita lussuosa condotta fino a questo momento e ritornare ai tempi vissuti dalla generazione dei propri nonni (gli anni della guerra civile, per intendersi). Intanto, nella giornata di venerdì 3 Luglio, due persone si sono suicidate a Beirut e Sidone: un gesto disperato che mostra come sempre più persone non siano in grado di vivere in determinate circostanze e senza alcun ammortizzatore sociale. Come al solito, agli errori e alle presunzioni di un’intera classe politica che ha smembrato e privatizzato un paese intero sembrano dover rimediare, ancora una volta, quei segmenti di popolazione che – dai tanto declamati anni d’oro libanesi – non hanno guadagnato altro se non umiliazioni e sfruttamento.

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Il caso Marò fa parlare ancora giornali e telegiornali, dopo 8 anni dall’omicidio dei due pescatori il tribunale dell’AJA decide che i due militari italiani debbano essere giudicati in Italia, da un tribunale Italiano per l’omicidio dei pescatori in acque indiane.

I giudici internazionali riconoscono “l'immunità funzionale” dei fucilieri di Marina per l'incidente: all'India viene quindi precluso l'esercizio della propria giurisdizione, certificando che i due militari erano funzionari dello Stato italiano, impegnati nell'esercizio delle loro funzioni.
Ma sempre secondo il Tribunale arbitrale, “l'Italia ha violato la libertà di navigazione e dovrà pertanto compensare l'India per la perdita di vite umane, i danni fisici, il danno materiale all'imbarcazione e il danno morale sofferto dal comandante e altri membri dell'equipaggio del peschereccio indiano Saint Anthony”, a bordo del quale morirono i due pescatori. Un comunicato della Farnesina aggiunge che “al riguardo, il Tribunale ha invitato le due parti a raggiungere un accordo attraverso contatti diretti”, e la Farnesina precisa “l’Italia è pronta ad adempiere a quanto stabilito dal Tribunale arbitrale, con spirito di collaborazione”. Di fatto ammettendo la colpa dell'incidente e preparandosi a versare i risarcimenti. Sdoganando quindi un dato di fatto la legittimità dell’omicidio di dipendenti dello stato.
Latorre e Girone erano stati arrestati quando la nave Lexie era stata fatta entrare in porto in India, trascorrendo un breve periodo di detenzione in India, di fatto agli arresti domiciliari. I due sottufficiali di Marina erano poi rientrati in Italia tra il 2014 e il 2016. 
Il Tribunale però ha rilevato anche che "l’Italia ha violato la libertà di navigazione sancita dagli articoli 87 e 90 della Convenzione delle Onu sul Diritto del Mare, e dovrà compensare l’India per la perdita di vite umane, i danni fisici, il danno materiale all’imbarcazione e il danno morale sofferto dal comandante e altri membri dell’equipaggio del peschereccio indiano “Saint Anthony”. Il che di fatto riconosce all'Italia la responsabilità dell'incidente. 

 Lo scrive in un post su Facebook Luigi Di Maio:

"La tesi dell'Italia, dopo anni di lunghe battaglie, ha prevalso. I nostri due militari, funzionari dello Stato italiano, impegnati nell'esercizio delle loro funzioni sono immuni dalla giustizia straniera", a commento della decisione del Tribunale arbitrale dell'Aja. "Oggi - conclude - si mette un punto definitivo a una lunga agonia". Ma proprio Luigi Di Maio che assieme ai 5 stelle gridano a gran voce “giustizia giustizia” oggi si vantano di proteggere degli omicidi, in nome di quale giustizia?

La giustizia pilotata e di comodo, quella giustizia che, come vediamo da anni, schiaccia i deboli e aiuta i potenti, una giustizia debole, incapace di far emergere la verità, schiava dell’opinione pubblica.
Anche Conte interviene sulla vicenda Marò, quasi soddisfatto di aver portato a casa l'immunità funzionale.

Mentre i due si compiacciono, sulla vicenda di Giulio Regeni e di Patrick Zaki la real politik prevale. Perchè i rapporti commerciali con l'Egitto sono più importanti per il governo della verità sulla morte di Giulio e della liberazione di Patrick. Perchè per quanto riguarda i Marò si tratta di riaffermare la supremazia occidentale, di garantire impunità a un corpo militare, mentre una vera rottura con l'Egitto su Regeni e Zaki vorrebbe dire denunciare a tutti gli effetti il regime egiziano e mettere a rischio gli affari di tanti imprenditori che concorrono a creare le condizioni di sfruttamento dei lavoratori di quel paese.

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Durante una sommossa popolare, contro il carovita, la gravissima crisi economica, per il lavoro, la terra e il pane, durante il governo democristiano di Tambroni, sostenuto dai fascisti del MSI, la polizia italiana uccide a colpi di pistola Vincenzo Napoli, giovane piccolo esercente locale di 24 anni, che stava tentando di proteggere un bambino tenuto fermo a un muro e picchiato dai celerini.

La mattina del 5 luglio 1960, la gente di Licata scese per le strade, la richiesta era "pane, lavoro e acqua", fu occupata la stazione e i binari. All'arrivo della PS scoppiarono gli scontri, una fitta sassaiola investì la "Celere", venne incendiata una Lancia Ardea della polizia e successivamente un poliziotto spara ripetutamente uccidendo Vincenzo. La reazione popolare fu enorme, gli scontri proseguirono per tutta la giornata, venne smantellato un ponte metallico sul fiume Salso, per bloccare l’afflusso dei poliziotti in città, che riuscirono ad entrare solo a notte inoltrata rastrellando tutto il paese.

 

Licata, morti e feriti allo sciopero generale:

M’arricordu ca era caruseddu,

tri misi menu di quattordici anni,

quannu a Licata successa un fattu gravi

c’un mortu feriti e un saccu i danni.

N’avivinu prumisu na cintrali

ca pani a tanta genti aviva a dari,

ma i politici, comu sempri foristera

st’occasioni na ficiru scappari.

 

Chiddi ca cumannavinu a ddi tempi,

tutti di fora, e mancu un licatisi,

arrinisceru a purtarla ni so parti

abbunnannu di travagliu i maranisi*.

 

C’e’ co dicia pero’ ca sta centrali

a Licata unn’era propriu distinata,

nu mbrugliaru i politici di tannu

p’aggarrarisi i voti di Licata

Cà travagliu ci nn’era picca e nenti

e c’era co unn’aviva chi mangiari,

pi chissu tanti patri di famiglia

pa Germania accuminciavinu a scappari.

Era u cincu di lugliu du sissanta

e ci l’haiu davanti comu se fussa ora,

ca pu sciopiru di sta centrali elettrica

tanta genti da so casa scasa’ fora.

Fu priparata infatti na protesta

in ogni particolari organizzata,

pi circari d’attirari l’attenzioni

dintra un paisi di genti ispirata.

 

D’apprima i scioperanti foru carmi

e a forza pubblica ci potta dari mmesta,

ma u suli forti di ddu cincu i lugliu.

a tanti licatisi piglia’ n’testa.

Dittu fattu un si capia ciu’ nenti

e successa di tuttu mmenzu i strati,

ci foru scontri contru a polizia

ca ebba puru machini abbrusciati.

 

U ponti ca c’era supra u sciumi

tuttu di lignu, fattu di surdati,

fu smantillatu di na punta all’attra

di na cricca di picciotti esagitati.

 

Ma i cosi gravi successiru a stazioni

unni i genti si nn’eru a protestari.

Supra i binari bloccaru tutti i trena,

e chi successa ? U Signuri nn’ha scanzari!!

 

Chi petri ca c’erinu na linia

ficiru a fuia contru a Polizia,

ca p’addifennisi e scuraggiari a tutti

chi lacrimogini a corpu arrispunnia.

 

Sta mossa pero’ ficia cio’ dannu

e i cosi accuminciaru a peggiorari,

a genti continua’ a tirari petri

e a polizia accumuncia’ a sparari.

 

Cincu feriti si cuntaru o cincu i lugliu

comu succeda quannu c’e’ na guerra,

mentri un picciottu di vinticinc’anni

hava di tannu c’arriposa sutta terra.

 

Napoli Vincenzu si ciamava

e scioperava pi solidarieta’,

ma pi na causa c’arriguardava a tutti

di picciutteddu a vita ci appizzà.

 

Di tannu menzu seculu ha passatu,

a Licata unn’ha cangiatu nenti

e i picciotti pi truvarisi u travagliu

hannu a scappari pi giri n’cuntinenti.

 

E’ difficili putiri addigiriri

ca sti carusi a Licata su mpristati,

e cocchi postu ca c’è a disposizioni

e’ riservatu pi raccumannati.

 

Doppu tant’anni i cosi vannu peggiu

e i nostri figli ormai sù tutti sdati,

oltri e m’piegati e quattro cummircianti,

stammu arristanu sulu i pinziunati.

 

Sinatura e diputati licatisi

o putitri n’ammu avutu picca e nenti,

e co ha avutu a furtuna d’accianari

ha pinsatu pi d’iddu e i so’ parenti.

 

Co ni ciama “Babbi Licatisi”

dicia na cosa sacrosanta e vera,

babbi comu a nattri un ci nni sunnu

ca spartinu tutti i voti e foristera

 

Se un mittemmu tanticcia di giudizio

unn’hava sensu ca ni lamintammu,

se ni passammu a manu na cuscenza,

avemmu chiddu ca ni miritammu.

 

(maranisi=abitanti di Porto Empedocle)

 

 

Sono trascorsi ormai 47 anni dallo sciopero in cui sono rimasti feriti 5 nostri concittadini, mentre un ragazzo di 25 anni ci ha rimesso la vita. Molti giovani non conoscono questa triste e tragica pagina della nostra storia, che sarebbe bene ogni tanto ricordare. Il 5 di luglio del 1960 è una data che ha segnato a lutto la città di Licata, e soprattutto i familiari di Vincenzo Napoli che all’età di soli 25 anni ha cessato di vivere. E’ per questo che con un racconto in versi dialettali desidero raccontare a tutti i licatesi che allora non c’erano, e ricordare invece a tutti coloro che c’erano, ciò che è successo in quel “caldissimo” e ormai lontanissimo 5 luglio del 1960, e come si sia potuto verificare che un giovane di 25 anni, per rivendicare i propri diritti e quelli di una intera popolazione di quarantamila abitanti esasperata da una infinita quantità di problemi, ci ha rimesso la sua giovane vita (Lorenzo Peritore).

 

 

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