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Articoli filtrati per data: Saturday, 04 Luglio 2020

Imbarazzante. Difficile definire in altro modo il teatrino messo in piedi ieri dal Presidente della Regione Cirio sulla Torino – Lione. Doveva essere la grande riunione che avrebbe ricompattato il fronte Sì Tav dietro il Presidente, a cui Chiamparino e le madamine hanno regalato gentilmente la vittoria l’anno scorso proprio concentrando la campagna elettorale sul nodo della grande opera inutile. Ma tra i forfait, quelli che avevano altri impegni, quelli che si sono offesi e quelli che non vogliono spartirsi il pane con Cirio dopo la gestione disastrosa della crisi sanitaria, l’iniziativa si è trasformata in un boomerang.

Non gliene va bene una in questo periodo ai promotori dell’opera.

In questo contesto Cirio non ha niente di meglio da fare che rilanciare la proposta dei commissari per le grandi opere. Niente di nuovo sul fronte occidentale, sono mesi che questa pantomima dei commissari va avanti. Con la scusa di sburocratizzare gli iter delle infrastrutture (va ricordato che il TAV non è mai uscito dalla legge obbiettivo) e di avere quindi meno vincoli al procedere della cementificazione, si propongono poltrone lautamente pagate da riempire. I commissari quindi da modello emergenziale, dovrebbero diventare la normalità. Un modo per deresponsabilizzare la politica dagli abusi materiali ai danni dei cittadini. Il “modello Genova” lo chiamano, sorvolando però sui presupposti che hanno portato alla tragedia del Ponte Morandi, cioè il totale disinvestimento nella messa in sicurezza delle infrastrutture esistenti.

Ma chi dovrebbe andare per Cirio a riempire questa poltrona? Prima dice che non importa, che basta che il commissario ci sia e ne andrebbe bene pure uno da Roma, ma poi ovviamente “consiglia” al governo il nome del Prefetto di Torino Palomba, sempre solerte a firmare zone rosse intorno al cantiere.

Dalla propaganda leghista dell’autonomia dei territori e dei loro governi, le camice verdi accettano pure un commissariamento purché ci si possa abbuffare della grande torta del Tav, un segno di questi tempi.

Una nomina del genere è altresì una sintesi quasi grottesca di come viene concepita questa grande opera inutile: l’ennesima dimostrazione delle porte girevoli che ci sono tra sistema TAV, politica e istituzioni, tanto per iniziare.

Queste porte girevoli le avevamo già viste all’opera poco tempo fa quando Antonio Rinaudo, dopo anni di servizio in magistratura nella caccia al NO TAV, è stato premiato con una sedia nell’Unità di Crisi regionale per la gestione della pandemia: i risultati sono davanti gli occhi di tutti. Adesso Cirio vorrebbe mettere un prefetto a fare il “poliziotto” del TAV. Evocazione materiale del paradigma militare e di occupazione con cui viene imposto il progetto agli abitanti della Val Susa.

Ci immaginiamo già la marcetta in sottofondo e il Prefetto, Commissario, Plenipotenziario Comandante del Tav a dirigere personalmente le truppe nel fortino per il saccheggio.

Ogni volta che Cirio ne spara una, qualche piemontese in più capisce cosa c’è dietro al sistema TAV.

Da notav.info

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Trump prova l'ennesima provocazione nei confronti delle minoranze negli States, ma i popoli nativi hanno messo in campo un'importante giornata di resistenza.

Lo aveva annunciato giorni fa, in barba alle norme anti Covid, Trump ha lanciato un comizio alle pendici del monte Rushmore che avrebbe dovuto coinvolgere circa 7500 persone. La scelta del contesto, in questo 4 luglio (la festa dell'indipendenza), non è casuale, ma è carica di molti significati. Mentre il movimento in corso dopo l'omicidio di George Floyd contro il razzismo sistemico e gli abusi della polizia sta facendo riemergere i grandi rimossi della storia degli Stati Uniti quali colonialismo, schiavismo, espropriazione delle terre dei nativi, il presidente repubblicano prova a narrare il conflitto in corso come una latente guerra razziale e spera di solleticare le paure di perdere la propria posizione sociale tra gli strati bianchi della popolazione.

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Il monte Rushmore su cui sono scolpite le teste dei presidenti si trova all'interno del territorio Paha Sapa, sacro per i nativi Lakota. E' evidente la relazione che Trump prova a costruire tra l'identità statunitense, l'occupazione dei territori nativi e la questione della rimozione delle statue di schiavisti e colonialisti che è avvenuta in molte città USA. Un'identità che sarebbe minacciata dall'insorgenza delle lotte degli ultimi mesi e che i bianchi degli US dovrebbero difendere votando per la sua rielezione.

Ma i nativi hanno prontamente risposto alla provocazione e hanno eretto barricate sulla strada che porta al Monte Rushmore per impedire il comizio. Per tre ore hanno resistito di fronte ad un'ingente schieramento di polizia e forze armate. Durante lo sgombero ci sono stati 15 arresti. Mentre i supporter di Trump gridavano ai nativi di andarsene a casa questi rispondevano: "Questa è la nostra casa, questa è la nostra terra!"

E' evidente che il movimento degli ultimi mesi ha incrinato in gran parte la narrazione trumpiana riattivando molte delle contraddizioni storiche costitutive degli Stati Uniti per come li conosciamo oggi.

Qui sotto abbiamo tradotto da Unicornriot una ricostruzione di cosa rappresenta il monte Rushmore e del significato delle proteste in corso:

 Six Grandfathers

Keystone, SD - Migliaia di sostenitori di Trump, così come i contro-manifestanti, dovrebbero convergere oggi in una piccola città nelle Black Hills del South Dakota per il raduno di Trump / Pence 2020 in programma questo pomeriggio. Keystone si trova vicino a Mount Rushmore, un monumento ai presidenti Washington, Jefferson, T. Roosevelt e Lincoln, che viene visitato ogni anno da oltre 2 milioni di turisti.

Nell'anno 1920, lo storico dello stato del South Dakota Doane Robinson cercò di promuovere il turismo nello stato. Gli venne l'idea di costruire un monumento nazionale e come aiuto per portare a termine il compito assunse lo scultore Gutzon Borglum, che aveva recentemente contribuito a costruire un monumento ai leader confederati nello stato della Georgia.

Gutzon era un membro del Ku Klux Klan. Alcuni dei finanziamenti per il progetto Mount Rushmore provenivano dal KKK.

La montagna che è stata scelta per il sito del monumento è conosciuta come "I sei nonni" (Thuŋkášila Šákpe) dai popoli Lakota, dal nome della Terra, del Cielo e delle quattro direzioni.

È un luogo sacro e la terra che lo circonda è un territorio indigeno non ceduto. Le nove tribù della Grande Nazione Sioux non hanno mai accettato o firmato i loro diritti su questa terra; il trattato di Fort Laramie del 1868, che le tribù firmarono, garantì loro "un uso e un'occupazione indisturbata" della terra su cui si trovano i Sei Nonni, o Monte Rushmore.

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Appena nove anni dopo, il governo degli Stati Uniti ruppe il trattato e sequestrò violentemente le Black Hills per estrarre oro e altre risorse. Sono stati fatti molti tentativi di evidenziare le responsabilità del governo degli Stati Uniti, tra cui una protesta del 1970 in cui 23 attivisti indigeni si arrampicarono sulla cima del monumento.

Nel 1980 la Corte Suprema degli Stati Uniti alla fine concordò con la Grande Nazione Sioux, dichiarando che la terra era stata illegalmente presa e loro concessero alla nazione 102 milioni di dollari in un fondo fiduciario.

La fiducia è cresciuta fino a oltre $ 1 miliardo di valore, ma i soldi non sono stati raccolti. Le tribù rifiutano il denaro perché equivarrebbe a una transazione di vendita, a cui non hanno mai acconsentito.

Il presidente di Oglala Lakota Sioux, Julian Deer Runner, ha chiesto la rimozione del monumento la scorsa settimana. Il presidente della tribù Sioux di Cheyenne Harold Fraizer ha fatto lo stesso pochi giorni fa.

Nel frattempo, migliaia di persone si riuniscono a Keystone, SD, per celebrare il Giorno dell'Indipendenza e ascoltare il presidente Trump e il vicepresidente Pence. Sebbene non siano avvenuti spettacoli pirotecnici al monumento in oltre un decennio a causa di problemi di incendi boschivi, e sebbene ci sia attualmente un divieto di incendi nelle vicine foreste nazionali, ci sono fuochi d'artificio previsti per questo fine settimana.

Il governatore Kristi Noem del South Dakota ha dichiarato che sotto la sua guardia non accadrà nulla di brutto al monumento.

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Solo uno sfortunato incidente poteva portarci via Mario Bini come è avvenuto il 4 luglio 2014 dopo diversi giorni di sofferenza.

Pubblichiamo il ricordo di Lele Rizzo in quel tragico giorno:

 

Mario Bini, Mario di Cremona per noi, autonomo vecchio stampo, tutto comunismo e coerenza, nella militanza come in cucina.

Uno di quei guerrieri che è difficile eguagliare: dai Proletari in Divisa, passando per il Coordinamento Antinucleare Antimperialista, per arrivare ai grandi momenti di lotta in Valle, Mario c’è sempre stato, con quel sano protagonismo degli autonomi che si può tramandare nella pratica, ma non si può né insegnare né raccontare.

Prima fila, giubbino smanicato da pescatore, camiciotto, fazzoletto calato sul volto, qualcosa di utile in mano e avanti sempre, poche cose che valgono sempre nella lotta, certezze di una militanza che ci accomuna da sempre.

Se penso all’Autonomia penso a Mario, ai suoi interventi incalzanti con quel tono di voce inconfondibile, lo stesso che riecheggiava negli slogan di qualche piazza in giro per l’Italia o nelle fragorose e sincere risate a tavola, prima o dopo una buona giornata di scontri, quelle che a Mario piacevano di più.

Sarebbero troppi i racconti da fare sulla militanza di Mario e non è solo in occasione della sua morte che vale la pena ricordarli, per una generazione giovane (non più tanto) come la mia, le avventure che ci siamo tramandati su di lui non si possono contare.

Come quella volta in cui il sindaco di Cremona gli ha dovuto lasciare la poltrona perché in nome del popolo Mario l’ha cacciato dalla scrivania; o quell’altra volta che ha fatto togliere il busto (o una foto non ricordo) di Mussolini dalla Questura di Cremona, minacciando una conferenza stampa in loco; o quella volta di Genova o Roma in cui chi c’era lo sa e non ha bisogno di vederlo per iscritto.

Una volta poi un manipolo di fascisti fece l’errore di voler attaccare il Csa Dordoni, il suo centro sociale, scoprendo la durezza e l’elasticità di alcuni bastoni che Mario e i compagni avevano appena sperimentato.

Sono tanti i ricordi che ognuno si porta dietro e ha raccontato ad altri compagni, quando chiedevano chi era quel compagno grande e grosso.

Certo non sono mancati i momenti di attrito, la coerenza granitica di Mario è sempre stata qualcosa di ingestibile, ma era fatto così, nato e cresciuto per il conflitto, sempre, a priori a volte.

Portava con gioia le lotte del coordinamento Antinucleare e Antimperialista e si è impegnato per non far morire i nuovi progetti autonomi, anche quando non avevano le gambe per marciare, ma da buon comunista si è sempre e umilmente reso utile alla lotta, ai/le compagni/e e ai progetti, prima di tutto.

Grande cuoco e grande intenditore di vini, mi ha sempre dimostrato come sia importante mangiare e bere bene, valorizzando i prodotti della propria terra, solo così la si può veramente amare e difendere.

Non c’è più e già manca il suo sorriso tra i baffi e la barba brizzolati dopo qualche buona malefatta, dopo esser riusciti a far indietreggiare di qualche metro il cordone di polizia, dopo aver dato una buona “barottata” nel punto giusto.

Un Guerriero, Mario di Cremona era un guerriero di vecchio stampo, di quelli che puoi solo rispettare ed ammirare.

Un Rivoluzionario, Mario di Cremona era un rivoluzionario, di quelli che ci vorrebbero sempre, che con metodo, umiltà e militanza ha lavorato a fondo per abbattere lo stato di cose presenti, senza scorciatoie, con coerenza e irriducibilità come in pochi hanno mai fatto.

Un Autonomo, Mario di Cremona è stato un grande autonomo, di quelli che senza nostalgia ha portato alto il nome dell’Autonomia Operaia dagli anni 70’ ad oggi.

Hasta Siempre Comandante, alzeremo al cielo le bandiere rosse per te, con i manici chiaramente, come avresti voluto tu.

 

Lele Rizzo

 

dai colli

 

Direttamente dai colli Piacentini e Cremonesi..... GENOVA 2001

 

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Ieri è stato approvata l’aggiunta della revoca della borsa di studio a chi mette in atto “gravi comportamenti” nel bando Edisu, l'Ente regionale per il diritto allo studio.


Dopo polemiche che vanno avanti dai fatti della contestazione del FUAN di febbraio, il presidente Edisu Alessandro Sciretti (Lega) e l'assessora all'Istruzione Elena Chiorino sono riusciti in quello che studenti e studentesse, dottorand*, docenti e addirittura il Rettore (sic!) hanno criticato. Questo è un gravissimo ricatto della Regione Piemonte che attacca le lotte sociali degli universitari e promuove un regolamento del tutto arbitrario che può sottrarre risorse economiche a chi ne ha bisogno per continuare gli studi.


Ci chiediamo chi decide quali comportamenti sanzionare, esponenti di estrema destra che nel nostro ateneo non hanno mai messo piede? Le dichiarazioni di Chiorino e di Sciretti, rispettivamente “L'università è certamente un luogo di confronto, ma non può essere considerata una zona franca in cui chiunque, in base ad astrusi ragionamenti ideologici, può fare ciò che vuole” e “Questo bando mette insieme la necessità di supportare gli studenti capaci e meritevoli nell'era post-Covid e la volontà di affermare un valore fondamentale: il rispetto delle regole è parte integrante dei requisiti di merito”, sono per noi inaccettabili: considerare l’antifascismo un astruso ragionamento ideologico, la strumentalità del mettere su piani contrapposti chi ha difficoltà economiche e chi non rispetta delle fantomatiche regole e l’ossessione per criteri meritocratici e non di necessità, soprattutto in questo periodo di crisi post-pandemia, non possono che essere considerate delle provocazioni.


Se questo è il modello di università che la Regione impone, in cui per ricevere aiuti economici per studiare si è costretti a non mettere nulla in discussione, noi non staremo certo a guardare passivamente!

Da Collettivo Universitario Autonomo - Torino

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