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Articoli filtrati per data: Thursday, 30 Luglio 2020

di Alexik per Carmilla

[A questo link il capitolo precedente]

“Il massacro al villaggio ikoots di San Mateo del Mar non è il risultato di un conflitto interno o post elettorale, così come lo considera il presidente Andrés Manuel López Obrador, ma ha alla sua origine il rifiuto da parte delle assemblee comunitarie dei megaprogetti connessi al canale interoceanico, e mette in evidenza gli interessi di persone e gruppi che aspirano a convertirsi nei capataz locali  prima di questa nuova conquista” (Preparatoria Comunitaria José Martì).

La strage di San Mateo de Mar mette a nudo la vacuità delle retoriche sulla ‘quarta trasformazione’, il cambiamento radicale proclamato da López Obrador che tanto entusiasmo aveva generato nella sinistra messicana e internazionale, e che prometteva di farla finita con la corruzione e l’impunità, oltre che di attuare una politica di lotta alle disuguaglianze attraverso il ripristino del ruolo interventista e redistributivo dello Stato, in discontinuità con le politiche neoliberiste dei predecessori.
Una discontinuità promessa nel nome di un nazionalismo interclassista che pretende di coniugare la lotta alla povertà con l’aumento dei profitti e degli investimenti, secondo una narrazione che identifica la causa della miseria nella ‘assenza di sviluppo’ e la soluzione nel più classico ‘desarrollismo’.
E’ in nome dello sviluppo, della creazione di posti di lavoro, della redistribuzione della ricchezza, e addirittura del ‘rispetto del medio-ambiente’ (!)1, che il governo messicano si appresta alla distruzione delle condizioni di riproduzione economica, sociale e culturale delle comunità investite dai megaprogetti del Tren Maya e del Corridoio Transistmico, prefigurando per loro un futuro di marginalità e sfruttamento salariato nelle maquiladoras e nel turismo di massa, e riproducendo, fra l’altro, le condizioni per il dilagare di quella corruzione, impunità e violenza che la retorica moralizzatrice della ‘quarta trasformazione’ si proponeva di combattere.

A proposito di impunità, attualmente, a un mese dell’eccidio di San Mateo del Mar, i funzionari e i dipendenti pubblici ritenuti responsabili della strage non sono stati nemmeno sollevati dall’incarico, e i familiari delle vittime hanno richiesto l’apertura di un’inchiesta da parte della Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH), mostrando evidentemente poca fiducia nella giustizia messicana.

Massacro di San Mateo del Mar

Oltre all’uccisione dei quindici militanti Ikoots nell’Oaxaca, la quarantena ha favorito in tutto il Messico gli assassini di altri attivisti per la difesa ambientale, come quello di Isaac Medardo Herrera, storico difensore delle riserve naturali contro la speculazione edilizia, ucciso da un gruppo armato in casa sua, nello stato di Morelos, seguito da Juan Zamarrón, militante contro la deforestazione nella municipalità di Bocoyna (Chihuahua), ammazzato a domicilio assieme a due suoi familiari.
L’otto aprile è stato il turno di Adán Vez Lira, creatore di un importante progetto di ecoturismo comunitario nel villaggio di  La Mancha (Actopan , Veracruz), su una laguna che rappresenta uno dei luoghi di sosta degli uccelli migratori più importanti del mondo. Assieme alla sua gente si era opposto all’assedio delle imprese minerarie, che premono per l’introduzione ad Actopan dell’estrazione  a cielo aperto.
I sicari non si sono fermati nemmeno di fronte ai ragazzini, con l’omicidio a San Agustin Loxicha (Oaxaca) di Eugui Roy, 21 anni, studente di biologia, divulgatore scientifico e militante ambientalista.
Nomi di compagni che quasi si perdono nel conto complessivo dei morti ammazzati  nel paese che hanno raggiunto il record di quota 17.982 solo nei primi sei mesi di quest’anno.

Scendendo dal Messico al Cono Sur, è la Colombia a detenere il primato delle esecuzioni extragiudiziali di militanti sociali, in un contesto dove gli accordi di pace fra il governo colombiano e le FARC, ratificati all’Avana il 23 giugno 2016, non hanno affatto rimosso le ragioni sociali che avevano dato origine alla guerriglia.
La smobilitazione delle FARC dai territori sotto il loro controllo lascia il campo libero alla penetrazione di interessi estrattivi, alla crescita di egemonia dei cartelli, all’imperversare di gruppi paramilitari di ultradestra (che a differenza delle FARC non hanno smobilitato) e di bande criminali di ogni tipo, esercito compreso.
Per quanto spesso in violenta frizione con le popolazioni locali, le FARC avevano perlomeno avuto, in questo senso, una funzione deterrente.
Dal 2016, la ‘pace’ seguita agli accordi ha per ora lasciato in terra circa un migliaio fra ex guerriglieri tornati alla vita civile e leader sociali, abbattuti con omicidi selettivi.
Nel 2020 sono stati assassinati, oltre a 36 ex guerriglieri, 179 fra militanti indigeni, contadini, sindacalisti e ambientalisti e loro familiari.
Succede in un paese dove non basta nemmeno la copertura come collaboratore ONU a salvarti la vita, come dimostra l’uccisione del cooperante italiano Mario Paciolla del 15 luglio scorso, per le autorità colombiane ufficialmente vittima di un suicidio a cui nessuno crede2.

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Quest’anno gli omicidi mirati dei militanti in Colombia sono cresciuti a un ritmo quasi doppio rispetto agli anni scorsi3, e 108 sono stati portati a termine dall’inizio della quarantena.
Per Carlos Medina Gallego, docente della Universidad Nacional de Colombia, in questa escalation è palese la connivenza dello Stato con i gruppi paramilitari, la partecipazione frequente alle violenze di membri delle forze armate, le azioni e le omissioni di alti funzionari, e la responsabilità del governo di ultradestra di Iván Duque4.

Carlos Medina segnala come circa il 70% degli omicidi dei leader sociali siano connessi ai conflitti agrari o ambientali, e circa il 10% alle eradicazione forzate da parte della forza pubblica delle coltivazioni di coca delle comunità indigene e contadine.
Eradicazioni attuate in violazione degli accordi di pace del 2016, che prevedevano il sostegno ad un processo di sostituzione volontaria delle colture, fonte di sostentamento di migliaia di persone nelle campagne.
L’ultimo caduto in questo tipo di conflitto è stato il contadino quindicenne José Oliver Maya Goyes, appartenente al popolo Awà, ucciso il 20 luglio dalla Policía Nacional Antinarcóticos durante un’eradicazione forzata a Putumayo.
Non pago dell’omicidio di minorenni e in spregio agli accordi di pace, il governo Duque sta lavorando per riattivare le fumigazioni aeree di glifosatoriattivare le fumigazioni aeree di glifosato sulle coltivazioni di coca, vietate dal 2015 per le conseguenze devastanti sull’ambiente e sulla salute delle popolazioni rurali, dimostrate dagli studi dell’OMS.

 Jorge Enrique Oramas 768x434

Sul fronte antiminerario, va ricordata la morte violenta del sociólogo colombiano Jorge Enrique Oramas, ucciso il 16 maggio scorso, conosciuto per la sua instancabile attività nella difesa dell’agricoltura contadina e contro l’agrochimica.
Difensore della biodiversità è stato un irriducibile oppositore dei tentativi di sfruttamento minerario del Parco nazionale dei Farallones di Cali.

Se l’attacco ai difensori della terra in Colombia si articola in centinaia di singoli agguati, Jair Bolsonaro in Brasile ha deciso di fare molto di più.
Non perché in Brasile si disdegnino gli assassini mirati, anzi.
Il 31 marzo nello stato amazzonico del Maranhão è stato ammazzato Zezico Rodrigues Guajajara, coordinatore della Commissione dei capi indigeni e promotore dei Guardiani della Foresta, un gruppo di 120 volontari a protezione del territorio di Araribóia dal disboscamento e dal commercio illegale di legname.
Negli ultimi due mesi del 2019 erano già caduti Paulo Paulino Guajajara, precedente portavoce dei Guardiani della Foresta, ed altri tre indigeni Guajajara, due capivillaggio e un ragazzino (squartato), uccisi in uno stato, il Maranhão, dove la copertura forestale è stata più che dimezzata negli ultimi quattro anni5.
A livello complessivo la situazione non va meglio: tra gennaio e giugno 2020 sono stati perduti oltre tremila chilometri quadrati di foresta amazzonica brasiliana, con un incremento del 25% rispetto al già disastroso 2019.

In maggio Bolsonaro ha deciso di fermare gli incendi schierando l’esercito nelle foreste, e destinandogli un budget 10 volte superiore a quello dell’Ibama, l’Instituto Brasileiro do Meio Ambiente e dos Recursos Naturais deputato a questo tipo di lavoro6.
I risultati della militarizzazione “ambientalista” si vedono: nel solo mese di giugno 2020 nella foresta amazzonica sono stati registrati oltre 2.248 incendi, il 19,5% in più rispetto allo stesso mese dell’anno scorso7.

brasile Forcas Armadas

Le esecuzioni, la deforestazione e gli incendi sono la cifra della pressione esercitata sull’Amazzonia per trasformarla in una distesa per le coltivazioni intensive della soia, pascoli per la produzione di carne, campi di estrazione mineraria e petrolifera, e per imporre megaprogetti idroelettrici ai suoi grandi fiumi.
E’ il sogno di Bolsonaro e del blocco di potere da lui rappresentato, che trova ostacolo nella resistenza delle popolazioni indigene, già accusate dal presidente di voler impedire il progresso e di rappresentare una minaccia per la sovranità nazionale.
Un ostacolo da abbattere non più solo tramite la condiscendenza verso le uccisioni mirate, ma direttamente con il genocidio, usando il coronavirus.

In una recente lettera aperta, il teologo Frei Betto ha identificato nella determinazione di Bolsonaro nel sabotare l’attuazione delle misure per l’emergenza covid la volontà criminale di decimare la popolazione brasiliana anziana, malata e povera per risparmiare su pensioni, assistenza e sanità8. Una politica genocida che ha dedicato particolare attenzione agli indigeni e agli afrodiscendenti.
L’8 luglio il presidente, invocando ‘l’interesse pubblico’, ha posto infatti il veto ad una legge che intendeva garantire il diritto all’acqua potabile e all’assistenza ospedaliera per le popolazioni indigene e quilombo in tempi di pandemia, ed obbligare il governo a fornire materiali per l’igiene e la pulizia, l’installazione di Internet e la distribuzione di cibo, semi e strumenti agricoli ai loro villaggi.
Ai primi di luglio, secondo l’Articulação dos Povos Indígenas do Brasil (APIB) il coronavirus colpiva già 122 gruppi etnici indigeni brasiliani, con 12 mila contagi e 445 morti tra le comunità originarie del paese, fra le più povere ed escluse dall’accesso all’assistenza sanitaria.

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Fra i morti di covid anche Paulinho Paiakan, capo del popolo indigeno Kayap, difensore delle foreste dai tempi della lotta contro la costruzione dell’autostrada Transamazzonica, nei primi anni ’70.
Fu sempre in prima fila contro lo sfruttamento minerario dell’Amazzonia, contro il mercato illegale del legname, e contro la diga di Belo Monte sul fiume Xingu, la seconda centrale idroelettrica del Brasile, voluta da Lula e ultimata da Dilma Rousseff, che comportò all’epoca l’espulsione di 20.000 persone dalle zone allagate, ed ha stravolto per sempre l’ecosistema e la vita degli abitanti del corso del fiume. (Continua)

1) Que es el Tren Maya ?, pamphlet propagandistico.

2) Mario Paciolla  era volontario nella Missione di Verifica delle Nazioni Unite sull’applicazione degli accordi di pace, e si occupava del reinserimento sociale degli ex combattenti delle Farc nella zona di San Vicente del Caguán. Si era impegnato in prima persona nella difesa delle famiglie di otto adolescenti uccisi nel novembre scorso da un bombardamento dell’aviazione militare Colombiana contro un accampamento dell’ala dissidente delle FARC.

3) Nel 2016 ne sono stati conteggiati da Indepaz 132, 208 nel 2017, 282 nel 2018, 250 nel 2019

4) Va rilevata la piena continuità di Iván Duque con la linea di Alvaro Uribe, suo padrino politico, veterano della guerra sporca contro la guerriglia e i movimenti sociali, condotta con ampio uso della tortura, esecuzioni extragiudiziali, ‘falsi positivi’, massacri e sparizioni.  Durante la sua presidenza (2002/2010) non si curò di celare la sua vicinanza ai paramilitari.

5) Celso H.L.Silva Junior, Danielle Celentano, Guillaume X.Rousseau, Emanoel Gomesde Moura, István van Deursen Varga, Carlos Martinez, Marlúcia B.Martins, Amazon forest on the edge of collapse in the Maranhão State, Brazil, Land Use Policy, Volume 97, 2020.

6) Hyury Potter, Forças Armadas recebem orçamento 10 vezes maior que Ibama para não fiscalizar Amazônia, The Intercepter, 9 luglio 2020.

7) André Shalders, Brasil entrará em temporada de queimadas sem plano para a Amazônia, BBC Brasil, 2 luglio 2020.

8) Frei Betto, La politica necrofila di Bolsonaro sta compiendo un genocidio, Il Manifesto, 18 luglio 2020.

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Queste morti indicano la perdita di ogni speranza, riferisce Robert Fisk. E Hamas, tanto profondamente religioso quanto profondamente corrotto, non ha reagito con compassione, ma con grande ostilità.

Fonte: English Version

Robert Fisk – 24 luglio 2020

Immagine di copertina: Ci sono stati 4 suicidi in una settimana a Gaza (Paddy Dowling / EAA)

C’era un tempo in Medio Oriente in cui quando un uomo o una donna  sceglievano di diventare un/a kamikaze suicida,  ottenevano immediatamente la qualifica di “martiri” agli occhi della propria gente. È ancora così, se si guardano le fotografie dei necrologi sui muri delle strade della città, in particolare nei campi profughi. Al contrario, chiunque si fosse tolto la vita per disperazione o per depressione, era condannato.

Il fuoco dell’inferno lo attendeva, o almeno così si doveva credere. L’Islam proibisce il suicidio nel Corano (4: 29): “E non uccidetevi …” dice. Ma forse, il giudizio dei musulmani nei confronti di coloro che muoiono suicidi perché hanno perso il proprio senso di resilienza – una qualità molto ammirata dai palestinesi – dovrà cambiare.

Ci sono stati quattro morti per suicidio in una settimana a Gaza e 12 dall’inizio dell’anno. Questo costituisce  uno shock nella più grande concentrazione di rifugiati del mondo, in cui la volontà di vivere, e di morire per mano propria solo per la causa della “liberazione”, ha uno status ideologico oltre che religioso.

Siti di notizie locali riportano che 10 palestinesi si sono uccisi nella Striscia di Gaza nel 2015, 16 l’anno successivo, 23 nel 2017, 20 nel 2018 e 22 l’anno scorso. Il vero trauma, tuttavia, è che coloro che hanno tentato il suicidio nello stesso periodo sono 543, 610, 543, 484 e 111.

In Gran Bretagna, aggiriamo l’elemento morale della morte per suicidio registrando che tali atti si verificano “mentre l’equilibrio della sua mente era disturbato”. Personalmente, anch’io ho sempre preferito questa conclusione, sebbene i coroner britannici non siano più obbligati a usare quella formula specifica. L’idea che l’equilibrio mentale di un essere umano possa essere travolto, con risultati devastanti, è perfettamente accettabile.

Certo, ci sono quelli che potrebbero affermare che persino un kamikaze suicida soffre di uno squilibrio mentale, ma ciò eliminerebbe la questione dell’immoralità – l’atto stesso dell’omicidio – di cui il killer è colpevole.

Tornando al Medio Oriente, la tosta Amira Hass, l’unica giornalista israeliana che vive in Cisgiordania, si è focalizzata sui tassi di suicidio a Gaza. Come sottolinea questa settimana, i palestinesi hanno prestato particolare attenzione al suicidio del 23enne Suleiman al-Ajouri, morto il 3  di questo mese, poiché era uno degli attivisti che più di un anno fa aveva  creato il movimento “We Want To Live”.

“We Want To Live” era un movimento di  protesta contro l’economia in bancarotta e la disoccupazione (oltre il 45%, il 69% tra i giovani) che è  stato crudelmente soppresso da Hamas. Come osserva Hass, “ogni movimento di protesta che cerca il cambiamento sociale porta un messaggio di speranza e di potenziamento”. La morte di Ajouri porta quindi il messaggio opposto: perdita di ogni speranza e totale impotenza. Hamas, tanto profondamente religioso quanto profondamente corrotto, non ha reagito con compassione, ma con grande ostilità.

Il giorno del suo funerale, secondo il Centro per i Diritti Umani Al Mezan, un gruppo molto rispettato con sede in Cisgiordania , Hamas ha arrestato nove persone, tre delle quali in lutto, due delle quali giornalisti che avevano denunciato il suicidio e quattro altri, a casa della famiglia Ajouri.

Come i coroner occidentali Hamas, ovviamente per ragioni politiche, preferisce considerare il suicidio come un problema di  salute mentale piuttosto che un problema politico. Ma tutti a Gaza sono a conoscenza della morte di Ajouri, così come sono ben consapevoli del suicidio di un altro giovane, Ayman al-Ghoul, avvenuta anch’essa il 3 luglio. E della morte dell’impiegato dell’agenzia per i rifugiati UNRWA, che è morto lo stesso giorno una settimana dopo aver tentato di porre fine alla sua vita. E della donna di Rafah morta per suicidio ugualmente  lo stesso giorno.

È facile incolpare  per queste morti il blocco israelo-egiziano a Gaza, iniziato nel 2007 dopo che Hamas  ottenne il governo della Striscia con una battaglia campale seguita a sua volta da elezioni che Hamas  vinse in modo inopportuno. Ma Hamas ha avuto 13 anni per migliorare la vita dei quasi due milioni di palestinesi che vivono  a Gaza,  questa vasta prigione isolata dal mondo.

Se questi giovani hanno perso il gusto per la vita, che dire della famosa resilienza del popolo palestinese? Come ha dichiarato questo mese un direttore del ministero della salute palestinese, Samah Jabr, la morte è diventata così naturale agli occhi di molti a Gaza che ora vale più della vita stessa.

La banalizzazione della morte, ovviamente, accompagna tutte le guerre, e Gaza non è diversa in questo. Secondo Human Rights Watch, 189 manifestanti palestinesi, tra cui 31 bambini e tre operatori sanitari, sono stati uccisi dal fuoco vivo israeliano tra la fine di marzo e la metà di novembre dello scorso anno e altri 37 palestinesi sono morti sotto l’artiglieria israeliana o attacchi aerei nello stesso periodo. Alla fine del 2019, le cifre delle vittime dei cecchini israeliani hanno raggiunto i 214 morti, tra cui 46 bambini. (Tre israeliani sono stati uccisi dal lancio di un razzo palestinese da Gaza nel 2019). Una donna palestinese di 34 anni di Rafah è morta la settimana scorsa per le ferite  sofferte durante il bombardamento israeliano di Gaza nel 2014.

Anche la macchina della morte della magistratura di Hamas continua a macinare; questo mese un tribunale ha condannato a morte due fratelli palestinesi per omicidio: la sesta volta in cui  la pena di morte è stata  applicata a Gaza quest’anno. Hass  registra anche l’uccisione di una giovane donna palestinese da parte di suo padre, perché voleva visitare sua madre divorziata.

E dopo la morte di Ajouri, un sopravvissuto al massacro dei campi di Sabra e Chatila a Beirut nel 1982 – sì, quasi 40 anni fa – ha dichiarato sui social media che anche lui aveva considerato il suicidio; aveva perso tutti i suoi risparmi. Nel frattempo ad  Haitham Arafat, adottato da Yassir Arafat e portato a Gaza nel 1994, è  stato impedito di commettere suicidio.

Mentre la morte per suicidio è ancora considerata una vergogna nella società musulmana palestinese, l’apparente volontà di giovani uomini e donne di porsi come obiettivi durante le manifestazioni della “Marcia del  Ritorno” suggerisce che la disperazione, il risentimento e l’ingiustizia, e la necessità di opporsi fisicamente al una forma di oppressione esercitata su Gaza per così tanti anni , avrebbe potuto essere  un’altra forma di suicidio, sottoposta a meno tabù.

No, i palestinesi non sono soli nella loro onta. I libanesi hanno registrato molte morti per suicidio durante il crollo economico del loro Paese. E un giovane tunisino nel 2011 non si è forse dato fuoco, dando inizio a una rivoluzione? Mohamed Bouazizi non è stato il primo tunisino a scegliere una tale strada, ma questi  sono stati i primi suicidi politici che non hanno mai tentato di uccidere nessun altro: attentatori suicidi senza bomba, ma in grado di rovesciare un tiranno .

Forse, a Gaza, troveranno una nuova definizione per quegli uomini e quelle donne, e le donne potrebbero rappresentare più della metà delle morti per suicidio ivi registrate, la cui battaglia contro la propria forzata indignazione  e la fame è stata abbandonata per un semplice perdita di speranza.

Una morte così violenta e prematura al di fuori di una lotta nazionale, merita sicuramente una definizione.

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” –Invictapalestina.org

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