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Articoli filtrati per data: Wednesday, 29 Luglio 2020

Pubblichiamo la lettera di Eugenio, uno dei 19 student* che da giovedì si vedono privati della libertà per essersi opposti a chi tentava di propagandare odio, fascismo e revisionismo storico in Università.
Eugenio libero!
Liber* tutt*

Da Collettivo Universitario Autonomo - Torino

"Da sei giorni mi trovo agli arresti domiciliari per aver contestato la presenza dei fascisti del Fuan in Università a Febbraio. A cinque mesi di distanza dai fatti è arrivata in grande stile l’operazione della procura e digos torinese che ha portato 19 student* ad essere sottoposti a misure cautelari di vario genere: domiciliari, divieto di dimora, obbligo di firma quotidiano in commissariato.
Leggendo le carte della procura ci sarebbe da ridere se non si stesse parlando della vita e della possibilità di studiare per 19 studenti e studentesse. Le bellissime giornate di mobilitazione antifascista in università del febbraio scorso vengono trasformate dalla procura (abbastanza maldestramente) in “azioni di un medesimo disegno criminoso” in cui ognuno avrebbe svolto azioni precise e premeditate con tanto di coordinatori, esecutori e sostenitori. In cui, giusto per rendere l’idea, un coro del tipo “via via fascisti e polizia” viene trasformato in una terribile minaccia degna della configurazione legale di violenza privata. Non vengono nemmeno risparmiate valutazioni politiche su cosa sia l’antifascismo e come lo stesso debba essere praticato; già solo questo fatto basterebbe a far perdere qualsiasi credibilità ad una procura che negli anni si è sempre più sostituita alla politica con l’effetto di trasformare qualsiasi istanza politica e sociale in una questione di ordine pubblico.


Vista la situazione sento il bisogno personale di riavvolgere il nastro a quelle giornate di mobilitazione, con l’obiettivo di ridare la dignità e il valore che quelle giornate meritano.
Ricordo con piacere la spontaneità e la determinazione con cui tutt* insieme ci siamo opposti alla presenza del Fuan aka nipotini di Roberto Rosso (assessore regionale di Fratelli d’Italia) allora appena arrestato per ‘ndrangheta.
Non era possibile accettare la provocazione di un loro volantinaggio revisionista proprio in concomitanza con l’incontro FASCISMO-COLONIALISMO-FOIBE organizzato tra gli altri da diverse sezioni Anpi. In quel contesto tant* student* hanno dimostrato che antifascismo significa una cosa molto semplice: opporsi alla presenza dei fascisti in ogni luogo, non consentire agibilità politica a chi ha come unico scopo propagandare schifezze xenofobe, razziste e sessiste.
Credo che ognuno dei partecipanti a partire dalla propria condizione soggettiva possa rintracciare i motivi che lo hanno spinto ad opporsi alla presenza di quei quattro fascistelli – io ad esempio ho fin da bambino avuto la tessera dell’Anpi e sono cresciuto con i racconti della resistenza dei miei nonni partigiani – ma quello che ci ha accomunato in quei giorni non è stato uno sguardo al passato bensì la volontà di combattere le contraddizioni del presente che vedono noi student* ultima ruota di un meccanismo universitario che riproduce solo precarietà ed ansia, svuotato di qualsiasi tensione verso un’elaborazione critica delle condizioni in cui viviamo e in cui il Fuan non rappresenta altro che un ostacolo alla creazione di un’università realmente adatta ai bisogni di chi la vive.
Con questa idea ci siamo mossi per dimostrare che il Fuan in università non ha alcuna legittimità.


Ricordo come tante persone che passavano casualmente per il campus durante la presenza del Fuan si siano unite al “presidio” antifascista mosse da sana rabbia e indignazione, prendendo a più riprese in giro i coraggiosissimi fascisti in fasce protetti da mezza questura torinese.
Ricordo la presenza dei vertici del campus ( Ottoz e Consani) assistere impassibili mentre la polizia faceva il bello e il brutto tempo agendo in Università come fosse un cortile di proprietà della questura, cimentandosi in inseguimenti stile Rambo e arresti arbitrari degli student*.
Un elemento che mi sembra importante ricordare è il totale silenzio del rettore Geuna interrotto solo dopo diverso tempo da una generica condanna della violenza: non una parola sulla presenza del Fuan scortato dalla celere autorizzata ad entrare in università dallo stesso rettore.
Si sono poi sprecate le prese di posizione e di condanna della Lega sia in consiglio regionale sia per bocca del direttore Edisu Sciretti. Proprio lui, lo stesso che circa un anno fa invocava “un po’ di scuola Diaz”, si è subito prodigato per chiedere la revoca della borsa di studio per gli antifascist*.
È vergognoso che con l’emergenza Covid-19 ancora in atto Sciretti, l’assessora all’istruzione Chiorino e compagnia, anziché preoccuparsi di ampliare i criteri per l’accesso alle borse di studio, così da rendere effettivo il diritto allo studio al tempo dell’emergenza sanitaria, fossero impegnati in estenuanti discussioni per strappare la vittoria tutta politica di revoca della borsa di studio agli student* che nei mesi passati avevano fatto dell’antifascismo non una semplice bandiera da sventolare per opportunismo ma una pratica semplice, concreta e quotidiana.
È vergognoso vedere come, nei fatti, l’intera operazione della procura torinese, altro non sia che l’esecuzione precisa delle volontà politiche espresse dalla Lega e da Fratelli d’Italia che infatti chiedevano, tra le altre cose, il sequestro dell’aula occupata C1; sequestro che si è verificato nella stessa giornata degli arresti.
Per me e credo molt* altr* student* la C1 ha rappresentato in questi anni uno spazio in cui poter studiare, vista la strutturale carenza di spazi, incontrarsi e confrontarsi e nella quale sono nate centinaia di iniziative culturali e di informazioni aperte a tutta la comunità studentesca. Tutti questi elementi mi sembrano sufficienti per comprendere l’assurdità di un provvedimento di questo genere. Inoltre mi sembra assurdo che in un periodo in cui vi sono più interrogativi che risposte sulla riapertura dell’università a settembre e vista la necessità di disporre di più spazi per garantire le norme igieniche anti-Covid, le aule vengano chiuse anziché aumentate nel numero.


Per quanto mi riguarda sto bene e sono tranquillo. Sono sempre più convinto che ciò che ha dato fastidio di quelle giornate di mobilitazioni, in cui per un momento siamo riusciti a fermare la macchina universitaria volta solo alla produzione asettica di Cfu per confrontarci su quello che in quel momento ritenevamo importante, secondo i nostri tempi e metodi, sia stata la coerenza con cui tutto è stato fatto. In un periodo in cui a farla da padroni sono i politicanti voltafaccia, le banderuole che durano giusto il tempo di una campagna elettorale, la coerenza espressa in quelle giornate non può essere accettata da istituzioni e procura.
In questi giorni capisco realmente cosa significa la frase “non potete fermare il vento gli fate solo perdere tempo”. Unico mio rimpianto infatti è il non poter essere al presidio dei Mulini per portare il mio piccolo contributo alla resistenza No Tav che, tra l’altro, in quanto a coerenza è una delle massime espressioni in questo paese.
Un abbraccio a tutt* e grazie per la solidarietà che sto ricevendo!


Eugenio."

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Nella giornata del 23 luglio una imponente operazione della procura di Torino ha portato all’emissione di diciannove misure cautelari (3 arresti domiciliari, 7 divieti di dimora, 9 obblighi di firma), tutte a carico di studentesse e studenti dell’Università di Torino in seguito alle vicende del 13 febbraio scorso.

Come Assemblea dottorand*, precar* e docenti del Campus Luigi Einaudi prendiamo di nuovo parola su quella vicenda alla luce dell’operazione repressiva condotta dalla procura di Torino questa mattina.

A quel tempo, ci eravamo espressi con una lettera che avevamo intitolato, appunto, “Per la verità” che, ora con più convinzione e più urgenza di prima, riteniamo necessario far circolare (in calce a queste righe). A quella ricostruzione a caldo aggiungiamo oggi alcuni spunti per una riflessione più ampia, che trascende il singolo episodio per indicare un quadro critico più generale, entro il quale ci sentiamo di collocare l’idea dell’università che difendiamo e che intendiamo contribuire a costruire.

Ci è quindi impossibile non intravedere, in questa vicenda, una grave e più generale minaccia al diritto allo studio. Il messaggio che sta passando è che questo diritto universale, sancito costituzionalmente, possa essere impugnato, sospeso o revocato, in base a considerazioni moralistiche, di parte e oggettivamente discriminatorie. Insomma, un assurdo rovesciamento delle priorità della politica, che invece dovrebbe lavorare per allargare la platea dei beneficiari delle borse di studio, con l’obiettivo ultimo di eliminare le vertiginose diseguaglianze nell’accesso all’istruzione. La politica di Sciretti si inserisce in coerenza con un uso sproporzionato e punitivo delle misure cautelari al quale ci stiamo tristemente abituando e che già di per sé compromette il diritto allo studio. Allontanare dagli spazi universitari studenti e studentesse impedisce loro di proseguire nel percorso formativo.

Ci sembra altresì che questa vicenda sia rivelatrice di un processo di criminalizzazione dell’antifascismo, valore di cui l’università si proclama portatrice ma che, nei fatti, non sembra disposta ad interpretare oltre un certo tipo di manierismo istituzionale. È significativo che, da una parte, vengano disposti spazi e rappresentanza a chi, avvalendosi di tutto un repertorio di retoriche scioviniste, vorrebbe riabilitare un pezzo di vergognosa storia nazionale, mentre, dall’altra, non si oppone quando una contestazione spontanea ad un volantinaggio viene portata all’esasperazione fino all’emissione di 19 (!!) misure cautelari. Oltre alle cariche e ai fermi, è bene ricordare come
l’assemblea organizzata a seguito della giornata del 13 febbraio (e all’interno della quale noi avevamo condiviso la nostra lettera), sia stata letteralmente accerchiata da una decina di camionette di polizia e carabinieri, posizionate su corso regina e oltre la Dora.

L’azione della procura trae anche legittimità da un certo stile di amministrare questa città, che favorisce il linguaggio tecnico del ‘management’, piuttosto che quello più conflittuale della politica. Questa supposta neutralità dell’agire è però in grado di affrontare le tensioni politiche e sociali solo quando le derubrica a questioni di ordine pubblico.

Ma è proprio nel rifiutare questa pretesa di neutralità che, nel nostro ruolo pubblico di docenti e precari dell’università, esprimiamo solidarietà agli studenti e alle studentesse colpite dalle misure cautelari.

Auspichiamo l’apertura di una riflessione e di un dibattito profondo a partire da questi elementi da noi qui solo abbozzati. Crediamo in un’idea di Università come luogo di elaborazione critica, in cui non possono trovare spazio tanto posizioni fasciste, razziste ed omofobe, quanto l’intrusione (violenta) delle forze di polizia.

Assemblea dottorand*, precar* e docenti del Campus Luigi Einaudi

PER LA VERITA’

Da molti anni alcune rumorose forze politiche e culturali, caratterizzate da un nazionalismo grottesco, usano le vicende storiche che attraversarono il cosiddetto confine orientale dell’Italia nei primi anni quaranta del Novecento per rivalutare il ventennio fascista e le figure che lo incarnarono: Mussolini, in primo luogo.

Intorno al “giorno del ricordo”, si gioca una partita ideologica che punta a rimuovere il collaborazionismo del regime fascista con il nazismo e nascondere i crimini contro l’umanità compiuti dall’esercito italiano.

È invece in tale contesto che la questione delle Foibe andrebbe inserita.

Tuttavia, in una città come Torino, insignita molti anni fa di una medaglia al valore per ricordarne l’impegno antifascista nella Resistenza, sono ormai frequenti le aggressioni di stampo neofascista e antisemita, con  scritte ingiuriose e minacciose sotto le abitazioni dei discendenti di alcuni dei protagonisti di quella stagione antica e degli antifascisti di oggi. Aggiungiamo l’aggressione allo storico Eric Gobetti, autore di ricerche solide e riconosciute nel mondo scientifico su temi ai quali la Regione Piemonte si accosta invece annunciando il proposito di diffondere nelle scuole pubbliche un fumetto piuttosto volgare e di stampo fascistoide, intitolato Foiba rossa.

In questo contesto, giovedì 13 febbraio, mentre al Campus Einaudi dell’Università si svolgeva un convegno con l’intenzione di affrontare con piglio critico la complessità di un tema quale Fascismo, colonialismo e foibe, il gruppo Fuan distribuiva un volantino, colmo della solita retorica nazionalista, attaccando l’Anpi, tra i promotori dell’iniziativa.

Il gruppetto, protetto come accade da molti anni da poliziotti in tenuta antisommossa, si è in verità dileguato dopo pochi minuti: nessuno “scontro” con i numerosi studenti che li contestavano. E i momenti di contatto tra antifascisti e polizia avrebbero potuto essere derubricati a poca cosa, a essere onesti: invece interviene la decisione delle forze dell’ordine di operare un fermo.

Non ci rivolgiamo alla Questura, la cui gestione delle piazze torinesi negli ultimi mesi è stata quanto meno discutibile, all’insegna di una aggressività troppo spesso ingiustificata; non ci rivolgiamo ai giornali, i cui resoconti, salvo poche eccezioni, sono tutti convergenti per non dire artificiosi, troppo uguali nei toni di un racconto dei fatti, cui probabilmente nessun giornalista ha potuto davvero assistere; in questo frangente denunciamo i ripetuti attacchi personali alla Professoressa Raffaella Ferrero Camoletto, le cui parole sono state distorte dai giornali e interpretate ottusamente dal sindacato di polizia. Non ci rivolgiamo nemmeno  alla Magistratura, in particolare ai frettolosi uffici che convalidano arresti e dispensano poi condanne e lezioni di morale con una leggerezza inquietante.

Ci rivolgiamo alla comunità universitaria, ai cittadini del quartiere in cui ha sede il Campus, a ogni spirito libero e critico: la contestazione al Fuan non è stata organizzata ma spontanea; la resistenza alle pressioni delle forze dell’ordine non è stata frutto di azioni “premeditate”: nessuno dei partecipanti al presidio è  apparso travisato o armato di alcunché; gli studenti si sono contrapposti ad un fermo che appariva in quel momento totalmente ingiustificato e per cui ci si aspettava un rilascio immediato. Al suo posto si sono   susseguite almeno quattro cariche scomposte e violente da parte delle forze dell’ordine.

Ma qui, oltre le cariche, contano gli atteggiamenti, tanto più gravi se agiti dalle forze dell’ordine: i poliziotti agitano non solo i manganelli, battuti ripetutamente contro i loro scudi, quasi a rammemorare pose guerresche, ma lanciano insulti umilianti all’indirizzo dei manifestanti: insulti, è quasi inutile dirlo, sessisti e razzisti, tanto che una funzionaria superiore in grado si sente in dovere di tacitarli imperiosamente, mentre i responsabili delle istituzioni universitarie presenti assistono passivi. E poi gli altri tre fermi, tanto per rasserenare il clima.

Il giorno successivo ad attizzare gli animi ci pensano i vertici dell’Università: non solo vengono posizionate due guardie armate (!) davanti all’aula che era stata del Fuan, ma si chiede ai docenti e agli studenti presenti nella palazzina Einaudi di sgomberare i locali… dando nel contempo ampie garanzie che la polizia non sarebbe intervenuta contro gli studenti antifascisti riuniti in assemblea. Un atteggiamento irresponsabile, che ha creato insicurezza, non il contrario, e ha impedito il regolare svolgimento degli esami in corso.

Ultimo ma non meno importante, giunge puntuale come l’allergia in primavera, la provocazione del leghista di turno, che si agita nello stesso brodo di coltura dei revisionisti fascistoidi: ora a parlare è il Presidente dell’Ente regionale per il diritto allo studio universitario Sciretti che, per non sapere parlare né scrivere, propone di sospendere le borse per gli “antagonisti” arrestati e denunciati. Si tratta della stessa figura che esattamente un anno fa, in occasione delle manifestazioni contro lo sgombero dell’Asilo di via Alessandria, affermò: “Ci vorrebbe un po’ di scuola Diaz”. Visto che intorno al “giorno del ricordo” la memoria pare vacillare più del solito, rammentiamo che per quel raid indegno di un paese democratico numerosi esponenti della Polizia di Stato furono condannati e interdetti dai pubblici uffici…
Che ognuno si faccia le sue opinioni, cercando di acclarare i fatti. Alla Professoressa Ferrero Camoletto esprimiamo la nostra più piena solidarietà, così come agli studenti e alle studentesse coinvolte\i in questa vicenda. Noi nel rispetto dei nostri ruoli e dei principi fondamentali di qualsiasi convivenza civile, siamo e  restiamo antifasciste\i.

Assemblea dottorand*, precar* e docenti del Campus Luigi Einaudi

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