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Articoli filtrati per data: Monday, 27 Luglio 2020

In questi ultimi giorni la caserma dei carabinieri Levante di Piacenza è stata nell’occhio del ciclone per le rivelazioni che sono emerse dall'inchiesta della guardia di finanza: torture, violenze sequestri di droga che veniva poi rivenduta dagli stessi agenti e chi più ne ha più ne metta. Adesso a far scalpore è anche la scelta dell’avvocato che segue uno dei carabinieri finiti in manette, un noto esponente del partito NEO FASCISTA Forza Nuova.

Non stupisce, storicamente i rapporti tra carabinieri e compagini fasciste sono consolidati e spesso agiscono di concerto.

Da alcune voci emerge che gran parte dei militari dell'arma coinvolti nell'inchiesta fossero iscritti proprio al partito di Fiore.

Ma capiamo chi è l’avvocato del carabiniere Montella, colui che è considerato il leader di quegli uomini in divisa che spadroneggiavano nella piazza di spaccio piacentina e torturavano nella caserma Levante. Emanuele Solari è un esponente di spicco dell'area fascista, noto per le sue idee anti-immigrazione e più volte candidato per il partito Forza Nuova. Sulla sua pagina di Facebook molti sono i post con frasi inneggianti al ventennio fascista, in alcuni di questi, con slogan fascisti, appaiono anche foto di uomini e donne in divisa della caserma a cui appartenevano i 4 carabinieri arrestati, e si possono trovare anche commenti dello stesso “Giuseppe Montella” in cui si congratula con l’avvocato proprio per il contenuto dei post.

TRUE LOVE

Pestaggi ad immigrati e denaro facile

Secondo quanto riportato dai giornali durante l’interrogatorio con il GIP l’avvocato ha parlato di notizie gonfiate da giornali, e invenzioni di ogni sorta.

Foto con soldi in mano accanto a noti spacciatori del luogo vengono descritte dall’avvocato come “normali” fotografie e di debaro vinto con gratta e vinci, le botte di cui si parla in un’intercettazione telefonica vengono derubricate a "spacconate", e il ragazzo pestato sempre secondo la linea della difesa si sarebbe ferito da solo mentre fuggiva dall’inseguimento degli agenti, eppure diverse sono le telefonate intercettate di un carabiniere che parlando col padre riferisce di essere stufo e di non volerne sapere dei metodi utilizzati dai suoi colleghi e dei ripetuti reati commessi.

La verità sul perché certe informazioni siano state rivelate non ci verrà mai raccontata, ma ciò che possiamo nuovamente sottolineare è che Fascisti e Forze dell’ordine continuano a girare perennemente a braccetto, nel bene o nel male, pronti a difendersi a vicenda.

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Andrea Turco, Maura Peca per Jacobin Italia Jacobin Italia

 

Come la multinazionale energetica usa la propaganda per coprire danni ambientali. In un dossier lo scarto tra realtà e narrazione

Otto anni di condanna e una richiesta di confisca che supera il valore della presunta tangente (oltre un miliardo di euro) che Eni avrebbe pagato per poter sfruttare un giacimento petrolifero in Nigeria nel lontano 2011: sono le richieste del procuratore della repubblica di Milano, Fabio De Pasquale, in quello che è uno dei processi più complicati per l’amministratore delegato Claudio Descalzi, riconfermato dal governo alla guida dell’azienda più importante d’Italia in piena crisi Coronavirus. 

Si torna indietro, come per uno sfortunato lancio di dadi nel gioco dell’oca. Non sono bastate le mosse strategiche del cane a sei zampe per posizionarsi come attore leader nel campo dell’ecologia e della tutela dell’ambiente: il processo in corso a Milano riporta Descalzi al punto di partenza, nella casella nera sporca di petrolio, che poi è anche il settore dal quale proviene. Ma si sa che in questo gioco gli esiti possono essere ribaltati in poco tempo e, proprio per questo, il comparto comunicativo del cane a sei zampe è sempre pronto a gettare nuova vernice verde per edulcorare l’operato dell’azienda e far comparire pomodori rossi e succosi lì dove di fertile e florido c’è ben poco. Il riferimento è alla notizia, diffusa due giorni prima dell’esito giudiziario da Repubblica, sulla ripresa del Circular Tour: si tratta di un progetto nato dalla collaborazione tra Eni e Coldiretti e definito come un viaggio a tappe in alcune delle più suggestive città italiane per raccontare l’importanza di un cambiamento nei nostri modelli di consumo

A causa del Covid però il viaggio sarà virtuale. L’unica cittadina che ha avuto la fortuna di accogliere fisicamente l’evento è stata Gela, a fine febbraio. Una città di certo non scelta per la sua suggestività quanto piuttosto per essere sede da decenni degli impianti del cane a sei zampe e che dal 2019 accoglie una «bio» raffineria (le virgolette sono di Eni) alimentata per il momento con olio di palma proveniente dall’Indonesia. In due giorni l’azienda, che ha segnato e segna ancora i destini del territorio nel sud della Sicilia,  ha provato a spiegare l’importanza dell’economia circolare e delle scelte individuali. Tra ammalianti strutture architettoniche, bande musicali, coloratissime cartoline, piante mangia-smog e agriasili: il cibo italiano, insieme a iniziative culturali, d’intrattenimento e di divulgazione scientifica, rappresenta l’energia per mettere in moto nuove abitudini virtuose nelle quali riconoscersi come un’unica comunità. Grazie a laboratori, contenuti multimediali e attività esperienziali, Eni e Coldiretti presentano il cibo come elemento chiave per ricostruire il rapporto tra Uomo e Terra. Di quel cibo diffuso tramite le bancarelle del Mercato Campagna Amica, però, non c’era nulla che provenisse dalle coltivazioni gelesi – più delle lunghe analisi a volte sono i piccoli dettagli a spiegare determinati cortocircuiti. 

Il team comunicativo della multinazionale energetica però riesce sempre a raccontare il lieto fine, anche lì dove il principe alla fine della favola scappa e lascia solo territori da bonificare. Una capacità senza dubbio impressionante, tuttavia giustificata dall’ammontare che Eni destina a tale settore. Secondo i suoi stessi dati, nel 2019 l’azienda ha speso in pubblicità, promozione e attività di comunicazione 73 milioni di euro: per intenderci, circa la metà di quanto Eni prevede di spendere annualmente fino al 2023 in uno dei settori fiore all’occhiello delle pubblicità stesse, ovvero l’economia circolare. Ma la dicotomia tra realtà e narrazione è evidente in tutti i campi. Si pensi ad esempio alle pubblicità presenti in quasi tutti i quotidiani denominate «Eni + Chiara, Luca, Silvia, ecc» il cui focus è raccontare un’altra Eni: più attenta alle questioni climatiche, più green, più circolare. «Energia, solo cambiando il modo di guardare le cose, le cose che guardiamo inizieranno a  cambiare. In Eni oggi trasformiamo gli oli esausti di frittura in componente per produrre biocarburanti avanzati»: così recita lo spot che invita Chiara a usare la macchina il meno possibile in modo tale che insieme, Chiara + Eni, possano fare la differenza. Come se la capacità di incidere del singolo e di una multinazionale che ha chiuso il 2019 con un ricavo di 71 miliardi di euro fosse identica.

Analizzando gli annunci si scopre che gli oli esausti si usano solo per la raffineria di Porto Marghera e che tutte le altre raffinerie italiane, tranne Gela in cui come già detto viene trattato l’olio di palma indonesiano, lavorano ancora prodotti fossili. Inoltre, guardando il sito di Eni in un giorno qualsiasi, nella homepage quasi non c’è traccia di petrolio. Allo stesso tempo le fonti fossili restano il core business dell’azienda: nel 2018 gli investimenti nellʼupstream costituivano il 74% del totale, con un incremento costante della produzione dal 2016 e un ulteriore picco previsto per il 2025. È evidente, di conseguenza, che una delle principali aziende italiane – che opera in 66 paesi, conta 32 mila dipendenti, produce 1,871 milioni di barili di greggio al giorno, vende 73 miliardi di metri cubi di gas all’anno – ha scelto di puntare, nel racconto di sé, su quelli che di fatto possono considerarsi aspetti marginali del business aziendale: progetti sperimentali o piccole produzioni. Un’autonarrazione che non convince, soprattutto alla luce del fatto che in ogni caso le presunte scelte green sono anch’esse collegate alla necessità di massimizzare i profitti e che Eni continua a sottovalutare e a tacere (se non a negare) l’impatto delle proprie attività nei territori in cui opera. 

Ciò è evidente osservando il dossier sul percorso di decarbonizzazione dove viene riportata una sezione che analizza il risk management. In particolare si descrivono i rischi e le opportunità (davvero) connesse al cambiamento climatico. A parte il tipico cinismo capitalista di sfruttare i possibili vantaggi economici che potrebbe comportare una crisi globale, è evidente che si tratta di un’analisi interna rivolta agli azionisti e che non tiene conto delle conseguenze per l’ecosistema nel suo complesso. 

Più in generale il meccanismo di greenwashing permea talmente tanto l’operato dell’azienda che come A Sud abbiamo deciso di affrontare il tema in un dossier specifico chiamato Follow the green e disponibile qui. Abbiamo scelto un’impostazione antitetica: da una parte come Eni si racconta, dall’altra com’è realmente. E spesso, come per i casi riportati, per entrambe le narrazioni i dati e i numeri sono forniti dalla stessa azienda. A contraddire lo storytelling è insomma la stessa impresa. Quando ciò non avviene basta ascoltare le testimonianze delle popolazioni che vivono i territori. Nei comunicati stampa così come nei video su Youtube, negli accattivanti podcast e nelle storie di vita così come nei reportage fotografici ci sono sempre i protagonisti dei progetti in questione. Mai una persona che quei territori li vive a prescindere dal lavoro. 

Sia chiaro: il greenwashing non è esclusivo appannaggio di Eni. Viviamo in un pianeta nel quale chi inquina paga. Non nel senso indicato dalle direttive dell’Unione europea sul principio di responsabilità ambientale, quanto piuttosto in senso opposto. Chi detiene i mezzi economici per attutire e sanare il proprio impatto industriale sceglie invece di sviare l’attenzione, spendendo ingenti somme in operazioni di marketing volte a intercettare le parole d’ordine come economia circolare, sostenibilità e tutela ambientale per farne un vessillo da ostentare. Eni, in questo senso, è una multinazionale tra tante. Però, sarà banale dirlo, è pur sempre un’azienda in cui il socio di maggioranza (relativa) resta lo Stato italiano. Che in questo senso potrebbe promuovere un cambio di rotta reale, deciso e immediato.

*Maura Peca è ricercatrice del Cdca e attivista di A Sud. Andrea Turco, giornalista siciliano, scrive di ciò che serve, di ambiente e di temi sociali. La pubblicazione da cui sono tratte le informazioni e che si cita nel testo è disponibile nel sito di A Sud a questo link.

 

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Giovanni Pesce ci lasciava il 27 luglio 2007. È dalla sua opera più famosa, Senza Tregua, che iniziò a raccontare da vicino la guerra dei GAP (che appunto è il sottotitolo del libro), e resta tutt’oggi una delle poche sull’argomento. È merito di Pesce se oggi conosciamo la figura eroica di Dante Di Nanni, altrimenti destinato all’oblio come i tanti giovani partigiani che si batterono contro l’oppressione fascista.

Il titolo di questo libro – modesta opera che dedico a mia figlia Tiziana e ai giovani che, oggi impegnati nello studio e nel lavoro, si preparano ad essere gli uomini e le donne di domani – consacra l’impegno di chi vuole andare avanti. I gappisti, gli uomini dei quali si racconta in questo volume, non si fermarono mai davanti a nessun ostacolo, a nessun pericolo. Le loro gesta occupano un posto di rilievo nella storia della Resistenza popolare contro nazisti e fascisti.

 

Chi furono i gappisti?

Potremmo dire che furono “commandos”. Ma questo termine non è esatto. Essi furono qualcosa di più e di diverso di semplici “commandos”. Furono gruppi di patrioti che non diedero mai “tregua” al nemico: lo colpirono sempre, in ogni circostanza, di giorno e di notte, nelle strade delle città e nel cuore dei suoi fortilizi.

Con la loro azione i gappisti sconvolsero più e più volte l’organizzazione nemica, giustiziando gli ufficiali nazisti e repubblichini e le spie, attaccando convogli stradali, distruggendo interi parchi di locomotori, incendiando gli aerei sui campi di aviazione. Ancora non sappiamo chi erano i gappisti.

Sono coloro che dopo l’8 settembre ruppero con l’attendismo e scesero nelle strade a dare battaglia, iniziarono una lotta dura, spietata, senza tregua contro i nazisti che ci avevano portato la guerra in casa e contro i fascisti che avevano ceduto la patria all’invasore, per conservare qualche briciola di potere.

Gli episodi più straordinari e meno conosciuti di questa lotta si svolsero nelle grandi città, dove il gappista lottava solo e braccato contro forze schiaccianti e implacabili; sono coloro che colpirono subito i nazisti sfatando il mito della loro supremazia e ricreando fiducia negli incerti e nei titubanti i quali ripresero le armi in pugno.

I gappisti non furono mai molti: alcuni erano giovanissimi, altri avevano dietro di sé l’esperienza della guerra di Spagna e la severa disciplina della cospirazione, del carcere fascista e del confino. Tutti, nel difficile momento dell’azione, nelle giornate drammatiche della reazione più violenta, quando la vita era sospesa a un filo, a una delazione, a una retata occasionale, tutti, giovani e anziani, seppero trovare la forza e la coscienza di non fermarsi. Soprattutto, i gappisti furono uomini che amavano la vita, la giustizia; credevano profondamente nella libertà, aspiravano a un avvenire di pace, non erano spronati da ambizione personale, da arrivismo, da calcoli meschini.

Erano dei “superuomini”? No di certo. Erano soltanto degli uomini, ma degli uomini dominati dalla volontà di non dare mai tregua al nemico. Il loro orgoglio aveva radici profonde: coscienti del sacrificio di tutti coloro che avevano sofferto impavidi carcere, persecuzioni, sevizie ne rivendicavano la grandezza e l’insegnamento. Senza l’autorità dei vecchi militanti che avevano sofferto galera, confino ed esilio, durante il ventennio fascista, ai dirigenti non sarebbe stato possibile esigere dai gappisti, dai partigiani, la disciplina più severa che conduceva spesso alla morte più straziante, né ai combattenti avere il cuore saldo per affrontarla. Era soltanto orgoglio ed entusiasmo lo spirito che animò i gappisti? Era un legame di reciproca fiducia tra i vecchi militanti e i giovani, tra coloro che avevano dimostrato di saper resistere sulla via giusta aprendo nuove prospettive e coloro che si inserivano in una lotta che era la lotta eterna contro la sopraffazione, il privilegio, la schiavitù. Senza gli antichi legami del presente oscuro col passato glorioso, davvero non vi sarebbe stata la guerra di liberazione, non avremmo riscattato l’onta del fascismo, “non avremmo conquistato il diritto di essere un popolo libero e indipendente”.

Nel libro sono dedicate alcune pagine alla guerra di Spagna. Se è vero che in terra spagnola il fascismo fece la prova generale della successiva aggressione all’Europa è altrettanto vero che in Spagna si formarono, si temprarono i valorosi combattenti della Resistenza italiana ed europea. Combatterono il fascismo in Spagna gli organizzatori e i comandanti gappisti come Barontini, Garemo, Rubini, Bonciani, Leone, Bardini, Roda, Spada ed altri. Ed è proprio in virtù degli antifascisti italiani delle Brigate Internazionali che la Resistenza italiana potè contare, fin dall’inizio, su molti uomini politicamente e militarmente preparati, pronti cioè ad affrontare con mezzi di fortuna un nemico bene organizzato. Via via questi stessi uomini seppero raccogliere attorno a sé altri combattenti che si buttarono con decisione nella mischia e lottarono con intelligenza e coraggio fino alla Liberazione.

Il racconto delle loro gesta non vuole essere soltanto un’ampia elencazione o illustrazione di episodi di guerra. “Senza tregua” ha una morale profondissima valida oggi come ieri. E’ un insegnamento che gli uomini, i giovani che furono impegnati in drammatiche battaglie, hanno consegnato ad altri uomini, ad altri giovani, oggi impegnati nel lavoro o nello studio, perché sappiano lottare per le libere istituzioni, la giustizia, la libertà, la democrazia. Anche ora si devono infrangere le resistenze al progresso, si deve conquistare maggiore democrazia nelle fabbriche e nelle scuole; anche ora si deve lottare per la pace nel mondo; anche ora è dunque necessario lottare senza tregua.

I morti e i vivi si affollano nelle pagine del libro. Sono volti sempre nuovi, pochi diventano familiari perché pochi scampano. Sembra di averli lasciati all’angolo di una strada e di ritrovarli dopo. Li ritroviamo oggi. Riemergono nell’abisso della memoria i molti che la morte ha ingoiato. Gli altri sono diventati diversi: la vita “normale” ha disperso quelli che un periodo di vita eccezionale aveva riunito una volta. Il tempo di “Senza tregua” è diventato una leggenda. Alcuni dei suoi eroi militano in differenti uniformi o addirittura non militano affatto. Che è rimasto dell’eroismo degli uomini? Soltanto la cara memoria dei martiri e il ricordo dei migliori? Gli uomini creano e scompaiono. E le loro opere? E l’opera più solida è l’Italia antifascista, la pace, la fratellanza dei popoli. E’ l’opera dei protagonisti di Senza tregua. Tocca ai giovani continuare sulla strada maestra, ai giovani continuare la Resistenza.

Giovanni Pesce

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