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Articoli filtrati per data: Thursday, 23 Luglio 2020
Note a supporto di una convergenza possibile di Emanuele Leonardi

[Per la rubrica Ecologie della trasformazione, pubblichiamo l’intervento che Emanuele Leonardi tiene oggi (ieri ndr) al Campeggio di Ecologia Politica in Val Susa, nell’ambito delle iniziative per il Luglio NO TAV].

Già lo scorso anno, in questa rubrica, si era posta l’attenzione su una duplice necessità: che il movimento sindacale si auto-percepisse come soggetto decisivo nel contrasto al riscaldamento globale; che gli attori della giustizia climatica – Fridays for Future, Extinction Rebellion, Comitati territoriali contro le grandi opere inutili e dannose – prendessero coscienza dell’importanza strategica di un coinvolgimento di lavoratrici e lavoratori all’interno dei propri percorsi di mobilitazione. Mi pare che la pandemia abbia reso assai più urgente la riflessione su questa convergenza, e l’abbia pure resa assai più concreta di quanto non fosse ancora a gennaio 2020 – quando ci si preparava a quella che avrebbe dovuto essere una primavera di piazze traboccanti. Se fino a pochi mesi fa la necessità di tale incontro si dava a un livello per così dire teorico, oggi le condizioni sono mature per indicare su un piano immediatamente pratico gli elementi di prossimità politica tra lotte operaie e giustizia climatica.

Tre rapide precisazioni, che meriterebbero più spazio ma sono qui abbozzate al solo scopo di contestualizzare correttamente l’argomento centrale:

a) quando ci si riferisce al conflitto agito da parte della classe operaia non si intende evocare una massa uniforme di tute blu accalcata dietro i cancelli della Fabbrica: ormai da anni si riflette su una versione estesa della composizione di classe, in grado di dar conto da un lato dell’inedita centralità della riproduzione sociale nei meccanismi di creazione del valore (in un processo di progressiva formalizzazione delle attività informali) e, dall’altro, del protagonismo di soggettività politiche irriducibili alla figura classica del salariato (si pensi all’esplosione dei movimenti femministi, anti-razzisti, ecologisti – ma anche alla presa di parola dei braccianti);1

b) a livello internazionale, il movimento per la giustizia climatica – e in particolare i suoi volti più noti: Greta Thunberg sul piano globale, Luca Mercalli alle nostre latitudini – ha impiegato un po’ troppo tempo per cogliere il nesso profondo che lega il riscaldamento globale al Covid-19. In più di un’occasione sono stati considerati come entità distinte, suscettibili di una gestione in due tempi: “prima usciamo dall’emergenza sanitaria, poi torniamo a occuparci di quella climatica”. Fortunatamente un gran numero di nodi locali di FFF e XR non hanno atteso ravvedimenti per proporre una lettura alternativa e assai più proficua, secondo la quale i due fenomeni sarebbero espressioni diverse di una medesima causa scatenante, vale a dire la crisi ecologica indotta da un’organizzazione della produzione fortemente squilibrata;

c) chi va ripetendo che la pandemia rappresenta un’opportunità positiva molto probabilmente non conosce per nulla né l’attivismo climatico né la realtà sindacale. Il Covid-19, per chi frequenta questi mondi, è stato un disastro: la prospettiva di un quinto sciopero climatico ancor più straordinario dei precedenti – indetto per il 24 aprile – si è disciolta, così come l’aspettativa di un reddito per le tantissime persone che si sono ritrovate disoccupate, in taluni casi da un giorno all’altro. In questo contesto, non c’è nulla di cui rallegrarsi nel prendere atto che lotte operaie e giustizia climatica devono convergere, e devono farlo in fretta; c’è piuttosto da accelerare una dinamica che era in parte già in atto ma che non ha potuto beneficiare di quel tempo di sedimentazione che sembrava a portata di mano e che avrebbe certo giovato.

In questo contesto, vorrei sostenere la seguente tesi: nella congiuntura pandemica le rivendicazioni operaie centrate sulla non-negoziabilità del diritto alla salute si pongono immediatamente come istanze di giustizia climatica.

Perché? In primo luogo perché l’analisi politico-ecologica ha mostrato in modo convincente che l’emergenza sanitaria non può in alcun modo considerarsi uno shock esogeno rispetto alla dinamica economica. Il Covid-19 non si comprende se non all’interno della forma organizzativa che il capitalismo contemporaneo ha impresso al rapporto tra società e natura tanto nella sfera della produzione quanto in quella della riproduzione. In questo senso, la pandemia è uno shock completamente endogeno. Il punto su cui vale la pena insistere è il seguente: sebbene sia scorretto affermare che il capitalismo abbia ‘creato’ l’emergenza o addirittura il virus, è invece del tutto giustificato sostenere che i processi produttivi del capitalismo contemporaneo abbiano accelerato la circolazione di patogeni che in circostanze non capitalistiche si sarebbero mossi assai più lentamente. Da questo punto di vista l’ecologia politica fa emergere con grande chiarezza l’irrimediabile antitesi tra razionalità del profitto e ragionevolezza del benessere. Laddove la prima tende a omogeneizzare le colture genetiche in un’ottica di abbattimento dei costi (approntando così condizioni congeniali alla circolazione accelerata dei patogeni e dunque al salto di specie), la seconda suggerisce di innalzare il livello di biodiversità in ogni comparto in un’ottica di minimizzazione dei rischi. Si tratta ormai di una lacerazione insanabile: si consideri per esempio che, dal punto di vista delle grandi multinazionali, è perfettamente sensato assumersi il rischio di scatenare un’epidemia (o peggio) dal momento che in circostanze favorevoli i guadagni vengono internalizzati e nulla viene redistribuito, mentre in circostanze avverse i costi vengono esternalizzati da un lato sulle società – abbiamo potuto registrare la pressione cui è stato sottoposto il servizio sanitario in Italia e ovunque nel mondo (dove c’è) – e dall’altro lato sull’ambiente naturale.

C’è però una seconda ragione che supporta la tesi esposta. Si tratta del fatto che le rivendicazioni operaie divengono momenti essenziali di quella transizione ecologica la cui urgenza nessuno pare ormai intenzionato a mettere in discussione. Il motivo è semplice: la polarizzazione del campo politico lungo l’asse profitto vs salute si sovrappone quasi senza scarti a quella che abbiamo visto all’opera nel corso del 2019 e che divideva lo spazio del conflitto lungo l’asse negazionismo vs giustizia climatica. Che un avvicinamento oggettivo tra il fronte negazionista e quello neoliberale del profitto a ogni costo sia in atto mi pare evidente – porterò comunque un esempio in chiusura. Che un movimento uguale e contrario possa prendere forma dalla nostra parte: ecco a mio avviso la posta in gioco della seconda metà del 2020, espressa nel modo più crudo.

Affinché la riflessione teorica possa dare il suo contributo a questo obiettivo, credo valga la pena considerare tre elementi che riguardano il cosiddetto ‘ricatto occupazionale’, vale a dire la violenta ingiunzione a dover scegliere tra salario e salute:

a) elemento di continuità. Il Covid-19 ha in primo luogo esacerbato contraddizioni già esistenti. Si pensi a cosa penserebbe un operaio dell’ex-Ilva o un’abitante del quartiere Tamburi di Taranto se le si dicesse che la pandemia ha portato alla luce la contraddizione tra lavoro e vita… Ciò non toglie, tuttavia, che la generalizzazione dell’esperienza del ricatto occupazionale virtualmente alla totalità della forza-lavoro abbia da un lato espresso con la massima trasparenza la brutalità dell’ingiunzione e, dall’altro, ne abbia comportato la temporanea sospensione. Si badi bene: tale sospensione è dipesa interamente dall’intensità conflitto di classe agito dal basso: tra marzo e aprile le lotte si moltiplicano fino a raggiungere l’apice con lo sciopero generale del 25 marzo (a livello regionale lombardo per quanto riguarda i confederali, sul piano nazionale per quanto riguarda invece i sindacati di base). I risultati ottenuti dalle mobilitazioni sono stati parziali, certo, ma tangibili: il Protocollo Sicurezza del 14 marzo (invero minimalista) e, soprattutto, la riduzione delle attività essenziali prevista dal decreto-legge del 25 marzo (depotenziata però dal ricorso alle autocertificazioni da parte delle aziende). Infine – ma non meno importante – l’apertura di un campo di contesa tra la voracità confindustriale del ‘tutto aperto’ e il senso comune legato al primato della salute;

b) elemento di discontinuità. L’emergenza sanitaria evidenzia un rapporto tra condizione operaia e diffusione dei patogeni assai diverso e per certi versi opposto a quello riscontrato nella stagione delle lotte contro la nocività – anni Sessanta e Settanta del Novecento. Allora l’origine della nocività stava nel processo produttivo, perlopiù localizzato: l’ambiente di lavoro si poneva quindi come teatro-chiave del conflitto e la posizione operaia risultava strategica in quanto ‘filtro’ tra produzione dell’inquinante e sua circolazione. Nella situazione attuale, invece, è evidente che non sia all’interno dell’ambiente di lavoro che si crea il patogeno. Come vedremo, fabbriche e magazzini fungono in effetti da incubatori del virus, ma più in virtù delle scarse o nulle precauzioni che non delle specificità produttive. Ciò modifica anche la posizione operaia, che risulta socialmente strategica, in loco, nel rallentare il contagio, ma necessita di costruire coalizioni politiche ampie al fine di incidere sulla causa profonda della pandemia – cioè la crisi ecologica globale.

c) elemento di radicalità. Tanto dal mondo sindacale quanto da quello accademico sono state avanzate analisi puntuali sul carattere ‘totalitario’ della crisi da Covid-19. Essa tocca ogni aspetto della dinamica socio-economica e rende un ‘ritorno alla normalità’ tanto impossibile quanto indesiderabile. Un esempio fra i tanti circolati in questi mesi: se dopo il 1929 o il 2008 non c’erano dubbi che trovare un impiego per la forza-lavoro disoccupata sarebbe stata la via maestra per risolvere i problemi, dopo il 2020 questa operazione diviene problematica. È noto infatti che la crisi ecologica richieda, per essere prima gestita e poi (forse) risolta, di lavorare sia meno sia (soprattutto) altrimenti. Come procedere, dunque, sapendo pure che è dalla messa a lavoro di donne e uomini in quantità e a ritmi sempre maggiori che il sistema capitalistico deriva la sua linfa, cioè il plusvalore? A me pare che la pandemia riduca ulteriormente i margini di manovra per un riformismo green di stampo social-democratico. La radicalità della crisi investe infatti i due pilastri organizzativi – irrinunciabili – del capitalismo neoliberale: il just-in-time (che in nome dell’efficienza di mercato ha fragilizzato i sistemi produttivi) e l’estensione ampia delle catene del valore (che in nome della specializzazione e della delocalizzazione hanno reso indisponibili beni di primissima necessità e accentuato la vulnerabilità dei sistemi sociali). Insomma: benché la quasi totalità dei soggetti della trasformazione mostri segni sconfortanti di disorganizzazione, il problema del superamento del capitalismo è tornato di grande attualità.

Un esempio plastico dell’inedita concretezza della tesi enunciata sopra è la significativa sovrapponibilità delle mappe del contagio a quelle dello sfruttamento: quanto più profondo il primo tanto più rapida la diffusione del secondo. Benché si tratti di problematiche globali legate in particolare al comparto logistico e al settore della macellazione delle carni – sulle situazioni tedesca e statunitense si è discusso anche in Italia, specialmente sui media di movimento – mi focalizzerò in queste righe conclusive sulla regione in cui vivo e lavoro, l’Emilia-Romagna. Dopo la tragedia della provincia di Piacenza – centro nevralgico della logistica – tra marzo e maggio (drammatiche le testimonianze provenienti dai magazzini, impressionante il numero delle vittime e dei contagi) i focolai si sono spostati a est nel mese di luglio, estendendosi a due aziende di trasporti nel bolognese (BRT e TNT) e al prosciuttificio Maccaferri nel modenese. Non stiamo parlando di illazioni o di ipotesi ardite: la scorsa settimana l’assessore alla sanità Raffaele Donini si esprimeva così, dalle colonne dell’inserto regionale de La Repubblica: “I dati confermano quello che da alcuni giorni sta accadendo in Emilia-Romagna, in Italia e in Europa: il contagio da Covid si sta diffondendo soprattutto nelle realtà produttive legate ai settori della logistica e della lavorazione delle carni”.

Ma perché questi luoghi di lavoro diventano incubatori del virus? Lo spiegano bene i sindacalisti, che pure faticano a trovare spazio mediatico: la ragione è che la giungla degli inquadramenti contrattuali (appalti al massimo ribasso, subappalti, esternalizzazioni, cooperative più che sospette, agenzie) non solo impatta negativamente sui salari, ma impedisce un’efficace opera di messa in sicurezza di chi lavora, con conseguenze nefaste – e talvolta tragiche – sulla salute loro e su quella dei famigliari. Di contro, le rivendicazioni sindacali paiono semplicemente ragionevoli: tamponi per tutti e sanificazioni frequenti (e approfondite), pause più lunghe, maggiore disponibilità di DPI. Insomma, un rallentamento e una minore esposizione al rischio.

Dovrebbe dunque essere chiaro che affermare il primato della salute di chi lavora rispetto al profitto di chi mette a lavoro significa imporre ritmi produttivi più compatibili con una vita degna, nonché un accorciamento delle filiere (nella manifattura come nei trasporti) da cui dipende la “verità effettuale” della giustizia climatica. Sta qui, dunque, la necessità della convergenza più volte evocata. Rispetto all’urgenza, la questione si sdoppia: da un lato la finestra temporale segnalata dall’IPCC si riduce di rapporto in rapporto; se di anni a disposizione ne restino dieci, venti o trenta si discute animatamente – ma nessuno dubita che di tempo ne sia rimasto poco. Dall’altro lato si registra con preoccupazione l’accostamento sempre più organico tra negazionismo climatico e violenza neoliberale. Rispetto al quadro sopra descritto, negli Stati Uniti figure di spicco del Partito Repubblicano come Alex Azar – segretario di Health & Human Services – e Kristi Noem – governatrice del South Dakota – già da maggio hanno cercato di scaricare il peso della responsabilità dall’organizzazione del processo produttivo e dalla mancanza di diritti alle abitudini dei lavoratori, spesso migranti e, quindi, portatori di stili di vita insalubri. In Italia si è dovuto attendere fino a luglio, ma in compenso la stoccata è arrivata diretta e senza infingimenti: François Tomei, direttore di Assocarni, ha dichiarato a Il Resto del Carlino di non essere tanto preoccupato dai focolai, quanto “dai risvolti mediatici che si stanno dando alla pandemia. Il vero problema non è l’industria della carne, ma le abitudini di vita di lavoratori di provenienza spesso estera che creano fuori dall’azienda condizioni che facilitano il contagio”.

La battaglia è già iniziata, non possono sussistere dubbi: da un lato un negazionismo neoliberale e sempre più esplicitamente razzista, dall’altro la possibilità di rinnovare la tradizione della solidarietà di classe attraverso la giustizia climatica.

Note

1Si porrebbe poi, su questo piano, l’annoso problema del rapporto tra sindacati (sia tra quelli confederali e quelli di base, sia all’interno dei due raggruppamenti). Non è possibile occuparsene qui, ma va da sé che si tratti di una questione di grande importanza.

Da Le parole e le coseLe parole e le cose

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Questa mattina all'alba la questura di Torino è entrata nelle case di molti studenti e studentesse di UniTo per notificare arresti domiciliari e altre misure cautelari per i fatti avvenuti a febbraio dell'anno scorso.

In quell'occasione molt* student* avevano dato vita a una contestazione contro un volantinaggio del FUAN, organizzazione razzista, sessista e xenofoba che fa riferimento a "Fratelli d'Italia". I sei militanti dell'organizzazione di estrema destra come al solito erano scortati da un ingente dispiegamento di polizia.

Le forze dell'ordine durante la contestazione hanno arrestato un primo studente a freddo. Gli studenti e le studentesse hanno protestato vivacemente per farlo rilasciare cercando di impedire che la macchina della digos con lo studente a bordo partisse e la celere si è lanciata in cariche, arresti e pestaggi all'interno del Campus. Il bilancio della giornata fu di tre student* di UniTo arrestati, portati in carcere alla Vallette e successivamente rilasciati.

Quella giornata, lo spropositato uso della violenza da parte della polizia, la concessione da parte dell'università dello spazio a un manipolo di razzisti, la totale subalternità delle istituzioni universitarie alle azioni della questura, avevano portato a importanti momenti di riflessione collettiva all'interno dell'università che avevano coinvolto professori e professoresse, ricercatori e ricercatrici e l'intera comunità di UniTo. C'era la consapevolezza che non fosse più accettabile la continua provocazione di queste organizzazioni di estrema destra, coadiuvate dalla questura, e che fosse necessario schierarsi in maniera netta contro ciò che era avvenuto e il modo in cui era stato gestito da parte delle istituzioni universitarie.

Oggi, per quella giornata, divers* student* antifascist*, alcuni vicini a diversi collettivi che animano iniziative, dibattiti e socialità all'interno del Campus, altri che semplicemente hanno sentito la necessità di partecipare alla giornata toccati da quanto stava succedendo, sono stati colpiti da misure cautelari sproporzionate e assurde. Vengono notificati arresti domiciliari, obblighi di firma e divieti di dimora da Torino a studenti e studentesse che sono nati e vissuti in questa città, che qui hanno la loro famiglia e la loro casa e che studiano ad UniTo. Puniti perché antifascisti con l'esilio dalla città, misure d'altri tempi.

Naturalmente, come ormai da tempo, tutta l'operazione di polizia di questa mattina ha grande copertura mediatica con i giornali che diramano le solite veline della questura e ancora una volta giocano alla costruzione del mostro, tentando di circoscrivere la rabbia e l'impegno di quelle giornate ad antagonisti ed anarchici, proponendo l'ormai stanca narrazione di un gruppetto di perdigiorno dediti alla violenza che tengono in ostaggio l'università. Narrazione ridicola che vorrebbe trasformare gli aggressori in aggrediti, assurda per chiunque abbia attraversato quella giornata che ha visto una parte consistente della comunità universitaria prendere posizione rispetto a quanto successo. Ad evidenziare l'assurdità di questa ricostruzione sono le stesse misure cautelari che hanno colpito studenti e studentesse di diversi collettivi e anche non appartenenti ad alcuno di essi.

E' evidente l'obbiettivo di annichilire l'impegno di chi in questi anni si è prodotto per cercare di costruire un'università più a misura di studente, più attenta a contrastare le retoriche razziste e sessiste che vengono propagandate da loschi individui in cerca di consenso elettorale.

Tutto ciò avviene nel momento in cui l'intero globo è scosso dalle mobilitazioni antirazziste partite dagli Stati Uniti. Mobilitazioni che hanno fatto emergere una nuova sensibilità su questi temi che ha portato in piazza migliaia di persone anche in Italia.

E' caricaturale che in un momento del genere, con una pandemia in corso, la polizia e la procura di Torino siano impegnate a perseguire student* antifascist*. Imbarazzante che le istituzioni regionali piemontesi guidate dal centro destra ad emergenza in corso abbiano avuto il tempo di discutere misure ad hoc per escludere i giovani che si schierano contro le retoriche razziste dal welfare universitario. Fotografia plastica della miseria in cui versano queste istituzioni sono i sigilli posti sull'aula studio C1 dove studenti e studentesse si riuniscono da anni per studiare, dibattere e immaginare un'università diversa. Sigilli che vengono posti a monito, in un'università chiusa a causa della pandemia e che ancora non si sa quando e come riaprirà.

Alleghiamo di seguito il comunicato congiunto delle realtà universitarie torinesi che hanno vissuto quelle giornate:

Pioggia di misure cautelari per gli studenti e le studentesse antifascist*

Nuova vergognosa operazione della questura di Torino questa mattina a seguito dei fatti al Campus Luigi Einaudi del febbraio scorso durante i quali studenti e studentesse dell’università mostrarono il proprio disgusto per la presenza del Fuan, organizzazione neofascista, all’interno degli spazi universitari. In totale tre arresti domiciliari, sette misure di divieto di dimora nel comune di Torino e nove obblighi di firma quotidiana in commissariato, il bel regalino della digos nel mezzo dell’estate. Estate inaugurata dalla lotta no tav che sta vedendo giovani e giovanissimi protagonisti della mobilitazione. E guarda caso la questura ha deciso di colpire proprio loro.

Ricordiamo i fatti di quei giorni. Il 13 febbraio il Fuan si presenta per distribuire volantini contro il convegno "Fascismo, Colonialismo, Foibe", scortati dalla polizia, come al solito. La reazione degli studenti e studentesse non si fa attendere, in tantissim* si attivano per dimostrare che i neofascisti accompagnati dalla celere e legittimati da Fratelli d'Italia e dalla questura non sono ben accetto in università. Alle cariche della polizia seguono tre arresti, Maya, Carola e Samuele vengono tradotti nel carcere delle Vallette. Nelle ore e nei giorni successivi la mobilitazione non si spegne, anzi. Un corteo serale occupa il rettorato, chiamando a una manifestazione per il giorno dopo che occupa i locali universitari formalmente assegnati al Fuan.

Ne il rettore ne altre cariche istituzionali hanno preso posizione, anzi qualche giorno dopo il noto Maurizio Marrone chiede di revocare le borse di studio agli student* coinvolt*. Il presidente Alessandro Sciretti dell' Edisu, ente per il diritto allo studio, dichiara di voler togliere le borse di studio "agli studenti violenti" ai denunciati e arrestati. Questo sarebbe il diritto allo studio? Quando si parla di valori dell antifascismo, della resistenza, cosa significa stare dalla parte giusta?

Anche oggi la questura di Torino regala il meglio di sé. Divieti di dimora a giovani che sono nati in questa città, che vi studiano e ci vivono da anni, arresti domiciliari a chi si attiva per un'università libera da logiche di sfruttamento e di oppressione, contro i razzisti e gli omofobi, per un sapere libero da interessi di potere e passerelle elettorali. Non ancora soddisfatti dell'operato di questa mattina la questura applica i sigilli per sequestrare l'aula C1, aula studio occupata dagli studenti e studentesse al Campus.

Proprio durante un'estate in cui la lotta no tav vede giovani di tutte le provenienze partecipare alla costruzione di una possibilità di futuro diversa, per un modello di sviluppo sostenibile, lottare contro la predazione dell'ambiente. Ancora una volta questura Digos polizia e fascisti vanno a braccetto pensando di soffocare la voglia di stare dalla parte giusta.

Vogliamo tutti e tutte libere subito.

Studentesse e studenti antifascist* dell'Università

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Amadeo Bordiga muore a Formia il 23 luglio 1970,uomo politico, giornalista,fondatore a Livorno del PCd'I, comunista ortodosso.

 

In una intervista descriveva così il suo rapporto con Antonio Gramsci:

«Ci stimavamo vicendevolmente. La diversità di formazione culturale e le contese ideologiche non ebbero mai la conseguenza di incrinare i nostri buoni rapporti. Ricordo la sua visita a Napoli nel '25. Veniva per tagliarmi l'erba sotto i piedi in preparazione del Congresso di Lione. Napoli era la mia fortezza e Antonio pretendeva di espugnarla. Tuttavia lo ricevetti a casa. Chi ci avesse visti insieme, avrebbe faticato ad immaginarci avversari. Lui prendeva sulle ginocchia la mia figlioletta Alma e facendola trotterellare come su un somarello sardo le canticchiava una filastrocca che finiva con il verso: "nel Perù, però, perì". Anche s'improvvisava cantore di romanze d'operetta e metteva in casa un clima di giovialità. Hanno fatto di tutto per nascondere ai giovani il tipo di legame che mi univa ad Antonio. Sono persino arrivati a censurare lo stesso Gramsci togliendo dalla prima edizione delle Lettere dal carcere ogni riferimento alla mia persona. Stavamo insieme ad Ustica e Antonio parlava con simpatia di me alla moglie Julca e alla cognata Tania. Bene, quelle frasi le hanno soppresse».

Rapporto amichevole quindi con rispetto e amicizia tra i due ma il giudizio sul Gramsci "teorico" fu sempre drastico. Scriverà infatti Bordiga:

«Un idealista non è un marxista radicale né un marxista riformista. E' solo uno fuori della nostra via. Storicamente Gramsci ci aiutò a cacciare, con mille ragioni, Turati. Teoricamente però, ed è sempre un male quando lo si tace, ortodossia ne aveva meno Gramsci che Turati».

Questa è la lettera spedita da Amadeo Bordiga, al confino ad Ustica, ad Antonio Gramsci in carcere a San Vittore a Milano :

 

Ustica 13 aprile 1927

 

Carissimo Antonio,

ho fatto sì che molti ti scrivessero ma io da tempo non scrivo, forse per il solito vizio che nessuna "pratica" concreta me lo impone: perdonami ancora una volta la mia inguaribilità dai noti vizii. La tua lettera ultima del 4 viene a rimproverarmi implicitamente tale colpa.

Ho sottocchi nello scrivere le tue passate, e le intenzioni di battere per un bel poco i tasti della Corona, del che chiedo anche scusa a chi dovrà leggere la presente. Andiamo.

Nel pacco dei libri non ti fu mandata corrispondenza in arrivo, che era non molta e fu volta a volta inoltrata per posta cambiando l'indirizzo. Mi pare erano poche cartoline: Seguita ad arrivarti qualche stampato, tra cui un opuscoletto della scuola filologica ginevrina, che quella facultè ti trasmette con preghiera di un cenno di revisione...

Riceviamo regolarmente i giornali e le riviste che venivano a te, e così fino a scadenza dell'abbonamento. Da qualche tempo non scrivo al tuo amico Piero (ndr Sraffa) che è stato sempre gentile e ci ha fatto larghe offerte di cui abbiamo assai limitatamente approfittato: per esempio i libri occorrenti in più copie li compriamo a Palermo, tanto più che gli allievi li pagano regolarmente. Ora come quotidiani vengono qui "Ora" e "Giornale di Sicilia", fatti alquanto meglio di "Sicilia Nuova" come ben prevedi: Un nostro amico, Giulio Leoni, fa inoltre venire la stampa della penisola.

Come ho accennato, ti ho fatto scrivere da tutti quelli che hai nominati: solo credo di non aver detto a Tucci quanto concerneva suo cognato. Sono lieto che tu abbia avuto le loro lettere e te ne sia rallegrato, come pure mi tranquillizzai apprendendo che ormai eri in corrispondenza con tua mamma e tua cognata.

La tua idea sul lavoro circa gli intellettuali italiani mi pare abbastanza interessante per se stessa: molto interessante, poi, per il fatto che tu ne faccia un oggetto di esame e di studio: Non sarebbe privo di utilità il tracciare i due o più tipi di intellettualismo, se anche non arrivo tanto avanti ad identificarli con porzioni della società italiana e forse li preferirei identificati con momenti, fasi ed abitudini della stessa nelle sue ultime forme storiche. Per esempio, andrebbe benissimo il tipo "1900", in cui con le gonne lunghe e le camicette dalle maniche fino al polso camminerebbero le ideologie tipo prefazione di Carducci con apostrofe a Imbriani. Quindi il tipo successivo "Società anonima per azioni" con studi al Politecnico di Liegi e presso le facoltà filosofiche neo-spirituali. La guerra giungerebbe su tutto questo con gli effetti apocalittici che non occorre ricordare e il dopoguerra ne sorgerebbe col pot-bouille delle sue palingenesi: L'autobiografia di uno di noi in mezzo a tutto questo, come autobiografia culturale, andrebbe intesa come una fagocitosi intellettuale. Uno spirito (ah, ci sono cascato!) di diffidenza e pessimismo, nei riguardi del contenuto di tutte quelle forme e della loro fecondità storica, starebbe a condire il tutto, purché portasse più sulla sostanza fondamentale che nella acerbità della forma polemica che è talvolta (posso permettermi?) un modo nostalgico di amoreggiare senza accorgersene. Molto altro si potrebbe dire su questo, e casomai ne riscriveremo, se ti pare il caso. Mi va la mia parte di avvocato del diavolo, da te escogitata. Bravo.

Filippo è giunto a Roma dove Rita si trova, piuttosto male in salute e come situazione economica. Anche Negri è partito di qua, e dopo di lui Fabrizio. Era con lui e con lui è partita la figlia, il cui comportamento è davvero stato ammirevole soprattutto perché semplice ed equilibrato. Non sto a ridirti le nostre impressioni su tali successive accaditure. Stiamo provvedendo — che razza di salti logici dirai, ma il guaio è che scorro le tue successive come guida — per l'uva Pantesca. Dal Vit è sempre capo mensa ma per la gestione contabile è coadiuvato da altri, come Massini. Alla nostra mensa siamo in 45 e non si va avanti per la piccolezza della cucina dove gli Acquisti, Madrucciani, Romanelli assicurano di abbrustolire con velocità maggiore delle braciole. Cambieremo locale. Sartor dalla carreggiata è uscito del tutto, vive per suo conto, del resto ha qui la moglie e il bambino.

Ci duole che la Pirandelliana non possa essere ultimata. Sbaraglini ti aveva già messi da parte due articoli in argomento, molto notevoli, pare, ma naturalmente non li manderà. Quanto al nominato Marcucci Cesare il vedersi sparare addosso il 420 a 419 millimetri di distanza lo ha scombussolato in modo tale che la risata mi si è ghiacciata sul labbro e ho dovuto ricorrere a mezzi di conforto quasi fisico dinanzi alle manifestazioni del suo completo sconcerto: impossibile discutere con lui il problema. Non la trazione ma la recisione di ambo le orecchie lo avrebbe meno turbato. Invano ho provato a dimostrargli che il colpo era a salve: il solo spostamento d'aria lo ha travolto e messo in condizioni deplorevoli.

Se la Bruna non fosse andata via nemmeno le passerei i tuoi strali circa le sue ultrasimpatie arabe: primo perché a mia volta a voce e per iscritto, in versi e prosa, ho tirato su quel bersaglio. Secondo, perché per la sua educazione avevo ritenuto di abbandonare il metodo punzecchiatorio, dato che la ragazza è «qualcuna» e bisognava evitare le reazioni per avere invece il massimo rendimento nella sua formazione veramente incoraggiante. Ti accenno appena a mie campagne dopo gli ultimi numerosi arrivi contro le selezioni dei «cerebrali», come contro il «paesanismo», «l'isolanismo» e altre degenerazioni. La Bruna si intonava subito e ottimamente. Con tipi meno sensibili e meno reattivi ho invece toccato dentro dalla crosta, pure con esito buono, almeno finora. Vorrei poterti trascrivere il couplet: il «cerebrale» — risposta a quesito, provocato da Lauriti mentre il bambino badava a ripetergli: che cosa hai fatto, che cosa hai fatto!...

Il coatto Pogliaghi è andato via colla gran maggioranza degli altri. Di Conca ti scriverà Ventura previa inchiesta... Lo scopone non solo ma anche il tressette sono non solo decaduti ma andati in disuso quasi completo. Abbiamo troppo da fare e da studiare. L'orario assedia la giornata e le ore che la compongono sempre più da vicino. Anche la serata è stata vivisezionata. Devi sapere che andato via Filippo mi è rimasta una certa corrispondenza commerciale per pasta e altre ordinazioni di cui anelo a liberarmi. Inoltre con Acquisti facciamo riuscitissime fotografie a gruppi, abbiamo un laboratorio fotografico completo: Agostinetti è il nostro piazzista e se ne viene certe sere candidamente a chiedermi dalle sessanta alle centoventi copie. Inoltre il giorno studiamo da noi tra alcuni amici storia della filosofia e un po' di economia. Questo a parte i corsi della scuola.

Venendo a questa, come saprai i confinati sono aumentati di numero fino a circa 300, e ancora aumentano, venendo da Tremiti, Favignana, Pantelleria e Lampedusa. Dunque gran numero delle scolaresche. Per ragioni pratiche la scuola ha dovuto continuare secondo il primitivo avviamento: solo ora diamo brevi vacanze, poi faremo degli esami o meglio sedute di classifica della massa scolara, e quindi si riprenderà con un piano completamente nuovo e con un aumentato corpo insegnante. Non abbiamo risolto il problema dei locali, e quindi non si sono più fatte le conferenze famose: ora ci poniamo questa questione ventilando il fitto di un locale per nostro conto. Ma locali e case mancano e sono cari per la enorme richiesta. La scuola va benino anche come frequenza, ma esige molte cure e lavoro come puoi ben credere. Dalla numerosa colonia sorgono tanti piccoli problemi della vita collettiva, ma insomma tutto va abbastanza bene e seguitiamo a trovarci bene qui a Ustica.

Credo di averti dato le notizie più interessanti, e faccio punto. Tutti ti mandano saluti infiniti, e insieme a loro affettuosamente ti abbraccio,

Amadeo

 

Guarda "Frammenti di un' intervista ad Amadeo Bordiga ."

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