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Articoli filtrati per data: Wednesday, 22 Luglio 2020

Qualcosa si è finalmente incrinato nella fortezza dell'arbitrio totale e della violenza fatta sistema che è l'istituzione carceraria. Dopo due anni di indagini infatti si è conclusa un'operazione che vede imputati 25 indagati della Casa circondariale Lorusso e Cutugno...nomi grossi anzi i nomi più grossi perchè come ben si sa il pesce puzza sempre dalla testa: Giovanni Battista Alberatonza, capo delle guardie, i rappresentanti del sindacato di polizia penitenziaria, l'Osapp , l'ispettore Maurizio Gebba  ma tra tutti  non può non spiccare l'emerito Direttore Domenico Minervini.


Proprio lui che più volte si è definito all'interno di congressi e incontri pubblici  “direttore libertario” , che ha sostenuto a gran voce che “i detenuti non devono stare in cella e devono impiegare più tempo in attività culturali, sportive e lavorative”, che ha “aperto” il carcere di Torino sulla fine del 2016 dando vita ad un ristorante “gourmet” all'interno delle mura carcerarie: accecante specchietto per le allodole per celare ciò che proprio in quegli anni stava davvero accadendo li dentro grazie alla sua totale connivenza. Eh si perchè nelle indagini si legge che proprio mentre la gente si lavava la coscienza mangiando al ristorante del carcere contemporaneamente proprio nei primi mesi del 2017 decine di detenuti sono stati picchiati, insultati, umiliati e vessati dai secondini...In questo caso diventa molto arduo per Lor Signori ridurre tutto come spesso avviene quando si parla di abusi di polizia a singole “mele marce”: eh no..si legge nelle indagini che esistevano addirittura 4 celle della X sezione “dedicate” a questi pestaggi punitivi talmente cruenti e sistematici che l'accusa è quella di TORTURA.
I detenuti erano chiaramente costretti a mentire anche quando giungevano in infermeria per essere medicati: in molti però hanno trovato il coraggio di inoltrare segnalazioni  e denunce delle violenze subite al Direttore del carcere che per il suo silenzio e la sua omertà si è guadagnato l'accusa di favoreggiamento e omissione di denunce di reati. Anche sul tavolo della garante dei diritti dei detenuti Monica Gallo sono giunte chiaramente inascoltate le medesime richieste di aiuto: stessa sorte , ce lo ricordiamo bene, era toccata ai dubbi e agli interrogativi dei familiari del detenuto che si era “suicidato”nel carcere di Saluzzo sempre nel 2017....tutto come sempre bloccato e insabbiato nei cassetti dello stesso tavolo.


Sappiamo bene che non è l'indignazione la reazione giusta a questi episodi: non sono l'eccezione ma la regola stessa su cui si fonda e si autoalimenta il sistema carcere pensato e costruito per reprimere e annicchilire le persone attraverso la normalizzazione della violenza e dell'abuso.
Non ci illudiamo che gli illustri indagati dovranno davvero rispondere degli abomini che hanno compiuto in questi anni...la legge, lo sappiamo bene , non coincide quasi mai con la giustizia ma teniamo l'attenzione sempre alta e non dimentichiamo che quelle mura proteggono e tutelano agenti  che urlano “10 100 1000 Cucchi” o “Più corde e sgabelli per tutti” con le mani che grondano del sangue di chissa quanti detenuti.

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Con il quinto contributo della rubrica "Il virus e la riproduzione sociale", la questione della violenza di genere si presenta indissolubilmente collegata alla necessità di individuare, tematizzare e combattere alcune delle più grosse falle del sistema giudiziario e della gestione welfare della nostra società: quelle implicate dai percorsi di fuoriuscita dalla violenza.
Riportando un intervento, letto in piazza nel corso della giornata di Non Una Di Meno del 26 giugno, introduciamo alcune prime riflessioni su questa tematica complessa e sfaccettata, attraverso le parole di una delle tante donne che, in prima persona, sono anni che affronta questo percorso, a testa alta, nonostante la sofferenza e le difficoltà a cui è stata sottoposta dal sistema patriarcale in cui viviamo.
Quali prospettive può avere una donna che lascia tutto per iniziare un percorso di fuoriuscita dalla violenza? Com’è possibile che una donna una volta uscita da una casa protetta si ritrovi costretta a dormire per strada, senza la possibilità di rientrare nella casa popolare a lei intestata? Cosa vuol dire, in concreto, per ognuna sentirsi libera di scegliere di poter affrontare un percorso di effettiva emancipazione e liberazione dalla violenza di genere dell’uomo?
Una prima testimonianza diretta per riflettere sulla circolarità della violenza di genere, dall’uomo alle istituzioni.

 

Molti anni fa sono uscita da casa mia in codice rosa.
Sono passata di struttura in struttura, da una casa protetta ad un’altra. Sempre in attesa che venisse disposto il suo allontanamento da dove abitavamo, cosa che non è mai avvenuta e intanto il processo è andato in prescrizione.
Tempo fa mi hanno detto che dovevo andare via dalla casa protetta dove vivevo, perché il progetto “era finito”, perché secondo loro era passato troppo tempo.
Mi hanno levato la chiave della mia ultima casa, sono partita e quando sono tornata mi hanno messo in affittacamere per sei giorni.
Dopo sei giorni ero di nuovo fuori.
Ho dormito in macchina per 10 giorni finché non ho conosciuto alcune delle donne che sono qui oggi.
In tutti questi anni ho sempre avuto la chiave della mia casa, dove continua a vivere lui, ma solo da pochi mesi ho saputo che non avevo più la residenza lì da quasi un anno. Era riuscito a levarmela, sebbene la casa popolare fosse intestata a me.
Solo e soltanto a me.
Quando ho provato a tornare lì, perché volevo rientrarci non avendo più un posto dove stare, lui mi ha detto che non ho più diritto di stare in casa MIA perché sono passati tanti anni da quando sono andata via. Sì, andata via per il codice rosa.
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Insieme alle donne che ho incontrato ho chiamato l’assistente sociale e sono riuscita a tornare nella casa di emergenza.
Per un mese. E poi? E poi è scoppiata l’emergenza Covid19 e i mesi sono diventati due, tre, quattro. Niente si smuove. E intanto io non ho la residenza da nessuna parte.
Quello che mi sono chiesta molte volte è: se io sono senza residenza, le tasse del mio lavoro dove vanno a finire? Perché io sarò anche stata dichiarata irreperibile, ma a lavorare ci sono andata sempre e tasse me ne hanno sempre chieste. Fino a marzo, fino al lockdown, quando a lavorare non ci potevamo andare più.
Non avendo residenza e non lavorando più, nel pieno della pandemia non ho potuto ricevere nessun aiuto. Nessun buono, nessun sussidio. Gli assistenti sociali non si sono più visti. Io ero in difficoltà per la spesa, la casa di emergenza non fa la spesa per me. Nessuno mi ha dato niente. Le mie cose sono sparse da tutte le parti da troppo tempo.
Ora basta. Io sono stanca di vivere in struttura.
Voglio tornare a casa mia. Voglio riavere la residenza dove mi spetta. Senza di lui.
Voglio lottare per tornare a casa mia, io ho sofferto per averla. Quando parlo mi viene solo rabbia. Com’è possibile che dicano che ci sono delle leggi che proteggono le donne che subiscono violenza e poi in questa storia quella fuori di casa sono io? Che ingiustizia è questa? Se non lotto so che tutto andrà avanti così ancora per molti altri anni.
Certo, io non ho paura, ma da sola so che non posso ottenere molto. Insieme invece è tutto diverso.

 

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Prosegue l’ennesimo scontro istituzionale negli Usa. Da una parte i governatori e sindaci democratici di quegli Stati e città dove le mobilitazioni del movimento Black Lives Matter hanno avuto maggiore risonanza, dall’altra il presidente Trump, che minaccia di dispiegare altri agenti federali in quelle aree nelle quali, a suo dire, la criminalità dilaga per colpa delle autorità cittadine. “Li invierò con o senza la cooperazione dei leader cittadini”, ha tuonato il tycoon, che nei giorni scorsi aveva già schierato duemila agenti federali su Portland, Seattle e Washington D.C. Si tratta di agenti speciali del Dipartimento degli Interni (DHS), agenti della polizia di frontiera (Border Patrol) e i Marshalls. Raramente corpi di questo tipo, che non rispondono alla Polizia locale, sono stati usati per le manifestazioni di piazza.

I manifestanti denunciano violenze e sequestri di persona. La governatrice dell’Oregon Kate Brown ha definito l’invio delle truppe «uno sfacciato abuso di potere». Per il sindaco di Portland è «un attacco alla democrazia». Trump sempre più in difficoltà, sia nella gestione della crisi Covid che nel dilagare delle proteste, precipita anche nei sondaggi in vista delle presidenziali di novembre.

Le mamme di Portland in corteo questa mattina cantavano la ninna nanna “mani in alto, non sparare” per protestare contro i comportamenti violenti degli agenti federali.

Martino Mazzonis americanista Ascolta o scarica

La testimonianza di Jousha compagno della sinistra radicale da Portland Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

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