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Articoli filtrati per data: Monday, 13 Luglio 2020

Una divisione generazionale si sta manifestando nel mondo arabo, nella politica, nell’attivismo, nei diritti umani e, più recentemente, nella musica.

Fonte: English version

Sultan Sooud Al Qassemi – 16 giugno 2020

“Benvenuti a tutti, siamo noi, la gioventù araba sospesa. Nessun lavoro, nessuna opportunità. Il nostro voto per 50 lire o per un pasto dato da un leader tribale. Vogliamo andarcene. Fuck questo Paese” inizia così la canzone “Blood” di Synaptik & Shouly .

E ai “signornò” ripete una dozzina di volte, “Cosa abbiamo preso da voi se non le sconfitte?”

Una divisione generazionale si sta manifestando nel mondo arabo, nella politica, nell’attivismo, nei diritti umani e, più recentemente, nella musica. Questo è particolarmente  evidente nel settore hip hop con i nuovi artisti underground che, tra le altre piattaforme, sfruttano lo spazio libero da etichette di Soundcloud e di YouTube per pubblicare e commercializzare le nuove tracce. L’Egitto, che ha tradizionalmente dominato la scena musicale araba, ha prodotto un numero di giovani musicisti tra cui Wegz, il cui ultimo album, “21”,  tratta dei problemi della società che i giovani egiziani si trovano ad affrontare come, nella canzone  “Roma non è lontana”, quello della migrazione . “Gli amici stanno annegando e io sono a fondo”. Il panorama hip-hop egiziano, sebbene vasto, ha visto un turnover di artisti come Ali Talibab e più recentemente Marwan Pablo, che ha annunciato il suo ritiro dal canto. Anche in Nord Africa i tunisini Douda e Nordo affrontano argomenti delicati come, nella loro canzone El 9sem (The Pledge), il fenomeno dei  ragazzi che si unirono all’ISIS al culmine del suo potere. La loro canzone Gamh (Corn), cantata sulle melodie di “The Harder They Fall” di Giyo, ruota attorno al modo in cui il gruppo terroristico usava il grano come arma per barattare e affamare le persone. Il testo della canzone include le righe “Dì al tuo emiro che siamo uomini coraggiosi e non suoi seguaci. Siamo i rivoluzionari che hanno creato la primavera”.

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Shkoon Band

Sul fronte siriano sono emersi numerosi gruppi, tra cui lo Shkoon di Berlino, che fonde il folklore con un mix di musica tradizionale e contemporanea. Nel genere hip hop, tuttavia, un musicista popolare è il Bu Kolthoum di Amman, il cui nome è la fusione del poeta arabo pre-islamico Bin Kulthoum e quello della diva egiziana Um Kolthoum. Tra le sue canzoni c’è Nujoum (stelle) i cui testi includono le parole “Le bocche di SANA (l’agenzia ufficiale di stampa araba siriana), sono schiave ma nella loro mente sono padroni”. Jouwana (Inside us), un’altra canzone di Bo Kolthoum, lo mostra mentre cammina con una bottiglia di Jack Daniels in una strada vuota ed è un appello della generazione più giovane a non essere abbandonata; “Non dimenticarti di noi, i tuoi semi sono dentro di noi. Dobbiamo essere annaffiati” e continua “Sono ancora un bambino, su un’altalena, un bambino che sta ancora imparando, un albero genealogico spezzato.”

 Con la sua caratteristica barba, El-Rass combina i canti sufi “O Signore dei due universi, sono venuto per chiedere la tua accettazione” con musica elettronica come in “Tripoli 97” in cui esprime  delusione verso i leader libanesi tra cui Hezbollah e l’ex primo ministro Saad Hariri

L’hip hop libanese è tra i più antichi della regione con gruppi come Aks’ser (Wrong Way), che si esibisce dal 1997 e che ha continuato con performance come Rayess Beik, che nel 2011 ha remixato il canto della primavera araba “The People Want the Downfall of the Regime ” nella canzone Thawra (Revolution),  denunciando la politica settaria in Libano. Più di recente El-Rass [The Head] con la sua caratteristica barba, combina i canti sufi – “O Signore dei due universi, sono venuto per chiedere la tua accettazione” – con la musica elettronica, come nella canzone “Tripoli 97” in cui esprime delusione verso  le leadership libanesi tra cui Hezbollah e l’ex Primo Ministro Saad Hariri. La recente rivolta libanese ha portato sulla scena una nuova generazione di artisti come Malikah (Queen), la cui canzone 3am 7arib “I am Fighting” è sia una denuncia dei politici libanesi, quanto un grido a favore dell’emancipazione femminile.

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Rayess Beik

Allo stesso modo, le recenti proteste irachene hanno dato origine a una serie di gruppi, alcuni dei quali sono attivi da anni ma non altrettanto noti, offrendo un esempio di commistione tra generi. Ayman Hamid ha debuttato con la sua canzone Thayl (letteralmente “una coda”, usata anche per indicare una marionetta) nel popolare programma televisivo Basheer, canzone diventata un successo immediato con  le sue parole che promettono di non ritirarsi di fronte all’uso della forza letale da parte dello Stato. Le proteste del Sudan del 2018 hanno ispirato Sammany, artista hip-hop sudanese con sede in Qatar che ha  pubblicato una versione strumentale di una canzone basata sui canti dei manifestanti intitolata Matalib (Richieste). Le sue parole iniziano con “Non torno indietro, ho delle richieste. Dateci un governo civile”.

Ma forse da nessun’altra parte questo nuovo genere di hip hop arabo è più diffuso quanto nel corridoio giordano-palestinese. Il genere qui è molto attivo, con Ramallah e Amman con dozzine di artisti affermati e di concerti. Tra questi musicisti c’è il già citato Synaptik, con  fan in tutta la regione del Levante e in Egitto, la cui ricca produzione musicale potrebbe rendere difficile agli artisti esterni penetrare nel mercato. Synaptik, laureato in medicina, ha collaborato con numerosi artisti tra cui Tamer Nafar, cittadino palestinese di Israele, Bo Kolthoum in Siria, El Rass in Libano e Wegz in Egitto, con una canzone intitolata Marijuana.

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El Rass

Musicisti come The Synaptik & Shouly inizialmente cantavano in inglese, ma sono passati alla lingua araba  con la quale hanno trovato un pubblico interessato a veder riflessa la loro situazione nella musica. La loro musica e quella dei loro coetanei continua a essere una fusione tra arabo classico e dialettale e tra strumenti occidentali e orientali, pur mantenendo una forte influenza araba. Chris Hughes, uno specialista di DJ e di media creativi, afferma che “la musica araba è recentemente aumentata in termini di fedeltà e di tecnologia, il che ha permesso di amplificare il miscuglio di generi,ottenendo  grandi risultati”.

Grazie a piattaforme come SoundCloud e YouTube, una fiorente scena musicale hip hop araba prospera nonostante non sia riprodotta sui canali mainstream. Gli importanti  messaggi veicolati, probabilmente continueranno a sfuggire alle autorità che preferiscono  tematiche più tradizionali

Yusor Hamed di Ramallah aggiunge quel  tocco romantico, a volte mancante nella scena hip hop, attraverso le sue numerose collaborazioni con artisti del calibro di Dodix, con cui ha cantato “About Yesterday” il cui testo recita “Lui sta cercando una ragazza spensierata, mentre lei cerca un uomo serio. ”  Yusor, che scrive i suoi stessi testi, mi dice: “A volte le collaborazioni sono semplici coincidenze. Magari  ti capita di ascoltare il lavoro di qualcuno e ti piace, così da contattarlo,  e viceversa. Non esiste un modo sistemico di collaborare. Dipende dalla flessibilità dell’altra persona e dalla disponibilità a collaborare “. Yusor, che ha studiato musica araba al Edward Said National Conservatory of Music, lamenta la mancanza di strutture nella scena hip hop. “Condividiamo la nostra produzione attraverso le nostre piattaforme senza un agente, cosa  che ha i suoi lati positivi e negativi. Può essere necessario molto tempo per raggiungere il pubblico”.

Sebbene diversi nella gamma di argomenti e di stili, questi nuovi  artisti arabi hanno una serie di caratteristiche comuni. A differenza dei cantanti arabi tradizionali, la maggior parte di questi musicisti scrive la propria musica o collabora al processo di scrittura. Un altro elemento è che spesso cantano in opposizione all’autorità, a differenza dei cantanti tradizionali che si guadagnano da vivere mantenendo buoni rapporti con i vari governi arabi e lodandoli spesso nelle loro canzoni. Questi  artisti collaborano anche tra loro,  scrivendo canzoni insieme e prestandosi voce l’un l’altro, creando così uno spirito di cameratismo che manca in altri campi artistici.

Come con altri generi nel mondo arabo, l’industria dell’hip hop ha molto bisogno di supporto. Ci sono poche o nessuna opportunità di borse di studio, il genere non viene insegnato nelle scuole e da molti è ancora considerato tabù. Le nuove canzoni hip-hop arabe non vengono trasmesse sui canali televisivi controllati dallo Stato, né sulla maggior parte delle stazioni radio della regione. I messaggi importanti che veicolano probabilmente continueranno a eludere le autorità, considerato che queste  preferiscono musicisti più arrendevoli che cantano di temi  tradizionali come il romanticismo e più recentemente il patriottismo. “Le sfide sono che questa non è la scena principale, non è il tipo di musica che la gente si aspetta” dice Yusor “Il tipo di pubblico è diverso ed è meno numeroso, rispetto a quello della scena musicale tradizionale. È anche un lavoro freelance basato sull’attrezzatura di cui si dispone e non c’è mercato a cui vendere. Stiamo semplicemente dimostrando ciò che possiamo offrire “.

Questi ostacoli  tuttavia non hanno  fermato quella che è una fiorente scena musicale hip hop araba, che continua a prosperare grazie a piattaforme come SoundCloud, YouTube e alle stazioni radio indipendenti apparse negli ultimi anni, come Al Hara  in Palestina, Al Shams ad Amman e Al Houma in Tunisia. Secondo Yusor, “la scena hip hop ha fatto un salto, ma deve ancora maturare. C’è casualità e slancio nella produzione, ma non c’è ancora maturità. Credo che avrà bisogno di tempo prima che abbia caratteristiche distinte”.

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” –Invictapalestina.org

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in CULTURE

Oggi (ieri ndr) tantissimi No Tav sono partiti in marcia da Giaglione verso la Clarea per la passeggiata organizzata dalle Fomne contra’l Tav.

Arrivat* al cancello che blocca il sentiero, le donne no Tav hanno intonato ‘un Violador en tu camino’ come atto di protesta contro la violenza messo in atto dal sistema Tav sulla Madre Terra e contro il sistema patriarcale che opprime le donne di tutto il mondo

L’obiettivo della giornata era raggiungere il presidio permanente dei Mulini e così, in diversi, si è tentato di passare dal sentiero principale ma a sbarrare la strada il solito jersey presidiato dalla polizia, irremovibile come il disturbo che loro arrecano a tutti noi quotidianamente.

Si è deciso quindi, vista la grande determinazione, di passare attraverso sentieri non battuti e così dopo una camminata un po’ impegnativa (ma non troppo) si sono raggiunti i Mulini.

Dopo un saluto ai presidianti, insieme ci si è diretti verso i luoghi del nuovo allargamento, appositamente recintati e presidiati dalla polizia, e circondando tutta l’area si è fatta una lunga e sonante battitura alle recinzioni.

Noi non molliamo!

Avanti No Tav!

Alleghiamo inoltre il quinto e il sesto episodio di "Storie di resistenza dai Mulini":

Da notav.info

 

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 Cala Gonone, mare cristallino, uno dei centri del turismo della Sardegna. La pandemia ha fatto diminuire gli incassi del turismo isolano, per colmare le perdite l’opzione conclamata è rifarsi sulle lavoratrici: più lavoro, meno salario. 

Sono queste le condizioni del ricatto rifiutato da sessanta cameriere del resort Villaggio Palmasera di Cala Gonone. “Si sa che il lavoro alle camere non è una passeggiata, è un lavoro di fatica fisica, ma noi entravamo col sorriso e ne uscivamo stanche, ma sempre col sorriso”: dopo aver lavorato vent’anni con professionalità vedersi sbattere in faccia questa umiliazione è troppo: rifiutano il contratto. 

Vengono assunte altre donne, il mercato cannibalistico del lavoro turistico non tollera tempi morti. Le donne hanno allora deciso di rompere il silenzio e raccontare tutto tramite i social media

“A ottobre dell'anno scorso veniamo a sapere che il "nostro" villaggio avrebbe cambiato gestione e pur con tanti dubbi abbiamo provato ad essere ottimiste, mille domande e poche certezze.... Riconferma del gruppo dei piani e poco dopo l'arrivo del covid... Mesi di attesa e speranze, fino ai primi di giugno. La bella notizia è che il villaggio riapre, la brutta notizia è che le condizioni contrattuali sono cambiate. Più ore meno paga, orario full time per tutte, senza possibilità di controbattere... Prendere o lasciare!! Molte di noi davanti a questo muro, dove è chiaro che il lavoratore è considerato alla stregua di una macchina, hanno subito rifiutato. A Queste Condizioni No!! C'è stato però un gruppo capitanato dalla nostra governante che con le più tenaci e più temerarie di noi, hanno voluto provare forti della loro professionalità. Dopo circa 12 giorni di lavoro svolto on la giusta dedizione e cura di sempre, hanno deciso di dare tutte insieme le dimissioni perché le condizioni contrattuali non venivano rispettate”. 

La lotta e la denuncia delle donne dorgalesi è sostenuta da tutta la comunità. Di seguito riportiamo in lingua e in traduzione la poesia Liberas, di Vincenzo Pira, dedicata alla lotta di queste donne.

 

Lìberas de Vincenzo Pira

Sa maleitta mala!

Ite cheris dae nois?

A nos imbrenucare

po suzicare unu mere?

O si nono a linghere isterzos anzenos

ispettande una carche a culu

po podere narrere ca amus vintu?

Nossinnore.

Non cherimus tropeas.

Cherimus dromire liberas

cantare grobes in ue brullas e inzurzas

non pedint permissu a nessunu.

Travallare, iscriere e cantare

chene promintas de premios

tattandenos solu de libertade

e de ganas de 'olare.


Libere

Maledetta sorte!

Che cosa volete da noi?

Che ci inginocchiamo

per ingraziarci un padrone?

O altrimenti che lecchiamo le ciotole altrui

aspettando un calcio in culo

per poter dire che abbiamo vinto?

Nossignore.

Non vogliamo catene.

Vogliamo dormire libere

cantare canzoni nelle quali scherzi e ingiurie

non chiedono permesso a nessuno.

Lavorare, scrivere e cantare

senza promesse di premi

trattando solo di libertà

e voglia di volare.

 

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"Fuori i Sardegnoli!!!"

 

Era il 1911, anno in cui molti sardi riponevano nell’emigrazione la speranza di una vita migliore, la quale palpitava, fiduciosa e intrepida, sul posto di lavoro. Tuttavia, nel luglio di quell’anno per quattrocento figli della Sardegna, il sogno si frantumò nel suolo italico in una realtà di persecuzione e d’orrore. Essere sardo e per questo pagarne il prezzo, subirne il razzismo di persona, sperimentarlo sulla propria pelle fu un’esperienza, purtroppo, di molti di questi nostri conterranei. Nella storia che segue vedremo la xenofobia antisarda manifestarsi in tutta la sua animale violenza contro quei lavoratori «diversi». Erano anni di progresso tecnologico in cui la ferrovia ne rispecchiava il mito, attraversandone l’Italia. A costruire le migliaia di chilometri di linee ferroviarie, altrettante migliaia di braccia. E fu così che circa mille sardi, quasi tutti minatori del sud Sardegna, furono impiegati per la costruzione della linea Roma – Napoli. Assumere sardi era allora conveniente, poiché lavoravano sodo, in cambio, a parità di mansione, di un salario inferiore a quello degli operai continentali, loro colleghi. Quattrocento operai isolani, furono, quindi, stanziati temporaneamente nel comune di Itri, all’epoca in provincia di Caserta e oggi di Latina, ossia nella cosiddetta: «Terra di lavoro». Gli abitanti di Itri, però, fomentati e spalleggiati indirettamente dai mass – media italiani che descrivevano i sardi come una «razza inferiore e delinquente per natura», sollevavano pregiudizi razzisti contro i sardi. A servirsi di questa opinione diffusa e consolidata in una costante tensione sociale fu la camorra, nel momento in cui la sua autorità fu sconfitta dagli involontari rappresentanti del Popolo Sardo, la quale riuscì a trasformare tale convinzione in sentimento di odio sanguinario antisardo. L’organizzazione criminale, alla quale interessava solo il denaro, che ruolo e quali interessi poteva nutrire in questo scontro di culture? La risposta è semplice e nello stesso tempo terrificante: ai lavoratori sardi si voleva imporre il cosiddetto «pizzo».

Ma alla camorra, che assumeva la posizione del «padrone», si contrapponeva il netto rifiuto, pacifico ma fermo, di quei baldi lavoratori di pagare. Questa decisione fu presa, sia per l’innata fierezza della cultura «De s’omine», sia per la maturacoscienza dei diritti loro spettanti, anche se non ancora conquistati, in quanto lavoratori. I criminali, quindi, per scongiurare il contagio di tale rivoluzione, puntarono sugli anzidetti sentimenti degli itrani (cosi si fanno chiamare gli itriesi) per cacciare i sardi da «Terra di lavoro». La furia fanatica razzista, organizzata minuziosamente, si compì tragicamente nei giorni di mercoledì e giovedì 12 e 13 luglio del 1911. Al grido: «Morte ai sardegnoli», i nostri antenati furono, per quei due giorni, le prede indifese della «caccia al sardo». Nel primo giorno un gruppo di operai fu insultato e provocato nella piazza dell’Incoronazione, l’epicentro della storia. Al grido «Fuori i sardegnoli», la parola d’ordine per richiamare gli itrani in quel luogo, a centinaia accorsero armati, attaccando da ogni parte i nostri conterranei inermi. In una ridda di sorpresa, di urla, anche le autorità locali aprivano il fuoco promettendo immunità ai compaesani, non di meno fecero i carabinieri, i quali spararono sui sardi in fuga. Quel giorno, il selciato italico s’impregnò del primo sangue dei martiri trucidati barbaramente. Gli operai scampati alla persecuzione xenofoba si rifugiarono intanto nelle campagne circostanti. L’indomani, i lavoratori rientrarono nel paese per raccogliere i loro fratelli caduti come soldati in guerra, ma la «fratellanza operaia», «la pietà cristiana», si evidenziarono utopiche mete. Entrarono nell’abitato e nuovamente divampò la triste sinfonia di morte col grido di battaglia: «Fuori i sardegnoli». Gli itrani convergendo in massa, passarono prima in una bottega, nella quale si distribuivano armi per l’occasione. Qui si avvertiva: «Prendete le armi e uccidete i sardi»

. La seconda giornata di caccia all’«animale sardo» era aperta! Gli itrani, ancora accecati dall’odio razzista e non contenti del sangue già versato, si scagliarono nuovamente contro i lavoratori sardi inermi e, con più raziocinio criminale del giorno prima, ancora ammazzarono. In queste due giornate furono massacrate una decina di persone, tutte sarde. Il numero esatto delle vittime non si venne mai a sapere, poiché gli itrani trafugarono numerosi cadaveri e feriti moribondi per nascondere il numero esatto delle vittime. Alcuni operai sequestrati subirono la tortura e una sessantina furono i feriti, di cui, diversi, molto gravi, perirono in seguito. Molti sardi scampati alla strage furono arrestati con la falsa accusa di essere rissosi. Mentre, altri, per la stessa accusa, furono espulsi da quella «terra del lavoro» e rispediti in Sardegna. Pagarono caro il prezzo della loro provenienza e cultura, ma la camorra, da quei fieri sardi, non vide neppure un soldo. Per questi fatti non un itriano fu punito. E il grave avvenimento fu subito occultato. L’avocato Guido Aroca scrisse: «Se alcunché di simile si fosse verificato ai danni siciliani o romagnoli, l’Italia tutta sarebbe oggi in fiamme». Dopo quei giorni dolorosi, i sardi, per il tornaconto bellico italiano del ’15 ’18, diventeranno la «razza guerriera ed eroica» che salvò le sorti dell’Italia. Divulgare oggi questa storia, è, innanzitutto, un dovere verso quei martiri antesignani della lotta sindacale, ma, altresì insegna a riconoscere e denunciare forme attuali di razzismo mascherate con il belletto, le quali si configurano nella moderna forma di colonizzazione politica e culturale. Il sacrificio dei nostri antenati non ha avuto giustizia e in continente si sostiene ancora che «I sardegnoli se la son cercata». A distanza di anni da quei fatti, la forma mentis ferocemente antisarda è stata dichiarata lucidamente dallo stesso «Stato di diritto» italiano, nel momento in cui, con tracotanza, istituzionalizzò il proprio pregiudizio e razzismo contro i sardi (e solo contro i sardi) emigrati in s’Italia, con una schedatura poliziesca di uomini, donne, vecchi e bambini. La registrazione ebbe inizio nel 1984, all’insaputa degli stessi sardi, con la regione Lazio per poi essere estesa ad altre regioni fino ad una data incerta degli anni ’90. Frantz Fanon aveva pienamente ragione: «Un Paese colonialista è un Paese razzista!». I sardi, per un complesso di colpa indotto da anni di colonizzazione culturale, accettarono passivamente di essere considerati, nel loro insieme e capillarmente, potenziali criminali.

 

I nomi conosciuti delle vittime assassinate

 

Antonio Baranca di Ottana

Antonio Contu di Ierzu

Antonio Arras di ?

Efisio Pizzus di ?

Giovanni Mura di Bidonì

Giovanni Marras di ?

Giuseppe Mocci di Villamassargia

Salvatore Cuccuru di ?

Sisinni o Pischedda di Marrubbiu

Baldasarre Campus di ?

[operaio] Deligios di Ghilarza

 

Fonte: Sotziulimbasarda.net Autore: Fabritziu Dettori

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