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Articoli filtrati per data: Saturday, 11 Luglio 2020

Durante la prima metà del 2020, la marina israeliana ha commesso 172 violazioni contro i pescatori gazawi.

ALRAY – 7 luglio 2020

Gaza – Secondo quanto riferito sabato dal Centro per i diritti umani Al Mezan,durante la prima metà del 2020 la marina israeliana ha commesso 172 violazioni contro i pescatori palestinesi.

Al Mezan ha pubblicato sabato un rapporto sulle violazioni della marina israeliana contro il settore della pesca a Gaza durante il primo semestre del 2020.

Il centro ha spiegato che la marina israeliana limita la zona di pesca,  apre il fuoco contro i palestinesi e le loro imbarcazioni al largo della costa di Gaza, ferisce  e uccide i pescatori, li insegue e li arresta.

Sequestra inoltre i pescherecci e le attrezzature a bordo, danneggia le reti, i generatori e i segnali luminosi.

Il Centro ha spiegato che queste violazioni hanno conseguenze negative sul numero di pescatori che lavorano in questo settore.

Il numero di lavoratori coinvolti nel settore legato alla pesca  nel 2019 nella Striscia di Gaza ha raggiunto il numero di 5 mila e 606, di cui 3 mila e 606 pescatori.

Secondo le precedenti statistiche dell’Ufficio Centrale Palestinese di Statistica, nel 1997 il numero di lavoratori nello stesso settore era di 10 mila.

Il Centro ha dichiarato: “A causa di queste continue violazioni, i lavoratori in generale e i pescatori in particolare sono tra i gruppi più poveri della società palestinese a Gaza. Le violazioni inoltre  influiscono sui diritti umani di questi lavoratori e delle loro famiglie.

Ha inoltre sottolineato che il settore marittimo a Gaza, e in particolare il settore della pesca, è considerato una delle fonti principali dell’economia palestinese, in quanto offre opportunità di lavoro a pescatori e lavoratori nelle professioni ad esso associate e pertanto  contribuisce alla formazione del  prodotto interno lordo e a sostenere il paniere alimentare della popolazione.

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” – Invictapalestina.org

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Christian Alfonso Rodríguez era uno studente della scuola rurale di Ayotzinapa, nello stato del Guerrero, in Messico. Amava la veterinaria e la danza folclorica, e i compagni lo chiamavano Clark per i suoi occhiali e il taglio di capelli simili a quelli dell’alter ego di Superman. Insieme ad altri 42 aspiranti maestri, a Iguala, nella notte tra il 26 e 27 settembre del 2014, Christian fu vittima di sparizione forzata.

Il 7 luglio scorso l’attuale procuratore del caso, Omar Gómez, ha confermato che alcuni micro-frammenti ossei ritrovati nella vicina città di Cocula, analizzati dall’Università di Innsbruck, appartengono al ragazzo. Questa identificazione smantella definitivamente la cosiddetta “verità storica” fabbricata dal precedente governo.

6 anni fa decine di studenti di Ayotzinapa soffrirono una serie di attacchi perpetrati dalla polizia municipale e da gruppi della criminalità organizzata, collusi con le autorità, sotto lo sguardo complice dell’esercito e della polizia federale che non impedirono la strage: 6 morti, centinaia di feriti e 43 desaparecidos fu il bilancio della “notte di Iguala”.

L’allora procuratore generale, Jesus Murillo, e il suo braccio destro, il direttore dell’agenzia per le investigazioni criminali, Tomás Zerón, oggi profugo all’estero e ricercato dall’Interpol, produssero una versione falsa dei fatti, che chiamarono, con cinica ironia, la “verità storica”.

Secondo questa ricostruzione, ottenuta da alcuni testimoni mediante tortura con il fine di insabbiare le indagini, i ragazzi sarebbero stati consegnati dalla polizia di Iguala alla banda criminale dei Guerreros Unidos per poi essere bruciati nella discarica di Cocula e gettati nel sottostante fiume San Juán.

Nell’ottobre di 6 anni fa Zerón simulò il ritrovamento di alcuni resti ossei, contenuti in borse di plastica lungo le rive del fiume, e questi risultarono essere di due studenti, Alexander Mora e Joshivani Guerrero, ma nessuno sa da dove venissero veramente, dato che fu il funzionario a piantarli come “evidenze dei fatti” in quel luogo.

La manipolazione delle prove e l’esclusione di altre piste, scomode per il governo dell’allora presidente Peña Nieto, ha impedito in questi anni l’accesso alla verità e alla giustizia per le famiglie degli studenti e la società intera, che ha reagito con la creazione di un solido movimento sociale di solidarietà.

Giornalisti ed esperti internazionali, tra cui l’Equipe Argentina di Antropologia Forense e il Gruppo Indipendente (GIEI) inviato nel 2015 dalla Corte Interamericana dei Diritti Umani, hanno smontato pezzo dopo pezzo l’investigazione e le azioni del governo e della procura che, tra l’altro, tendevano a criminalizzare le vittime e le loro famiglie.

L’amministrazione di Andrés Manuel López Obrador dal dicembre 2018 ha investito molto capitale politico e risorse materiali per cercare di voltare pagina e ribaltare giudiziariamente questa falsa-verità, intensificando le ricerche sul campo, creando una commissione per la verità e una procura speciale, e anche riconoscendo le responsabilità delle autorità statali nel crimine. Qualche passo avanti è stato fatto anche se l’esercito, l’ex presidente e l’ex procuratore sembrano, per ora, intoccabili.

Le famiglie messicane che cercano i desaparecidos dicono che i resti dei loro cari, sepolti in fosse clandestine, sono dei tesori d’inestimabile valore. L’identificazione di un ossicino del piede destro di Christian è fondamentale perché è stato trovato in un’altra zona, a 800 metri da quella discarica di Cocula in cui le indagini precedenti pretendevano di seppellire la verità e chiudere il caso. Invece non è così, ed emerge una nuova verità resistente dalle ceneri dell’ignominia.

Di Fabrizio Lorusso per lamericalatina.net

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Esce il quarto contributo della rubrica “il virus e la riproduzione sociale”. Qui di seguito condividiamo la trascrizione di uno degli interventi tenuti durante l'iniziativa telematica Jam the system, organizzata a giugno dalla rete Non una di Meno transterritoriale marche. Qui, come del resto in molti altri contributi, si fa leva sull'insopportabilità del lavoro multiservizi così com'è pensato, strutturato e vissuto dalle donne effettive. Si tracciano obiettivi e si raccontano esempi di lotte quotidiane contro la fatica di sentirsi “l'ultima ruota del carro”. Ma qui, nell'uso eccezionale della sanificazione nella gestione del coronavirus, si ribalta il concetto stesso di lavoro essenziale. Su chi vengono scaricati i costi di questa pulizia? Qual è il “nuovo valore” dei pulitori? Come guadagnano le multinazionali? Come si può spezzare il perverso ricatto che compromette salute, tempo, dignità in cambio di un misero stipendio?

chi siamo
Mi chiamo G., e sono un'operaia, ho sempre lavorato nel settore delle pulizie, ma l'ultimo lavoro che ho fatto fino a marzo era da badante, quando sono stata licenziata in piena pandemia in attesa di tampone.
Da anni con la rete Non Una di Meno Pisa abbiamo costruito un percorso di lotta contro le violenze anche nei posti di lavoro. Perchè la violenza è sistematica qui, per le donne. Se ti alzi alle 5 e sgobbi tutto il giorno, e nonostante questa degradazione e alla fatica del troppo lavoro, dei troppi problemi sul lavoro, non ce la fai mai a pagare le cose che ti servono.. come si chiama questa? In particolare questa violenza la combattiamo insieme alle lavoratrici delle pulizie delle grandi multinazionali che hanno in appalto il servizio di sanificazione e pulizia dell'ospedale di Cisanello di Pisa.

Da questo percorso abbiamo aggregato altre donne attorno ai temi della difesa dallo sfruttamento e dalla povertà, altre donne che subiscono la stessa condizione in altri settori sempre del multiservizi o affini. Ci siamo conosciute costruendo gli scioperi dell'8 marzo e stringendo relazioni che durano grazie agli spazi di lotta che abbiamo aperto.
Infatti, pur utilizzando lo strumento sindacale, non siamo un sindacato, ma un movimento che affronta i tanti aspetti della crisi della riproduzione sociale. Dalla lotta vittoriosa contro 80 licenziamenti di donne delle pulizie, abbiamo aperto diversi luoghi di confronto e d'inchiesta nell'ospedale. Abbiamo aperto spazi nei quartieri dove queste donne vivono e si “riproducono”, lottando contro la rapina degli affitti e la mancanza dei servizi. Cerchiamo di contaminarci con tutte le lotte contro la violenza della discriminazione.
Vogliamo fare i conti con i nostri limiti e con la grande esigenza di cambiare tutto per noi donne. E sappiamo che solo collegandoci tra di noi, solo studiando in profondità come ci sfrutta il sistema, ma studiando anche in profondità come già le persone lottano contro questo sistema, possiamo ribaltare il pregiudizio che ci opprime -che siamo deboli, che siamo sole, che siamo “poverine”, che siamo puttane, che abbiamo bisogno di un uomo e di un padrone – in una nuova forza capace di darci la libertà.

donne pulizie uk

Il lavoro multiservizi nel covid
Per entrare nel merito di questa discussione - il lavoro multiservizi al tempo della pandemia – quello che ho vissuto è che la gestione di questo virus è stata tutta scaricata sulle spalle e sulle teste delle lavoratrici. In particolare dentro il cosiddetto lavoro multiservizi c'è il lavoro di cura e riproduttivo, e le pulizie che sono state sempre denigrate e penalizzate, affidate a quelle che sono l'ultima ruota del carro, si sono ritrovate ad essere essenziali. In ogni attività sia lavorativa che sociale, il lavoro delle pulizie e di sanificazione è diventato indispensabile. Lo possiamo rinominare un “metalavoro”.
Questo per me vuol dire che tutti i disagi e i conflitti che c'erano prima del coronavirus adesso stanno esplodendo. Per questo mi sento in dovere di riportare questa testimonianza di una lavoratrice delle pulizie che con le sue parole di qualche tempo fa racconta al meglio quelle che sono le grandi problematiche che da adesso in poi non vogliamo più sopportare.

“Ciao sono una donna che lavora nelle pulizie dell’ospedale di cisanello con la multinazionale prima Sodexo ed ora Dussman. Oggi, la maggior parte delle donne si spacca la schiena nel lavoro di cura e nelle pulizie. In questa azienda dove lavoro siamo tantissime donne. Un gruppo di noi donne delle pulizie ha deciso di scioperare l’8 marzo perché subiamo tutti i giorni una doppia violenza. Una violenza data dal fatto che tante donne siamo sole, con figli a carico, percepiamo stipendi da fame, ci manca la libertà di poter fare tutto, ci mancano i soldi perché i redditi sono bassi e le spese da affrontare sono alte, ci manca la possibilità di poter vivere. L’altra è la violenza del lavoro e delle istituzioni che ci sfruttano per questa nostra presunta debolezza.
Noi donne siamo quelle che si svegliano la mattina al buio mentre tutti ancora dormono per andare a lavorare, siamo quelle che devono organizzare la vita dei propri figli subendo il fatto di lasciarli anche da soli o pregare amiche, parenti (se ci sono) perché nella maggior parte dei casi siamo sole. Siamo quelle che di volata facciamo un boccone da mangiare per la famiglia, si sistema la casa e si riparte su un altro turno (se abbiamo gli spezzati) oppure si corre al doppio lavoro perché prendiamo 6 euro l’ora e non riusciamo a coprire le spese. Tante di noi accarezzano i loro figli di notte, e vivono con i sensi di colpa per non riuscire a starci dietro...ecco ma di chi è la colpa di tutto ciò.
Di certo non la nostra. Abbiamo deciso di dire basta, di farci carico di tutte queste violenze... i responsabili ci sono. Per questo abbiamo deciso di far parte della rete non una di meno e organizzare lo sciopero dell’8 marzo. Da ottobre abbiamo aperto uno sportello, facendo compilare dei questionari, dove tantissime nostre colleghe sono venute ad esporre le loro problematiche e ci siamo resi conto che le problematiche sono le stesse. Nella costruzione di questo sciopero tante donne iniziano a prendere coraggio e iniziamo a non avere più paura...però si sa quando una donna decide di alzare la testa l’abitudine è quella di bastonarla, minacciarla, offenderla e farla sentire una nullità.
Il 16 febbraio un gruppo di noi donne lavoratrici, ha deciso di mettersi insieme e abbiamo chiamato un assemblea sindacale all’interno del nostro posto di lavoro. Quest’assemblea già dall’inizio è stata boicottata dai sindacati confederali: cgil, cisl, uil... seminando paura e terrore sulle donne che già subiscono sul posto di lavoro: sovraccarichi di lavoro, ritorsioni per chi non sta a testa bassa, cioè se una di noi pretende i propri diritti ti minacciano con le lettere disciplinari, o mandati a fare un lavoro più pesante, cambi turni dati solo ai privilegiati, e siccome tante di noi hanno contratti par time 3, 4, 5 ore, l’unica maniera per arrotondare è fare qualche ora di straordinario. Su queste ore si gioca il ricatto nei nostri confronti e creano la guerra e divisione fra operaie. Ma nonostante ciò l’assemblea è andata bene e siamo uscite lanciando lo stato di agitazione verso lo sciopero dell’ 8 marzo. Noi abbiamo il coraggio di dire la verità, la verità di chi ha deciso come me, di lottare perché prendo 800 euro di stipendio compreso gli assegni familiari ed ho da fare fronte a 600 euro di affitto. La maggior parte di noi è abbandonata, senza nessun ammortizzatore sociale, senza tutela sul posto di lavoro.
Queste aziende sono ricche e si stanno arricchendo ancora di più sulle nostre spalle, noi sappiamo che questo mal di lavoro compromette non solo i nostri stipendi e la nostra salute: è la pulizia dei reparti che è messa in grave pericolo. Chi ci rimette sono anche i pazienti.
Il nostro stato di agitazione prevede che dal giorno dopo dell’assemblea abbiamo iniziato a dire di no ed ha trovare la forza per migliorare le nostre vite rifiutandoci di accettare carichi di lavoro, minacce, ritorsioni, perché vogliamo lavorare con il sorriso, vogliamo il rispetto delle procedure giuste. Vogliamo i controlli e le verifiche dei lavori svolti come da capitolato.”

sciopero

E' il nostro momento
Se il covid ha esasperato le condizioni di vita e lavoro precedenti, oggi è necessario fare i conti con delle potenzialità e delle possibilità che la pandemia ci ha mostrato. Voglio fare due brevi esempi per ragionare su alcune proposte. Il primo riguarda una lavoratrice della Dussman delle pulizie dell'ospedale gli era stato ordinato dalla capoturno di andare a sanificare una stanza che risultava infetta dal covid. Questa lavoratrice era sprovvista di mascherina e dispositivi adeguati e si è rifiutata di svolgere quella mansione. Dopodichè il capo impianto della multinazionale gli ha detto “sei una buona a nulla” minacciandola di ritorsioni. Solo per aver preteso di lavorare in sicurezza. Sono seguite lettere disciplinari e cambi turno senza avviso, da orario fisso continuato a spezzato. Cioè vuol dire lavorare tutto il giorno e vivere in macchina. La lavoratrice insieme ad altre stanno reagendo e si stanno organizzando per avere la giusta formazione e far cancellare queste ritorsioni che oramai sono la regola dell'organizzazione di questo lavoro. Questo ci fa dire che il lavoro multiservizi, sottopagato, sfruttato, e usurante non deve più esistere in questo modo. Bisogna ribellarci alla stessa esistenza di questo lavoro per così com'è fatto e pensato. In particolare la discriminazione che subiamo essendo in appalto. Questa discriminazione è violenza e si attua grazie al risparmio su tutto quello di cui chi lavora e vive ha bisogno, mascherine, tamponi, scarpe giuste, stipendi, prodotti giusti, formazione, indennità, panni, guanti, tempi e ritmi di lavoro, contratti part time. E' questo risparmio che fa arricchire le multinazionali in combutta con le committenti. E' questo risparmio che rende il lavoro una nocività per noi.
Perchè il contratto multiservizi è scaduto e non lo rinnovano? Perchè c'è uno scontro sulle “malattie”. Perchè le donne hanno bisogno di riposo, di malattie professionali riconosciute, di non ammalarsi più per via di queste procedure lavorative usuranti.

Il secondo esempio riguarda un'altra lavoratrice delle pulizie, mamma di due figli che si è ribellata al marito dopo anni di violenze. Questa donna appena prima del lockdown è scappata di casa per salvarsi dalle botte del marito, con tanto di codice rosa e denunce e inserimento nei percorsi antiviolenza. Il lavoro usurante del multiservizi non gli ha permesso di liberarsi dalla costrizione del marito, di andare a vivere da sola in affitto. 1000 euro di stipendio non bastano per essere indipendenti per una donna di 50 anni. È scappata di casa rifugiandosi da amiche, compagne, sorelle e colleghe. Non poteva riprendersi le sue cose, e durante la quarantena è rimasta sprovvista dei suoi effetti personali perchè il marito non gli permetteva di riprendersele, continuando a minacciarla. Per questo si è creata una rete di donne che l'hanno sostenuta e accompagnata, a fine quarantena, sotto la sua casa, e noncurante delle provocazioni del marito violento, l'obiettivo è stato raggiunto.

Tutto questo per dire che quando parliamo di doppia violenza del lavoro riproduttivo parliamo ora più che mai di un legame fortissimo soprattutto nelle resistenze e nelle lotte tra i diversi ambiti di sfruttamento. La liberazione è quindi da pensare complessivamente in tutto il territorio dove viviamo e lavoriamo.

nudm

 

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Ieri mattina più di 100 carabinieri, con supporto di un elicottero e altre forze dell'ordine hanno preso d'assalto il quartiere di Calvairate per sgomberare 6 appartamenti occupati anche da famiglie con bambini.

Calvairate è una delle zone di Milano dove si vive una condizione socialmente esplosiva, un quartiere popolare con un'alta concentrazione di povertà, abbandonato dalle istituzioni, che anzi sfruttano questa situazione per organizzare le loro passerelle, come Francesco Rocca di Fratelli d'Italia che stamattina si congratulava con le forze dell'ordine per aver "ripulito" la zona dalle famiglie occupanti.

Il patrimonio immobiliare inutilizzato a Milano è di circa 20.000 alloggi vuoti, ci chiediamo quindi come sia possibile che a fronte ad un dato del genere sia prioritario lasciare in mezzo alla strada persone e famiglie in condizioni di fragilità come bambini, anziani e donne in gravidanza. La situazione è insostenibile e una risposta diventa necessaria. Come gruppo solidale dal basso stiamo attivando iniziative di prossimità che mirano a creare consapevolezza all'interno della comunità locale, basandoci su principi quali cura e mutuo aiuto, azioni concrete che possono tutelare i nuclei abitativi che più sentono il peso della crisi socio-economica.

Brigata Ho chi Minh

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La mattina del 10 luglio Conte con i ministri De Micheli e D’Inca hanno presenziato alla ‘prova generale’ del Mose di Venezia, spacciata per inaugurazione, ma in realtà mancano – secondo gli stessi costruttori – almeno altri 18 mesi per potere dire che i lavori sono finiti.

In mezz’ora le paratie che dovrebbero difendere Venezia dall’alta marea si sono alzate, in favore…di telecamere. Non è dato sapere se si abbasseranno e come, vero tallone dìachille dell’inutile grande opera. 

A rovinare la festa a governo, istituzioni e prescelti le attiviste e gli attivisti del Comitato No grandi Navi e del Laboratorio Occupato Morion, che attraverso un’azione su acqua hanno protestato contro  questo ultimo test.

Nel bacino di San Marco, dove le barche “No Mose” si sono radunate, è stata intercettata e contestata la motonave che trasportava i membri del Consorzio Venezia Nuova che poi si è diretta all’inizio delle bocche di porto, dove si trovano le paratoie del Mose. L’azione  è riuscita a ritardare l’inizio della cerimonia, con navi e scafi delle forze di polizia che si sono dispiegate lungo il bacino.

Nonostante i primi blocchi di polizia, tutte le imbarcazioni “No Mose” sono riuscite a proseguire oltre San Marco, in laguna aperta. ancora per blocchi di polizia: dopo circa due ore di intimidazioni e speronamenti, le barche sono state fermate all’altezza di Forte Sant’Andrea, poco prima dell’arrivo alle bocche di porto.

Le valutazioni sulla mattinata di Tommaso Cacciari, del Comitato No Grandi Navi. Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

 

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Questa sera i No Tav che presidiano i mulini della Val Clarea hanno sorpreso la polizia a guardia del cantiere Tav con una battitura proprio ai cancelli del nuovo allargamento.
Subito c’è stata grande agitazione all’interno ma dovrebbero sapere che i loro dispositivi hanno sempre qualche falla…

L’estate di lotta è iniziata e continuerà: se qualcuno pensava che fosse una vacanza stare a guardare il cantiere-fortino…Beh, la pacchia è finita! Avanti No Tav!

Da notav.info

Alleghiamo di seguito anche la quarta puntata di "Storie di resistenza dai Mulini":

 

 

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