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Articoli filtrati per data: Wednesday, 01 Luglio 2020

Terza memoria su virus e riproduzione sociale. In questo articolo c'è il racconto di una delle tante madri che si è ritrovata “senza servizi educativi”. Lasciate sole a fare i conti tra le necessità del lavoro, quelle del riposo e della crescita dei figli, si narrano le difficoltà nell'accesso al congedo parentale, sulla gestione della ferie e dei permessi, nell'elargizione dei bonus. Si parla di come l'assenza di tutele statali nelle garanzie educative delle nuove generazioni, sia funzionale ad un'ulteriore “messa a lavoro” del lavoro domestico.
Ma la storia racconta anche del proprio mestiere di lavoratrice di servizi di assistenza e cura dei figl_ degli altr_. Si fa strada una profonda critica del sistema socio sanitario rivolto ai minori, su tutto ciò che manca e su quello che servirebbe.

Ho 35 anni, quasi 36. Sono mamma single di un bimbo di due anni. Il 4 marzo sono andata a prenderlo all'asilo nido non sapendo che quello sarebbe stato l'ultimo giorno di scuola per quest'anno.
Sono una dipendente pubblica e lavoro in ambito sanitario, ho quindi la fortuna di un lavoro sicuro e, in questi giorni pieni di ansie e incertezze, almeno posso mettere il pranzo e la cena in tavola. Cosa non scontata per tanti e tante.

Sono andata a lavoro fino al 9 marzo, poi mio figlio aveva febbre, raffreddore e tosse, vietatissimo lasciarlo ai nonni in queste condizioni e quindi sono rimasta a casa con lui.    
Finita la sua malattia, è iniziata la mia: sembra un semplice raffreddore ma vista l'epidemia in corso, il medico con cui parlo (sostituto del mio medico di base) preferisce essere prudente e farmi stare a casa. Nei giorni seguenti i miei sintomi aumentano e continuo a stare a casa senza cure e senza tampone. In quei giorni penso solo che non devo peggiorare, perché se ho il covid 19 ho certamente contagiato anche mio figlio e quindi non posso lasciarlo a nessuno. Non dormo per l'ansia: se dovessi peggiorare chi potrebbe occuparsi di mio figlio potenzialmente contagioso?

Per fortuna le cose vanno bene, non so cosa ho avuto, ma sono guarita. Per il mio medico (non più il sostituto), sono stata a casa abbastanza, per cui il 31 di marzo interrompe il mio certificato e mi dice che posso tornare a lavoro con le giuste precauzioni (???).    
Ovviamente per quel che si sa di questo virus io sono consapevole di poter essere ancora contagiosa, per cui al di là del parere del medico, rimango a casa iniziando ad usufruire del congedo straordinario covid 19 per genitori. Solo 15 giorni (diventeranno 30 con il prolungarsi della chiusura delle scuole...wow) in cui vengono conteggiate anche le giornate festive, pagati al 50%.

Scoprirò più avanti che non è certo che mi spettino perché risulto ancora sposata e il mio quasi ex marito è disoccupato. Per cui, anche se vive da mesi molto lontano da noi, si suppone possa essere lui ad occuparsi del bambino.  Quindi sto a casa ma rimango in questo limbo di non sapere se dovrò coprire questi giorni di assenza con le ferie oppure se mi verrà concesso il congedo.

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Io e il duenne in solitudine.   


L'isolamento con un bambino di 2 anni non è facile, le sue esigenze sono tante, occorre cercare di mantenere delle routines nella giornata e l'improvvisa chiusura del nido è un grande cambiamento da metabolizzare per un bimbo così piccolo.


A fronte delle tante ansie che arrivano dall'esterno, in casa devi cercare di essere calma, di coinvolgerlo in delle attività e di mantenere dei piccoli spazi per te che ti permettano di riprendere fiato e staccare, perché altrimenti il rischio è di rompere un delicato equilibrio e finire in una spirale di ansia e nervosismo.


Costringere un bambino a stare in casa, rinunciare alle passeggiate, al parco giochi, ad osservare quello che avviene normalmente in strada e in cielo sempre fonte di grande curiosità e meraviglia, è di una violenza unica. Quando sento dire che i nostri bambini stanno bene perché tanto in casa hanno tutto mi si chiude la vena: certo il mio bimbo non soffre la fame e ha tanti giochi, ma la totale mancanza di coetanei, l'improvvisa assenza di nonni, zii ed educatrici, il divieto di varcare la porta di casa sono cose difficili da spiegare e da capire.


Un bambino “non cresce” da solo, cresce se c'è una comunità. E alla fine di questa emergenza il compito più difficile della comunità umana sarà raccogliere i cocci di questa generazione in crescita che da un giorno all'altro è stata privata di un grande pezzo del senso stesso della vita: le relazioni umane.

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Una madre sola e il ritorno a lavoro.


Quando si è cominciato a parlare di fase 2 sul mio volto è comparso un sorriso amaro. Anno scolastico concluso, parchi pubblici ancora chiusi (unico paese in Europa), i bambini cancellati dalla mente di questi signori che decidono per noi.


La prima domanda è: come fa un genitore a tornare a lavoro? Dove li lascia i figli? Il "welfare nonni" è fuori gioco (hanno fatto una campagna basata sullo stare a casa proprio per il bene dei nonni, tralasciando la regione Lombardia che in casa dei nostri nonni ci ha messo i malati covid).  


Il bonus babysitter? Innanzitutto è accessibile solo a chi non ha usufruito del congedo straordinario, ma è chiaro quanto sia una pagliacciata in un paese in cui, purtroppo, mettere in regola una babysitter è un percorso complesso e costoso (ma fanno finta di niente, dove vivono?). Ma ipotizziamo anche di mettere in regola una babysitter e facciamo due conti: 9 ore di assenza giornaliera da casa per cinque giorni a settimana, 8 euro netti l'ora (10 lordi quindi) fanno 450 euro a settimana, 1800 euro al mese (molto più del mio stipendio).
Il bonus previsto è di 600 euro (diventeranno poi 1200); non mi stupisce che questa gentaglia al governo pensi che la paga di una babysitter possa essere 3,30 euro l'ora. Sono dei criminali.

Le soluzioni sono quindi ben poche: un'aspettativa non retribuita? Provare ad accedere ad un part time? Andare a lavoro per mantenere il posto ma spendere l'intero stipendio per  pagare una babysitter? Come sempre ci si affiderà alla fantasia di madri e padri per capire  come organizzarsi...e di fantasia, alle nostre latitudini, ne serve tanta.

E a settembre? La totale assenza di un progetto sembra fare da padrona. Il governo blatera di quanto è buona e bella la didattica a distanza, non immaginando niente di alternativo, non tenendo in considerazione le età in cui questa non ha alcun senso (nidi, materne e buona parte delle elementari), oppure tutta quella fascia di popolazione tagliata fuori per mancanza di strumenti e connessione.
La scuola, con tutti i ben noti difetti che già aveva, sembra diventata un vezzo. La grande esperienza di socialità e convivenza che la scuola rappresenta, non sembra interessare la ministra Azzolina, che addirittura chiarisce che anche se quest'anno saranno tutti promossi bisognerà tenere in considerazione le insufficienze...questione di priorità. Bene dice una docente di Rimini quando afferma che i suoi alunni avranno 9 in pagella, perché "nel compito di realtà hanno riportato tutti il massimo".

Di fronte a questo scenario, alla totale incapacità di cogliere questa occasione per pensare ad una scuola diversa, il rischio è che molti genitori (per lo più madri) potrebbero essere costretti a rinunciare al proprio lavoro per crescere i figli. In un paese dove questo già avveniva (sono tantissime le donne costrette alle dimissioni dopo il parto), un così tragico epilogo sembra non preoccupare abbastanza il governo.

Sul mio lavoro.


Cosa sta succedendo nel sistema sanitario? Si parla tanto di pareri scientifici, di linee guida, di comitati di esperti, ma il grido di dolore lanciato dagli operatori sanitari in questi mesi di emergenza sembra restare inascoltato.


La lettera scritta dai medici di Bergamo pubblicata dal "New England Journal of Medicine Catalyst Innovations in Care Delivery", nella quale con fin troppa umiltà, indicano la strada per affrontare futuri focolai e nuove pandemie, è già caduta nel dimenticatoio.


Non ci sono piani di adeguamento delle strutture, non ci sono approvvigionamenti straordinari di dispositivi di protezione, non c'è un rafforzamento della medicina di base.
Insomma dicono che con questo virus bisognerà imparare a conviverci, ma come? Un sistema sanitario devastato quante altre emergenze potrà affrontare?

Lavoro nel sistema sanitario pubblico da 7 anni e quotidianamente tocco con mano lo sfacelo in cui versa. Durante questa emergenza, oltre le gravi carenze sotto gli occhi di tutti e tutte, quelle carenze che hanno portato alla morte di migliaia di persone, le piccole realtà sui territori hanno dovuto affrontare un'importante riorganizzazione.
Nella prima fase di lockdown molti servizi non essenziali sono rimasti aperti costringendo ogni giorno i lavoratori a rompere il confinamento per recarsi in luoghi di lavoro dove di fatto le attività erano interrotte per mancanza di utenza.


Più avanti alcune Regioni hanno assunto la decisione di mettere tutto il personale sanitario la cui attività erano appunto ridotte o del tutto ferme, a disposizione delle unità di crisi delle aziende. A seguito di questa decisione, è stato dirottato soprattutto sui check-point agli ingressi di ospedali e presidi sanitari, personale senza alcuna formazione per svolgere tale mansione.
Questa improvvisa riorganizzazione ha naturalmente creato non poche tensioni: se da una lato una minima parte del personale – aggrappato alla retorica degli “eroi per la patria” - si è reso disponibile a svolgere altre mansioni con cambi turni e orari non previsti dal proprio inquadramento, per tanti e tante questo passaggio non è stato così scontato.
A questo proposito riporto l'esperienza di una lavoratrice che in qualche modo si è vista costretta a svolgere alcuni turni di check-point e una mattina si è ritrovata nella sala di vestizione senza la disponibilità di visiere di protezione. La lavoratrice ha segnalato la mancanza del dispositivo alla caposala e dunque l'impossibilità di svolgere il turno in sicurezza; le è stato risposto che le visiere non erano state sanificate e che per quel giorno non ci sarebbero state.


La lavoratrice ha quindi rifiutato di svolgere quella mansione ed è stata minacciata di provvedimento disciplinare dalla diretta superiore. A quel punto la lavoratrice ha fatto presente che insieme al provvedimento disciplinare avrebbe gradito ricevere anche la delibera sul cambio di mansione a cui era stata destinata. Di fronte a tale richiesta ci sono stati dei tentennamenti e, ad oggi, pare sia stata sufficiente per far arretrare la dirigente sull'idea di comminare un provvedimento disciplinare.I giorni passano e, con cautela, i servizi territoriali iniziano a riaprire. Il servizio in cui lavoro, che accoglie per lo più minori con disabilità, comincia a riorganizzarsi partendo dai bambini e dalle bambine che si pensa possano svolgere l'attività mantenendo la distanza sociale e utilizzando i dispositivi di protezione.


Ricontattare le famiglie è un compito complesso: hanno vissuto un periodo davvero difficile e scaricano sull'operatore che le chiama tutte le inevitabili frustrazioni e sofferenze che si sono accumulate.
La paura del contagio, quella che ci ha tenuto tutti e tutte rinchiuse in casa, è ancora molto forte. Si individuano così in maniera molto chiara due tendenze: le famiglie in cui i bambini e le bambine non hanno gravi disabilità e che durante il lockdown sono riuscite  in qualche modo a trovare un equilibrio - per lo più grazie a maggiori possibilità materiali e non solo - assumono un atteggiamento attendista e non se la sentono di far riprendere subito le terapie al figlio.


Le famiglie che hanno sofferto di più il confinamento, perché costrette in case sovraffollate, con pochi strumenti per restare in contatto con l'esterno, con bambini e bambine molto problematici, accolgono con speranza le nostre telefonate e vorrebbero riprendere subito il percorso terapeutico interrotto.


Rispetto però alle sommarie indicazioni che abbiamo ricevuto per riprendere il nostro lavoro, è proprio questa seconda fascia di bambini e bambine che dovrà attendere più a lungo per ricominciare. Infatti hanno per lo più patologie complesse, spesso situazioni familiari e sociali difficili e già prima della pandemia vivevano la socialità con non pochi ostacoli.

Come per la scuola, anche per i trattamenti specialistici (psicomotori, fisioterapici, logopedici...) se non si comincia ad immaginare nuovi approcci, sarà difficile riprendere il lavoro. Cosa intendo per nuovi approcci? Provo a fare qualche esempio: spazi più ampi e anche all'aperto per svolgere le terapie, utilizzo di dispositivi di protezione che siano efficaci nel limitare la diffusione del virus ma che non ostacolino la relazione (es: mascherine trasparenti che mostrino le espressioni del viso, camici o meglio tute monouso colorate e che permettano all'operatore di muoversi agilmente), un maggior coinvolgimento delle figure adulte di riferimento sia in modo diretto nel trattamento ma anche offrendo loro degli spazi di elaborazione del difficile percorso con i propri figli.


Le idee e le proposte da parte di chi lavora a stretto contatto con i bambini e le bambine sembrerebbero esserci. La volontà di investire per metterle in pratica al momento sembra mancare.

Andrà tutto bene? Non si direbbe.

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di Giovanni Iozzoli da deriveapprodi

Che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa.
Lorenzo Da Ponte

Quando ho recensito su Carmilla il bel volume dei fratelli Despali, mi si sono subito imbattuto nei nodi tradizionali di un discorso sull’autonomia operaia: quelli relativi alla sostanziale inafferrabilità della sua narrazione. Qualsiasi oggetto storico-sociale che deve essere raccontato, va innanzitutto perimetrato. E la scelta di misura, metodo e contenuti, in questa preselezione, risulta decisiva. Il discorso comincia precisamente nella testa del narratore, quando opera questa cernita di fatti e contesti, esprimendo una predilezione del tutto personale, magari con qualche buona ragione, ma sempre arbitraria. È per quello che la letteratura narrativa, la forma romanzo, risulta spesso così efficace nel racconto dei mutamenti sociali: perché permette di sottrarsi alle griglie rigide, ai perimetri preimpostati, consentendo di attraversare in scioltezza confini tematici e disciplinari: seminando suggestioni, più che tesi (suggestioni che ovviamente possono risultare politicamente assai feconde: il Manifesto del partito comunista cosa fu, se non uno straordinario esempio di narrazione evocativa, che raccontando il mito imperituro della rivolta degli oppressi e collocandolo dentro la verità storica, ne favoriva il suo inveramento sociale, la sua incarnazione dentro i corpi vivi?)

Torniamo a noi. Quando si racconta “l’autonomia”, c’è il consueto nodo di fondo da sciogliere, sempre. Si sta parlando delle movenze autonome della lotta di classe o si sta parlando delle forme organizzate e storicamente definite che tali movenze hanno espresso?   Quasi sempre gli autori della serie hanno dato per scontato che l’eccezionalità dell’esperienza autonoma, si collochi proprio nella coincidenza tra le due dimensioni – quella “oggettiva” e quella della soggettività –, almeno nei suoi momenti più alti. Coincidenza che è stata effettivamente la sua peculiarità, la sua originalità, la sua forza – ma ha anche rappresentato il limite storico dell’autonomia operaia italiana. Perché quando un ciclo si è definitivamente spento, realizzato che questa coincidenza virtuosa non si dava più, le forme organizzate si sono sciolte o si son riconvertite in progetti quasi sempre confusi. Insomma: o tutto o niente. E questo è molto “autonomo”, nel senso di velleitaria impazienza, di aspettativa mai al ribasso che fu propria di una generazione. Il ceto politico autonomo ha detto: o siamo l’espressione di quella confluenza magica o è meglio lasciar perdere e aspettare che la storia apra nuove prospettive . Un atteggiamento che sembra un nobile rifiuto, ma in realtà nasconde una postura profondamente dogmatica – cioè antidialettica, nel senso classico della polemica marxista: le forme organizzate del movimento operaio – e le forme storiche dell’autonomia organizzata – servono proprio a “tenere” quando i livelli della lotta di classe calano, quando è necessario più che mai assumere una funzione di partito (liquidati tutti gli ideologismi sull’avanguardia esterna – bla,bla,bla – ma sempre di partito si sta parlando). Insomma, quando c’era più bisogno dell’autonomia organizzata (al principio dei due decenni 80 e 90) proprio allora si è eclissata. Solo storiacce di repressione e ceto politico? Mancanza di ricambio generazionale? O queste autoliquidazioni pongono un problema di teoria-prassi molto più profondo? Bella riflessione, sarebbe, studiare l’autonomia operaia italiana a partire non dai suoi punti alti ma dalla ritirata delle sue forme organizzate – argomento a cui si sottraggono quasi tutti con malcelato imbarazzo, come se si trattasse di un passaggio irrisorio, un tabù o di un automatismo sottinteso – “dovevamo” scioglierci, punto.

Quando mi avvicinai all’”area” (pregnante ed effimera definizione che riassume in sé l’essenza della sua storia), riuscii a misurare la potenza delle due eclissi. Agli inizi degli anni ‘80, a parte la testarda persistenza di Roma e Padova, le organizzazioni dell’autonomia operaia erano scomparse, alcune nello spazio di un mattino. Dieci anni dopo, nel ’93 e ’94, nel pieno della crisi della Prima Repubblica, si replica il suicidio, su scala molto ridotta, in contesti radicalmente mutati, certo, ma più o meno con la stessa dinamica. Questa pulsione autodistruttiva cos’è? C’entrano i monaci tibetani che disperdono i bellissimi mandala di sabbia appena formati? Il sacro terrore della deriva gruppettara? La fascinazione del nuovismo? Boh. Quello che so è che noi autonomi di “seconda generazione”, all’inizio degli anni ‘80 – tanto per fare un esempio – avremmo molto gradito trovare qualcosa che non fossero pacchi di riviste invendute o libri incellofanati (a Napoli, non so perché, erano finite centinaia di copie de La fabbrica della strategia di Toni Negri: giravano da un custode all’altro senza che nessuno si decidesse a leggerli. Paradigma di una stagione).

I giovani autonomi avrebbero sicuramente gradito trovare organismi politico-sindacali ancora attivi, sedi operanti, momenti seminariali di formazione politica (oddio, somiglia tropo a “scuole quadri”? L’ho detta grossa? Va bè: lasciamo “momenti seminariali” che suona meglio); e know how dei più diversi, dalla tipografia alla “boccia”. Ma sarebbe stato troppo lineare, troppo banalmente “politico”, un semplice passaggio di trasmissione generazionale di memorie e pratiche (un vecchio romano una volta mi apostrofò: ahò, e che semo, Lotta Comunista?!). Cosicché “gli scostumati autonomi” evocati da Bove e Festa, si scoprono scostumati soprattutto perché orfani, trovatelli, piccoli Sisifo che devono sempre tirar su macerie.

Tornando all’inizio del discorso: è chiaro, che nella narrazione, tra le due dimensioni del racconto (la a minuscola e quella maiuscola) io faccio il tifo per l’Autonomia Organizzata; non perché non sia consapevole della dipendenza della soggettività dal movimento sociale, ma perché dopo quarant’anni (e una collana di sei libri) di “quell’autonomia” stiamo parlando, non di altro. Con che criterio si potrebbero del resto distinguere le lotte autonome da quelle “non autonome”? Per la radicalità delle forme? Mah. Oggi i Si Cobas mettono in campo iniziative molto radicali, ma di assoluta ortodossia sindacale: chiedono contratti, tavoli prefettizi, e che altro dovrebbe chiedere un sindacato? Tra vent’anni i loro coraggiosi picchetti come saranno raccontati: espressione dell’autonomia di classe di una nuova operaietà, o mera ipotesi neosindacale? Lo capiremo nel 2040.

A proposito di lotta sindacale. Quando nell’‘84 mi avvicinai alla più vicina delle sedi autonome – che era comunque a cinquanta chilometri da casa mia – non c’era una sola realtà italiana in cui persisteva una presenza organizzata nel mondo del lavoro (tranne gli estenuati organismi Policilinico/Enel di Roma e, mi pare, un intervento alla Magrini Galileo dei soliti padovani). A forza di teorizzare il rifiuto del lavoro – e la foresta di fraintendimenti che sorgeva rigogliosa e impenetrabile su quel terreno – le/gli autonom* si erano ritirati dall’intervento nel mondo operaio. Ci eravamo più o meno scordati che la maggior parte degli italiani e delle italiane la mattina puntava la sveglia e si ritrovava obtorto collo a passare la sua giornata dentro un posto di lavoro – nella celeberrima “fabbrica sociale” – onde contribuire alla meritoria opera di accumulo ed estrazione del plusvalore sociale: processo sui cui teorizzavamo disinvoltamente senza mai sbattere la testa su chi quel pluslavoro lo forniva gentilmente ogni giorno. E’ un esempio di astrazione forzata oltre ogni limite, fino a diventare falsa coscienza, auto estraneazione dalla realtà: facile maneggiare le categorie astratte nella nostra testa,meno facile parlare alle persone che abbiamo davanti, difficilissimo organizzarle.

Anche l’operaio sociale è stata un’altra bellissima narrazione, un’invenzione davvero intelligente, lo dico senza ironia. Una spada teorica per affrontare gli anni duri della transizione e dare a migliaia di ragazzi un patentino di identificazione sociale decisivo per raccontare se stessi, il loro protagonismo sociale, per fondare materialisticamente quella che altrimenti poteva essere scambiato solo per fame di vita e ribellismo giovanile. Ma bisognava stare attenti a impugnarla, quella spada: se la prendi dalla parte del taglio fa male soprattutto a te. Pensavamo che l’operaio sociale potesse essere la foglia di fico dietro cui nascondere la nostra incapacità di ri-radicarci nella classe (la classe è niente, la cooperazione sociale è tutto! Forse qualche tardo Berneisteniano post-operaista lo scrisse pure da qualche parte…)   Quando poi a partire dal ‘92, con la critica al modello concertativo, si apre una nuova stagione nelle fabbriche e nei posti di lavoro, cominciamo a correre e inventare scuse, come gli scolari somari che arrivano impreparati all’esame: e giù ubriacature “cobasiste” – i nuovi Soviet, secondo qualche ottimista. (Ecco, una cosa che pensavo confusamente allora e mi si è chiarita adesso – ed è assolutamente banale: non si darà mai autonomia operaia senza intervento operaio organizzato nelle fabbriche e negli stabilimenti. Ecco, l’ho detto. Mi sono liberato)

L’autonomia è iconoclasta! Distrugge le sue forme. Brucia i ponti che attraversa. Bello, poetico, ma poco pratico. Sarebbe stato meglio conservare qualcosina, per le generazioni future. Vero, c’è stata sconfitta politico-militare e centinaia di anni di galera comminati, lo Stato ha fatto il suo dovere con inusuale efficienza. Ma molti abbandoni sono stati volontà di impotenza, desiderio di estirpare le radici. Catarsi estetizzante e culto della sconfitta. Insofferenza puerile verso i tempi lunghi della storia e la drammatica verità dell’età adulta: le cose non vanno mica come te le aspetti (a meno che non ti chiami Vladimir Illic).

La teoria della necessità del superamento della memoria non ha mai convinto né me né nessuno delle centinaia di militanti con cui ho parlato nel corso di qualche decennio. È uno di quei sopramobili di famiglia inutili che teniamo appoggiati a prendere polvere. Un movimento rivoluzionario si fonda sulla memoria. L’alternativa alla memoria è l’Alzheimer, a meno che qualcuno non pretenda di spacciarla per innocenza.

Nel 1994/95 un po’ di situazioni provarono a tenere in piedi un circuito nazionale che “reggesse” alla crisi del vecchio CNNA. C’era la rivista VIS a ViS, guidata dalla verve di quel formidabile affabulatore che era il compianto Marco Melotti. Recuperammo il vecchio slogan dell’Autonomia possibile, ma senza riferimenti a Metropoli o a voli pindarici – solo per dire che era ancora possibile continuare a nuotare nello stesso alveo, nella stessa direzione… Ma ormai le storie si stavano divaricando. A molti vecchi autonomi quell’abito andava stretto e il passato pesava come una cambiale. Le storie individuali fibrillavano e si dividevano: la Selva Lacadona, l’assessorato alle politiche sociali, la delibera per i centri sociali e lo Sciopero Generale Autorganizzato! Ognuno per la sua strada, consapevoli che si era condannati al reincontro, ma in condizioni più scazzate, divisive e povere.

Lo sapevo che finiva così. Invece di scrivere un pezzo colto e raffinato sul rapporto tra general intellect e mutazione della composizione tecnica di classe (tanto avrei scopiazzato), mi sono messo a parlare delle e dei “compagn*”: compagn* in carne e ossa, delle e degli autonom* ver*, quell* che ridevano e piangevano sul latte bevuto e quello versato. Mi sembra un livello di verità più profondo. Altrimenti produciamo nuova mistificazione, nuova alienazione, una nuova “cosificazione”: la lotta di classe è un rapporto tra persone, non è una “cosa”. Anche l’Autonomia non è mai stata una cosa: piuttosto un reticolo di relazioni complicate e dinamiche, tra facce, biografie, persone, contesti , mondi. Ma tutto molto concreto, tutta roba che si potesse toccare con mano.

E oggi? Dov’è l’autonomia? Dove la situiamo? I neri americani in rivolta? I lavoratori della logistica? Tutto quello che si muove o solo qualcosa che decliniamo noi, secondo le nostre categorie? “Tutto” è autonomia di classe? Ma tutto significa niente. Rovelli epistemologici e filosofici, prima che politici. Non ho risposte. Ci vorrebbe la letteratura, per schiarirci le idee o forse per ingarbugliarle ancora di più, con esiti definitivi. Servirebbe (magari ne esistono diversi, pubblicati anche da Deriveapprodi, ma non io non ancora trovato quello giusto) qualche buon romanzo sugli autonomi, sulla loro incapacità di assumere la misura delle cose, la misura della storia, il senso delle proporzioni, l’innocenza un po’ genuina e un po’ paracula delle storie. Ma sarebbe difficile sottrarsi all’estetica decadente e romantica del passamontagna, al racconto stereotipato degli scontri di piazza – ma non è lì che dovrebbe situarsi il cuore del racconto, non è lì, e non so neanche io dove (la famosa inafferrabilità di cui sopra). Eppure raccontarsi è fondamentale. Senza il racconto non c’è niente, o c’è il racconto del nemico.

Insomma, gli autonomi hanno sbagliato un sacco di cose ma di loro si continua a scrivere e parlare, per il carattere sfuggente, quasi mistico, del loro segreto. Hanno messo le mani in qualche dispositivo inaccessibile dove esiste la verità della lotta di classe e dell’utopia rivoluzionaria. Hanno smontato il carter della macchina e, poi, non hanno saputo bene che fare del groviglio che hanno trovato davanti; e il marchingegno adesso è lì, disponibile, con tutti i fili di fuori, pronto a essere manomesso. Come un intervento a cuore aperto.

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in NOTES

Marco Piccininni, Nicola Carella

I modelli di predizione del rischio sono molto utilizzati nell’ambito dell'epidemiologia e della cosiddetta “Public Health”. Questi modelli non sono altro che funzioni matematiche che hanno un input e un output. L’input consiste in una serie di informazioni su di un individuo; l’output, invece, è la probabilità stimata che l’individuo abbia una condizione di interesse, oppure che svilupperà la condizione di interesse in un determinato lasso di tempo[1]. Questi modelli vengono sviluppati di solito utilizzando due elementi: un modello di regressione (oppure un algoritmo di machine learning) e un dataset contenente informazioni sulle variabili di input e sulla condizione di interesse per un gruppo rappresentativo di individui. Questi modelli vengono comunemente utilizzati nella pratica clinica. Le linee guida della Società Europea di Cardiologia[2], per esempio, raccomandano l’impiego di un modello di predizione chiamato Systematic COronary Risk Evaluation che stima la probabilità che un individuo ha di morire a causa di una malattia cardiovascolare nell’arco di 10 anni, sulla base di alcune variabili cliniche e demografiche. Classificare gli individui in base al loro rischio cardiovascolare aiuta i medici a scegliere il tipo di trattamento o la strategia di prevenzione più adatta alle circostanze. In scala macroscopica, questa strategia si pone come obiettivo quello di individuare i soggetti più esposti ad un rischio in modo da intervenire prontamente (l’efficacia di questa strategia rispetto a interventi a livello di popolazione è, però, oggetto di dibattito[3]). I modelli di predizione del rischio non vengono utilizzati solo come supporto nelle decisioni cliniche, ma hanno anche un ruolo nella comunicazione con i pazienti. Comunicare la probabilità di un evento può, infatti, aiutare il paziente a prendere una decisione rispetto al percorso clinico da seguire, oppure può indurlo a modificare il proprio stile di vita per evitare l’insorgenza di problemi di salute. Non ci sono grandi evidenze che dimostrino che la comunicazione del rischio porti un individuo a cambiare il suo stile di vita[4,5]; tuttavia, si pensa che il concetto di probabilità sia abbastanza intuitivo anche per chi non ha conoscenze tecniche. Quantificare l’eventualità che qualcosa di negativo possa succedere può dare un’idea concreta della situazione in cui ci si trova, inquadra il presente e il futuro in un contesto meno vago e può, in definitiva, fornire una motivazione per agire, realizzare un cambiamento, e quindi smentire la “profezia” del modello di predizione.

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Nel 2019 tre ricercatori, Frank Edwards, Michael H. Esposito e Hedwig Lee, hanno pubblicato un articolo scientifico intitolato “Risk of being killed by police use of force in the United States by age, race–ethnicity, and sex”[6]. I ricercatori hanno utilizzato il paradigma del modello di predizione del rischio, sviluppato storicamente nell’ambito delle malattie cardiovascolari, per applicarlo a una causa di morte molto diversa: la violenza della polizia statunitense.

Gli autori hanno condotto questo studio partendo da una serie di considerazioni tratte dalla letteratura scientifica e non: gli incontri violenti con la polizia hanno innanzitutto effetti profondi sulla salute delle comunità; la polizia ha un ruolo fondamentale nell’alimentare le disuguaglianze strutturali tra persone afroamericane o latine e persone bianche negli Stati Uniti; negli USA la polizia uccide molto più che nelle altre democrazie occidentali a tradizione liberale; il carattere razzializzato della violenza poliziesca contro i civili è entrato nel dibattito pubblico grazie alle proteste degli ultimi 10 anni; gli studiosi di Public Health e scienze sociali oggi riconoscono il peso specifico degli incontri con la polizia come vettore di disuguaglianza nell’ambito della salute pubblica.

Utilizzando dati relativi al periodo 2013-2018 raccolti nel dataset Fatal Encounters e nel National Vital Statistics System 2017, i ricercatori si sono posti l’obiettivo di stimare il rischio di morte a causa dell’uso della forza da parte della polizia negli Stati Uniti, per ogni sottogruppo definito in base a sesso, età e razza-etnia.

Negli USA, la probabilità di un uomo di morire a causa dell’uso della forza da parte della polizia, nel corso della sua vita, è di 52 per 100.000; quella di una donna, invece, viene stimata a 3 per 100.000.

Tra tutti i sottogruppi di sesso e razza-etnia (Asian-Pacific Islander, Hispanic-Latinx, American Indian-Alaska Native, European/American/Middle Eastern-White), gli uomini afroamericani (African American-Black) hanno il rischio più alto di essere uccisi dalla polizia nel corso della loro vita: una probabilità di 1 per 1.000. Questa probabilità è pari a 2 volte e mezzo quella degli uomini bianchi. Allo stesso modo, le donne afroamericane hanno una probabilità pari a 1,4 volte quella delle donne bianche.

Nonostante queste probabilità possano sembrare basse in termini assoluti, bisogna considerare che il rischio di questo evento non si distribuisce affatto equamente nel corso della vita dell’individuo. Infatti, la probabilità di essere uccisi dalla polizia, in entrambi i sessi e in tutti i gruppi etnico-razziali, raggiunge il picco massimo tra i 20 e i 35 anni per poi diminuire al crescere dell’età. In generale, gli uomini tra 25 e 29 anni hanno un tasso di mortalità di circa 1,8 per 100.000.

Gli autori riportano che nella classifica delle principali cause di morte per gli uomini tra 25 e 29 anni, l’uso della violenza da parte della polizia si posiziona dopo incidenti (categoria che include overdose di droga, incidenti stradali e altri incidenti, con una mortalità di 76,6 per 100.000), suicidi (26,7 per 100.000), altri omicidi (22 per 100.000), malattie cardiache (7 per 100.000) e tumori (6,3 per 100.000). Questo fenomeno è ancora più evidente tra i giovani afroamericani: l'uso della forza da parte della polizia è infatti la causa dell’1,6% di tutte le morti di giovani maschi afroamericani tra i 20 e i 24 anni.

Questo studio ha sicuramente alcuni limiti dovuti per lo più alla scarsità di dati ufficiali sugli episodi di violenza. Per esempio la classificazione di razza ed etnia è molto sommaria, e quella del sesso è solo binaria. Inoltre, queste stime sono probabilmente conservative, in quanto i ricercatori considerano solo i casi in cui l’azione della polizia è una “causa diretta” di morte. Vengono esclusi, per esempio, i casi in cui la polizia riporta il decesso come suicidio, come avvenuto in seguito a collisione di veicoli, overdose di droga o cadute, oppure, ancora, vengono esclusi i decessi avvenuti negli istituti di detenzione.

Nelle considerazioni finali, gli autori dell’articolo sottolineano la necessità di finanziare servizi a livello delle comunità e di limitare l’intervento di ufficiali armati per rispondere a ogni situazione. I loro risultati rafforzano, inoltre, l’idea che la violenza della polizia debba essere trattata come un problema di salute pubblica.

Oltre a riportare delle informazioni fondamentali per inquadrare la situazione della violenza poliziesca negli USA, la ricerca appena descritta fornisce degli importanti spunti di riflessione.

Nell’ultimo mese, in seguito alle proteste del movimento Black Lives Matter, anche nei giornali medici più autorevoli si è aperto un dibattito sul razzismo sistemico e sulla brutalità della polizia. Il The New England Journal of Medicine, il più importante giornale di medicina a livello globale, ha pubblicato un articolo intitolato  “Diagnosing and Treating Systemic Racism” che parla apertamente del razzismo sistemico come di una patologia da estirpare[7]. Viene discusso e problematizzato il ruolo del razzismo nella medicina, nella ricerca medica e negli istituti di cura, sottolineando come la discriminazione e il razzismo siano dei determinanti sociali della salute importantissimi. Discriminazione e razzismo influenzano i processi biologici e necessitano, quindi, di essere considerati nella routine clinica alla pari di altri fattori di rischio come la pressione sistolica ed il peso[7]. Il dibattito si è inevitabilmente intrecciato con quello sulla pandemia di Covid-19. Un articolo particolarmente interessante è quello apparso sul The BMJ intitolato “There is no stopping covid-19 without stopping racism”[8]. In questo articolo gli autori sottolineano la necessità delle proteste del movimento antirazzista, anche a costo di un aumento dei contagi di Covid-19. Inoltre, il 29 Maggio 2020 l’American Medical Association ha riconosciuto la violenza fisica e verbale della polizia, in particolare tra le comunità afroamericane e latine, come un fattore di disagio determinante per la salute pubblica[9]. Oltre 20 città (tra cui Denver, Indianapolis, Cleveland e Pittsburgh) e tre Stati (Michigan, Ohio e Wisconsin) hanno dichiarato il razzismo sistemico un'emergenza di salute pubblica[10].

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Lo studio sul rischio di morte a causa della violenza della polizia è importante anche per un altro motivo: utilizza il paradigma del modello di predizione del rischio nell’ambito dell’epidemiologia e della Public Health, rovesciandolo, per evidenziare la presenza dell’oppressione razziale negli Stati Uniti. I modelli di predizione in Public Health sono stati spesso utilizzati, più o meno volontariamente, per rafforzare e normalizzare questa oppressione. Il caso più eclatante è quello della scoperta del cosiddetto “bias razziale” nell’algoritmo di predizione utilizzato da moltissimi ospedali statunitensi per decidere come allocare le proprie risorse[11]. Si è scoperto che, a parità di condizioni mediche, questo algoritmo assegnava con meno frequenza le persone afroamericane, rispetto a quelle bianche, a programmi per migliorare la salute dei pazienti con bisogni medici complessi.

In base a questo algoritmo, ogni anno, negli Stati Uniti venivano prese decisioni per circa 200 milioni di persone, e questa discriminazione ha probabilmente influenzato negativamente le vite di milioni di afroamericani[11]. Sembra che la ragione della discriminazione sia attribuibile al fatto che l’algoritmo utilizzava, tra le altre variabili, anche la spesa annuale del paziente per la sanità. Pensare che una maggiore spesa annua nella sanità indichi una situazione di salute compromessa può sembrare legittimo. Tuttavia, questo ragionamento ignora il razzismo sistemico e le disuguaglianze sociali che portano gli afroamericani, a parità di condizioni di salute, ad accedere in misura minore alle prestazioni sanitarie[11].

Il rapporto tra statistica medica e razzismo non è nuovo negli Stati Uniti. Basti pensare a Frederick Hoffman (1865-1946), un luminare della statistica che divenne famoso per l’applicazione di questa scienza ai problemi di salute pubblica. Hoffman è noto per essere l’autore di “Race Traits and Tendencies of the American Negro”[12], un testo epidemiologico fortemente razzista riconosciuto come uno dei tentativi più influenti di dare giustificazione scientifica alla presunta superiorità biologica dei bianchi.

Uscendo dall’ambito dell’epidemiologia e della Public Health, il ruolo dei modelli di predizione nel rafforzamento del razzismo sistemico è tornato, nell’ultimo mese, ad essere centrale nel dibattito scientifico[13]. In seguito ai recenti eventi di brutalità della polizia, un gruppo di matematici negli Stati Uniti ha scritto una lettera alla comunità di matematici chiedendo di boicottare e interrompere ogni collaborazione con i dipartimenti di polizia[14]. Nella lettera viene spiegato come molti ricercatori lavorino a modelli e algoritmi di predizione utilizzati dalla polizia per la prevenzione del crimine all’interno del framework del “predictive policing”. Viene descritto anche come questi algoritmi finiscano spesso per essere influenzati da “bias razziali” che rafforzano e riproducono il razzismo sistemico della società. Questi algoritmi in generale forniscono una base scientifica giustificatoria all’oppressione razziale, e un ulteriore aiuto concreto alle azioni brutali della polizia. La lettera, che ha già più di 1400 firme, chiede che tutti gli algoritmi che possono avere un impatto sociale rilevante siano sottoposti a un audit pubblico, e incoraggia i matematici a dedicarsi allo sviluppo di alternative alle pratiche oppressive e razziste, come già avviene nelle iniziative “Data 4 Black Lives” e “Black in AI”[14].

Note

1 . Moons KGM, Kengne AP, Woodward M, Royston P, Vergouwe Y, Altman DG, et al. Risk prediction models: I. Development, internal validation, and assessing the incremental value of a new (bio)marker. Heart. 2012. pp. 683–690. doi:10.1136/heartjnl-2011-301246

2. ESC Guidelines & Scientific Documents. [cited 19 Jun 2020]. Available: https://www.escardio.org/Guidelines

3. Feigin VL, Brainin M, Norrving B, Gorelick PB, Dichgans M, Wang W, et al. What Is the Best Mix of Population-Wide and High-Risk Targeted Strategies of Primary Stroke and Cardiovascular Disease Prevention? J Am Heart Assoc. 2020;9: e014494.

4. French DP, Cameron E, Benton JS, Deaton C, Harvie M. Can Communicating Personalised Disease Risk Promote Healthy Behaviour Change? A Systematic Review of Systematic Reviews. Annals of Behavioral Medicine. 2017. pp. 718–729. doi:10.1007/s12160-017-9895-z

5. Studziński K, Tomasik T, Krzysztoń J, Jóźwiak J, Windak A. Effect of using cardiovascular risk scoring in routine risk assessment in primary prevention of cardiovascular disease: an overview of systematic reviews. BMC Cardiovascular Disorders. 2019. doi:10.1186/s12872-018-0990-2

6. Edwards F, Lee H, Esposito M. Risk of being killed by police use of force in the United States by age, race-ethnicity, and sex. Proc Natl Acad Sci U S A. 2019;116: 16793–16798.

7. Evans MK, Rosenbaum L, Malina D, Morrissey S, Rubin EJ. Diagnosing and Treating Systemic Racism. N Engl J Med. 2020. doi:10.1056/NEJMe2021693

8. Karan A, Katz I. There is no stopping covid-19 without stopping racism. BMJ. 2020;369: m2244.

9. Police brutality must stop. In: American Medical Association [Internet]. [cited 28 Jun 2020]. Available: https://www.ama-assn.org/about/leadership/police-brutality-must-stop

10. Racism Is a Public Health Crisis, Say Cities and Counties. [cited 28 Jun 2020]. Available: https://www.pewtrusts.org/en/research-and-analysis/blogs/stateline/2020/06/15/racism-is-a-public-health-crisis-say-cities-and-counties

11. Ledford H. Millions of black people affected by racial bias in health-care algorithms. Nature. 2019. pp. 608–609.

12. Hoffman FL. Race traits and tendencies of the American Negro. American Economic Association; 1896

13. Castelvecchi D. Mathematicians urge colleagues to boycott police work in wake of killings. Nature. 2020 [cited 27 Jun 2020]. doi:10.1038/d41586-020-01874-9

14. Letter to AMS Notices: Boycott collaboration with police. In: Google Docs [Internet]. [cited 27 Jun 2020]. Available: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfdmQGrgdCBCexTrpne7KXUzpbiI9LeEtd0Am-qRFimpwuv1A/viewform

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Pochi giorni fa, le Fomne NoTav hanno praticato un’iniziativa di protesta davanti ai cancelli (doppi) del cantiere a Chiomonte.

In questi giorni di occupazione militare della Valle per un allargamento del cantiere, forte è la necessità di gridare la nostra opposizione alla malaopera che rappresenta il sistema di rapina e sfruttamento sul corpo della terra.

Rapina e sfruttamento agiti anche sui nostri corpi da un sistema patriarcale che il capitalismo perpetua in modo sempre più selvaggio.

I concetti di ‘’proprietà’’ e di’’ dominio’’ tanto cari ai potenti, sulla nostra pelle significano sovradeterminazione e sempre più spesso morte.

I picchi di femminicidi ci parlano di quale sia il prezzo di un no, di un rifiuto, della volontà di agire liberamente.

Sul nostro cammino ci capita di incontrare dei violadores: uomini piccoli e frustrati che cercano di domarci, di assoggettarci, di sfruttarci.

Anche lo stato è un violador: decenni di tagli ai servizi sociali, scolastici e sanitari già ricadevano pesantemente sulla vita delle donne, aumentandone la fatica e il disagio e limitando o azzerando la libertà di scelta, ora dopo (con) la pandemia siamo chiamate ad essere ancora più ‘’responsabili ‘’e ad accettare i lavori di cura e il lavoro a distanza, possibilmente col sorriso e con diligenza.

E tanti violadores (di stato) incontriamo nella nostra valle, uomini (e donne) armati che proteggono l’odioso lavoro di chi ha interesse che l’opera vada avanti e, soprattutto, che una comunità in lotta per la propria autodeterminazione venga silenziata.

Nel corso di questi 30 anni di lotta e resistenza, tante tra noi abbiamo abbandonato i tradizionali ruoli che ci vogliono addomesticate e abbiamo maturato collettivamente nuove consapevolezze che ci portano oggi a percorsi fecondi di autonomia e pratiche condivise.

Per questo davanti ai cancelli eravamo in tante, giovani e meno giovani, valligiane e non, in un clima gioioso e determinato che ci ha dato forza.

La forza della ragione e quella del cuore che ci dicono di continuare i nostri percorsi di liberazione e di non smettere mai di difendere la nostra terra.

da notav.info

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Il 26 ottobre 2019 a Milano oltre diecimila persone scesero in piazza per manifestare contro la guerra scatenata dalla Turchia di Erdogan nei confronti dell’esperienza del Confederalismo Democratico della Siria del Nord.

L’operazione militare vide l’esercito turco affiancato dalle milizie jihadiste, con il benestare del presidente Usa Trump e della Nato, di cui la Turchia fa parte e da cui riceve ingenti finanziamenti economici per la gestione dei flussi dei profughi, oltre alle forniture militari. L’invasione del Rojava si è svolta con l’utilizzo di armi chimiche (come il fosforo bianco) contro migliaia di civili.

Il corteo che aveva visto appunto la partecipazione di migliaia di persone provenienti da tutto il centro-nord, nel suo percorso ha sanzionato molte delle aziende complici della Turchia: da Intesa San Paolo, coinvolta nella vendita di armi, a Facebook, responsabile dell'oscuramento dei media indipendenti e dei soggetti politici e sociali che sostengono e solidarizzano con la rivoluzione confederale del Rojava. I manifestanti, arrivati al consolato turco, difeso da un imponente schieramento di polizia, hanno lanciato ortaggi e fumogeni, e hanno acceso dei fuochi d’artificio. E’ stato anche dato alle fiamme un manichino che rappresentava Erdogan.

Oggi polizia e magistratura milanesi presentano il conto di quella giornata notificando a sette manifestanti la conclusione delle indagini e quindi le denunce, utilizzando per la prima volta l’articolo 5bis inserito con il decreto sicurezza di Savini, il cui art.6 modifica la legge n.152/1975, ( detta anche legge Reale) uno straordinario strumento di repressione giudiziaria e poliziesca messo a punto per contrastare i movimenti sociali nella metà degli anni 70. Le nuove disposizioni intervengono nel testo di legge modificando l’attuale art.5 ed inserendo il nuovo art. 5bis. L’art.5 disciplina il reato comunemente conosciuto come reato di “travisamento”. Anche in questo caso si tratta di reato contravvenzionale che, all’epoca dell’approvazione della legge, era punito con l’arresto da uno a sei mesi, pena elevata nel 1977 all’arresto da sei mesi ad un anno.

Nel 2005 il legislatore interviene nuovamente sull’entità della pena, prevedendo l’arresto da uno a due anni. Con il nuovo decreto il reato, se commesso in occasione di manifestazioni pubbliche, viene trasformato in delitto, pur restando invariato il limite massimo di pena. Ma la modifica di maggiore impatto riguarda appunto l’inserimento dell’art.5bis, con il quale si introduce una nuova ipotesi di reato, quello della “resistenza passiva”. L’articolo prevede infatti che sia punito con la reclusione da uno a tre anni chiunque, nel corso di manifestazioni pubbliche, si opponga al pubblico ufficiale utilizzando “... scudi o altri oggetti di protezione passiva ovvero materiali imbrattanti o inquinanti...”.

Dunque il solo fatto di ripararsi e proteggersi mentre la polizia sta manganellando è diventato un reato con relativa pena reclusiva. Considerato che nell’articolo si fa riferimento non solo agli scudi, ma anche a generici “oggetti di protezione passiva”, il reato potrebbe essere commesso con qualsiasi cosa, persino con lo zainetto che ti ritrovi in mano. Parallelamente, con il secondo comma del medesimo articolo, viene sanzionato con la pena della reclusione da uno a quattro anni il lancio o l’utilizzo di “... razzi, bengala, fuochi artificiali, petardi, strumenti per l’emissione di fumo o di gas visibile o in grado di nebulizzare gas contenenti principi attivi urticanti, ovvero bastoni, mazze, oggetti contundenti o, comunque, atti a offendere…”. Grazie al decreto sicurezza magistratura e polizia possono continuare in maniera ancora più accanita la criminalizzazione dei movimenti e la repressione nei confronti di chi solidarizza con i popoli sotto bombardamento.

Le denunce arrivano in un momento in cui le spregiudicate manovre espansionistiche di Erdogan stanno colpendo il Kurdistan iracheno nella pressocchè totale complicità e silenzio da parte della comunità internazionale e dei media.

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Pubblichiamo le lettere di Brescia e Dibi in vista dell'udienza della Cassazione fissata per il 9 luglio rispetto ai fatti del 10 febbraio 2018, quando un grande corteo antifascista ha percorso le strade di Piacenza per impedire l'apertura di una nuova sede di Casapound. Il corteo avveniva nel pieno del clima generato dall'attentato suprematista di Luca Traini a Macerata e di una viva mobilitazione antifascista e antirazzista che aveva coinvolto tutto il paese.

Una celere ritirata seguita da un celere processo

Alle porte dell'udienza fissata in Cassazione per il 9 luglio 2020 sento l'esigenza di ripercorrere e condividere quella che è stata la mia esperienza fino a qui,
Dopo il corteo antifascista del 10 febbraio 2018 a Piacenza ho subito un arresto quasi da film poliziesco di pessimo livello: mentre svolgevo il mio lavoro come pizzaiolo presso “La Credenza” di Bussoleno, hanno fatto irruzione nel ristorante 3 uomini col passamontagna e numerosi altri senza che mi hanno tratto in arresto nello sconcerto collettivo senza che io facessi alcun tipo di resistenza. Stessa sorte in altre città per altri due ragazzi che avevano partecipato al corteo. Le immagini del mio arresto e del mio trasporto alla questura di Torino sono state prontamente messe sul web dai soliti giornalisti che danno spazio in modo acritico alle veline della Questura commettendo un'evidente violazione della mia privacy.


Da Torino vengo subito trasportato nel carcere delle Novate di Piacenza.
Da quel 15 febbraio dopo 3 mesi e 3 giorni sono riuscito a ad ottenere la detenzione domiciliare : nonostante avessi un contratto di affitto intestato a me oltre che un contratto di lavoro mi è stata negata la possibilità di tornare a casa mia e sono stato ospite presso un'altra abitazione per qualche mese. Finalmente dopo molta fatica e frustrazione mi hanno concesso di tornare a casa: ad oggi dopo più di 2 anni lo stato non mi ha ancora rilasciato.... al contrario si sono dati molto da fare per velocizzare il processo e mi hanno condannato in primo grado e anche in appello, con una lieve riduzione della pena, quasi ridicola.
Con la cassazione passerò da cautelare a definitivo: esito rapido ed estremamente esagerato rispetto ai reati contestati  (parliamo di resistenza e aggressione...)che Istituzioni e questura sono riusciti ad ottenere in tempi molto rapidi  per l'elefantiaca legge italiana. Non posso non pensare che l'ingerenza politica e la manipolazioni delle immagini estrapolate dal corteo e non contestualizzate ad opera dei giornalisti hanno fatto giocato come sempre un ruolo primario nella definizione dell'iter processuale.


Ad oggi sono profondamente consapevole che non sono riusciti a spezzarmi, so che avrò ancora molto davanti prima di poter riabbracciare compagni e compagne in strada, da uomo “libero” ma questo non mi abbatte, anzi, tutte queste loro ingiustizie nei nostri confronti fanno sì che la mia voglia di lottare e di mettermi in gioco per un futuro migliore, di cambiamento e di lotta al fascismo siano sempre più vivi in me.
Se mettono recinzioni noi le taglieremo, se alzeranno muri li abbatteremo e quando proveranno ad aggredirci ci difenderemo, la giustizia di questo stato ingiusto non mi spaventa, sono disposto ad affrontare ogni difficoltà pur di ritornare nelle piazze e di gridare a gran voce che i fascisti li rispediremo nelle fogne da dove ogni giorno provano ad uscire, perché uno stato che si definisce antifascista non può permettere l’apertura delle sedi di un partito politico che si definisce Fascista, e peggio ancora non può mandare polizia e carabinieri a protezione di questi luoghi.
Tornerò comunque, presto o tardi nelle strade a ribadire la poca fiducia nello stato verso la lotta al fascismo e che l’antifascismo non si delega ma si pratica, nelle strade, nelle scuole e sui posti di lavoro.
Un grosso abbraccio e un saluto a testa alta

IL BRESCIA

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A chi non si è girato e non si girerà dall’altra parte

Sono passati due anni e cinque mesi, da quel 10 febbraio 2018 di antifascismo militante che infiammò le strade di Piacenza e, nel periodo successivo, tutte le piazze di Italia che, davanti al tentativo della destra fascista di avanzare in tempo di elezioni, videro come unica affermazione possibile uno scontro, sociale e politico, determinato a ricacciare la feccia della storia nella fogna dalla quale stava fuoriuscendo. Dopo svariati mesi di misure cautelari, che allora consistettero prima nella carcerazione e poi nella detenzione domiciliare con una seguente mia liberazione dopo circa 10 mesi di detenzione, il processo volge ora al suo termine e si ripresenta quindi il dispositivo repressivo; con solerzia ed incredibile rapidità, da record potremmo dire rielaborando le tempistiche con le quali il processo si è concluso, ancora una volta viene attaccato il dissenso che permise a una mobilitazione, composta da persone marginalizzate e perennemente sfruttate, di alzare la testa e ad un grido di rabbia di levarsi, contro l’orrore degli attacchi terroristici fascisti di Macerata per mano di un ex-candidato leghista di cui non possiamo scordare il nome: Luca Traini, che sparò con il tricolore al collo, ferì gravemente 6 persone di origine sub-sahariana e poi fece il saluto romano in pieno centro città.


Ricordo bene che la comunicazione mediatica allora era molto polarizzata: da una parte, le immagini e i video delle mobilitazioni da Torino a Palermo e dei conseguenti arresti come fu per il mio caso; dall’altra, la campagna intimidatoria e xenofoba di Matteo Salvini e di tutta la coalizione di destra che comprende da sempre Fratelli d’Italia con Forza Nuova e Casapound al seguito. Il 9 luglio si terrà l’udienza della Corte di Cassazione e si deciderà se ed in quale modo finiremo di scontare la pena che ci è stata inflitta.


Dai fatti di Piacenza ad oggi sono cambiate tante cose, eppure lo stesso grido di dissenso degli sfruttati e delle sfruttate di tutto il mondo sembra continuare a riecheggiare nelle strade e nelle piazze di questo presente: quasi come se da Macerata a Minneapolis potesse essere ben visible un filo rosso delle lotte, della solidarietà di classe e di quel NO al razzismo e al suprematismo bianco di cui continuiamo ad avere bisogno in questo mondo terribilmente ingiusto; come se tra il febbraio antifascista italiano del 2018 e l’imponente ondata di proteste del Black Lives Matter di queste settimane sia estremamente semplice visualizzare un limpido interstizio di umanità e dignità che, ancora una volta, ci dimostra come fermare la distopia capitalista sia ancora possibile e lottare utilizzando i propri corpi sia ancora una necessità di cui farci protagonisti; dal basso, tutti e tutte, bianchi e nere, contro chi propaga odio razziale e prevaricazioni sociali. E se dall’altra parte del mondo, nel “cuore dell’impero”, i giovani e le giovani “black” iniziano finalmente a riprendersi in mano il loro futuro, le loro città e a ribellarsi al presidente fascista Trump che governa gli U.s.a., anche qui è inevitabilmente arrivata l’ora di pretendere un futuro degno di essere vissuto, di andare a prenderci la dignità che ci spetta e che da sempre ci viene tolta e raccontata come “utopica”. Dalle carceri in rivolta alle mobilitazioni dei/delle giovani precari/e che continuano a chiedere un reddito universale e incondizionato, in questi tempi così travagliati e difficili che mai avremmo pensato di attraversare, come nuove e nuovissime generazioni non possiamo esimerci dall’essere presenti nel momento in cui il mondo sta cambiando: dobbiamo continuare a lottare.


Per concludere questa lettera, oggi come allora continuo a sentirmi nient’altro che un ragazzo, un compagno, che assieme a chi era presente in quella piazza, ossia lavoratori e lavoratrici della logistica, giovanissimi e giovanissime delle periferie popolari e centinaia di studenti e studentesse provenienti da tutta Italia per impedire l’apertura di una sede di Casapound, ha avuto la possibilità di incidere un minuscolo solco nella storia dell’antagonismo di classe, che porta il nome di tutti e tutte coloro che continueranno a perpetuare i valori dell’antirazzismo, dell’antifascismo e dell’antisessismo, di tutti e tutte coloro che continueranno ad avanzare compatti per respingere il male dell’umanità, ancora disposti ad incontrarsi su una barricata.
A testa alta e a pugno chiuso

Lorenzo, “Dibi”

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