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Articoli filtrati per data: Tuesday, 09 Giugno 2020

Nello scorso mese di maggio si sono sovrapposte due notizie che per la comunicazione mainstream hanno assunto valore strategico per il futuro della Calabria: il conferimento delle Bandiere Blu a 14 comuni calabresi e la posa della prima pietra, qualche giorno dopo, del 3° megalotto della SS106. In entrambi gli eventi l’enfasi comunicativa è ricaduta sul potenziale effetto volano che poco più di 30 chilometri di strada e quattordici lembi di stoffa blu produrranno sullo sviluppo economico regionale a partire proprio dal maggiore afflusso turistico che queste due chimere dovrebbero garantire ai territori interessati.

Ora, tralasciando il fatto che il riconoscimento della cosiddetta bandiera Blu è attribuito annualmente dalla ONG internazionale FEE (Foundation for Environmental Education) sulla base dei prelievi delle Arpa e che in Calabria quest’ultima è sostanzialmente sconfessata scientificamente e che, probabilmente, per vedere l’ultimazione dei lavori (se mai ci saranno) del 3° megalotto della SS106 dovremo aspettare quasi un decennio, proviamo a interrogarci su quali possano essere le reali ricadute economiche e soprattutto occupazionali che, processi spinti di messa a valore del territorio tramite il turismo,dovrebbero garantire.

Il settore turistico è un’industria capace di incidere per oltre 10 punti sul Prodotto interno lordo e per l’11,6% sull’intera occupazione nazionale. Fin qui le notizie buone, poi ci sono quelle cattive sulle quali vogliamo soffermarci: i salari e gli stipendi dei lavoratori di questo settore sono abbondantemente sotto la media nazionale delle retribuzioni di operai e impiegati di altri settori del comparto privato. È la fotografia scattata dall’Osservatorio JobPricing che, con cadenza regolare, aggiorna il suo rapporto sulla filiera della ricettività, degli hotel e in generale delle vacanze. Gli stessi dati trovano riscontro nel report annualereport annuale di Federalberghi Trend e statistiche sull’economia del turismo. Entrambi i lavori sono basati sulle elaborazioni dei dati forniti dall’Istat e dall’Inps.

Da una attenta ricognizione sul valore medio nazionale della RAL (Retribuzione Annua Lorda) riferita a un lavoratore con contratto full time, emerge chiaramente una divaricazione importante legata alla composizione occupazionale del segmento: gli operai (ma anche gli impiegati) percepiscono un quinto della retribuzione media di un dirigente portando a casa un salario medio che, al netto delle trattenute, significa 900/1000€ al mese. Questo valore inoltre rappresenta una media su base nazionale che non rispecchia per nulla la reale situazione del settore nel Meridione dove spesso si lavora per 12 ore al giorno con paghe abbastanza lontane dal dato appena citato.

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Anche in questo settore ovviamente l’analisi di parte datoriale del mercato del lavoro viene portata avanti enfatizzando i dati sulla crescita del livello occupazionale, raffigurando un settore in cui nel 2017 circa 191 mila aziende con almeno un dipendente hanno impiegato circa un milione e 176 mila lavoratori; inoltre, il confronto con i dati dell’anno precedente evidenzia un incremento consistente dei livelli occupazionali (+14,6%), dovuto al consolidamento del ritmo di crescita dell’economia nazionale che ha generato ricadute positive anche sul settore turistico.

Sempre secondo Federalberghi «tutte le categorie di lavoratori hanno registrato degli aumenti, ancorché di diversa intensità. La crescita più rilevante si è avuta tra gli apprendisti, passati da 65,5 a 79 mila unità con un balzo in alto del 20,6%. A stretta distanza si collocano gli operai, che costituiscono la netta maggioranza dei dipendenti nel turismo e che sono aumentati del 15,8%. Meno performanti, seppure accomunate dal segno positivo, sono state le dinamiche delle categorie medio-alte: impiegati, dirigenti e i quadri, cresciuti rispettivamente del 3,2%, 1,6% e 1,1%».

Un settore quindi dove apprendisti e operai rappresentano la stragrande maggioranza degli occupati e dove, nel solo settore alloggio, il 51% è costituito da lavoratrici e il 22% da lavoratori che provengono prevalentemente da nazioni al di fuori dell’Unione Europea.

Un recente studio del CRISP (Centro di Ricerca Interuniversitario per i Servizi di Pubblica utilità) sulla Configurazione occupazionale del comparto alberghiero nel turismo leisure in Italia fa emergere chiaramente come a prevalere fra le tipologie contrattuali non è certamente il full-time a tempo indeterminato.

Infatti, sempre secondo questo studio, all’interno del settore è possibile individuare almeno quattro diverse categorie contrattuali: lavoratore dipendente, autonomo, esterno e temporaneo. Ma il dato interessante che emerge è che, nonostante nel settore alloggi tre quarti degli occupati sono impiegati con un contratto di lavoratore dipendente, più della metà (57%) hanno un contratto a tempo determinato. Negli ultimi 5 anni, i contratti a tempo determinato in questo settore sono cresciuti a un tasso medio annuo del 3,8%, mentre quelli a tempo indeterminato solo dello 0,44%. Ciò significa che, degli oltre 23 mila nuovi contratti per lavoratori dipendenti stipulati negli ultimi cinque anni nel settore alloggi, il tempo determinato è stato scelto per il 91% dei nuovi contratti.

Pagine da 1 Ricerca Occupazione LR

Stagionalità (la Calabria è tra le regione con un livello alto) in questo settore fa rima con precarietà e flessibilità e anche la tendenza che porta a un cambiamento della tipologia contrattuale (da determinato a tempo indeterminato) è molto debole. Nel quinquennio 2013-2017, infatti, i contratti a tempo indeterminato siglati nell’intera economia nazionale hanno rappresentato il 31% contro il 9% del settore alloggi.

Pagine da Datatur Trend e statistiche sull economia del turismo edizione febbraio 2019 2

Il ricorso alla flessibilità emerge anche dalla quantità di contratti a tempo parziale (cosiddetti part-time) stipulati nel settore. La crescita dei contratti part-time nel Settore Alloggi (+6,2%) è stata più elevata che negli altri settori (+4,6%). Questo a ulteriore dimostrazione del progressivo ricorso a meccanismi di iperflessibilità.

Infine un altro dato da evidenziare è che tra i lavoratori cosiddetti indipendenti, il 7,6% è rappresentato da familiari e coadiuvanti, che sono solamente il 5,4% nel resto del mercato del lavoro italiano. I voucher ovviamente sono uno strumento particolarmente apprezzato dalle imprese del settore. L’origine dei voucher risale alla “legge Biagi” (2003) sulla riforma del mercato del lavoro. Hanno, poi, trovato una loro sistematicità nel sistema retributivo con la legge di riforma del lavoro firmata dal ministro Fornero (2012) e successivamente con il cosiddetto “Jobs Act” del governo Renzi (2014-15). Stando ai dati Inps, il numero di lavoratori coinvolti nella retribuzione tramite voucher è passato dagli oltre 600mila del 2013 a 1,7 milioni del 2016. Di questi, i lavoratori impiegati nel turismo sono stati circa 350mila.

Tuttavia, il valore potrebbe essere molto più elevato se si considera che non si hanno dati chiari sui voucher erogati nel 2015.

Le nuove disposizioni per i voucher presenti nel cosiddetto “Decreto dignità” (2018) ha introdotto il concetto di lavoro occasionale accessorio che prevede per le aziende alberghiere e le strutture turistico-ricettive che il ricorso al contratto di prestazione occasionale venga esteso alle imprese che hanno fino a 8 dipendenti a tempo indeterminato, a fronte del limite di 5 lavoratori subordinati a tempo indeterminato previsto dalla normativa vigente. Un meccanismo che mette al riparo la quasi totalità del comparto turistico che esprime una media nazionale di 6 dipendenti assunti per azienda.

Pagine da Datatur Trend e statistiche sull economia del turismo edizione febbraio 2019

Questo elemento di precarizzazione assume carattere di evidenza empirica: il settore turistico viene “attraversato” da milioni di lavoratori ipersfruttati, caratterizzati da bassi livelli salariali, contratti inutili sul piano delle tutele sindacali e reclutati con un sistema che, per i lavoratori migranti e non solo (si pensi alle agenzie del lavoro), passa per un caporalato mascherato da intermediazione. Questo nonostante i fatturati da capogiro di albergatori e manager del settore e la forte incidenza del comparto turistico sul PIL (10%).

D’altronde un iperliberista come Michele Boldrin, in una recente intervistarecente intervista rilasciata al giornale online Linkiesta.it, ha provato a disarticolare la presunta relazione tra ricchezza e turismo: «Chi se ne frega se il turismo è da record! Il turismo è un settore marginale ed a basso valore aggiunto nel sistema economico italiano: hai presente cosa siano i salari medi nel settore turistico? Perché continuare a diffondere questa bufala del turismo che dovrebbe portare ricchezza? Il turismo porta ricchezza per pochi, lavori miserabili per alcuni e scempio delle città storiche e degli ambienti naturali».

Nella concorrenza turistica infatti si vince grazie alla competitività ricettiva che è frutto, abbiamo visto, della moderazione salariale e della progressiva precarizzazione del settore.

Tutto questo si scarica socialmente sul tessuto territoriale proprio perché ampi settori sociali ipersfruttati rendono possibile, tramite il proprio lavoro, la messa a valore della competitività turistico-ricettiva intesa come possibilità, data al turista, di scegliere il meglio per sé e con costi d’accesso sempre più bassi spesso legati al costante e crescente ricorso a piattaforme digitali come airbnb.

Nessuna redistribuzione di questa enorme montagna di denaro (il solo settore ricettivo fattura ogni anno circa 26 miliardi di euro) vedrà protagonisti camerieri, cuochi, lavapiatti, guide, autisti, ecc. ossia tutti coloro che, come abbiamo già detto, rendono possibile la competitività turistica.

Infine, resta la questione estremamente importante della messa a valore dei territori ai fini turistici: stiamo assistendo alla progressiva rovina paesaggistica, culturale, ecologica e umana dei nostri luoghi voluta da politiche governative − nazionali e locali − che hanno come unico intento quello di rendere il territorio ricettivo rispetto alle richieste del turismo globale.

L’unicità dei nostri ambienti viene stravolta, deformata e poi piegata alle esigenze della ricettività turistica. L’esito di ciò è sotto gli occhi di tutti: ambienti costieri, montani e urbani vengono ridisegnati per poter assecondare le esigenze effimere di settore − quello turistico e ricettivo − che, alle nostre latitudini, prova a uniformarsi agli standard internazionali ma che, puntualmente, deve fare i conti con un’economia, quella meridionale e calabrese, perennemente depressa e che difficilmente riuscirà a trovare risposte nel turismo massificato.

Se non esiste nessuna relazione tra turismo e ricchezza, intesa come benessere diffuso su un territorio, allora è giunto il momento di rivendicare un altro modello di gestione che non guardi al meccanismo della messa a profitto del territorio che produce ricchezza per pochissime persone, ma piuttosto a un’economia socialmente ed ecologicamente orientata che possa garantire benessere diffuso.

Per fare questo occorre rompere con il paradigma capitalista della messa a valore e iniziare sin da subito a sperimentare pratiche radicalmente alternative che vedano nella riappropriazione sociale dei beni comuni e dei servizi la base per la costruzione di una nuova comunità autogovernata che, come tale, inizi a confliggere con il sistema dato, partendo proprio dalla necessità collettiva di comprendere cosa, come, dove e per chi produrre. Una pratica sociale collettiva, dunque, che sperimenti la riappropriazione della ricchezza sociale prodotta per garantire redistribuzione e investimenti socialmente ed ecologicamente orientati e che faccia della partecipazione sociale l’humus per un nuovo modello di società.

Redazione Malanova

Da Malanova.infoMalanova.info

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di Cesare Battisti daCarmilla

Ieri, 18 maggio, ho ricevuto il rigetto della richiesta di domiciliari provvisori. Naturalmente ce lo aspettavamo, volevamo solo avere in mano le motivazioni del rigetto per trarre le nostre conclusioni. Come volevasi dimostrare, gli argomenti usati dal tribunale di sorveglianza non potevano che essere, a dir poco, imprecisi. Del resto, non si può che ricorrere alla mistificazione quando esiste la volontà di giustificare un atto discriminatorio.

Sapevamo che il rigetto era inevitabile, e le ragioni di questo sono tutte da ricercare nell’uso politico che si continua a fare del mio caso: vi immaginate, dopo tante polemiche sulle cosiddette “scarcerazioni”, cosa sarebbe successo a Bonafede se mi avessero mandato a casa? Si può mettere a rischio la tenuta del governo per salvaguardare la salute di Battisti?

Sono tempi in cui le ingiustizie sembrano non sorprendere più nessuno. Ciò non vuol dire che si debba lasciar sempre correre, assistere ammutoliti a ogni sorta di obbrobrio e abuso. In questo caso si sono superati. Per giustificare l’ennesima discriminazione, l’autorità giudiziaria è scivolata su un’inaccettabile superficialità, liquidando la salute di un cittadino con una sentenza azzardata.

Ma veniamo alle ragioni vere e proprie citate dal magistrato di sorveglianza e che hanno motivato il rigetto della mia istanza. Cito: “…affetto da epatite cronica HBV relata, in trattamento farmacologico con buona risposta virologica…” Quel “relata” vorrebbe forse dire che fino ad ora il reparto sanitario del carcere di Oristano non abbia mai proceduto a un diagnostico per verificare la presenza del virus dell’epatite B? Ciò è improbabile, visto che mi viene regolarmente somministrato l’antivirale. Un “relata” dunque teso, chissà, a sminuire la gravità della patologia? Passiamo oltre.

Citando: “…Bronchite cronica… deficit ostruttivo di grado medio; iperuricemia con artropatia gottosa dislacrimia in trattamento… mostra condizioni generali buone con grado di efficienza psicofisica secondo Karnofsky pari al 100%…” Io non conosco il signor Karnofsky, ma sono certo che costuii non abbia mai messo piede in questo Istituto. Dev’essere dunque un’autorità sanitaria meno esotica ad avere indotto il magistrato di sorveglianza a continuare su questo tono: “…le sue patologie possono dunque essere curate in Istituto con ricorso alle strutture esterne…” Per mostrare l’efficienza dell’intervento sanitario, sia interno che esterno, in questo carcere, mi permetto di citare qualche esempio illustrativo.

Affetto da disturbi dovuti a un diagnosticato ingrossamento della prostata, il mese di ottobre scorso chiesi una visita urologica. Sono passati ben sette mesi da allora. Dell’urologo non ho mai avuto notizie. Intanto i disturbi si sono intensificati. Mesi or sono, da un esame delle feci, furono riscontrate tracce di sangue. Un esame clinico approfondito, richiesto dal medico specialista, è rimasto lettera morta fino a oggi. Con lo stesso disinteresse sono stati accolti da questa direzione altre sollecitazioni di ordine sanitario di uguale gravità. C’è da dire che l’efficacia del reparto sanitario, di cui sembra aver prove il magistrato, si riduce spesso alla prescrizione di Voltaren e Tachiprina, il rimedio a tutti i mali.

Veniamo adesso al famoso piano pandemico, continuo a citare: “…accertato dall’istruttoria di procedimento… dell’assenza di contagio all’interno dell’Istituto e delle misure, ARTICOLATE E PUNTUALI, disposte dall’area sanitaria contenute nel ‘piano di gestione per l’Emergenza Sanitaria’ presso la casa di reclusione di Oristano del 27-04-2020 (v. documento in atto) il rischio di contagio debba ritenersi da escludere…”.

A questo punto c’è seriamente da chiedersi se per caso in questo Istituto ci siano davvero stati interventi di prevenzione o di accertamento, come allegato, e che allora sia detenuti che agenti non si siano mai accorti che sarebbero state adottate misure ARTICOLATE E PUNTUALI. Possibile che esista un fumoso “piano pandemico” made in Oristano e che questo sia passato inosservato a tutti?

Oppure gli atti di cui parla il magistrato si riferiscono a una spruzzata di candeggina effettuata qualche settimana fa? Perché, insomma, qui mascherine e guanti sono proibiti ai detenuti dalla direzione, perché occulterebbero (sic) viso e impronte digitali.

Abbiamo visto gli agenti con mascherine fatte in casa ricavate da vecchie uniformi, in alternativa alle introvabili usa e getta. Tamponi e altri test per rivelare il virus nemmeno a parlarne. D’altronde l’ordine vigente è quello di evitare ogni riferimento al Covid 19. Non è mai stato fatto un controllo sanitario generale – nessuno è mai venuto a chiederci come ci sentiamo; detenuti con febbre e tosse sono ordinariamente rispediti in cella con l’inevitabile pillola di Tachipirina. Sarà che consiste proprio in questo il famoso piano d’Emergenza messo in atto da questa amministrazione? Oppure il tribunale di sorveglianza è in possesso di un altro piano, talmente segreto che nessuno l’ha mai visto?

Cosa contengono questi atti a cui fa riferimento il magistrato, e che gli fanno dire che non esiste pericolo di contagio? Se non ci è stato somministrato un rimedio miracoloso a nostra insaputa, cosa è stato raccontato al magistrato per indurlo a prendere una decisione così azzardata? E se fosse vero ciò che dice, a che si deve l’invio ai domiciliari per via del virus di altri detenuti dal carcere di Oristano? A chi dovremmo rivolgere queste domande, già che il tribunale di sorveglianza le ha opportunamente eluse? Quanti sono gli ingannati e quali gli ingannatori?

È la motivazione di un rigetto annunciato che la dice lunga sulla spregiudicatezza delle autorità che ci governano. L’irresponsabilità dietro le sbarre è forse più diretta, brutale. Ma là fuori, si gioca con la vita della gente che lavora, e la chiamano “ripresa” – recovery fa chic.

Qualche secolo fa, Vicor Hugo disse che se si vuol sapere come funziona un paese bisogna visitare le sue prigioni. Solo qualche anno fa, uno statista di rilievo ebbe a dire: “Non c’è da sorprendersi, nel caso di Battisti tutto è possibile”. Io direi invece che è con il popolo indifeso, con i dannati della terra che tutto è possibile. E io ne faccio semplicemente parte. Incluso per la possibilità estrema, quella di farci finalmente ascoltare.

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Analizzare le strategie adottate in America Latina di fronte all’emergenzia rappresentata dalla pandemia significa cercare di comprendere gli scenari politico-sociali che si possono delineare nel futuro prossimo.

L’abbiamo fatto con degli approfondimenti per zone geografiche cominciando dal Cono Sur, abbiamo raccontato le realtà nazionali di Messico, Guatemala ed Ecuador e infine ci siamo occupati di Bolivia, Perù e Colombia. Ma lo sguardo orientato alle specificità nazionali è solo uno dei possibili angoli di osservazione del complesso panorama che il pianeta sta affrontando. In America Latina vivono più di 800 popoli originari, circa 45 milioni di persone che corrispondono a poco meno del 10%  del totale nella regione, la zona con la più alta densità demografica indigena del pianeta. Ciascuna di queste comunità vive una realtà specifica in termini demografici, culturali, territoriali, però la gran parte condivide condizioni di estrema vulnerabilità, con alti tassi di povertà, denutrizione, inaccessibilità ai servizi di salute o all’acqua potabile, tutti problemi che con l’attuale crisi pandemica si acuiscono. Allo stesso tempo, condivise sono anche le strategie di risposta di questi popoli al rischio epidemiologico, e alcuni aspetti centrali della relazione tra l’uomo e la natura presenti nelle diverse cosmovisioni diffuse tra il Centro e il Sudamerica.

di Susanna de Guio e Gianpaolo Contestabile  da Il Manifesto

I popoli originari latinoamericani resistono da secoli alle minacce per la loro sopravvivenza; la loro memoria storica delle epidemie risale alle guerre coloniali di cinque secoli fa, quando le patologie importate come il morbillo e il vaiolo furono alleate fondamentali dei conquistadores europei nel decimare le popolazioni native e occuparne i territori. La costruzione degli stati moderni e indipendenti in America Latina ha significato in molti casi un altro tentativo di genocidio, e oggi la diffusione della pandemia si somma nuovamente alla violenza neo-coloniale, che usurpa e saccheggia le terre native. Davanti all’emergenza del Covid-19 le comunità indigene hanno risposto rapidamente, con pratiche chiare e determinate, anticipando spesso le decisioni dei governi nazionali, e con strategie simili tra loro, rivendicando l’autonomia sui propri territori e condividendo le strategie tra diverse comunità.

In Messico, mentre il presidente Lopez Obrador sminuiva il rischio del contagio mostrando in diretta nazionale le icone religiose che lo avrebbero protetto, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale comunicava che l’accesso alle sue comunità veniva momentaneamente sospeso e allo stesso tempo invitava a mantenere l’impegno politico e la solidarietà anche a distanza. In Honduras, l’organizzazione COPINH, di cui faceva parte Berta Caceres, ha denunciato l’attacco di polizia e militari volto a smantellare le barriere di bio-sicurezza autogestite dalle comunità indigene per limitare il flusso di persone da, e verso, i propri territori, e anche le comunità Mapuche sono state represse dalla polizia cilena mentre cercavano di controllare l’ingresso alle zone dove risiedono nell’Araucania, una delle aree più colpite dal virus nel Cono Sud. Il cosiddetto “isolamento volontario” è stata una strategia riprodotta lungo tutto il continente: per esempio dalle popolazioni Aymara e Quechua in Bolivia, dal popolo Gunas a Panama, Ingas y Kamëntsas in Colombia, assieme a molti altri, mentre in alcuni casi è stato possibile il dialogo con i governi locali per applicare l’isolamento, come per i popoli Wampís e Asháninka in Perù o per i Rapa Nui nell’isola di Pasqua. Nel dipartimento del Quiché, in Guatemala, dove il presidente ha dichiarato il coprifuoco e implementato pesanti misure repressive, le popolazioni Maya hanno chiuso l’ingresso di 48 centri abitati e allo stesso tempo si sono attivate per dare sostegno e solidarietà alle fasce più bisognose e ai richiedenti asilo rimasti bloccati lungo la rotta migratoria che attraversa il continente.

L’autodeterminazione dei popoli indigeni infatti non si limita alla protezione dei confini comunitari, ma si accompagna in molti casi all’attivazione di reti agro ecologiche, di autoproduzione e raccolta di viveri da far arrivare alle città. Per esempio, la guardia indigena (CRIC) della zona del Cauca in Colombia, oltre a fornire informazioni quotidiane sullo stato dell’epidemia, ha iniziato a promuovere mercati del trueque (baratto) e ha organizzato la Minga de la Comida, un evento tradizionale in cui sono stati distribuiti alimenti alle persone indigene della regione del Popayàn, che versa in condizioni critiche. Le organizzazioni indigene e popolari della zona del Alto in Bolivia, stigmatizzate dal governo golpista di Añez come incapaci di rispettare le norme di sicurezza, hanno fatto arrivare camion di provviste ai centri urbani colpiti dalla pandemia, sfidando le azioni repressive delle forze dell’ordine e lo stesso è accaduto con diversi popoli indigeni della sierra ecuadoregna che hanno fornito cibo alla zona costiera, fortemente colpita dal virus.

Un’altra strategia diffusa di fronte all’estendersi del Covid-19 è stata la prevenzione, per cui diverse organizzazioni indigene si sono impegnate ad auto-produrre i dispositivi di sicurezza e il gel antibatterico e hanno diffuso le norme igieniche nelle lingue originarie, come ha fatto la CONAIE in Ecuador e l’Organización Regional de Pueblos Indígenas de Oriente (ORPIO) in Perú. Nel caso degli zapatisti è stato fin da subito rinforzato il sistema di cliniche popolari costruito in 25 anni di autogestione dalle comunità indigene del Chiapas.

Spesso le comunità si trovano a molti chilometri di distanza dai centri di salute o dagli ospedali urbani, per questo la medicina tradizionale, con l’uso di piante e metodi di guarigione propri, è un altro tassello fondamentale nelle scelte di autodeterminazione. Diverse culture indigene in America Latina condividono un’epistemologia in cui la salute individuale e collettiva sono indivisibili e non si possono guarire separatamente; la malattia non si limita ai sintomi corporei e contempla l’armonia con l’ambiente e con gli altri. Nel popolo Wayuú, che vive tra Colombia e Venezuela, si dice che senza terra non c’è vita, e che la madre terra dev’essere sana affinchè anche i suoi figli stiano bene. Le depositarie delle conoscenze relative alle piante, all’armonia con il cosmo e alle pratiche di cura, che vengono tramandate tra le generazioni, sono spesso donne, che stanno giocando un ruolo fondamentale nell’attuale contesto pandemico dentro le comunità così come nelle reti internazionali di femminismo comunitario.

Purtroppo i governi latinoamericani, in linea generale, non hanno adottato misure specifiche per affrontare l’emergenza sanitaria in dialogo con le autorità indigene, nonostante siano parte della popolazione più a rischio, in un contesto regionale dove diversi stati faticano a garantire attenzione medica di base anche nei centri urbani. La popolazione indigena che vive nelle città sta affrontando situazioni di grave difficoltà dovuta alla mancanza di politiche pubbliche, soprattutto nelle aree periferiche, che si aggiunge alla discriminazione economica e linguistica di cui soffre costantemente nel contesto urbano.

Molte organizzazioni indigene hanno dunque preso parola pubblicamente per esigere maggiore presenza dello stato sociale, come nel caso della CONAIE, la Confederazione delle Nazioni Indigene dell’Ecuador che ha guidato le recenti rivolte antigovernative dello scorso ottobre, e che chiede al governo di irrobustire il sistema sanitario e fare i tamponi nelle comunità invece che usare le risorse economiche per pagare il debito con il FMI. L’Organizzazione Indigena Cavineña (OICA), della zona amazzonica boliviana, ha denunciato la mancanza di medicinali nei centri di salute della regione del Beni, dove “non c’è nemmeno un paracetamolo”.

La mancanza di pianificazione e protocolli per l’intervento durante la pandemia ha favorito inoltre i settori estrattivi che stanno approfittando dell’emergenza per ottenere rapidamente concessioni e licenze ambientali. L’Osservatorio sui Conflitti Minerari in America Latina (OCMAL) segnala con preoccupazione che l’attività mineraria è stata considerata da diversi paesi come attività essenziale, nonostante l’estrazione di minerali abbia un impatto diretto sull’inquinamento dell’acqua e sull’ecosistema; d’altro canto non si è nemmeno considerato il rischio di contagio per i minatori che hanno le condizioni minime di bio-sicurezza nei territori dove vivono, spesso sprovvisti anche dei servizi basici di salute.

Allo stesso modo non si sono fermati i conflitti ambientali e negli ultimi mesi sono stati registrati nuovi omicidi di leader indigeni difensori del territorio in diversi paesi latinoamericani, mentre si acutizzano i conflitti già aperti. Per esempio, in Colombia, le misure emergenziali non hanno fatto altro che inasprire le vessazioni e rendere più facili i bersagli, e diversi leader sociali sono stati uccisi direttamente nelle loro case. Le denunce di difensori del territorio indigeni uccisi dall’inizio della pandemia arrivano anche da diverse comunità in Messico, Brasile, Perù, mentre nel Wallmapu proseguono le aggressioni nei territori che le comunità hanno recuperato negli ultimi anni.

Altrettanto preoccupanti sono le agende governative che, adducendo la necessità di muovere l’economia durante la crisi, avallano nuovi progetti estrattivi e di devastazione territoriale. È il caso del Messico, dove sta avanzando a grandi passi la costruzione del Tren Maya, duramente contrastata da organizzazioni e comunità indigene, o del Brasile dove si è costituito in febbraio un Consejo Nacional de la Amazonia, dopo gli incendi dell’anno scorso, ma l’organo è coordinato da militari e senza partecipazione indigena, e la deforestazione nel 2019 è cresciuta dell’85,3%.

Riprendendo le parole della portavoce del Consiglio dei Popoli Maya Ki’che’, Lolita Chavez, è evidente che il coronavirus è il sintomo di un’altra malattia chiamata diseguaglianza, una patologia del capitalismo coloniale che si fonda sull’oppressione della maggioranza delle popolazioni a vantaggio di pochi. Quel che i popoli originari latinoamericani stanno mostrando, ancora una volta, è che il modello neoliberale globalizzato, oggi alle prese con la pandemia del coronavirus, non è sostenibile e minaccia i limiti della vita umana e naturale. Per superare l’emergenza sarà allora necessario mettere in discussione le economie basate sull’estrattivismo e l’esportazione delle commodities e ripensare l’intero modello della società capitalista globale che oggi evidenzia la sua profonda crisi.

Da lamericalatina.net

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E' emerso un nuovo video che cattura l'omicidio di un afroamericano di 28 anni, Maurice Gordon, durante un fermo di polizia per eccesso di velocità lungo la Garden State Parkway.

Le riprese sono avvenute dopo che Gordon, residente a Poughkeepsie, N.Y., dove studiava per fare il chimico, è stato fermato per presunto eccesso di velocità mentre guidava da solo. Gordon non aveva precedenti penali ed era disarmato. Il video mostra che dopo aver atteso per oltre 30 minuti senza che gli venisse comunicato alcun arresto o informazione sul motivo per cui è stato trattenuto, Gordon ha cercato di lasciare il veicolo della polizia e l'agente lo ha colpito prima con lo spay al peperoncino e poi con sei colpi di pistola. La sequenza poi mostra l'ufficiale che raccoglie il corpo di Maurice, lo lascia cadere e lo ammanetta. "È stato ammanettato dopo essere stato colpito e spostato a terra", ha dichiarato l'avvocato.

L'omicidio sarebbe avvenuto il 23 maggio, due giorni prima dell'assasinio di George Floyd, ma il video è venuto alla luce solo ora, dopo che l'attorney general del New Jersey, che sta indagando sull'episodio, ne ha concesso la diffusione. La famiglia di Maurice per settimane ha cercato risposte su come fossero andate le cose di fronte alla reticenza delle autorità.

Zellie Imani, parte del movimento Black Lives Matter a Paterson, ha affermato che l'incidente è l'esempio di come qualcosa di abituale come un fermo stradale può diventare mortale per le persone di colore. "Entrando in situazioni come quella di una persona di colore che guida, sai che la tua vita è in pericolo fino a quando non sei a casa", ha detto. Sulle autostrade, spesso non ci sono astanti che potrebbero catturare ciò che sta accadendo sul video, ha aggiunto. "Penso che sia una delle cose più spaventose di quando si è alla guida mentre si è neri, soprattutto in autostrada, perché se succede qualcosa è letteralmente solo la loro parola, perché sei morto. Non puoi raccontare il tuo lato della storia."

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Siamo nel pieno della campagna elettorale delle politiche del '76 e a Padova il 10 giugno deve arrivare Almirante, segretario dell' MSI, per un comizio. Nelle settimane precedenti si è molto discusso come stare in piazza contro i fascisti. Lo schema classico era quello di praticare l'obbiettivo durante manifestazioni o comizi, come l'anno prima con Covelli e Almirante. Ma era uno schema logoro, che sacrificava continuamente compagni alla repressione e al carcere....... Con il controllo territoriale si intende intervenire in questa situazione rompendo il rituale precedente e decidendo in piena autonomia come stare in piazza : un modello di azione che permette oltre all'antifascismo di praticare anche altre forme di illegalità di massa, ad esempio l'imposizione dei prezzi politici praticando l'esproprio nei supermercati.

È un salto netto di paradigma, che introduce in modo diretto e radicale un nuovo e possibile comportamento militante. La sera del 9 lo sperimentiamo.

Siamo divisi per squadre omogenee. I compagni di Padova e provincia si occupano del controllo del territorio mentre i compagni del resto del Veneto praticano l'obbiettivo sostenuti da alcuni compagni della città armati. In tutto siamo un paio di centinaia, oltre un centinaio i padovani. il resto da fuori. L'azione deve svolgersi, e si svolge, con assoluta sincronia e velocità. Ci dirigiamo al concentramento da dove l'azione inizia. I compagni di Padova e provincia bloccano in più punti il cavalca ferrovia dell'Arcella, uno degli snodi stradali piu importanti della città, con copertoni che vengono incendiate, chiodi a tre punte e uso massiccio di molotov che in uno spazio di tempo brevissimo alzano una barriera di fuoco chr blocca la mobilità di qualsiasi mezzo. In contemporanea parte una ronda composta da oltre una cinquantina di compagni armati di molotov che percorre un centinaio di metri sino ad arrivare agli obiettivi, che sono più d'uno :ecco il valore del controllo territoriale, li dentro agisci con maggiore controllo della situazione. I primi obiettivi sono due, posti a breve distanza: la sede del MSI e la pizzeria Sayonara, frequentata dai fascisti, 25 compagni da una parte, 25 dall'altra parte inceneriscono in pochi secondi entrambi gli obiettivi. Il terzo obiettivo riguarda l'abitazione di Facchini, noto fascista implicato con Freda e Ventura sulla strage di Piazza Fontana, presa di mira con colpi di arma da fuoco. Una volta centrato l' obiettivo si va direttamente dove si erano lasciati i mezzi per sganciarsi.

L'effetto dell'azione è dirompente. Il risultato finale è che a Padova per il comizio del giorno dopo Almirante si guarda bene dal venire. È il movimento che decide in piena autonomia come, dove è quando stare in piazza. Il "controllo territoriale" funziona. Sono nati i Cpv.

Determinante e il contributo dato dai compagni di Padova, senza i quali il progetto non avrebbe mai preso vita. La città, si sa, è una città difficile per la presenza dei fascisti. Non fascisti comuni, ma quelli stagisti, di Freda, Ventura e Facchini.

Dal volantino distribuito in città a sostegno dell'azione :"Oggi. 9 giugno,il movimento proletario organizzato di Padova ha effettuato il blocco/occupazione di una vasta zona del quartiere Arcella per porre urgentemente dentro la classe operaia padovana, le organizzazioni di base dei lavoratori, tra i rivoluzionari, l'urgenza di affrontare questo grave problema. L'antifascismo non è uno slogan. L'antifascismo è milizia politica organizzata, giorno dopo giorno'.

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