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Articoli filtrati per data: Sunday, 07 Giugno 2020

Pubblichiamo l'appello per la costruzione di un corteo a Bologna il 20 giugno.

 

Appello per una convergenza cittadina e regionale dei percorsi di lotta “Per un nuovo futuro. Vogliamo salute, soldi e diritti”

Il tempo pandemico che stiamo vivendo ha messo in luce una serie di elementi che prima di questa crisi erano spesso oscurati dal riprodursi della “normalità”. Abbiamo visto come decenni di tagli alla sanità dei governi di destra e di sinistra abbiano minato le basi per la possibilità della salute pubblica. Abbiamo visto come il padronato non abbia nessuna esitazione nello scegliere il profitto a discapito della salute di chi lavora. Abbiamo visto quanto sia centrale il lavoro riproduttivo e quanto molti lavori “essenziali” siano garantiti con salari miseri, precarietà, assenza di diritti e tutele. Abbiamo visto la centralità del lavoro produttivo, costretto al ricatto lavoro/salute e la brutalità dello sfruttamento del lavoro migrante. Abbiamo visto aumentare le disuguaglianze sociali, i ricchi arricchirsi, i ceti medi e le classi popolari in caduta libera verso la povertà assoluta. Abbiamo visto grandi multinazionali come Amazon o FCA accumulare profitti volando rapaci sui nostri territori con la prepotenza dei predatori. Abbiamo visto i politici capaci solo di proclami mentre stiamo andando verso una nuova grande crisi globale – quella finanziaria del 2008, in confronto, era solo una piccola cosa rispetto a quanto potrebbe ora accadere.

In queste settimane abbiamo visto nascere espressioni di resistenza collettiva, di lotta, di mobilitazione. Scioperi, astensioni dal lavoro a tutela della salute, rivolte delle carceri, lotte per accedere al reddito, scioperi degli affitti, una miriade di forme di solidarietà e di mutualismo nei quartieri e nei caseggiati; tutte azioni che abbiamo organizzato, sostenuto e attraversato.

Pensiamo che in questa crisi drammatica le classi dirigenti abbiano già deciso che sistema di welfare e modello di sviluppo non devono subire alcuna significativa né radicale inversione di tendenza, di cui invece abbiamo assoluta necessità e bisogno.
Va in questa direzione la gestione politica dell'emergenza e soprattutto della transizione targata Bonaccini, che rappresenta un modello per la gestione capitalistica dell'era pandemica, imperniata su un sistema economico produttivista, inquinante e neocorporativo, su un welfare differenziale e sussidiario, su una sanità ancora pienamente fonte di profitto privato.

Bisogna allora organizzarsi in fretta per contrastare questi tentativi, e per cambiare finalmente rotta. Il lavoro è sempre più massacrato, la salute sempre meno tutelata, il modo di produrre distrugge il Pianeta, le ingiustizie sociali aumentano vorticosamente e la cultura patriarcale e razzista è sempre più violenta. Per questo, non è sufficiente affermare che “non vogliamo pagare noi questa crisi”, ma soprattutto - riprendendo uno slogan del movimento migrante - che ‘We are not going back’, non vogliamo tornare indietro! Perché se il tempo presente è quello della ricostruzione dell'economia, della democrazia, della società per noi deve rappresentare un campo di contesa dove vogliamo batterci per costruire un nuovo futuro.

La crisi devono pagarla Confindustria, le grandi multinazionali, i politici e gli imprenditori dei tagli e privatizzazioni alla sanità, delle guerre permanenti, del cemento e della distruzione dei territori. Dobbiamo respingere l'idea di un welfare fatto di elemosine “una tantum” per imporre la necessità di misure universalistiche in grado di essere dispositivi di liberazione da precarietà, sfruttamento, ricatti, impoverimento. Ribadire il no a sanatorie-truffa che mercificano i corpi migranti, perché nessun uomo e nessuna donna è illegale. Mettere in comune le lotte per il salario, per il reddito, per il welfare e praticare un vero e proprio cambio di paradigma che rovesci quello attuale e quello che si prospetta, riconoscendo pienamente il valore del lavoro sociale e riproduttivo.

In questa direzione a Bologna e in regione è iniziato nel mese di maggio un percorso di mobilitazione che ha visto sinora far visita alla Regione Emilia Romagna e all’INPS e a mobilitarsi il 30 maggio. Una convergenza di sindacalismo e realtà sociali che sta svolgendo sui posti di lavoro e nei quartieri tante iniziative di lotta e solidarietà e che nelle prossime settimane continuerà a mobilitarsi come nelle date del 2 giugno e alle manifestazioni del 6 giugno.

Nella direzione del costruire una nuova forza collettiva, eterogenea, estesa e che sia in grado di essere all’altezza del momento storico che stiamo vivendo lanciamo pubblicamente una manifestazione regionale a Bologna sabato 20 giugno “per un nuovo futuro di salute, reddito e diritti per tutte e tutti!


Primi firmatari:

ADL Cobas Emilia-Romagna
SGB Emilia-Romagna
Si Cobas
Cobas Bologna

Lab. Crash
Tpo
Làbas
Rent strike Bologna
Campagna Reddito di quarantena E.R.
Unione Inquilini Bologna
Associazione Bianca Guidetti Serra
Collettivo Salute per Tutte/i
Laboratorio AQ16
Città Migrante
Casa Bettola
Social Log
CUA Bologna
Casa Madiba Network
Vag61

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Un corteo come quello di ieri non aveva mai attraversato le strade di Torino. Un corteo selvaggio di seconde generazioni, giovani immigrati e studenti, spinto da interventi infiammati, mosso dalla rabbia e dall’entusiasmo.

Chi ogni giorno non può attraversare quelle stesse strade senza essere scrutato con sospetto e indignazione, senza essere fermato e intimidito dalla polizia, ieri si è ripreso lo spazio che gli è negato. Centinaia di giovani immigrati africani e centinaia di ragazze e ragazzi di seconda generazione hanno guidato il corteo per le strade della città, attravarsando centro e periferia e concludendo la giornata con una festa ai giardini reali. Decine e decine di persone hanno preso il microfono, incendiando la folla da un impianto montato su un carrello trascinato e sostenuto dalle braccia di dozzine di persone. Continui interventi, cori e musica hanno risuonato per cinque ore, mentre cinquemila persone attraversavano la città, mentre il temporale scaricava sul corteo una pioggia battente, mentre le camionette della polizia arretravano dopo ogni tentativo di bloccare il passaggio, mentre lo striscione “WE CAN’T BREATHE” veniva issato sulla facciata del comune di Torino in piazza Palazzo di Città, mentre il corteo attraversava i ponti sulla Dora, mentre l’ufficio immigrazione della questura di Torino veniva assediato per chiedere il permesso di soggiorno per tutte e tutti. La rabbia per l’omicidio di George Floyd, la rabbia per il razzismo subito ogni giorno per le strade della nostra città ha dato a questa giornata una carica incontenibile.

NO JUSTICE NO PEACE!

Nessuno avrebbe potuto dire cosa ci aspettava in quella piazza.

Certo pochi tra noi credevano che tutto si sarebbe svolto secondo il programma ufficiale della giornata, e certo qualcuno ha immaginato quali potessero essere degli altri orizzonti.

Ma erano anni che non si vedeva una piazza capace di autogestirsi così, mettendo in atto pratiche di lotta determinate e spontanee, dimostrando la consapevolezza della propria forza, dei rapporti di forza presenti. Far indietreggiare la polizia con la forza dei propri corpi, come di fronte al commissariato di Piazza Carlina ed in via Milano, salire sulle statue di Palazzo di Città ed issare lo striscione. Salire su quella stessa statua che ritrae un crociato soggiogare un moro. Trasformare i portici del Comune in una dance hall. Aspettare la fine del temporale e ripartire. Camminare per quattro ore. Ballare e twerkare in faccia ai celerini costretti a schierarsi in difesa dell’ufficio immigrazione della questura.

Eppure secondo gli organizzatori ufficiali, autonominatosi “Black Lives Matter-Torino”, le cose non sarebbero dovute andare così.

Un sit-in, una flash mob, finire con un comizio e poi tutti a casa, nel rispetto della legalità e delle indicazioni della questura. Questo il programma ufficiale.

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Appena la piazza si è messa in moto, puntualmente gli organizzatori si sono dissociati, condannando la manifestazione non autorizzata. Dati i presupposti, tale presa di posizione non ci ha stupito. Ci dispiace per loro, per essersi preclusi la possibilità di partecipare a questa giornata storica. Ed allo stesso tempo non possiamo che riconoscergli il merito di aver lanciato la flashmob, di aver creato un momento come quello che abbiamo vissuto tutti insieme in Piazza Castello, una Piazza Castello piena da un capo all’altro.

Per otto lunghissimi emozionanti minuti in migliaia abbiamo rispettato il silenzio in memoria di George Floyd, alzando il pugno.

Sono poi seguiti gli interventi, forti nel parlare della propria vita, della violenza del razzismo e della discriminzione, della rabbia e della volontà di lottare. In tanti hanno parlato, e se conoscevamo le ragazze del Collettivo Ujamaa e gli occupanti dello Spazio Popolare Neruda, e potevamo aspettarci la forza dei loro interventi, non abbiamo potuto che emozionarci nel sentire prendere parola decine di ragazze e ragazzi di seconda generazione, decisi e determinati a farla finita con il razzismo una volta per tutte. E infine ci siamo emozionati quando dall’impianto è stato lanciato il corteo, e migliaia di persone hanno deciso che quella giornata non si sarebbe conclusa lì.

Erano le quattro, abbiamo finito di camminare alle otto e mezza.

Questa giornata ci lascia poi alcuni elementi fondamentali da analizzare e su cui ragionare.

In primo luogo, la forza della giornata di ieri conferma la lotta al razzismo come una delle questioni fondamentali del nostro tempo. Le dozzine di persone che hanno preso parola hanno parlato della violenza della polizia, del ricatto dei documenti, dei CPR, del suprematismo bianco nascosto nell’innocente credenza che non esistano italiani neri, decine di cori hanno scandito slogan decisi contro la polizia, e in migliaia, neri e bianchi, abbiamo scandito assieme il nome di George Floyd.

In secondo luogo, ieri si è rotto il processo di compressione dello spazio pubblico che ci ha tolto il fiato durante i mesi passati. Ad agire questa rottura sono stati i soggetti che più in assoluto vivono la quotidianità della segregazione su cui si costruisce la geografia razziale delle nostre città, che più in assoluto sono sorvegliati mentre attraversano lo spazio urbano. Ma rabbia ed entusiasmo non mancavano nemmeno alle migliaia di giovani che si sono subito uniti al corteo.

In terzo luogo, la giornata di ieri pone con urgenza la necessità di individuare una prospettiva e di una progettualità politica che prenda atto dei precedenti due elementi.

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Dobbiamo interrogarci su quale ruolo assumere. Come la giornata di ieri ha dimostrato, a volte una forzatura è fondamentale. Dobbiamo quindi trovare il modo di orientare le energie sprigionate ieri nel supportare le lotte antirazziste che attravarsano i nostri territori, trovare il modo di orientare questa energia nel supportare i processi di autorganizzazione e resistenza che ogni giorno i soggetti razzializzati mettono in campo tanto nei conflitti urbani quanto nelle campagne, spesso nel completo isolamento. Dobbiamo evitare che le lotte antirazziste tornino ad essere isolate, e riconoscere invece la capacità di queste lotte di parlare a moltissimi. Ma parlare non basta. Dobbiamo trovare il modo di trasformare queste energie in nuove lotte che sgretolino pezzo dopo pezzo la materialità del razzismo.

Proprio per questo lo Spazio Popolare Neruda e il collettivo Ujamaa hanno lanciato un’assemblea pubblica a Porta Palazzo per giovedì 11 giugno alle 17, al fine di ragionare assieme sulle lotte antirazziste oltreoceano e su quelle in Italia.

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Ankara ieri ha chiesto a Donald Trump di proclamare “terroristi” i combattenti curdi perché ricevono sostegno dagli “Antifa” attaccati in questi giorni dal presidente americano. I media turchi pubblicano foto delle bandiere antifasciste accanto a quelle curde

La Turchia non cessa gli attacchi, non solo militari, contro il popolo curdo e tutti coloro che sostengono le sue aspirazioni. Ankara ieri ha chiesto alla Casa Bianca di colpire duramente gruppi e attivisti “Antifa” anche in Siria, in linea con l’intenzione di Donald Trump di dichiararli “terroristi” come ritorsione per l’appoggio che manifestano alle proteste di massa in corso negli Usa causate dall’omicidio dell’afroamericano George Floyd, soffocato da un agente di polizia. Trump, dicono i turchi, deve ora proclamare “terroristi” anche i combattenti delle Ypg, le unità di protezione popolare curdo-siriane – obiettivo delle offensive militari di Ankara nel Rojava, nel nord della Siria – perché sono appoggiati dagli “Antifa”.

Il termine “Antifa” (antifascista) si riferisce genericamente a una serie di organizzazioni e attivisti antifascisti che usano espressioni simili quando affrontano l’estrema destra e la repressione delle forze di sicurezza. Non esiste fisicamente un’organizzazione denominata “Antifa” ma simboli e slogan associati a questo nome vengono usati anche da gruppi e volontari stranieri che appoggiano le Ypg.

“Gli Stati Uniti devono mostrare la stessa sensibilità in Siria quando le Ypg e i (volontari) ‘Antifa’ puntano le armi sui soldati turchi o quando ci attaccano dopo essersi uniti al Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan illegale in Turchia, ndr)”, ha sbraitato in un’intervista su 24 TV il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu che ha esortato Washington ad inserire le Ypg e tutte le organizzazioni politiche e combattenti curde nell’elenco dei gruppi terroristici.

Le Ypg hanno ricevuto sostegno dagli Stati Uniti, come parte del Syrian Democratic Forces (Sdf), nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria. Ma lo scorso autunno l’Amministrazione Trump, come molti avevano previsto, ha tradito i curdi avallando la sanguinosa offensiva militare turca nel Rojava finalizzata a distruggere l’Amministrazione Autonoma curda fondata sul Confederalismo democratico.

Le intenzioni manifestate da Trump contro gli “Antifa” sono vaghe ma hanno ugualmente fornito alle autorità e ai commentatori turchi – gli ultranazionalisti e quelli vicini al presidente Erdogan – il pretesto per cercare di ottenere il sostegno dei conservatori americani. La tv TRT ha pubblicato una serie di articoli che collegano le Ypg a coloro che si dichiarano “Antifa”. Parecchi giornalisti turchi filo governativi hanno pubblicato sui social foto di bandiere “Antifa” nel Rojava. Alcuni di essi hanno ricordato che un battaglione internazionale, formato in prevalenza da europei e statunitensi, ha partecipato alla guerra contro l’Isis all’interno delle formazioni combattenti curde.

Esponenti dell’estrema destra statunitense hanno prontamente espresso appoggio alle richieste turche.

di Michele Giorgio

Roma, 4 giugno 2020, Nena News

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Il portavoce della comunità autonoma mapuche We Newen, Alberto Alejandro Treuquil Treuquil, è stato assassinato durante la notte di questo giovedì. La comunità denuncia vessazioni e persecuzioni dal 13 maggio da parte dei Carabinieri.

Questa notte il comunero mapuche Alberto Alejandro Treuquil Treuquil di 37 anni, è morto nell’Ospedale di San José Collipulli dopo essere stato colpito da diversi proiettili.

La comunità mapuche We Newen, composta da più di 60 famiglie denuncia vessazioni e persecuzioni poliziesche dal 13 maggio, e di aver convissuto durante tutti questi giorni con gas lacrimogeni e proiettili altamente pericolosi.

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“Quando mi sono messo a correre, il carabiniere mi chiama, mi dice ‘senti coglione’, così, in questo modo, e mi spara in testa, lasciandomi quasi incosciente. La gente che stava con me mi ha dovuto portar via. Da quel momento, senza motivo e senza colpe da parte nostra, incominciano ad aggredirci. Questa mattina c’è stata una perquisizione, e hanno arrestato un peñi (fratello) senza alcun motivo”, aveva dichiarato Treuquil in una intervista a Radio UChile lo scorso 19 maggio.

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Di seguito, condividiamo il comunicato del lof We Newen, del comune di Collipulli:

La comunità Autonoma We Newen, emette il seguente comunicato per informare della terribile morte del nostro Werkén (messaggero, portavoce) Alberto Alejandro Treuquil Treuquil avvenuta nelle ore della notte del 4 giugno di quest’anno nei dintorni della comunità, nel medesimo fatto sono rimasti feriti tre giovani. Di fronte ai gravi e deplorevoli avvenimenti delle ultime ore, comunichiamo quanto segue:

Sono stati denunciati da diversi media i fatti che dal giorno 13 maggio 2020 sono avvenuti quando è stato stabilito lo stato d’assedio intorno alla comunità, che è vittima dell’illegittima persecuzione poliziesca, fatti per i quali si sta interponendo un ricorso di tutela preventiva che mette in evidenza le costanti e reiterate minacce subite dalle persone della comunità e specialmente dal nostro Werkén, oggi deceduto. Il nostro Werkén è stato codardamente assassinato da individui estranei alla comunità mentre nelle vicinanze del lof stava cercando uno dei suoi cavalli. Lui e dei giovani della comunità sono caduti in una imboscata e attaccati con armi da fuoco, rimanendo feriti in modo diversamente grave, mentre il nostro Werkén Alejandro Treuquil è stato ferito mortalmente da un proiettile, trasferito nel centro di salute di Collipulli è morto a seguito della gravità della sua ferita. Il corpo del nostro peñi si trova nel SML di Temuco, in attesa di esser consegnato nel pomeriggio di oggi 5 giugno, per poi essere vegliato nella sua casa in compagnia di sua moglie e dei suoi figli. Alla fine il commiato avverrà nel cimitero di Collipulli in data e orario da confermare.

Ringraziamo per le dimostrazioni di sostegno, sollecitiamo la diffusione e che ci accompagnate in questi difficili momenti in cui perdiamo un pilastro fondamentale della nostra comunità, che ha trasmesso un esempio di lotta per la dignità del popolo Mapuche, riferimento per le nuove generazioni di giovani che cercano di recuperare la terra.

Amulepe Taiñ Weychan!   (Che la Nostra Lotta Continui!)

MARRICHIWEU!   (Vinceremo Dieci e Mille Volte!)

Comunità Autonoma We Newen

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5 giugno 2020

La Izquierda Diario

traduzione a cura di Comitato Carlos Fonseca

 

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La rivolta anti razzista continua a riempire le piazze degli USA nonostante la pandemia da Covid19, il coprifuoco, imposto in molte città, e le parole di Trump.

Oltre 600 città degli States, anche sabato 6 giugno, sono scese in strada. Nella Grande Mela una marea di manifestanti ha marciato in diversi cortei, invadendo anche il Manhattan Bridge.

Nella capitale, Washington D.C., centinaia di migliaia di persone hanno accerchiato la Casa Bianca, cosi’ come a Los Angeles diversi cortei hanno scompostamente attraversato la città.

La sindaca di Washington, la democratica Muriel Bowser, dopo aver silenziosamente permesso di realizzare, sulla via che porta alla Casa Bianca, la scritta Black Lives Matter, si è unita ai manifestanti.

Su questi giorni di lotta e protesta abbiamo intervistato Silvia Federici Ascolta o scarica

 

Da Radio Onda d'Urto

 

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Millecinquecento persone ieri in corteo a Bologna alla piazza lanciata dal Si Cobas contro le politiche del governo Conte e le sempre più aggressive mosse di Confindustria in merito alla ripartenza economica.

Nei prossimi mesi lo scontro di classe si approfondirà sempre di più in merito alla direzione delle risorse messe in campo per la ripresa, in particolare dei fondi europei. Occupare il campo per lottare contro lo scaricamento verso il basso della crisi è stato più volte ribadito essere l’orizzonte dei tempi a venire. Tanti iscritte e tante iscritte al sindacato delle province di Bologna e Modena hanno partecipato al corteo, insieme alle sigle del sindacalismo di base conflittuale,  realtà politiche e sociali.

Non solo difesa, ma anche conquista di nuovi diritti. Prima del concentramento c’è stata un’azione comunicativa delle Brigate Corticella-Bolognina alla sede INPS di via Milazzo, con cartelli “Soldi subito” e “I 172 miliardi della Ue finanzino un reddito universale per tutti”. Alla difesa dei lavoratori contro licenziamenti e riduzioni salariali, al sostegno immediato ai disoccupati, a politiche che invertano la rotta in terreno sanitario, va infatti accoppiata un'azione offensiva da parte dei movimenti che ponga come obiettivo non più rimandabile l'adozione di una forma di reddito universale incondizionato.

Questo è stato detto dai numerosi interventi in testa al corteo che ha sfilato da piazza XX settembre a piazza Maggiore, dove si è anche reso omaggio a George Floyd e alle lotte in corso negli USA contro la violenza razzista sistemica, che è l’altra faccia di un sistema economico fondato sulle diseguaglianze e che miete vittime anche alle nostre latitudini, dal Mediterraneo ai campi di pomodori.

Tensione davanti a Zara, che ha annunciato 500 licenziamenti in tutta Italia e che mostra come le grandi multinazionali intendono risolvere i problemi dovuti alla crisi pandemica. Dal palco è stata anche data solidarietà a Marcello, sindacalista modenese del Si Cobas aggredito dalle forze dell'ordine qualche giorno fa.

Il prossimo 20 giugno nuovo momento di piazza, per il Corteo Regionale: vogliamo salute, soldi e diritti!

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Venerdì 7 giugno 1968, alle 5.30 del pomeriggio, due guardie civili regolavano il traffico in un'area in costruzione dell'autostrada NI nella regione di Gipuzkoan a Tolosa.Uno degli agenti, José Antonio Pardines Arcay fece segno di fermarsi ad una macchina, la targa e il modello dell'auto avevano sollevato i sospetti dell'agente. I membri dell'ETA Txabi Etxebarrieta e Iñaki Sarasketa stavano viaggiando all'interno di un'auto rubata. La guardia civile ha chiesto loro il permesso di circolazione, controllando la documentazione ha espresso ad alta voce la sua sorpresa perché non corrispondeva al numero di telaio. Quelle furono le sue ultime parole.

Txabi Etxebarrieta brandì la sua pistola, un Astra di che aveva fatto la guerra in Algeria e gli sparò nelle scapole e altri quattro nel petto.

I due militanti dell'ETA sono fuggiti e si sono nascosti nella casa di un collaboratore dell'organizzazione. Due ore dopo fuggirono di nuovo fino a quando, nel punto noto come Benta-Haundi , incapparono nella Guardia Civile, con la quale ebbe luogo una sparatoria che costò la vita a Etxebarrieta . Sarasketa fu arrestato la mattina seguente nella chiesa di Errezil. Fu condannato a morte - la sua condanna a vita fu commutata - ma, con l'amnistia del 1977, fu rilasciato.

Figlio e nipote di guardie civili, Pardines era stato nel corpo per cinque anni, un mese e tredici giorni.

Il militante di'ETA aveva agito per legittima difesa. Fu "il primo martire di ETA. Uno slogan di quei tempi ricordava che il defunto membro dell'ETA “valeva molto di più di tutte le guardie civili".

Dobbiamo solo vergognarci di ciò da cui siamo fuggiti e di ciò che abbiamo evitato" (Txabi Etxebarrieta)

Txabi Etxebarrieta era innamorato della vita, anche della poesia. Ammirava Pablo Neruda. Come scrisse il poeta cileno, sento uno dei suoi versi, "Tutto mi porta a te", come se il destino fosse quel giovane studente di Escolapios che nel 1962 si iscrisse alla Facoltà di Scienze Economiche di Sarrico. O quello di Walt Whitman, che ha sottolineato nel suo taccuino: "Non smettere mai di sognare, perché nei sogni l'uomo è libero".

Sono passati tanti anni dalla scomparsa di uno dei militanti più carismatici dell'organizzazione basca negli anni '60, Txabi. Negli anni della sua nascita e del suo consolidamento, in una delle fasi più disastrose del franchismo in relazione al mantenimento del suo progetto totalitario .

Txabi Etxebarrieta fu ucciso a colpi di arma da fuoco a un controllo della Guardia Civile nel quartiere Tolosa di Olarrain il 7 giugno 1968, fu il primo militante dell'ETA che morì dopo aver superato un altro controllo della guardi civile in cui perse la vita l'agente Pardines. Txabi fu il primo a uccidere e morire. Alcuni mesi prima, un altro dei pionieri dell'ETA, José María Quesada, era morto in un'agonia di diversi anni a causa della tortura che gli era stata inflitta, tra gli altri, dal Commissario Melitón Manzanas.

 

Otto settimane dopo la morte di Txabi, l'ETA uccise l'ispettore Melitón Manzanas.

Txabi Etxebarrieta apparteneva a quella seconda generazione di militanti che si unirono all'organizzazione, dieci anni dopo che alcuni giovani studenti trovarono la parola che avrebbe segnato il futuro di Euskal Herria nei decenni successivi. . ETA, Euskadi eta Askatasuna.

Txabi, come tanti altri nel corso della storia, è stata una delle icone in una scena di impegno collettivo.

Suo fratello José Antonio, anch'esso militante nell'Eta morì prematuramente, nel 1973, a causa di una malattia degenerativa. Entrambi, Txabi e José Antonio, saranno pezzi indispensabili in quel corpus teorico che l'ETA progetto in un altro degli eventi che avrebbero segnato il suo futuro, la V Assemblea, dove l'organizzazione sarebbe stata definita attraverso due obiettivi inalienabili, due facce della stessa medaglia, come ripetevano i militanti: indipendenza e socialismo.

 

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