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Articoli filtrati per data: Friday, 05 Giugno 2020

Sette anni fa Clement Meric, militante antifascista parigino di soli 18 anni, veniva assassinato da un gruppo di fasci. In occasione della ricorrenza, abbiamo tradotto il testo dei compagni di Action Antifasciste Paris-Banlieue (AFAPB) che ritorna sulla figura di Clement e sulla necessità dell'antifascismo al giorno d'oggi in Francia e non solo. La scorsa notte intanto il Saint-Sauveur, bar frequentato da compagni e compagne a Menilmontant, è stato attaccato da fascisti con mazze e spray lacrimogeni, ma l'attacco è stato immeditamente respinto dalla popolazione del quartiere. In calce al testo il video dell'azione di questa notte a Bologna in memoria di Clement.

 

Venerdì 5 giugno, come ogni anno, l'Action Antifasciste Paris-Banlieue vuole rendere omaggio a Clément Méric, assassinato sette anni fa. Siamo orgogliosi di aver avuto Clément come compagno. Ricordare l’attualità delle sue lotte, nelle strade ed altrove, è per noi un modo per continuare a ricordarlo.

Nel 2012 si era appena trasferito a Parigi per studiare a Scienze Politiche. Lì si è unito a Solidaires étudiants ed è diventato un militante in università. Da militante antifascista nella sua città natale, Brest, si è poi avvicinato alla scena antifascista parigina, dove ha incontrato l'AFA, la nostra organizzazione, di cui fanno parte militanti rivoluzionari, giovani sindacalisti e ultras della curva Auteuil del Paris Saint-Germain, con cui Clément ha stretto rapidamente amicizia. Per quasi un anno ha militato al nostro fianco, a Parigi e nelle periferie della città, per non lasciare le strade all'estrema destra, a fianco dei migranti braccati e cacciati dalle forze dell'ordine, con i collettivi dei quartieri popolari che si organizzano per chiedere verità e giustizia per tutti i giovani ammazzati dalla polizia, e contro ogni forma di oppressione e discriminazione.

La nostra lotta comune lo ha portato a quel giorno del 5 giugno 2013, a sei anni fa, quando Clément ha incrociato alcuni skinheads neonazisti che indossavano magliette con simboli nazisti e slogan razzisti. Erano membri del piccolo gruppo Third Way, guidato da Serge Ayoub, spesso e volentieri immischiato in casi di omicidi razzisti e di attacchi a militanti antifascisti. Quel giorno Clément fu riconosciuto come militante antifascista ed è per questo che fu preso di mira, preso a pugni in faccia con il tirapugni e lasciato a terra privo di sensi. Clément è morto perché si è rifiutato di abbassare gli occhi.

Dopo la sua morte, abbiamo dovuto far fronte a un'ondata di menzogne. Prima di tutto da parte dell'estrema destra, che ha riportato le versioni degli imputati e ha cercato di far passare Clément per l'aggressore nell’agguato. Poi da parte dei media di destra, che hanno cercato di depoliticizzare la morte di Clément relegandola ad una semplice rissa tra bande andata male. Da parte loro, la stampa e i politici di sinistra hanno cercato invece di recuperare l'immagine di Clément, di farne la vittima di un nemico comune e la figura dell’antifascista al servizio della République, in lotta contro un razzismo essenzialmente morale, incarnato soltanto dall'estrema destra e dal Front National. La stampa ha così creato un'immagine borghese che si distanzia dalla realtà sociale del nostro gruppo. Vogliamo insistere sul tentativo di recuperare questo evento, perché questo è stato seguito da una demonizzazione della figura dell' "antifa". Lo abbiamo visto nel 2014 quando abbiamo partecipato alle manifestazioni vietate pro Gaza e contro l'imperialismo. Lo è stato ancora quando abbiamo combattuto contro la violenza della polizia a fianco delle famiglie delle vittime e degli abitanti dei quartieri popolari e quando abbiamo combattuto contro il razzismo di Stato, o contro il prolungamento dello stato di emergenza, che in particolare ha portato una nuova ondata islamofobica. Poi nel 2016, durante il movimento contro la Loi travail, quando la nostra organizzazione si è ritrovata di nuovo al centro dell'attenzione mediatica e politica, per la sua presenza nel "cortège de tête" (la testa del corteo, la parte più offensiva ndt), dove abbiamo partecipato dando impulso alle dinamiche di autodifesa di fronte ai ripetuti attacchi della polizia.

Durante la famosa vicenda del Quai de Valmy, in seguito all'incendio di un'auto della polizia, una montatura poliziesca ha portato all'arresto e poi alla condanna di militanti antifascisti. Tra questi c'era Antonin Bernanos, condannato a cinque anni di carcere, sulla base di una testimonianza anonima di un membro dei servizi segreti della polizia di Parigi. Antifa al servizio della sinistra e mobilitati contro il razzismo e le disuguaglianze tre anni prima, eravamo diventati una nuova minaccia per la sicurezza dello Stato, il nuovo nemico interno, presentati, secondo categorie dettate politicamente dall’apparato poliziesco, come dei "casseurs", dei "black blocks" o degli "estremisti di sinistra". Da Clément Méric ad Antonin Bernanos, la posta in gioco era infatti la criminalizzazione delle pratiche sovversive di un'organizzazione politica rivoluzionaria, risolutamente impossibile da recuperare, di cui Clément era fieramente uno dei militanti.

Ad oggi, l'assassino di Clément è libero e Antonin è agli arresti domiciliari lontano da Parigi, dopo essere stato incarcerato preventivamente per 6 mesi. Se subisce questo accanimento giudiziario, è perché Antonin è accusato di non aver lasciato le strade in mano ai fascisti che, dopo essere stati cacciati, hanno sporto denuncia. Ma dobbiamo prendere quello che è successo ad Antonin per quello che è: la vendetta dello Stato contro uno dei tanti e delle tante che unit* hanno contribuito attivamente a rendere impossibile la presenza dei fasci all’interno del movimento Gilets jaunes. Lui ed gli/le altr* che, nonostante la repressione, rifiutano di abbassare la testa contestando la legittimità del potere. Antonin è stato mandato in prigione per abbattere il desiderio di protesta sociale e politica. Per stremare, mediante la repressione, chi da novembre sta lottando. Per cercare di sciogliere le alleanze che si stanno formando e rompere così il movimento. Questo è ciò che è attualmente in gioco con le migliaia di condanne che arrivano a dirotto e le decine di mutilazioni. Questa è la posta in gioco quando i militanti antifascisti, che non hanno mai smesso di scendere in strada e di lottare quotidianamente al fianco dei Gilets jaunes, sono presi di mira dallo Stato.

Sette anni dopo la morte di Clément, le bande fasciste sono ancora attive. Il Rassemblement National (ex Front National, ndt) non è ancora al potere, ma una grossa parte del suo programma è stata ripresa dai governi che si sono succeduti negli ultimi anni. Lo Stato non ha mai smesso di perseguitare, mediante leggi scellerate, i proletari originari dell'immigrazione post-coloniale. L'islamofobia è diventata l'ideologia ufficiale. Le principali prerogative dello stato d'eccezione sono state inserite nel diritto comune, conferendo all’apparato poliziesco poteri esorbitanti. I quartieri popolari subiscono oggi una repressione brutale e costante da parte della polizia che provoca ogni anno la morte di circa 15 giovani neri e arabi. La situazione creata dall’emergenza sanitaria ne è stata una tragica dimostrazione. Durante l'ultimo periodo abbiamo visto un allargamento di questa logica repressiva che, attraverso la militarizzazione delle piazze, ha colpito il movimento sindacale e le mobilitazioni sociali, il movimento dei Gilets jaunes e quello contro la Riforma delle pensioni. In altre parole, contro chiunque - chiunque si ribelli contro lo stato di cose presenti, contro la precarietà, contro la distruzione di ogni possibile forma di comunità.

È in questo contesto di fascistizzazione della nostra società che dobbiamo considerare le nuove aggressioni dei gruppi di estrema destra, ovunque in Europa, e in particolare in Francia. Che i loro membri non vengano mai sfiorati dalle autorità non deve sorprendere: in fondo, non sono altro che il volto brutale della svolta autoritaria che si sta verificando negli Stati occidentali, del cambiamento della governance in tempo di crisi. Quando Génération Identitaire (gruppo neofascista, ndt) organizza ronde sul confine italo-francese per dare la caccia ai migranti, funge da diretto intermediario delle forze di polizia. Questa è solo la forma spettacolare di una pratica ormai normalmente assunta dallo Stato. Criminalizzare l'antifascismo, criminalizzare la lotta contro l'estremismo organizzato di estrema destra, significa criminalizzare il diritto all'autodifesa. Significa mantenere il popolo in uno stato di sottomissione disarmata. Ma noi diciamo con forza che il popolo ha il diritto di difendersi contro i suoi nemici.

Nella lotta contro l'estrema destra, le istituzioni sono un'esca. Non solo perché lo Stato repubblicano, che si pone come baluardo contro il fascismo, ne è in realtà il suo principale promotore. Ma perché, come abbiamo visto fin dalle prime settimane del movimento dei Gilets jaunes, l'attivismo neofascista, che arriva fino all'aggressione fisica, non trova limiti se non in ciò che possiamo mettere noi nelle strade - con la forza e con la dissuasione.

Siamo militanti politici e, per noi, le responsabilità non sono legali, ma prima di tutto politiche. Durante il processo agli assassini di Clément nel settembre 2018, che è stato un momento di verità molto importante per la famiglia di Clément, di fronte agli imputati e ai loro avvocati che cercavano di depoliticizzare il caso è stato necessario ricordare che se Clemente è morto, è stato perché era un militante antifascista. In quell'occasione abbiamo messo sotto accusa il sistema che alimenta e rafforza queste frange reazionarie.

A seguito del movimento contro la riforma delle pensioni, in piena pandemia Covid-19, il processo d’appello contro gli assassini è stato rinviato a data da destinarsi. Ancora una volta, ribadiamo che non ci aspettiamo nulla dai tribunali, che mai hanno tradotto e che mai tradurranno la nostra giustizia. Esattamente come lottiamo contro la prigione. Perché questi luoghi hanno un ruolo fondamentale nel sistema che stiamo combattendo.

Clément aveva scelto da che parte stare ed è da quella parte che noi continuiamo la lotta e che accusiamo, nelle strade, i fascisti, il capitale e lo Stato.

Action Antifasciste Paris-Banlieue (AFAPB) – giugno 2020

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Sono passati nove giorni dall’omicidio di George Floyd a Minneapolis. I riots e  le proteste di individui e comunità black e dex solidalx stanno occupando giorno e notte lo spazio delle principali metropoli statunitensi, dando conto della struttura razziale e classista dell’ordine sociale capitalista e neo-coloniale che si materializza nella stesse conformazioni urbane.

Stazioni di polizia bruciate, assalti ai negozi di lusso e ai centri commerciali con parole d’ordine che rovesciano il diritto liberale, definendo theft and looting (furto e saccheggio) il prezzo dell’oppressione delle persone razzializzate. I corpi non bianchi sono infatti strutturalmente più colpiti da povertà, sfruttamento lavorativo, violenza poliziesca e incarceramento e oggi anche dal contagio del Covid-19, a causa dell’esclusione dall’accesso alle cure mediche. Al contempo, la miseria e la disuguaglianza sono sempre più evidentemente spazializzate: i ghetti delle città ribollono, mentre i loro confini sono controllati in maniera sempre più arcigna e per i corpi che si trovano “fuori luogo” lo Stato agisce violenza illimitata. Più che di monopolio della violenza legittima, è infatti forse corretto parlare di guerra al di fuori di qualunque habeas corpus:  “si spara nel mucchio senza tanti problemi, con l’obiettivo non tanto di garantire il rispetto di un ordine che in queste zone da tempo non esiste più, quanto piuttosto di mantenere una deterrenza generalizzata, e al tempo stesso di ribadire ogni volta quelle che sono le frontiere invalicabili del ghetto e che lo separano da altri quartieri di ceto medio o di diversa composizione sulla ‘linea del colore’”. Non è un caso se la zona di Minneapolis dov’è stato ucciso  George Floyd è considerata un’area cuscinetto, caratterizzata da una popolazione mista, a prevalenza latinx, al confine tra una zona povera e prevalentemente black e una zona di ceto medio bianco.

Questa mattina ne abbiamo parlato con Agostino Petrillo, che nell’articolo La sottile linea rossa ha analizzato i confini invisibili delle metropoli, che non si debbono valicare:

A proposito di guerra asimmetrica permanente nelle metropoli, sulle linee della classe e del colore, un aggiornamento dalla baraccopoli “rom” di via Germagnano, a Torino, dove anche durante la pandemia continua lo sgombero e si lotta ogni giorno contro la fame, contro la violenza della polizia e contro il contagio:

Da Radio Blackout

 

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Comunicato dei Pescatori Artigianali dell’Araucanía:

Ieri i pescatori di Queule, comune di Toltén, regione dell’Araucanía, hanno effettuato un blocco stradale per protestare contro le nuove iniziative del governo, che cercano di dare più facilitazioni alla pesca industriale, e per chiedere aiuti per i pescatori in tempi di pandemia.

Denunciamo la brutale repressione da parte dei Carabinieri. Ci sono stati tre detenuti, due dei quali sono stati rimessi in libertà, e una persona si trova detenuta a Pitrufquén e oggi sarà portata di fronte al giudice per disordini pubblici.

Una persona è stata portata, inoltre in ospedale con 72 pallini conficcati nel suo corpo.

È specialmente grave la situazione di Cristóbal Pérez Jiménez, al quale hanno sparato una bomba lacrimogena direttamente sul petto, fatto che gli ha provocato una frattura del torace, danneggiando il suo cuore e i polmoni. Attualmente Cristóbal si trova ospedalizzato nella UTI dell’ospedale di Pitrufquén, e sarà trasferito entro un giorno nell’ospedale di Temuco per essere operato.

cilemeg

 

Denunciamo, una volta di più, il brutale modo di agire dei Carabinieri, diretti responsabili della vita e della salute del nostro compagno. Non può essere che l’esercizio del nostro legittimo diritto alla protesta significhi pagare con la salute e la vita del popolo.

La Procura dell’Araucanía ha confermato che sarà aperta una indagine per chiarire le azioni delle Forze Speciali durante la protesta.

Secondo quanto ha dichiarato dalla Cooperativa, i lavoratori hanno manifestato contro il governo a seguito del non pagamento di un buono di $150 mila per i pescatori del settore.

Il presidente dei piccoli pescatori dell’Araucanía ha precisato che lo stato di salute dei feriti: “Uno è nell’Ospedale Hernán Henríquez, con 72 pallini nel corpo, perché gli hanno sparato due colpi da molto vicino, e l’altro che ci preoccupa è un compagno che si trova nell’Ospedale di Pitrufquén (…) Gli hanno sparato una bomba lacrimogena sul petto e ha compromesso lo sterno”.

 

Fonti: Desconcierto e facebook Olca Chile

3 giugno 2020

Resumen Latinoamericano

Da Comitato Carlos Fonseca

 

 

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“Toda la gloria del mundo cabe en un grano de maìz” – Il contingente medico cubano alle OGR, Torino

Di Gianmarco Peterlongo

Il 14 aprile, a poco meno di un mese dallo sbarco del primo contingente della Henry Reeve in Lombardia, la solidarietà del popolo cubano giunge a Torino per operare nel nuovo ospedale da campo installato presso le Officine Grandi Riparazioni, un imponente ex-complesso industriale di fine ‘800. Le OGR, come sono conosciute in terra sabauda, rappresentano per tanti torinesi un luogo di socialità e di musica, uno dei tanti poli del divertimento, ma anche uno spazio spesso prestato al racconto della cultura e della storia della città. Oggi, a differenza di pochi mesi fa, la storia della città si compie direttamente tra quelle mura. Perché, è bene ricordarlo, l’emergenza Covid porta per la prima volta nella storia una missione volontaria di medici e paramedici cubani in Europa, in paesi silenziosamente complici del bloqueo statunitense. 

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La brigata Henry Reeve, o meglio il Contingente Internazionale di Medici Specializzati in Situazioni di Catastrofi e Gravi Epidemie Henry Reeve, nasce ufficialmente nel 2005 sotto spinta dello stesso Fidel Castro: l’uragano Katrina ha appena devastato diversi stati della Costa del Golfo degli USA quando la vicina e odiata Cuba offre il proprio supporto medico alle popolazioni colpite. Il governo statunitense con l’allora presidente George Bush rifiuta gli aiuti e impedisce al contingente di recarsi nel proprio paese. Quella che potrebbe sembrare una sconfitta in partenza è in realtà il momento che sancisce il valore e il successo del progetto cubano. La solidarietà internazionalista cubana è il nemico più fastidioso e insolente dell’impero capitalista. 

La Henry Reeve si muove ogni qual volta venga richiesto aiuto, come mi spiega uno degli epidemiologi della brigata, René, e ciò è successo anche per l’Italia, quando i governi locali di Piemonte e Lombardia hanno inviato richieste di aiuti internazionali per contrastare la pandemia di Covid-19. All’arrivo all’aeroporto di Caselle del contingente caraibico il governatore Cirio ringrazia l’altruismo del personale volontario appena sbarcato, ignorando probabilmente che la solidarietà internazionale e la generosità con cui Cuba ha sempre offerto il proprio sostegno ai popoli di mezzo mondo non hanno nulla a che vedere con il volontariato come lo intendiamo noi. I lavoratori cubani appena sbarcati, ricorda invece l’ambasciatore della Repubblica di Cuba a Caselle, sono pronti a lavorare con umiltà a fianco dei colleghi italiani con l’unico scopo di contribuire a salvare vite umane. 

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Sono 38, tra medici e infermieri più il responsabile della comunicazione dei contingenti italiani, il giornalista e scrittore Enrique Ubieta. Tutti uomini, perché, mi spiegano, sono i primi che hanno dato la propria disponibilità per una missione che si preparava a essere dura: René mi racconta che in molti sono partiti da Cuba pronti a costruire un ospedale da campo in mezzo alle valli dell’alta Lombardia, ma alla fine si sono ritrovati in un luogo “di lusso” per gli standard internazionali della brigata. Molti sono giovani appena trentenni, alla seconda o terza missione fuori dall’isola, ma la maggior parte di loro porta sulle spalle numerose esperienze con la brigata in giro per il mondo. Trascorro una buona parte del tempo in chiacchiere con medici e infermieri cubani, quando non ci sono mansioni particolari da svolgere. In questi momenti si alternano aneddoti ed episodi divertenti a racconti dolorosi, che appesantiscono e consumano l’espressione di chi parla. Come quando ricordano la missione contro l’Ebola, il più devastante e letale virus forse mai conosciuto: “al nostro arrivo a Monrovia, la letalità del virus era intorno al 98%”, ricostruisce René. La campagna per combattere l’Ebola della brigata Henry Reeve, primo contingente internazionale a essere sceso in campo nel 2014 in Africa occidentale, è stata sicuramente una delle più dure. In Liberia una parte della brigata prestò il proprio aiuto in un ospedale improvvisato su una barca ancorata sul corso di un fiume, coperti di metallo sotto il sole cocente, in condizioni più che arrangiate e con all’interno oltre 50 gradi. Al momento della ripartenza della brigata dall’Africa per tornare nei Caraibi la letalità del virus era scesa sotto il 30%. 

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Nell’ottobre del 2005, a un mese dalla formalizzazione ufficiale della brigata internazionale Henry Reeve, un contingente di più di duemila donne e uomini cubani partì per il Pakistan in occasione del terremoto che aveva colpito intensamente l’area del Kashmir causando più di 80mila morti. Dopo il tentativo fallito negli Stati Uniti, questa era la prima missione ufficiale della Henry Reeve all’estero. Silvio, medico trentenne della brigata, racconta che quando giunsero in Pakistan furono condotti fino a un campo di mais, al freddo in mezzo alle montagne innevate: arrivò una ruspa che spianò il campo e fu solo allora che capirono che dovevano installare lì l’ospedale da campo, in mezzo al nulla. Cinque anni dopo è il terremoto ad Haiti a chiamare i medici cubani, a seguito soprattutto della grave epidemia di colera che aveva seguito il disastro naturale. Lo stesso per altri terremoti, come quelli in Nepal ed Ecuador, poi uragani e inondazioni, o missioni specifiche per combattere l’avanzata di virus come la malaria, il dengue, l’epatite. Ogni volta che la solidarietà cubana mette piede fuori dall’isola caraibica “il mondo ringrazia e l’impero si infuria”, come ricorda il titolo di un articolo del giornale Juventud Rebelde per incorniciare lo sbarco del primo contingente in Italia (El mundo agradece, el imperio se enfureceEl mundo agradece, el imperio se enfurece). E questa volta il piede è stato messo proprio nel cuore dell’impero. Suscitando, tra le altre cose, non poca indignazione da parte dei vicini Stati Uniti: un Tweet dello scorso marzo pubblicato dal profilo ufficiale dell’Ambasciata degli Stati Uniti a L’Avana mette in guardia i paesi alleati degli USA dal ricevere missioni mediche cubane, in quanto il personale sarebbe sfruttato e addirittura costretto al ‘lavoro forzato’. 

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Ad oggi, Cuba ha inviato 15 missioni mediche specifiche per fronteggiare il Coronavirus, quasi tutte in America Latina, più Italia e Andorra in Europa, che si aggiungono alle missioni permanenti installate in diversi paesi alleati di Cuba, dal Venezuela all’Angola. La diplomazia medica, però, costituisce un pilastro della politica estera cubana da ben prima del Coronavirus e della Henry Reeve: secondo l’Organizzazione Panamericana della Salute, il primo contingente cubano ad aver lasciato l’isola per offrire sostegno medico fu nel 1963, in Algeria. Da allora diverse centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici della salute cubani hanno prestato servizio in più di 160 paesi tra America Latina, Caraibi, Africa, Asia e Oceania. Se molti progetti di cooperazione medica hanno una forte rilevanza per l’economia cubana – tra cui spicca il famoso accordo di scambio di medici per petrolio firmato nel 2003 tra Hugo Chavez e Fidel Castro – la brigata Henry Reeve, invece, si muove esclusivamente a titolo volontario in nome della solidarietà: nel caso della missione in Italia, ad esempio, il governo del nostro paese ha assicurato di coprire le necessità di vitto e alloggio del contingente, ma il personale cubano non riceve nulla al di fuori del proprio regolare stipendio, che per un medico si aggira intorno ai 70 dollari mensili. 

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“Sai cos’è la cosa più bella di quest’ospedale?”, mi domanda René, “l’albero qui fuori”. È un piccolo alberello ornamentale cresciuto in un vaso all’ingresso delle OGR: a differenza degli altri, però, è addobbato con dei nastri bianchi, uno per ogni paziente che viene dimesso dall’ospedale provvisorio. Siamo già oltre gli 80 nastri appesi sull’Albero della Vita. Alle OGR la brigata cubana lavora instancabilmente con tre turni orari che coprono l’intera giornata. Assieme a loro ci siamo noi, un gruppo di volontari che lavorano come interpreti a fianco del personale cubano: una parte importante della stessa brigata Henry Reeve, come ha detto il responsabile della missione medica cubana Julio Guerra nel ringraziare il sostegno dei traduttori durante la permanenza a Torino. Il personale sanitario cubano lavora insieme a quello italiano per seguire i pazienti presenti tra i circa 90 posti letto a disposizione. All’inizio era difficile coordinarsi, racconta il responsabile medico italiano dell’ospedale, il dottor Massimo, in una intervista rilasciata per il cronista Enrique Ubieta in cui mi sono ritrovato a far da interprete. Poi col tempo hanno imparato a conoscersi a vicenda e a imparare l’un l’altro: “un medico italiano e uno cubano ora seguono insieme un paziente, e ogni giorno si confrontano a vicenda sul corso della malattia”, racconta Massimo, “e così abbiamo imparato molto dalla medicina cubana, una medicina più vicina al paziente e che non ha bisogno di particolari risorse perché usa la testa più che le mani”.  

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Uno dei compiti di cui è esclusivamente incaricato il personale cubano è il monitoraggio delle operazioni di vestimento e svestimento quando si entra nella zona rossa, l’area dove sono ricoverati i pazienti Covid. Tali operazioni sono molto delicate e importanti perché costituiscono l’unica barriera per salvaguardare il personale sanitario dalla possibilità di contagio. Un paio di epidemiologi cubani si danno il turno per sorvegliare costantemente l’ingresso alla zona rossa aiutando gli altri a indossare i materiali protettivi e soprattutto controllando a distanza di sicurezza le operazioni di svestimento. Dopo turni da 5 ore dentro una tuta, con maschera, guanti, cuffia e visore, sfiniti e sudati è facile distrarsi e sbagliare piccoli movimenti rischiando inavvertitamente di contagiarsi proprio nel momento in cui si esce dalla zona rossa: di tanto in tanto nella sala spicca un urlo di Renè o di Adriàn nel momento in cui notano un’infrazione al rigido protocollo di sicurezza, lo stesso che i cubani hanno utilizzato e perfezionato durante l’epidemia di Ebola e che, mi confessa una dottoressa, adotta maggiori precauzioni di quello consigliato dall’OMS che si utilizzava prima dell’arrivo della Henry Reeve. 

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Per me, ogni volta, recarmi all’ospedale provvisorio delle OGR è come entrare a Cuba, ritrovarmi tra le vie de La Habana Vieja, immerso tra quelle inconfondibili sonorità caraibiche che fanno del cubano uno degli spagnoli più piacevoli e irriverenti. Dentro le OGR ci trovo miei coetanei con cui discutere di interessi e passioni comuni, padri di famiglia con la nostalgia dei propri cari, medici e infermieri appassionati della propria disciplina, lavoratori instancabili cultori di musica, storia e cinema: tanti uomini semplici, ma con storie importanti ed esperienze rare sulle spalle. Non si tratta di eroi perché non è la fama e la gloria che ha spinto Cuba nella storia a fornire il proprio aiuto a popoli in lotta per la propria autodeterminazione e a popolazioni colpite da calamità naturali ed emergenze sanitarie. È il sogno di riscatto di un sud globale libero dalle catene dell’imperialismo e dal colonialismo. Mi torna in mente l’autunno del 2016, quando ai funerali di Fidel Castro nella cerimonia in Plaza de la Revoluciòn a L’Avana il presidente della Namibia ricordò con orgoglio l’umiltà e il coraggio con cui i soldati cubani avevano appoggiato le guerre di liberazione in diversi paesi dell’Africa australe: “i cubani vennero per aiutare a liberare un popolo”, disse in quella occasione, “e furono gli unici che non si portarono via oro o diamanti, ma solo i resti dei propri compagni caduti”. L’idea del celebre rivoluzionario dell’indipendenza cubana José Martì per cui “tutta la gloria del mondo sta in un chicco di mais – toda la gloria del mundo cabe en un grano de maìz” vive ancora oggi nelle azioni che continuano a rendere Cuba, nonostante i decenni di bloqueo criminale, un faro di speranza per un mondo migliore di quello che abbiamo, oltre che una fastidiosissima spina nel fianco dell’imperialismo gringo

Il 24 maggio è ufficialmente terminata la missione del contingente cubano installato a Crema, mentre a Torino la brigata prevede di restare finché c’è bisogno, ovvero verosimilmente fino a che non verrà smantellato l’ospedale provvisorio delle OGR. Tra medici e infermieri italiani e cubani si sono ormai strette solide relazioni tanto che sembra di vedere un’unica squadra al lavoro. E tra le sale delle ex-officine iniziano già a rumoreggiare le voci preoccupate di chi sente la mancanza della Henry Reeve prima ancora che questa debba andarsene. 

Grazie Brigata Henry Reeve! 

CubaSalvaVidas

Da lamericalatina.net

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