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Articoli filtrati per data: Thursday, 04 Giugno 2020

Il picco di proteste, manifestazioni, un fiume di graffiti e concentrazioni effettuate dalla sinistra nazionalista radicale nell’ultimo mese è il più alto dalla fine della violenza dell’ETA nel 2011. Lo sciopero della fame del prigioniero di Pamplona, ​​Francisco Ruiz, è servito da catalizzatore di un amalgama di gruppi dissidenti che fino ad ora avevano funzionato quasi sempre in modo indipendente, e che hanno visto nella protesta di Ruiz l’opportunità di unirsi a un’ondata di mobilitazioni che si è dimostrata più forte e più capace di convocare del previsto.

In quell’amalgama ci sono acronimi forti: ATA. Amnesty Ta Askatasuna (Amnesty and Freedom) è emersa nel 2014 tenendo la bandiera dell’amnistia diffusa per i prigionieri e il ritorno dei membri dell’ETA in fuga. Era una richiesta storica della sinistra abertzale che, agli occhi di ATA, fosse stata trascurata dopo la fine della violenza dell’ETA e, soprattutto, dopo che il settore riformista guidato da Otegi aveva assunto la direzione politica. Forse l’esempio più chiaro è stato l’autorizzazione della leadership abertzale ai prigionieri di avvalersi delle prestazioni individuali della prigione, una linea rossa che l’ETA non aveva mai attraversato a favore di una “soluzione” di blocco per tutti i suoi prigionieri.

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ATA, che si unì a un consiglio in cui già esistevano altri marchi come IBIL, creata a Pamplona da Fermín Sánchez Agurruza, che ebbe l’intuizione di aggrapparsi a uno degli elementi più trasversali e unificanti della sinistra abertzale: i prigionieri. Nel loro manifesto di fondazione hanno indicato che la mobilitazione popolare, “vincere la strada”, era la chiave della loro strategia. In effetti, la mancanza di mobilitazione popolare fu un altro dei rimproveri che ATA incolpò di Sortu, erede del fuorilegge Batasuna e incapace di generare una dinamica sostenuta di richieste da parte dei prigionieri, al di là della solita e massiccia manifestazione di gennaio a Bilbao o le solite concentrazioni settimanali, sempre più sottili.

 ATA

Negli ultimi anni, il dissenso di ATA come marchio forte, e la sinistra ufficiale abertzale, hanno combattuto una battaglia quasi sempre sepolta in quartieri, assemblee locali, circoli sindacali e studenteschi o stand dove si concentrano le ultra fazioni delle principali squadre di Navarra e Euskadi. Infatti, Herri Norte (Athletic de Bilbao), The RSF Firm (Real Sociedad), Iraultza 1921 (Deportivo Alavés), Indar Armagina (Eibar) e Indar Gorri (Osasuna) hanno chiesto una marcia verso il carcere francese di Mont-de a dicembre -Marsan che alcuni detenuti dell’ETA fedeli al collettivo di prigionieri (EPPK) hanno respinto perché vedevano ATA dietro l’iniziativa. La battaglia sugli spalti, a quanto pare, era stata vinta dai dissidenti. Sulla strada, ATA ha anche svolto un ruolo chiave negli scontri nei distretti che si sono verificati a Pamplona nel 2017, per i quali il Tribunale nazionale ha condannato quattro giovani di Gipuzkoa per disordini pubblici terroristici nel 2018.

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Il dissidente accovacciato, ATA lo ha trovato in Patxi Ruiz.  Il “grilletto” di cui aveva bisogno per mettere in luce la sua capacità di mobilitazione, elebarota e fuulminea. ATA ha capitalizzato l’ondata di protesta affermandosi come portavoce del prigioniero e organizzando le proteste. Patxi Ruiz aveva già mostrato la sua vicinanza a questi acronimi quando nel 2016 ha pubblicato sul blog dell’organizzazione una lettera critica con la direzione dell’ETA, che lo ha espulso l’anno successivo. Tuttavia, non è mai stato un leader tra i ranghi dissidenti, ma piuttosto un prigioniero di basso profilo con una storia di problemi psichiatrici, che ha spinto la stessa ETA a espellerlo temporaneamente dal comando Ekaitza dopo l’omicidio di Tomás Caballero. Tuttavia, il loro sciopero della fame, il più lungo di quelli compiuti dai loro prigionieri collegati, ha alimentato le reti di dissidenti istituite negli ultimi anni, con Pamplona e la regione di Barranca al centro dell’attenzione.

Il resto dei gruppi non ha perso l’occasione di unirsi al flusso e mostrare i muscoli. Nelle proteste, che si sono diffuse anche in diverse altre parti del Paese Basco, sono stati visti membri di organizzazioni giovanili, gruppi di ultras e persino Fermín Sánchez Agurruza, il primo leader del dissenso dell’ETA.

 Homenaje

Nel frattempo, la sinistra ufficiale abertzale prova a superare una situazione che la mette in una posizione scomoda. Mentre esprime la sua “solidarietà” con Patxi Ruiz, esorta il suo “ambiente politico” ad agire “con responsabilità”. Mentre al Parlamento europeo esprime la sua “preoccupazione” per “un prigioniero politico basco in sciopero della fame”, ATA la accusa di “nascondere le sue miserie”, dopo che il prigioniero stesso aveva già bollato le sue manifestazioni di solidarietà come “una pantomima”.

Mentre l’impulso continua, la Navarra riappare come epicentro dei gruppi dissidenti di Euskadi Ta Askatasuna. Le due organizzazioni che negli ultimi anni hanno corso per guidare il dissenso, oggi hanno forgiato il suolo della ribelle renaissance  navarra.

Da lesenfantsterribles

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Ciclicamente, come le crisi e le pestilenze, a volte in concomitanza con esse, i politici italiani di quasi tutti gli schieramenti, tirano fuori i progetti impolverati del Ponte sullo Stretto.

Classico leit-motiv dei sostenitori della crescita ad ogni costo, per cui non è importante cosa si costruisce, basta che si costruisce, sempre pronti a solleticare gli appetiti della speculazione edilizia e delle mafie, il Ponte sullo Stretto è la sparata che sta bene su tutto. L'idea di costruire il Ponte sullo Stretto risale ormai al 1969, non propriamente una trovata d'avanguardia, ma grazie all'opposizione della popolazione locale fino a questo momento si è riusciti ad evitare questo enorme e inutile spreco di denaro pubblico e concentrato di devastazione ambientale.

Adesso che la crisi pandemica si sta trasformando in crisi economica, governo e opposizioni propongono la solita vecchia ricetta, colate di cemento, distruzione di habitat naturali e inquinamento. Naturalmente le dinamiche di propagazione del virus non hanno insegnato niente alla nostra classe politica e il primato dell'economia sulla vita umana e sull'ambiente rimane immutato, alla faccia del "niente sarà come prima". Ad aprire le danze è il governatore della Sicilia Musumeci che, in pieno "pasticciaccio buffo" sull'assessorato ai Beni Culturali e all'Identità Siciliana alla Lega, prova a spostare l'attenzione e a ricomporre il fronte degli amici degli amici. A ruota ovviamente c'è Renzi che ha una fissa col Ponte da anni e infine Conte che promette che valuterà senza pregiudizi il progetto. L'ultima volta che ha valutato "senza pregiudizi" un progetto del genere era quello della Tav Torino - Lione e la conclusione è stata: è inutile, ma la facciamo lo stesso (campa cavallo: il cantiere è fermo da un anno e il movimento No Tav non si è certo fatto intimorire).

Condividiamo a seguito il post facebook della Rete No Ponte:

Traguardati i fondi europei, una classe politica imbelle e inconcludente sta riproponendo la costruzione del Ponte sullo Stretto. Ve lo diciamo senza infingimenti. Ci avete trovato contrari in passato e contrari saremo nel prossimo futuro. Ci dobbiamo trovare nelle piazze? Noi ci saremo. Come sempre, a differenza vostra. Dopo la grande paura, in una Sicilia distrutta e alla sbando, con ponti che cascano e strade dissestate, ci volete propinare un'opera che non serve a nulla e che distrugge la natura, quella natura che ci ha salvato. Sappiatelo bene. Ieri eravamo degli oppositori. Oggi siamo anche incazzati per la vostra insolenza e la vostra irresponsabilità. Vogliamo ospedali e servizi sanitari per la seconda ondata, vogliamo la messa in sicurezza del nostro abitato, vogliamo la manutenzione delle nostre strade, vogliamo scuole sicure per i nostri ragazzi.
Volete il conflitto? Lo avrete.

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George Floyd si è unito al collettivo a cui non ha mai voluto unirsi e a cui forse sperava di non unirsi mai: L’Elenco dei Morti.

La furiosa lotta per la giustizia per il defunto Eric Garner è stata portata avanti per anni -lunghi e difficili anni- dalla sua famiglia e dagli amici prima di ottenere qualcosa di scontato: il licenziamento del poliziotto che lo aveva preso per il collo fino a farlo morire, senza che accusassero il poliziotto di qualche crimine.

Per decenni, se non secoli, il nome Eric Garner è diventato uno slogan per lo stato dell’America Nera, nel quale la gente appena può respirare aria fresca.

La registrazione con un cellulare dell’assassinio di George Floyd nelle strade di Minneapolis, Minnesota, per opera di un corpulento poliziotto che ha fatto pressione con il suo ginocchio sul collo di Floyd è un’eco inquietante delle parole di Garner di più di cinque anni fa: NON POSSO RESPIRARE.

Floyd, con il suo respiro bloccato, grida invocando la persona che gli ha dato la vita, sua madre.

In pochi minuti, Floyd se ne va.

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Eric Garner

Eric Garner fu avvicinato da uno squadrone di poliziotti dopo che un commerciante si era lamentato che Eric stava vendendo “loosies”, o sigarette sciolte.

Floyd è stato avvicinato da vari poliziotti dopo che un commerciante ha detto che lui gli aveva dato un biglietto falsificato da $20 dollari.

Pensatelo. Due uomini. Due padri strangolati fino a morire a causa di lamentele di commercianti per alcune sigarette sciolte e un biglietto da $20 dollari probabilmente falso.

Questo ti parla del modo in cui la merce è più importante della vita dei Neri in una società capitalista.

George Floyd si è unito al collettivo a cui non ha mai voluto unirsi e a cui forse sperava di non unirsi mai: L’Elenco dei Morti, deciso dallo stato e da un sistema repressivo.

La vita nera importa? Ancora no.

Dalla nazione incarcerata sono Mumia Abu-Jamal.

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30 maggio 2020

Audio registrato da Noelle Hanrahan www.prisonradio.orgwww.prisonradio.org

Circolazione attraverso Fatirah Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Traduzione in spagnolo di Amig@s de Mumia en México

31/05/2020

Amig@s de Mumia en México

Traduzione a cura di Comitato Carlos Fonseca

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In poche parole

Se si crede che la voce sia uno strumento del tutto materiale (storico, situato, incorporato) non c’è una voce che può raccontarne un’altra senza, per forza di cose, modificarne i contenuti. È il male-gaze sui corpi delle donne, è lo sguardo bianco sulle comunità razzializzate, che attende ancora di smarcarsi da tutte quelle composite sfumature con cui il razzismo parla. In Italia, sia esso il salvinismo esplicito, sia esso la distopia democratica dell’”integrazione”, falsa coscienza che millanta dignità, dispensando paternalismo e inferiorizzazione.

Dare voce a queste proteste, in poche parole, serva almeno a ricordare da che punto di vista le stiamo guardando - e con quali conseguenze sulle nostre vite.

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Police meurtrière, justice complice

 Come un enorme cassa di risonanza, le proteste esplose negli Stati Uniti hanno catalizzato l’attenzione anche a Parigi dove il 2 giugno era attesa un’udienza e un presidio per il processo Adama Traoré. Per questo processo, divenuto simbolo delle violenze e delle impunità dei corpi armati, era attesa l’ultima perizia medica depositata al giudice istruttore, secondo la quale viene reso pubblico che Traoré non sarebbe deceduto per asfissia dopo un placcaggio ventrale, ma per una malattia cardiaca. Questa nuova perizia scagionerebbe di fatto i gendarmi in quanto responsabili della sua morte.

 Un assembramento di cui non si riuscivano a scorgere i bordi ha invaso la piazza di fronte al tribunale, accogliendo quest’ennesima menzogna (https://www.facebook.com/cerveauxnondisponibles/posts/2966943780071154 ).

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Adama, Steve, Lamine, Lahoucine, Zineb, Bouna, Cédric, Rémi, Amine, Ibrahima... #sayhisname #sayhername

La storia Traoré è una delle vicende in cui l’impunità e la tutela giuridica delle forze armata nega qualsiasi forma di verità sui fatti. In un clima di forte tensione emotiva, 40.000 persone hanno invocato giustizia di fronte al tribunale, contro le assurde peripezie giuridiche inflitte alla famiglia Traoré. Una vicenda che fa eco perchè ne racconta di mille altre. Nelle banlieues parisiennes si stima la media di uno/due morti al mese per mano della polizia. Durante il confino, in un solo mese l’intensità delle violenze dei controlli hanno esacerbato a tal punto i quartieri che i dipartimenti attorno la cintura centrale hanno preso fuoco, uno dopo l’altro, in delle rivolte contro la polizia. Nella Francia intera si contano ben 12 decessi in due mesi di confinement (quarantena). 

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Come compare scritto sui cartelli nelle immagini che arrivano dagli Stati Uniti, il razzismo non è casuale, ma sistemico e strutturale. La violenza della polizia pure, non è niente di accidentale, è razionalmente prodotta e regolata. La teoria e la pratica della polizia francese sono profondamente radicate nel suo sistema coloniale: dalle brigate nord-africane utilizzate nelle bidonvilles tra le due guerre, alle brigate anti-criminalità (BAC) sdogante nelle attuali cité (quartieri/case popolari): è lo stesso meccanismo che si riproduce e si ristruttura. Si tratta sempre di mantenere l’ordine nei colonizzati dall’interno, di contenere i territori di apartheid sociale, quali le banlieues sono, con lo sviluppo e l’utilizzo delle cosiddette armi “non-letali” (Flashball, Taser..) per gestire le rivolte nelle metropoli, e mantenere degli ordini di inquadramento e segregazione nei confronti di coloro che li subiscono - e li combattono. Di questo qualcuno ne legge sui libri, altri ne fanno esperienza.
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« Aujourd'hui, ce rapport de force est puissant ! Il est là ! »

[Di seguito qualche parte del potentissimo discorso di Assa Traoré, minacciata pochi minuti prima dell’inizio del presidio dalla polizia, per aver mantenuto e chiesto pubblicamente di venire al presidio, nonostante fosse stato interdetto “per l’emergenza sanitaria in corso Covid-19”  (visibile qui: https://www.facebook.com/RevolutionPermanente.fr/posts/3019470951468006  )]

“Oggi abbiamo mostrato un rapporto di forza, abbiamo mostrato di poterlo fare. Siamo scesi in strada e non è che l’inizio! Oggi non è più solo la battaglia della famiglia Traoré, ma è la vostra battaglia, di voi tutti! Oggi, quando ci battiamo per George Floyd, che è nostro fratello, ci battiamo per Adama, ci battiamo per Ibrahima Ba, ci battiamo per Gueye Babacar, per Angelo Garand: la lista è molto lunga! Ciò che succede negli Stati Uniti ha messo in luce ciò che succede oggi in Francia. Oggi dobbiamo essere i portavoce di ciò che succede in Francia! Bisogna attirare l’attenzione sul razzismo che colpisce le persone razzializzate qui in Francia, oggi abbiamo un poliziotto che vive della totale impunità, una polizia che si considera come una mafia in tutta la Francia. oggi stiamo costruendo un enorme rapporto di forza e questo non è che l’inizio, perché la prossima volta che scenderemo in strada lo faremo in maniera molto più organizzata. Ringrazio tutte le persone che sono qui oggi, il vostro nome entra nella storia: potrete dire che avete partecipato a un movimento, a un ribaltamento, in vista della libertà di tutti gli esseri umani razzializzati in Francia. Quando si parlerà di questa storia non si parlerà solo degli Stati Uniti, ma si parlerà di questo movimento in Francia: si dirà che le persone si sono sollevate, dai bambini, ai giovani, agli anziani, e hanno preso parte a un movimento e che se io sono qui, come donna nera, a parlare davanti a voi, sarà grazie a tutti coloro che hanno deciso di sollevarsi e prendere parte a questo movimento.

Poco importa da dove vieni, poco importa il tuo colore della pelle, poco importa la tua religione, poco importa la tua appartenenza sessuale..  oggi questo rapporto di forza è potente, è qui! Prima che io venissi qui la polizia è venuta a bussare alla mia porta! Ecco cosa succede in Francia: quando tu chiedi libertà di espressione, devi sapere che essa non appartiene a tutti. Quando chiedi libertà di espressione vengono a bussare alla porta di Assa Traoré per intimidirla e dirle che la sarebbero venuti a cercare. Ma la nostra risposta è stata chiara: gli abbiamo detto che saremmo stati qui, di fronte al tribunale del 17e arrondissement, che io sarò là e che se hanno intenzione di convocarmi o di arrestarmi lo avrebbero dovuto fare qui, pubblicamente e davanti a tutti!

Quando noi scendiamo in strada, come oggi, sentiamo dire in giro che lo facciamo per “fare danni”. Beh, qui nessuno scende in strada per rompere o danneggiare: veniamo solo a esprimere la nostra rivolta! La rivolta del diritto. [coro: “tout le monde déteste la police] Abbiamo scelto il tribunale di Parigi, e non lo abbiamo scelto a caso: in questo tribunale abbiamo un giudice che con la complicità dello Stato e della giustizia francese stanno coprendo i gendarmi colpevoli della morte di mio fratello! 

[…] Nel momento in cui vi parlo, il nostro avvocato, maitre Yassin Bouzrou, ha presentato una controperizia che è uscita meno di un’ora fa. Una controperizia che smonta quella presentata dai giudici. Qui è scritto nero su bianco che Adama Traoré è morto asfissiato in seguito al controllo dei gendarmi: ha portato il peso di tre gendarmi sul suo corpo! Mio fratello ha portato più di 250 chili sopra di lui! [coro: justice pour Adama]. 

Quando chiediamo giustizia per mio fratello bisogna ripetere che chiediamo giustizia per le tante persone che in Francia sono morte a causa della polizia. In Francia muoiono fra 1 e 2 persone al mese sotto i colpi della polizia e c’è un numero enorme di morti che passa sotto silenzio! Abbiamo in questo momento migliaia di famiglie che si battono giorno e notte e che hanno messo da parte tutta la loro vita precedente solo per occuparsi della loro famiglia! Bisogna ripetere che quando ci battiamo per Adama Traoré oggi ci battiamo per tutti gli Adama Traoré! 

Mio fratello non tornerà più! I nostri fratelli non torneranno più! Adama non tornerà più e tutte le battaglie che portiamo avanti sono per i nostri fratelli, i nostri figli. Le portiamo avanti per quelli che sono qui. Io ho detto che mio fratello è stato ucciso e questa frase è valsa un processo. Ho detto che “Adama i gendarmi ti hanno ucciso, ma non uccideranno il tuo nome” e per questo ho 4 denunce e un processo, mentre abbiamo i gendarmi che hanno ucciso mio fratello ancora in libertà! 

Quando pretendiamo giustizia per Adama, giustizia per Gueye, quando reclamiamo giustizia per Ibrahima, per Babacar … lo chiederemo, perché la morte più recente, della settimana scorsa, è quella di George Floyd. Non possiamo camminare senza pensare a questo viso, senza pensare alla morte di questo fratello, di nostro fratello! E nostro fratello è stato ucciso come in un film, come se fossimo in un cinema. Hanno messo la sua morte in scena, orribile e che gela il sangue nelle vene. Oggi non possiamo scendere in strada a Parigi, non possiamo reclamare giustizia in Francia, senza avere un pensiero per la famiglia di George Floyd, per lui che è morto. Oggi delle rivolte immense esplodono, tutti gli Stati Uniti e il mondo intero si sono sollevati e il solo paese che ha rifiutato il diritto a manifestare, che ha diffuso un divieto pubblico e che ha inviato la polizia a casa mia è la Francia! 

[…]

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Foto e video per gentile concessione di Matteo Di Stanislao

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Il 4 giugno 2005 veniva a mancare Dario Paccino, partigiano, scrittore, indomabile spirito critico e ambientalista radicale: un comunista.

Dario Paccino ha partecipato alla Resistenza a Torino nelle fila delle Brigate Matteotti, collaborando alla redazione dell’«Avanti!» clandestino. Tra le sue opere più note spiccano Arrivano i nostri (1956) dedicato agli indiani d’America e L’imbroglio ecologico (1972), in cui denuncia il contenuto ideologico dell’ecologia spiegando che la violenza sulla natura non è dovuta ad un astratto "uomo" miope e imprevidente, ma a regole sociali ed economiche che impongono di sfruttarne al massimo le risorse in nome dell’accumulazione capitalista.

Dal 1979 al 1985 la pubblicazione di Rossovivo. Una rivista concepita da Dario Paccino nei primi anni settanta che però conosce la sua notorietà con la “nuova serie” (edita tra il 1979 e il 1985) grazie all’apporto del Comitato Politico Enel. La nuova serie di Rossovivo, di cui Dario firma tutti gli editoriali, da un contributo fondamentale alle lotte antinucleari e contro “l’energia padrona” (così si intitolava il primo numero) fino all’esito vittorioso del referendum del 1987.

Negli anni novanta da vita alla collana editoriale BIBLIOTECA PER GLI INVENDIBILI e MALVENDUTI, indirizzata a “tutti gli esseri senza casa, senza terra, senza lavoro, senza alimenti, senza salute, senza educazione, senza libertà, senza giustizia, senza indipendenza, senza democrazia, senza pace, senza patria, senza domani.”, per la quale ha pubblicato tra gli altri il Manuale di autodifesa linguistica il cui spirito si può riassumere nella nota citazione al suo interno: “fino a quando gli uomini non avranno imparato a discernere, sotto qualunque frase, dichiarazione e promessa morale, religiosa, politica e sociale, gli interessi di queste o quelle classi, essi in politica saranno sempre, come sono sempre stati, vittime ingenue degli inganni e delle illusioni”.

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