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Articoli filtrati per data: Wednesday, 03 Giugno 2020

Mentre le lotte antirazziste oltreoceano rompono finalmente la bolla massmediatica, le lotte dei braccianti africani nei ghetti e nei distretti agroalimentari italiani sono sistematicamente isolate, represse e infine oscurate dai media mainstream. 

Dopo qualche settimana dallo sciopero del 6 dicembre, quando centinaia di braccianti africani bloccarono il porto di Gioia Tauro, obbligando i ministri a mettersi al riparo e proporre una sanatoria, è partita una martellante azione repressiva. Chi vive nei ghetti ha subito schedature di massa, ogni volta con un pretesto diverso, con decine di volanti che hanno circondato le loro abitazioni. Chi ha portato solidarietà ai lavoratori delle campagne ha ricevuto fogli di via di tre anni da diversi comuni, denunce, avvisi orali e multe che vanno dai 1000 ai 4000 euro, oltre a continue forme di intimidazione nella vita quotidiana. Dulcis in fundo, le compagne e i compagni vengono condannati senza processo, additati come pregiudicati e accusati di essere un'associazione a delinquere, confermando un modus operandi dedito alla costruzione di teoremi diffamatori e criminalizzanti che ormai è sempre più diffuso.

Di seguito riportiamo il comunicato della rete Campagne in lotta, pubblicato sulla pagina Facebook Comitato Lavoratori delle Campagne.

Adesso la solidarietà si chiama associazione a delinquere e istigazione: Ecco le motivazioni per i fogli di via alle compagne in Calabria.

Negli ultimi giorni due richieste di fogli di via sono state confermate a due solidali per aver partecipato il 6 dicembre scorso al blocco del Porto di Gioia Tauro. In quell'occasione, chi vive nei ghetti e lavora nelle campagne era sceso in strada, in maniera autorganizzata e consapevole: non solo per chiedere (per l'ennesima volta) documenti, case e contratti, ma anche per dimostrare di poter prendere parola in maniera libera e autonoma, a differenza di quanto restituisce l'immaginario mainstream. Per questo appare grave, falsa e feroce la ricostruzione dei fatti promossa dalle forze dell'ordine, con cui si motiva la pericolosità sociale e quindi la fondatezza del foglio di via notificato a diversi solidali. In primo luogo, si riporta che i manifestanti avrebbero aggredito un dipendente del porto “che tentava di guadagnare l'uscita...danneggiando con calci e pugni la sua autovettura”. Oltre a dichiarare il falso, poichè nessuno si è scagliato contro l'automobile, la ricostruzione omette il fatto che per “guadagnare l'uscita” detta autovettura abbia investito deliberatamente diversi manifestanti che in maniera assolutamente pacifica portavano avanti il blocco, ferendone uno in maniera molto grave. Vale la pena ricordare che il manifestante, dopo una visita sommaria, nonostante le gravi ferite riportare, sia stato tradotto al commissariato e denunciato.

Alle menzogne si aggiungono razzismo e paternalismo: nella ricostruzione, infatti, non solo si nega il protagonismo attivo e consapevole dei migranti alla giornata di lotta, ma vengono additati come pericolosi istigatori e unici promotori della mobilitazione i e le solidali che accorsero quel giorno a sostenere la lotta, sottolineando il fatto che fossero italiani. Evidentemente i cani da guardia del potere non riescono o non vogliono comprendere che un africano, un 'nero', non ha bisogno di un italiano per prendere parola e farsi sentire, non ha bisogno di un'associazione o di un sindacato a fargli da interprete.

Dulcis in fundo, le compagne e i compagni vengono condannati senza processo, additati come pregiudicati e accusati di essere un'associazione a delinquere, confermando un modus operandi dedito alla costruzione di teoremi diffamatori e criminalizzanti che ormai è sempre più diffuso. Con buona pace di forze dell'ordine, istituzioni, associazioni, sindacati e altri sciacalli, chi vive e lavora nelle campagne non rimane né muto né passivo, e continua a dimostrare di non essere disposto a farsi strumentalizzare né zittire. Allo stesso modo non ci lasceremo piegare da denunce e fogli di via e non accetteremo queste vergognose menzogne. Se pensate di fermarci vi sbagliate.

Ricordiamo che è stata lanciata una campagna contro la repressione, e di sostegno per le spese legali.

L'immigrazione non è un crimine, la solidarietà non è un reato.

Per i dettagli sulla campagna potete consultare il sito di Campagne in Lotta https://campagneinlotta.org/limmigrazione-non-e-un-crimine…/

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Mentre nelle ultime ore la rabbia popolare verso il presidente Bolsonaro e la sua gestione della pandemia, della società e dell'ambiente si saldano alla mobilitazione negli USA e nel mondo contro violenza poliziesca e razzismo istituzionale suscitata dall'assassinio di George Floyd, segnaliamo qui una riflessione di Vladimir Safatle con un commento introduttivo di Daniele Benzi - entrambi tratti dal portale lamericalatina.net

 

Walter Benjamin ha scritto, in una epoca tragica come la nostra, che ogni ascesa del fascismo reca la testimonianza di una rivoluzione fallita. Naturalmente è impossibile pensare il timido riformismo dei governi di Lula da Silva e Dilma Rousseff come una rivoluzione fallita. Plausibile, però, è che sia stato sufficiente, insieme allo spettro della rivolta apparso nelle giornate di giugno del 2013, a risvegliare le pulsioni tenebrose di una società edificata sulla violenza genocida del razzismo e dell’esclusione sociale. Se fosse vero che la storia si presenta sempre due volte, dapprima come tragedia e poi come farsa, il Brasile di oggi sarebbe certamente un candidato privilegiato per scommettere di nuovo sull’attendibilità della celebre proposizione di Marx. Il problema è che le farse, spesso, non sono meno tragiche delle tragedie e, soprattutto, non sono immuni dal potersi trasformare in drammi ancora peggiori di quelli originali.

Il Brasile civile e democratico in questo momento ha paura. Non solo di una pandemia che in pochissimo tempo ha scalato il ranking mondiale che i media mainstream ci propinano da più di due mesi, in maniera ossessiva ed oscena, sulle vittime e i contagi del Covid-19. Il Brasile civile e democratico in questo momento ha paura della bestia che avanza sulle ceneri di un riformismo fallito e di un colpo di stato parlamentare travestito da impeachment. Una bestia che esibisce spudoratamente la sua atroce indifferenza e l’incapacità di governare in modo minimamente civile e democratico nel momento del pericolo. Una bestia che è necessario fermare, prima che sia troppo tardi, ma che nessuna forza civile e democratica, paralizzata dalla pandemia e dall’ombra sempre più ingombrante del ricordo di vent’anni di governo militare, finora ha dimostrato di sapere bene in che modo.

Vladimir Pinheiro Safatle interpreta questo sentimento di paura alla luce del suo interesse per la psicoanalisi, la teoria critica e la filosofia politica. Si tratta di un brillante e polemico scrittore, filosofo e musicista molto noto in Brasile come editorialista e opinionista politico. È nato a Santiago del Cile, pochi mesi prima della caduta del governo dell’Unidad Popular di Salvador Allende, da genitori che si erano rifugiati nel paese andino dopo avere imbracciato le armi contro la dittatura brasiliana. Ha studiato Comunicazione sociale e Filosofia all’Università di San Paolo con Bento Prado Júnior, un altro importante filosofo brasiliano, e all’Università VIII di Parigi con Alain Badiou. Oggi è professore del Dipartimento di Filosofia dell’Università di San Paolo. L’articolo “Preparar-se para a guerra” è stato pubblicato lo scorso 4 aprile nell’edizione brasiliana del quotidiano spagnolo El País. Da allora, purtroppo, nonostante sia stata presentata al parlamento una proposta di impeachment contro il presidente Jair Bolsonaro da quattro partiti dell’opposizione e da quasi quattrocento organizzazioni e movimenti della società civile, il Brasile continua a scivolare tragicamente verso l’abisso. [Daniele Benzi]

Prepararsi alla guerra

Gli ultimi giorni hanno dimostrato con precisione la tesi di Freud secondo cui il potere modella i soggetti, rendendoli a sua immagine e somiglianza. O qualcuno era preparato a vedere, nel bel mezzo della pandemia, persone manifestare a suon di il clacson di fronte all’ospedale?

di Vladimir Safatle da El País

traduzione di Alice Fanti e Manuela Loi

Nel 1939, poco prima che Hitler attaccasse la Polonia e iniziasse la Seconda guerra mondiale, Freud pubblica il suo ultimo libro, L’uomo Mosè e la religione monoteistica. In quest’opera, che esamina la costituzione delle identità collettive attraverso l’identificazione con le leadership, l’autore ha un’idea sorprendente, sintetizzata nella frase: “Mosè ha creato il popolo ebraico”. In altre parole, non si tratta di affermare che la leadership è l’espressione delle caratteristiche del suo popolo; al contrario, l’immagine è capovolta. Colui che occupa una posizione di potere e promette una grande trasformazione, finisce per creare il popolo, per definire i tratti prevalenti della sua identità collettiva. In altri termini, esiste una forza produttiva del potere, non soltanto la sua forza coercitiva. Dalla rappresentazione del potere nasce una forza di identificazione che gradualmente modella i soggetti ad essa sottoposti, che li trasforma nei loro affetti, nella loro struttura psichica e nelle loro azioni. Il potere modella coloro che vi si assoggettano.

Freud non ha mai conosciuto il Brasile né ha mai sentito parlare di Jair Bolsonaro. Ma è evidente come i fatti degli ultimi giorni abbiano dimostrato con precisione la sua tesi secondo cui il potere modella i soggetti, rendendoli a sua immagine e somiglianza. Tutti stanno percependo questo cambiamento in quelle manifestazioni di disprezzo, indifferenza e violenza che un tempo era inimmaginabile assumere in pubblico e che diventano oggi espressioni quotidiane, in una spirale verso l’abisso che sembra non avere fine. Oppure qualcuno era davvero preparato a vedere, nel bel mezzo di una pandemia, persone che manifestano in Avenida Paulista, ballando con una cassa da morto, suonando il clacson di fronte all’ospedale, deridendo apertamente il dolore e la disperazione di migliaia di persone contagiate e in lotta per la vita in situazioni sanitarie precarie? Come se fosse il caso di esprimere, nella maniera più spudorata e brutale, l’indifferenza per le 2.500 morti verificatesi, se crediamo ai dati sottostimati, fino ad ora. [1] Come se fosse il caso di imitare gli “scivoloni”, le “sbandate” o, meglio, i tratti caratteriali di chi sta al potere.

Qualcuno potrebbe dire che questa cosa è sempre esistita, nell’indifferenza delle classi più abbienti per il destino e i massacri perpetrati verso i più deboli. Ma l’errore peggiore è avere gli occhi foderati dalla logica ripetitiva del “è sempre stato così” e non notare le placche tettoniche che si stanno muovendo. No, sta accadendo qualcosa di nuovo. Non si tratta solo della nota macchina necropolitica[2] dello stato brasiliano. Si tratta dell’esplosione di rituali pubblici di auto-sacrificio e di violenza. Si tratta di una dinamica “suicida”. Sbaglia chi afferma che quelle orde avvolte nella bandiera nazionale “non sanno il pericolo che corrono”, sono “stupide”, come se bastasse spiegare con chiarezza che si tratta di una pandemia affinché tutti se ne tornino a casa.

Parlando del fascismo, Adorno e Horkheimer dissero, una volta, che non c’è niente di più stupido che tentare di essere intelligenti. La nostra presunta superiorità intellettuale ci ucciderà ancora. Ci nasconde il fatto che, di fondo, c’è una parte della popolazione brasiliana che vuole tutto ciò e che è disposta a giocare alla roulette russa con tutti e con sé stessa. È questo desiderio che va compreso. Poiché questo sarà il modo con cui si sacrificherà per un ideale, anche se questo ideale non promette nient’altro che il proprio sacrificio, niente di più di un moto costante verso la catastrofe.

In questo senso, stiamo assistendo a un cambiamento impressionante. Nonostante sia il peggior governo del mondo nell’affrontare la pandemia (paragonabile solo alla Bielorussia, al Turkmenistan e a quel reietto che governa in Nicaragua), il gradimento per Bolsonaro non è sceso. Cambia gradualmente. I settori delle classi più elevate lo stanno abbandonando, ma ciò viene compensato dal supporto delle classi popolari, ridando vita a un fenomeno a cui abbiamo già assistito nelle prime fasi del lulismo[3]. È improbabile che il suo indice di gradimento cambi. Non si alzerà né crollerà. Ma le caratteristiche di questo supporto cambieranno. Passerà dall’essere un semplice sostegno a un’identificazione profonda e solida. Alla fine, avremo un paese con il 30% di camicie nere pronte a tutto, poiché credono di essere parte di un processo rivoluzionario di rinascita nazionale. E questo processo è senza ritorno.

Non sarebbe la prima volta nella storia in cui prende forma una dinamica di relazioni e credenze di questo tipo. Questa esplicita implosione di ogni principio elementare di solidarietà, questo disprezzo per coloro che muoiono, questo culto del suicidio di sé stessi come prova di “coraggio”, questa violenza sempre più autorizzata, fino ad arrivare alla formazione di vere e proprie milizie popolari, questa fiducia in una rivoluzione nazionale redentrice, tutto questo ha un nome. Di solito lo si appella, semplicemente, con “fascismo”.

Movimenti di questa natura si approfittano sempre della debolezza dei propri avversari. Mentre Bolsonaro stava modellando una parte di società a sua immagine e somiglianza, c’erano sempre gli specialisti in questioni di palazzo sicuri di saper identificare gli intrighi che lo avrebbero “paralizzato”, gli errori che avrebbero portato al suo “game over”. Fino a poco tempo fa, Bolsonaro era descritto come una “regina d’Inghilterra”. Questo fino a quando ha cacciato il suo Ministro della Salute senza che ci fosse nessun cataclisma in corso. No, niente lo fermerà, non si verificherà nessuna battuta d’arresto. Un progetto di questo tipo si può fermare solo in maniera brutale. Ma questa brutalità necessaria non fa parte del pensiero degli attuali attori politici.

Già da un mese avremmo potuto iniziare mobilitazioni permanenti per chiedere l’impeachment. Ma, ancora una volta, i fini analisti hanno affermato che non era il momento, che questo avrebbe rafforzato il discorso persecutorio del Governo. Come se il Governo avesse bisogno di noi per alimentare il proprio discorso persecutorio e mobilitare i suoi sostenitori. No, adesso i suoi difensori affermano ci sia un “piano” per rovesciare Bolsonaro, mentre l’opposizione non è nemmeno riuscita a mettere in moto una richiesta di impeachment, né ha permesso alla maggioranza di chiederlo con forza. Il massimo che i leader di opposizione hanno fatto è avanzare una richiesta di “dimissioni”. Manca solo di chiedere “per favore” a Bolsonaro affinché torni in sé e decida di andarsene di sua volontà. Come diceva Machiavelli, la fortuna aiuta gli audaci. Ma l’unico attore a dimostrare audacia in questa situazione è proprio il Governo. A breve ci sarà un tentativo di golpe venduto come “contro-golpe preventivo”, senza che l’opposizione abbia saputo fare altro che dichiarazioni, petizioni e lettere pubbliche. Gli ultimi a credere in una democrazia parlamentare che semplicemente non esiste più.

A questo quadro si aggiunge il macabro calcolo che il Governo è riuscito a imporre ad alcuni settori della popolazione. Per loro, si tratta di scegliere tra la borsa e la vita, tra la certezza di una morte economica o la probabilità di una morte fisica. In questo calcolo, la cosa certa finisce per vincere sulla cosa probabile, e ciò ancora di più per settori della popolazione soggetti allo sterminio, alle sparizioni, al macello. Questo è il grado di razionalità della situazione rappresentata da Bolsonaro, che resta in piedi solo perché la terza via non esiste: non la borsa, non la vita, ma entrambe.

Davanti a tutto ciò, che la società constituisca reti di autodifesa contro il peggio che verrà! Due settimane fa, alcune persone che protestavano contro il Governo sbattendo le pentole dalle loro case sono state colpite da fucili a pompa. Durante le manifestazioni a favore del Governo, i cittadini e le cittadine di opposizione sono stati violentemente aggrediti. Quante settimane mancano prima che inizino i linciaggi e gli spari veri e propri?

[1] Il Ministero della Sanità stima che, al 31 maggio 2020, le morti per Covid-19 siano state 28.834.

[2] Il termine necropolitica, utilizzato per la prima volta dall’accademico camerunense Achille Mbembe, fa riferimento all’uso del potere sociale e politico per decidere come alcune persone possano vivere e come altre debbano morire.

[3] L’autore fa riferimento ai due governi dell’ex Presidente Lula da Silva.

 

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L'onda lunga del movimento nato negli Stati Uniti a seguito dell'omicidio di George Floyd da parte della polizia sta approdando in molti paesi del mondo.

Al Canada, alla Nuova Zelanda e alla Francia si aggiunge il Brasile, dove le manifestazioni antirazziste e contro il governo Bolsonaro stanno raggiungendo numeri molto significativi e il livello del conflitto si sta alzando.

Domenica migliaia di manifestanti si sono ritrovati davanti al Palazzo del Governo dello Stato a Rio de Janeiro al grido di "I can't breathe", "smettete di ucciderci" e "la favela vuole la pace".

Nel 2019 la polizia di Rio, una delle unità di polizia più letali del Brasile, ha ucciso 1.546 persone durante le operazioni di polizia. L'ultimo caso risale al 18 maggio quando un quattordicenne della favela del Complexo Salgueiro è stato ucciso durante un intervento della Polizia Federale.

La manifestazione di Rio è stata attaccata dalla polizia antisommossa con l'uso di gas lacrimogeni.

Allo stesso tempo a San Paolo gli ultras delle squadre di calcio, antifascisti ed antirazzisti, hanno chiamato un'altra manifestazione in ricordo di George Floyd. Un gruppo di sostenitori di Bolsonaro ha provocato i manifestanti scortato dalla polizia militare, che ha poi attaccato il corteo con spay al peperoncino e gas lacrimogeni.

Dopo le proteste di Rio de Janeiro e San Paolo, più di mille giovani hanno marciato a Curitiba, capitale del Paraná, lunedì notte. La polizia ha brutalmente attaccato i manifestanti e arrestato otto persone. I video mostrano poliziotti che sgomberano le strade della città, lanciano bombe stordenti e sparano proiettili di gomma contro i manifestanti.

Il Brasile è uno dei paesi più diseguali al mondo e le sue contraddizioni vengono intensificate dalla risposta della classe dominante alla pandemia di coronavirus. Il paese ha già oltre 500.000 casi confermati di COVID-19, una cifra superata solo da quella degli Stati Uniti. Con il bilancio delle vittime che ha superato i 30.000, i governi di tutti gli stati, guidati da Bolsonaro e con una martellante campagna dei media, stanno promuovendo la riapertura omicida di tutte le attività economiche.

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Siamo così, stretti in questa forbice.

In un mondo in cui le crisi si sovrappongono: quella ambientale, quella sanitaria, quella economica e quella sociale. Chiamano queste crisi cigni neri: eventi giudicati imprevedibili che hanno conseguenze catastrofiche. Ma in realtà questi eventi sono tutti strettamente correlati, tutti frutti di un'unica matrice, quella del capitalismo.

In questi giorni fumo e fiamme avvolgono il cuore di questo modello di sviluppo ingiusto e assassino. Uno degli elementari meccanismi di sussistenza del capitalismo, il razzismo, ha scatenato una reazione di massa mai vista prima, una reazione che trova il suo contesto anche nella gestione scellerata della crisi sanitaria e sociale da parte del governo Trump. Nella scelta di sacrificare centinaia di migliaia di vite umane per il profitto.

E così il fuoco sta lambendo la Casa Bianca, la prima "democrazia" del mondo moderno, costruita sul sangue degli schiavi e degli indigeni, posa ancora una volta la maschera e mostra il suo volto guerrafondaio, distruttivo, ipocrita, suprematista.

Che il sistema sia rotto, che stia mettendo a rischio la sopravvivenza della specie e del pianeta, che stia rendendo invivibili intere zone della Terra e che in esso siano strutturali sfruttamento e devastazione, depressione e malattia, disoccupazione e solitudine, questo è chiaro a tutti. Tutti ne parlano, tutti lo dicono. Lo ammettono con finta mestizia e finto pentimento anche quelli che in questo sistema diseguale hanno raccolto (o meglio rubato) i frutti del lavoro e della fatica di tutti gli altri. Lo dicono, lo nominano, ma sono pronti a difendere i loro privilegi, il loro dominio chiusi in un bunker con schiere di sottoposti a difenderli. Sono pronti ad inaugurare nuove avventure spaziali mentre qui sulla terra si muore ancora perché non ci si può permettere un'assicurazione sanitaria.

E quindi siamo così, stretti in questa forbice, tra un capitalismo necrotico e un orizzonte confuso. Tra l'individualismo sociale al suo apice e nuove esperienze di solidarietà di massa. Tra le narrazioni apocalittiche e i gesti concreti di contrapposizione, tra un pianeta che si ribella e una nuova, confusa consapevolezza che non si può andare avanti così. Tra la guerra ai poveri e nuovi e inediti (ma inconsapevolmente carichi di tutto il loro portato storico) conflitti sociali che si presentano nelle strade.

Perché in fondo più si deteriora questo mondo e più si pone la questione della sopravvivenza, e questo può essere tanto un bene, quanto un male. Se a prevalere sarà la sopravvivenza del più forte a scapito dell'umano e della natura, o se a prevalere saranno nuovi orizzonti, nuovi itinerari in contrapposizione con ciò che esiste, per una cooperazione tra gli uomini e la natura senza sfruttamento, dominio e devastazione: questa è la forbice in cui ci muoviamo. Queste le contraddizioni in cui dobbiamo calarci per comprendere qual è il "nostro" mondo da conquistare.

Per intanto ammettere, riconoscersi nel fatto che "non si riesce a respirare" è già liberatorio, già traccia dei confini di campo, già chiarisce che per tornare a respirare, per sopravvivere bisogna prendere parte, contrapporsi, con ogni mezzo possibile, con ogni mezzo necessario.

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Dopo l'uccisione di George Floyd a Minneapolis, e le proteste che ne sono seguite, gli abitanti dei quartieri neri e ispanici si stanno organizzando per gestire autonomamente le proprie zone, e per tenere tutti al sicuro dalla rappresaglia poliziesca e dai suprematisti bianchi. Di seguito riportiamo in traduzione una testimonianza direttamente da Minneapolis, di  Mike Ludwig per TruthOut.

 



Mentre le proteste contro il razzismo e la violenza di stato continuano in tutti gli Stati Uniti in seguito all’uccisione di George Floyd, i vari quartieri di Minneapolis si trovano ad affrontare un brutale giro di vite poliziesco e una pesante militarizzazione della città da parte della Guardia Nazionale Americana. E mentre molti residenti di Minneapolis proseguono ancora le agitazioni contro la violenza poliziesca, alcuni si stanno organizzando per difendersi contro la minaccia della violenza dei suprematisti bianchi, che sono stati accusati di accorrere in città per bruciare gli edifici dei quartieri di colore e creare il caos. “Una quantità di organizzazioni fantastiche di Minneapolis stanno facendo uno splendido lavoro per mantenere la sicurezza delle persone nelle strade; difendono neri, nativi, e altre comunità bersaglio della polizia e dei suprematisti bianchi; ricostruiscono la nostra città; nutrono le persone; offrono supporto sanitario e costruiscono infrastrutture per tenerci al sicuro dalla polizia sul lungo periodo”, hanno dichiarato i membri del Black Visions Collective, un gruppo che sostiene l’abolizione della polizia attivo a Minneapolis, in una lettera ai sostenitori della loro iniziativa Reclaim The Block. Quando sono arrivato nel quartiere Powderhorn, a Minneapolis sud, domenica notte, c’erano due uomini con le pistole, in piedi ad un angolo di strada. Erano passate due ore dall’inizio del coprifuoco delle 20:00, imposto dalla polizia disperdendo violentemente le proteste, pacifiche secondo i media locali. Ero appena tornato da Lake Avenue, dove i negozi sono sprangati dopo parecchie notti di saccheggi ed incendi. I due uomini si sono presentati come Michael e William, due vicini che si erano conosciuti da poco, e che ora lavoravano insieme per gestire la sicurezza del loro isolato. “Stiamo proteggendo l’isolato ora”, mi ha detto William, un uomo ispanico che crede che le “persone che stanno danneggiando il Minnesota sono i… suprematisti bianchi”.


La preoccupazione di William è legittima: alcuni ufficiali della polizia hanno dichiarato domenica che degli “agitatori” suprematisti si erano infiltrati nelle manifestazioni. Durante il fine settimana, dei post sui social media avevano avvisato che i suprematisti minacciavano di incendiare le case che esponevano la bandiera di Black Lives Matter.Nonostante le minacce postate online dai suprematisti, non è chiaro quanti danni alla proprietà a Minneapolis siano opera di agitatori venuti da fuori. C’è chi si preoccupa che le storie di suprematisti infiltrati in città siano un modo per distogliere l’attenzione dalle profonde disuguaglianze e dal razzismo endemico che le rivolte stanno esponendo. William mi ha detto che la rabbia esplosa nelle strade per la morte di George Floyd si è accumulata nelle comunità di colore per anni. Ci si potrà lamentare della chiusura dei negozi, ma ci sono delle ragioni per cui i manifestanti hanno deciso di saccheggiare e bruciare il negozio Target vicino al quartiere, per esempio: “queste sono le stesse persone che portano via i tuoi soldi, queste sono le stesse persone che ti pagano un salario da fame”, mi ha detto William.Dalla loro postazione a Powderhorn, Michael e William tenevano d’occhio ogni auto che passava lentamente di lì. Avevano appena visto un’auto con sopra quattro bianchi fare il giro del quartiere parecchie volte. Un altro vicino si è fermato un attimo per comunicare che erano stati trovate delle taniche di liquidi infiammabili in una zona lì vicino. Dei media locali avevano riportato che altre scorte simili erano state trovate durante la giornata. La zona era tranquilla, a parte il costante ronzio degli elicotteri che volteggiavano sopra le nostre teste e i rumori occasionali di sirene e spari. Il mio ospite, un amico di amici che si era offerto di ospitarmi, mi ha detto che sabato notte aveva visto le forze dell’ordine aprire il fuoco da un veicolo militare su una macchina, facendo saltare il parabrezza, vicino allo stesso angolo dove Michael e William facevano la guardia. Durante il fine settimana il governatore del Minnesota Tim Walz ha mobilitato la Guardia Nazionale, facendo entrare veicoli militari in città e facendo sentire i quartieri come zone di guerra. William ha detto che la gente di Minneapolis deve superare le divisioni razziali ed unirsi per affrontare il suprematismo bianco e la brutalità della polizia, un problema di vecchissima data a Minneapolis così come nel resto degli Stati Uniti.

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“In questo momento questo scontro è una lotta da fare insieme, neri, ispanici, nativi americani, donne, persone di colore… la comunità LGBTQ… e questa volta, con tutto quello che è successo, dobbiamo ricordarci che dobbiamo rimanere uniti”, mi ha detto William. George Floyd è stato ucciso a meno di due miglia di distanza, con l’agente di Polizia Derek Chauvin che gli ha premuto il ginocchio sul collo per oltre otto minuti. Chauvin è stato arrestato quattro giorni dopo, ed è stato accusato di omicidio, dopo che le proteste hanno scosso la città. Gli altri tre agenti presenti durante l’arresto di Floyd sono stati licenziati ma non sono stati accusati. In centinaia si stanno radunando ogni giorno ad una veglia appena fuori dal negozio di Cup Foods, dove sembra che Floyd abbia cercato di spendere una banconota falsa da 20 dollari, prima di essere arrestato e ucciso. Domenica pomeriggio, un paio d’ore prima che incontrassi Michael e William, un reporter locale ha filmato la polizia mentre sparava quelli che sembravano proiettili di gomma ad alcune decine di persone che portavano i loro omaggi alla veglia, all’entrata in vigore del coprifuoco. Almeno 150 persone sono state arrestate alcune miglia più in là, dopo che la polizia ha disperso violentemente i manifestanti per imporre il coprifuoco. Le autorità ammoniscono che anche i manifestanti pacifici sono soggetti all’arresto se violano il coprifuoco. Sembra che questa sia la strategia centrale della polizia per reprimere le ininterrotte manifestazioni prima che scenda la sera.Quello stesso giorno, migliaia di manifestanti stavano marciando pacificamente sull’autostrada, quando un’autocisterna si è lanciata sulla folla, disperdendola. Il conducente è stato tirato fuori dal camion dai dimostranti e poi arrestato. Non ci sono feriti confermati dal The Star Tribune, il quotidiano locale di Minneapolis, ma in molti stanno speculando riguardo alle intenzioni del conducente. Un video postato su Twitter mostra degli agenti di polizia che dai loro veicoli prendevano di mira i dimostranti con lo spray al peperoncino nello stesso identico punto.In tutto il paese i poliziotti hanno reagito con rabbia e violenza alle persone che protestavano contro la violenza poliziesca. In molte città le manifestazioni si sono concluse con gli scontri, con i dimostranti che rispondevano attaccando le macchine della polizia e gli edifici del governo.“Ci servono risposte serie e concrete alla brutalità della polizia” mi ha detto William, “La brutalità della polizia qui negli Stati Uniti è pesante. Abbiamo i nostri figli in prigione, in gabbia, così come persone persone di colore impariamo come perdere gran parte delle nostre comunità e dei nostri figli.

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Quello che è accaduto a George ora non è niente di nuovo, queste cose succedono da anni e anni e anni”. I volontari stanno diffondendo una lettera scritta in Spagnolo ed in Inglese nel quartiere di Powderhorn. Un gruppo di vicini si è incontrato con il loro consigliere cittadino in un parco locale domenica mattina, per discutere di come tenere la comunità al sicuro. La lettera avverte che i suprematisti provenienti da fuori città stanno cercando di “approfittare di questa tragedia” per appiccare incendi e di nuocere. “Non possiamo fare affidamento su di una polizia razzista per la nostra protezione, quindi ci stiamo unendo per prenderci cura dei nostri quartieri e aiutarci quando ne abbiamo bisogno”, afferma la lettera, che è firmata: “i tuoi vicini”.È stato creato un gruppo Facebook per la zona sud di Minneapolis, per rappresentare “una vasta rete di gruppi più piccoli, che agiscono localmente”, come afferma la lettera. I volontari e i gruppi locali stanno facendo i turni per pattugliare il quartiere con gli estintori. Coloro che sono di pattuglia indossano abiti dai colori accesi per identificarsi. Spostano i cestini e il materiale infiammabile lontano dai vialetti di casa, e incoraggiano i vicini a tenere tubi per innaffiare e secchi pieni d’acqua a portata di mano. Ho chiesto a Mike, un uomo originario di Minneapolis che mi ha detto di aver conosciuto Floyd, se era preoccupato dei suprematisti, dopo che mi aveva indicato un’altra auto sospetta sulla strada. Mi ha detto che era sicuramente allarmato.“Ora come ora stiamo solo proteggendo il nostro isolato, in primo luogo, abbiamo tutti una famiglia e ora ci siamo uniti come una comunità, è davvero importante”, mi ha detto Mike, aggiungendo che la crisi ha rafforzato i legami nel quartiere.“Voglio dire che è stato anche molto efficace il modo in cui ci siamo organizzati, fatto strategie e mobilitati, fondamentalmente solo per essere sicuri che siano tutti al sicuro, e gli isolati attorno stanno facendo lo stesso”, mi ha detto Mike. “E se dovessi dire qualcosa di buono che è venuto fuori da questa situazione, cinque giorni fa conoscevo due persone nel vicinato, ora ne conosco venti”.Le tensioni tra la comunità di quartiere e la polizia bollivano da anni a Minneapolis, specialmente nei quartieri di colore. I cittadini hanno compilato migliaia di lamentele negli ultimi anni contro la polizia di Minneapolis – Chauvin ne aveva almeno 17 a suo carico prima di uccidere Floyd – ma è noto che la polizia evita accuratamente di rispondere delle proprie azioni. In tutta la nazione, è ben noto che la polizia si oppone alla sorveglianza dei cittadini e punta i piedi di fronte ad ogni tentativo di riforma.Mentre i media si concentrano sul caos notturno, si può facilmente dimenticare che la polizia stessa ha creato le condizioni per la ribellione a Minneapolis, così come ovunque nel paese, prendendo di mira le comunità di colore, molestando le persone, togliendogli la vita. Ora, col supporto della Guardia Nazionale, la polizia di Minneapolis, su mandato del governo, ha il compito di riportare la pace, mentre al tempo stesso tenta brutalmente di riottenere il controllo della città.“Non ci serve la polizia”, mi ha detto William, citando il modo in cui il quartiere si è mobilitato per proteggersi durante le ultime notti. “Sappiamo esattamente cosa dobbiamo fare. Abbiamo moltissime persone con esperienza in ogni isolato”.

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