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Articoli filtrati per data: Monday, 29 Giugno 2020

Condividiamo dalla pagina dello Spazio Popolare Neruda il comunicato delle realtà che hanno promosso la piazza antirazzista di sabato scorso a Torino. Una piazza partecipata, composita e ricca di spunti per il futuro. 

L'altro ieri, per la seconda volta dalla morte di George Floyd, Torino ha visto un corteo antirazzista carico di energie. Un corteo con protagonisti i soggetti che ogni giorno subiscono discriminazioni, che ha sentito le voci cariche di rabbia di chi vive sulla propria pelle violenze e micro-violenze, che ha messo in campo pratiche spontanee e nuove.

Piazza castello si è riempita di voci e di esperienze di chi è stuf@ di essere considerat@ estrane@, e per questo di dover chiedere il permesso per tutto, di dover cedere il posto in autobus, di dover ringraziare per un lavoro da 40 ore settimanali per 400 euro al mese, di dover essere servit@ per ultim@ nella fila al tabacchino, di dover abbassare la testa davanti a sguardi di disprezzo.

L'altro ieri non abbiamo chiesto il permesso a nessuno: ci siamo presi lo spazio per parlare in piazza, i portici di piazza castello per ballare durante il diluvio, le strade della città bloccando macchine e i pullman dove di solito veniamo guardati male quando saliamo. Più volte ci siamo inginocchiati con il pugno alzato per ricordare George Floyd e tutte le vittime di razzismo in Italia e nel mondo.

Il 27 per la seconda volta in un mese abbiamo urlato che le vite dei/delle Ner@ valgono: se siamo nat@ in un altro paese o i nostri genitori non sono bianchi non è una giustificazione per essere guardat@ male, per essere pagat@ di meno, per essere considerate puttane, per essere lasciat@ per ultimi nelle code agli uffici.

Chi si deve vergognare non siamo noi per il nostro colore della pelle, ma chi fa e permette queste discriminazioni.
Deve vergognarsi la signora che stringe la borsa quando vede salire un@ ragazz@ Ner@ sul pullman, chi non si siede vicino a un@ Ner@, il controllore che va dritto a chiedere il biglietto al/lla prim@ Ner@ che gli salta all’occhio, il poliziotto che perquisisce qualsiasi Ner@ per strada cercando droga, il medico che ci parla usando i tempi verbali all’infinito, il professore a scuola che ci impone di parlare sempre e solo italiano.

Questo mese ha sancito l’inizio di un reale movimento antirazzista a Torino.

Il tempo della vergogna è finito.

Comincia il NOSTRO TEMPO.

#blacklivesmatter

Collettivo Ujamaa

Progetto Palestina

Noi stiamo con chi combatte l'lsis

BDS Torino

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David Harvey

Quasi tutte le politiche concepite per lenire la disuguaglianza urbana finiscono con l’essere crocifisse da una contraddizione soggiacente.

È possibile che, quando usciremo dai tormenti inflitti dal Covid-19, ci troveremo con un panorama politico nel quale è presente la riforma del capitalismo.

Anche prima che il virus attaccasse c’erano alcuni indizi che proponevano un cambiamento. I dirigenti imprenditoriali che si sono riuniti a Davos, per esempio, hanno ascoltato alcune voci che mettevano in allerta sul dover ridurre l’ossessione per i profitti e sulla negligenza verso gli impatti sociali e ambientali che produce il capitalismo. Gli è stato consigliato di proteggersi di fronte alla crescente irritazione pubblica con qualche forma di “ecocapitalismo” o “capitalismo con coscienza”.

Dopo quarant’anni di politiche neoliberali, con l’assalto del virus è stato messo in evidenza il deplorevole stato della sanità pubblica. L’austerità applicata a tutto quello che non sono spese militari o sussidi alle grandi compagnie (anche se sono immensamente ricche) ha lasciato un sapore amaro e un crescente malessere tra la cittadinanza. Ma al contrario, l’adozione di misure da parte dello stato per far fronte alla pandemia ha prodotto una certa speranza tra la gente.

Il governatore di New York, Andrew Cuomo, ha recentemente detto che quando usciremo dall’attuale crisi “non solo servirà riimmaginare l’orizzonte economico, sociale e politico, ma dovremo anche riconciliare l’interesse del popolo con il potere politico”. Per noi che abbiamo vissuto l’incubo provocato dal virus a New York questa dichiarazione, che implica l’intervento dello stato, sembra logica.

Sfortunatamente l’uscita dalla crisi che propone Cuomo va in un altro senso. Il governatore democratico ha deciso che per “riimmaginare” l’economia e le relazioni sociali era necessario reclutare un selezionato club di multimilionari composto da Michael Bloomberg (per organizzare le analisi), Bill Gates (per coordinare le iniziative dell’educazione) e l’ex CEO di Google, Eric Schmidt (per ricalibrare le comunicazioni e le funzioni governative).

Apparentemente l’ondata democratica che è diventata evidente in strada ancora non è giunta con sufficiente forza alle cupole del potere politico. Per Cuomo, la ricostruzione e riimmaginazione del sistema deve adeguarsi alle necessità del capitale e a quello che decide una élite capitalista “progre”.

Le città di cui abbiamo bisogno

Durante una lunga storia di governi borghesi negli USA ci sono stati periodi di riforme; agli inizi del XX secolo con governi liberali, un New Deal negli anni trenta con Roosevelt e la cosiddetta Grande Società con Johnson negli anni sessanta. Sembra che ora le classi dominanti stiano costruendo di nuovo un consenso per un’altra riforma cosmetica del sistema.

In questo contesto si sta pensando di ricostruire la vita urbana allo scopo di promuovere non solo forme più razionali -ed ecologiche- di sviluppo economico, ma anche forme più adeguate di organizzare la vita quotidiana.

Oltre a causare un danno diretto incalcolabile alla qualità della vita quotidiana il coronavirus ha anche rivelato l’enorme quantità di putridume che c’è sotto la superficiale brillantezza, lo sfarzoso consumismo, l’individualismo indulgente e gli interventi architettonici stravaganti.

Con questo spirito, le riflessioni del Consiglio Editoriale del New York Times (NYT) su “Le città di cui abbiamo bisogno” invita a fare alcuni commenti. Il tema centrale è abbastanza semplice. “Una volta le città funzionavano. Ma, ora non funzionano. Dobbiamo cambiarle”.

Dietro a questo c’è una visione un po’ nostalgica di un’epoca in cui “le città nordamericane erano il motore del progresso economico della nazione, la vetrina della sua ricchezza e cultura, l’oggetto della fascinazione e ammirazione mondiale”.

Per il NYT “a quei bei tempi le città fornivano le chiavi per liberare il potenziale umano; avevano una infrastruttura di scuole e collegi pubblici, biblioteche e parchi, acqua potabile pulita e sicura e buoni sistemi di trasporto pubblico”, nonostante che fossero “deformate dal razzismo, dissanguate dai profitti delle élite e corrotte dalla contaminazione e dalle malattie”, ma, soprattutto queste città “offrivano opportunità”.

Secondo il NYT, il virus ha ora rivelato che “le nostre aree urbane sono incatenate da demarcazioni invisibili e impermeabili di enclave di ricchezza e privilegi dei blocchi separati da terreni non edificati e da vecchi edifici dove i lavori sono scarsi e la vita è molto dura e spesso troppo corta”.

La speranza di vita nelle periferie più povere è di solo sessanta anni, in comparazione con i novanta anni dei quartieri più ricchi. Per chiarire questo punto, il NYT ha pubblicato mappe con le differenze di speranza di vita nelle città degli USA.

Tutti insieme ora?

È indiscutibile che le opportunità della vita dipendono dal codice postale di dove uno nasce. La sequela di fallimenti del sistema è troppo lunga ed è lontana dall’essere invisibile come osserva il New York Times.

Durante l’ultimo mezzo secolo l’infrastruttura delle città si è considerevolmente deteriorata. Le scuole pubbliche non preparano più gli studenti. I treni sotterranei non sono affidabili. L’acqua ha piombo in proporzioni allarmanti. La mancanza di abitazioni accessibili richiede estesi e noiosi viaggi per i lavoratori con bassi salari con un trasporto pubblico che continuamente ha problemi. Migliaia di persone senza casa si accampano nelle strade, negli autobus e nella Metro. La mappa delle opportunità educative mostra le differenze di entrate e di ricchezza, fatto che serve a cristallizzare e ad aumentare le divisioni razziali e di classe.

La conclusione del Consiglio Editoriale del NYT è che “i ricchi hanno bisogno di mano d’opera e i poveri hanno bisogno di capitale. E la città ha bisogno di tutti”. E tutti “dovremmo unirci per creare una urbanizzazione più soddisfacente ed equa”.

Questa è una conclusione assurda perché quello che fa è confermare la preminenza delle strutture economiche che sono alla radice della maggioranza dei problemi della vita urbana contemporanea.

Senza dubbio, i ricchi hanno bisogno di mano d’opera perché è la mano d’opera quella che li rende ricchi. Ma è il capitale quello che si è preso la ricchezza prodotta dai lavoratori.

È anche il capitale quello che ha costretto il lavoro alla precarietà, ha prodotto dislocamenti tecnologici, la deindustrializzazione e gli altri mali che lasciano le città con una popolazione incapace di sopravvivere senza ricorrere alla carità delle banche alimentari e dei buoni per il cibo. È il capitale che produce una popolazione che non può pagare l’affitto e molto meno pagare un’ipoteca.

Negli 80 Ronald Reagan sentenziò: “lo stato non è la soluzione ai nostri problemi, lo stato è il problema”. Bene, io penso che fino a quando non ci rendiamo conto che “il capitale non è la soluzione dei nostri problemi, perché il capitale è il problema” saremo persi.

Il capitale costruisce Hudson Yards e non abitazioni accessibili a coloro che cercano di sopravvivere con meno di 40.000 dollari l’anno. Fino a quando i capitalisti potranno fare questo, ogni tentativo di riforma, per quanto sia benintenzionato, si vedranno assorbiti dai cicli di accumulazione del capitale a beneficio di alcuni pochi.

Il capitale continuerà a funzionare indipendentemente dalle inumane conseguenze sociali ed ecologiche che produce, lasciando un’importante parte della popolazione in una situazione di atroce povertà.

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Una melodia familiare

Il NYT con un’esortazione piena di speranza punta su alcuni esseri angelici e disinteressati: “ridurre la segregazione richiede che gli americani ricchi condividano, ma non necessariamente si sacrifichino” dicono quelli del Consiglio Editoriale del quotidiano. Mi domando, forse il cielo proibisce che i ricchi debbano sacrificarsi?

La ricetta per gli editorialisti è, “costruire vicinati più diversi, e sconnettere le istituzioni pubbliche dalla ricchezza privata… queste politiche arricchiranno in ultima istanza la vita di tutti gli statunitensi facendo sì che le città nelle quali vivono e lavorano siano di nuovo un modello per tutto il mondo”.

Ho ottantaquattro anni, e ho ascoltato questo tipo di cose troppe volte prima di prenderle sul serio. Nel 1969, mi trasferii in una Baltimora isolata un anno dopo che gran parte della città era stata bruciata dopo l’assassinio di Martin Luther King.

Non tardai molto a sfinirmi di questa “sincera moralità” -del tipo di quella che il NYT resuscita- “l’etica” di quelli che ingenuamente credono che tutto andrà bene se i ricchi di buona volontà riconosceranno che i nostri destini sono intrecciati, perché tutti siamo insieme in questa città.

Scrissi un libro su tutta questa esperienza, ‘Social Justice and the City’, nel quale trattai come affrontare a lungo termine il problema urbano del capitalismo. E qui stiamo, cinquant’anni più tardi, e sembrerebbe che siamo pronti a ripetere una ingenua convinzione che commette esattamente il medesimo illusorio errore.

A quel tempo era molto chiaro che il mercato capitalista -che richiede la scarsezza per funzionare- era il principale colpevole di questo sordido dramma umano. Pensare in questi termini ha aiutato a spiegare perché quasi tutte le politiche concepite per il sollievo della disuguaglianza urbana finiscono con l’essere crocifisse da una contraddizione soggiacente.

Se ci dedichiamo al “rinnovamento urbano” ci limiteremo solo a trasferire la povertà dai centri di lusso (Engels, già dal 1872 spiegò che questa era l’unica soluzione che la borghesia aveva per i problemi urbani). Ora, se non applichiamo questa “soluzione” e rimaniamo a braccia conserte vedremo come si produce una continua decadenza delle città.

“Nascondere il ghetto” -come allora si disse- non ha funzionato da nessuna parte. E nemmeno la dispersione della popolazione povera ha funzionato. Quest’ultimo approccio può disperdere un poco il ghetto, ma non riduce i livelli di povertà né diminuisce la discriminazione razziale.

La frustrazione per tali risultati ha portato alla conclusione politica che i poveri devono addossarsi la colpa della loro deplorevole condizione, e per questo vivono rinchiusi in diverse “culture della povertà”. L’unica risposta adeguata, disse Daniel Patrick Moynihan, è una “benevola negligenza”.

Questo apprezzamento presagiva il tropo neoliberale della responsabilità personale e dello spirito imprenditoriale, un’idea che incolpa le vittime, e che simultaneamente evade il tipo di domande scomode per i fallimenti dei politici riformisti. Pochi specialisti hanno esaminato le forze che governano il cuore del sistema economico capitalista. (Moynihan risulta, certamente, essere il mentore politico e il modello di Cuomo).

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Turismo emozionale

In questi giorni c’è ogni tipo di soluzioni ideate per affrontare i gravi problemi urbani… eccetto quelle che combattono l’economia di mercato. Nonostante ciò, è l’economia di mercato quella che inevitabilmente produce una spirale di impoverimento come è stato rivelato duramente dalla pandemia.

Se il 40% dei 30 milioni di persone -che ora sono disoccupate- guadagnava meno di 40.000 dollari l’anno, bisogna sicuramente riconoscere la bancarotta del capitalismo contemporaneo riguardo alla soddisfazione delle necessità umane fondamentali.

La politica neoliberale di responsabilità personale e formazione di “capitale umano” che si è sviluppata nel decennio del 1970 ha solo dimostrato di essere un buono e conveniente metodo di dominio della classe capitalista. Questa strategia le ha permesso di fuggire dai fallimenti riformisti del decennio del 1960, mentre si riempivano le tasche a piene mani.

È vitale, pertanto, sottoporre la base della nostra società ad un esame rigoroso e critico. Questo è un compito immediato. Ma permettetemi di dire prima quello che questo compito non implica.

Agli inizi degli anni 70, giunsi alla conclusione che non si tratta di un’altra ricerca empirica delle condizioni sociali delle nostre città. Di fatto, cartografare la patente di inumanità dell’uomo nella nostra società può risultare controproducente. Lo dico nel senso che questo atteggiamento permette al liberale o al progressista di affermare che loro stanno contribuendo ad una soluzione quando in realtà quello che stanno facendo è salvare il capitale. Questo tipo di empirismo è irrilevante, anche se può farci vincere un Premio Nobel.

Già ci sono sufficienti informazioni disponibili per fornire tutte le prove di cui abbiamo bisogno. Il nostro compito non è in questo campo. Nemmeno in quello che può chiamarsi “masturbazione morale”, caratteristico della montatura masochistica che mostrano i mezzi di comunicazione sulle quotidiane ingiustizie a cui viene sottoposta la popolazione urbana.

Non serve a nulla batterci il petto e compatire prima di ripiegare nel nostro spazio di confort. Questo è anche controrivoluzionario, giacché serve solo ad espiare la colpa senza obbligarci ad affrontare i problemi fondamentali, e molto meno a fare qualcosa al riguardo.

Non è nemmeno una soluzione il turismo emozionale che ci porta a lavorare “per un certo tempo per i poveri” con la speranza di poterli aiutare a migliorare la loro sorte (offrendoci, per esempio, come volontari in una mensa di beneficienza o facendo donazioni ad un banco alimentare, anche se questo può essere utile a breve termine).

E che succede se aiutiamo una comunità scolastica a costruire un luogo di ricreazione durante un’estate? Deplorevolmente scopriremo solo che nel prossimo autunno la scuola continuerà a deteriorarsi. Questi sono cammini che non portano da nessuna parte. Servono semplicemente a sviarci dal compito essenziale che abbiamo tra le mani.

Un nuovo ambito

Il compito immediato è né più né meno che la costruzione cosciente di un nuovo ambito politico che affronti la questione della disuguaglianza, attraverso una critica profonda ed esaustiva del nostro sistema economico e sociale.

Abbiamo bisogno di mobilitarci collettivamente per formulare concetti, categorie, teorie e argomenti, che possiamo applicare al compito di ottenere una trasformazione sociale.

Questi concetti e categorie non possono essere formulati con astrazione dalla realtà sociale. Devono essere forgiati in modo realista riguardo gli eventi e le azioni che si sviluppano intorno a noi.

Le prove empiriche, le inchieste e le esperienze acquisite nella comunità possono e devono essere utilizzate. E l’ondata di empatia politica che sta crescendo in tutti quelli che hanno vissuto la minaccia mortale della pandemia deve essere trasformata in energia e organizzazione rivoluzionaria. Questa ondata non giungerà a nulla se non si consolida.

Si dice che il virus non discrimini. Non è vero! La maggioranza della popolazione deve lottare con due terribili opzioni; da un lato lo sgombero dalla propria abitazione e l’inanizione per la disoccupazione o, dall’altro di mantenere i servizi basilari a rischio delle proprie vite a beneficio della città e delle reti di cura dei più ricchi, e tutto questo lavorando per un misero salario.

In quale codice postale risiedono questi lavoratori? Che proporzione di loro sono gente di colore, immigranti latini e latine? I loro bambini possiedono portatili?

Durante l’ultimo secolo e mezzo c’è un’angosciosa continuità di miseria. Sicuramente è ora di rompere con questa lunga e ben conosciuta storia. Abbiamo bisogno di fare una rottura con il sistema, e di tratteggiare la creazione di forme di urbanizzazione più democratiche e socialmente giuste, animate da un’economia politica diversa e una struttura differente di relazioni sociali.

Le disparità che hanno sostenuto le sollevazioni urbane del decennio del 1960 ancora sono con noi. Di fatto, sono ferite più profonde che mai. Pochi mesi in più di isolamento ed è quasi sicuro che le sollevazioni torneranno. Ma ricordate: “il capitale non è la soluzione, è il problema”.

*Questo articolo è stato scritto a maggio, prima che cominciassero le proteste in corso.

18/06/2020

La Haine

Da Comitato Carlos Fonseca

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Una recensione di Diego Giachetti a "Un cane in chiesa" a cura di Francesca Ioannilli e Francesco Bedani

Nel libro di Gigi Roggero, L’operaismo politico italiano (DeriveApprodi 2019), Guido Borio sostiene che nella storia dell’operaismo emergono tre figure emblematiche: Mario Tronti, Toni Negri e Romano Alquati. Mentre i primi due sono nomi «noti» e ricorrenti, Romano Alquati è poco valorizzato in Italia e quasi sconosciuto all’estero. Nell’operaismo, Alquati si colloca come «un cane in chiesa», scrive Borio, non solo nell’università ma ovunque si è trovato, anche tra molti compagni, è sempre stato uno che dava fastidio e per questo il suo pensiero è stato quasi sempre ignorato, ma dare fastidio è forse la più significativa qualità di una soggettività rivoluzionaria.

Tutto rivolto a Romano Alquati (1935-2010) è invece il testo curato da Francesco Bedani e Francesca Ioannilli, Un cane in chiesa. Militanza, categorie e conricerca di Romano Alquati (DeriveApprodi, 2020), che prelude alla pubblicazione dei suoi inediti da parte della suddetta casa editrice. Il libro raccoglie, oltre alle due dei curatori, le relazioni svolte presso il corso di formazione politica tenutosi a Bologna nell’autunno 2019 da Federico Chicchi, Maurizio Pentenero, Salvatore Cominu, Anna Curcio, Guido Borio, Raffaele Sciortino, che introducono il lettore all’articolato e complesso pensiero di Alquati.

A dieci anni dalla sua scomparsa, si legge nell’introduzione, Alquati è un giacimento d’oro ancora in larga parte inesplorato e inutilizzato, un pensatore che non pensa per compiacere ma per sovvertire, che vive nella costante tensione dell’anticipazione. Passato alla storia per i suoi trascorsi nei Quaderni Rossi e Classe Operaia, quasi del tutto sconosciuta è la sua produzione degli anni Ottanta, Novanta e dei primi anni del 2000, un periodo importante e fecondo della sua elaborazione. In decenni di trionfo del pensiero debole, il suo è forte, costruito, coeso, strutturato, espresso con uno stile che lo differenzia da Tronti e Panzieri, per certi versi vicino a Negri anche se critico verso il suo pensiero. È un marxista certo, ma tratta con spavalderia i concetti marxiani, non cerca in essi rassicuranti postulati, se mai il suo pensiero si segnala per l’inquietudine, l’agitazione dovuta al bisogno di conoscere. Guido Borio così descrive la metodologia pedagogico-politica proposta da Alquati: non lasciava tempo al compiacimento, non si accontentava del già noto; quando «ti sembrava di aver afferrato il suo discorso e provavi a ripeterlo, immediatamente lui evidenziava i punti critici e lo problematizzava, costringendoti a fare un nuovo salto in avanti» (p. 111).

Il modellone

Alquati è un pensatore sistemico? Sì e no. Sì, perché, come le varie relazioni indicano, egli costruisce categorie sistemiche intrecciate tra loro. No, perché le categorie non costituiscono postulati validi per sempre, sono strumenti che nascono dal rapporto di conoscenza con la realtà per diventare variabili da pensare, verificare e ripensare, senza diventare feticci. Di certo il suo è un pensare da sociologo e i riferimenti ai temi sollevati dai «classici» della sociologia sono molteplici a cominciare dal modellone, una proposta di interpretazione del capitalismo contemporaneo, del suo farsi sistema. Non si tratta di un modello funzional-strutturalista costruito al di sopra della società, è la realtà capitalistica che si fa sistema. Divisa e gerarchizzata per livelli di realtà, interconnessi fra loro e «percorribili» secondo il principio dell’astrazione determinata, unico metodo valido per sfuggire al rischio di rinchiudersi all’interno di un pensiero generale e astratto, incapace di scendere al livello di osservazione del fenomeno storico-sociale. Il paradigma del modellone consente di muoversi con agilità e consapevolezza fra diversi gradi di astrazione e la realtà empirica, costruisce una tipologia di ricercatore «immaginativo e sistematico», per dirla col sociologo Charles Wright Mills, che sicuramente Alquati conosceva.

Per il sociologo Robert K. Merton i sistemi sociali sono strutturalmente ambivalenti, attraversati da tensioni imputabili alle incompatibilità che esistono tra alcuni dei suoi elementi costitutivi, causa inevitabile di comportamenti antisociali dovuti all’accesso differenziato ai mezzi per perseguire gli obiettivi valorizzati socialmente e culturalmente. Le grandi risorse della società industriale sono state curvate nel corso del tempo per fini capitalistici, ma contengono dimensioni generiche che non nascono col capitalismo. Tecnica, razionalizzazione dell’uso delle risorse e del lavoro, sono caratteristiche riscontrabili in diverse formazioni economiche-sociali. Quindi il sistema industriale potrebbe «ricollegarsi anche a fini diversi», sostiene Alquanti, perché ambivalente, piegabile in una direzione diversa se matureranno le condizioni soggettive e intenzionali dell’iperproletariato, trasformando la possibilità in realtà.

Società iperindustriale

A partire dagli anni Ottanta l’insieme dei cambiamenti in atto non definivano per Alquati una società postindustriale anzi, indicavano uno straripamento del modo produttivo e organizzativo dell’industria-fabbrica nella società che inglobava attività riproduttive e altre fino allora trattate come improduttive. Quindi altro che fine del lavoro, dello sfruttamento, del proletariato anzi, se mai si è in presenza di una iperproletarizzazione composta da una moltitudine di lavoratori nel sociale, nei servizi, il cui lavoro è stato frazionato e scorporato in forme servili di super-sfruttamento e di concorrenza selvaggia tra loro. Da qui il suo farsi iperindustriale e il conseguente rifiuto della categoria di post, anche rispetto al fordismo, che lui ridefiniva come iperfordismo per sottolineare non la cesura bensì la radicalizzazione di quella specifica modalità di organizzazione del lavoro e dei lavoratori all’intera società, dai servizi alla burocrazia amministrativa e politica.

Col termine industria infatti non intende solo la fabbrica, luogo dove avviene la produzione di merce-valore, ma il modo di organizzare tutti gli ambiti della società, la progressiva sottomissione alla razionalità capitalistica di numerosi ambiti della sfera riproduttiva e politica, già denunciata da Max Weber. In questa accezione l’industria non ha il suo luogo emblematico nella fabbrica; la fabbrica contiene l’industria come sua modalità specifica, ma non necessariamente la presuppone, laddove l’industria può essere potenzialmente usata anche per fini differenti da quelli fatti propri dal capitalismo.

Nell’analizzare questo tipo di società Alquati riprende, in una certa misura, categorie tipiche della sociologia: la produzione (la fabbrica), la riproduzione e il consumo (la società) e la politica (lo Stato). Il suo modellone di sistema sociale è costituito da quattro ambiti intrecciati fra loro: la produzione di beni o servizi venduti sul mercato; il consumo distruttivo, il consumo riproduttivo, cioè consumo e riproduzione; la sfera della politica, che include l’amministrazione pubblica. Questi ambiti tendono a divenire «fabbriche», luoghi che producono valore e capitale. Sono produttivi, di beni intermedi, merci speciali che incrementano altre merci.

Importante è la riproduzione della capacità umana intesa non solo come ripristino delle abilità psico-fisiche, che continua a svolgersi in parte importante nella sfera domestica, ma anche nel sistema educativo e della formazione, della salute, dei servizi materiali e intangibili per la vita quotidiana. Anche il comunicare e certi aspetti del consumo, contengono una componente riproduttiva. Sono settori dove lavora un iperproletariato composto soprattutto da donne che porta Alquati a ipotizzare una crisi del patriarcato e a prefigurare l’orizzonte di un matriarcato capitalista, secondo quanto scrive nella sua relazione Anna Curcio.

Rispetto al recente passato si tratta di una riformulazione complessiva del sistema che crea nuove contraddizioni, nuove faglie, nuove soggettività nella composizione di classe, perché il capitale mette al lavoro aree sociali non immediatamente riconducibili alla fabbrica e ridefinisce ambiti e ruoli sociali intersecati tra loro: il produttore, il consumatore (distruttivo e riproduttivo) e il cittadino. L’azione sociale ha tre modalità differenti: l’attore sociale, interprete asservito di ruoli e norme poste dal sistema e ad esso funzionali; la persona che esprime potenzialità e fini non tutti riconducibili alle norme e ai ruoli previsti dalla razionalità sistemica; il soggetto, portatore in potenza di finalità autonome e antagoniste.

Alla ricerca della soggettività perduta

Tema centrale è quello della soggettività che si manifesta in varie forme: c’è la soggettività della classe capitalistica, egemone, manifesta in atto, e quella degli strati subalterni che esiste in potenza ma incontra difficoltà a esprimersi in controsoggettività organizzata al sistema e si pone in maniera diversa rispetto al passato, quando si ragionava su una classe data, un soggetto fondato da politicizzare passando dall’in sé al per sé. Invece già nei trenta gloriosi del neocapitalismo e poi, dopo le sconfitte degli anni Settanta, il soggetto si smarrisce, non è più un dato evidente: di qui la necessità di focalizzare l’attenzione al processo del costituirsi del soggetto, della soggettivazione.

Va detto che per Alquati soggettività non è un sinonimo di soggetto, innanzi tutto perché riferita non tanto ai singoli individui, ma a collettività, gruppi, classi sociali e si definisce in percorsi e rapporti di trasformazione in cui si rispecchiano elementi esperienziali volti a realizzare una reazione-contrapposizione alla realtà. Quando siffatto processo sfocia nella negazione, nel rifiuto di adempiere a ruoli stabiliti, assume la forma di conflitto antagonistico, allora diventa controsoggettività in atto che ridefinisce una nuova composizione di classe e riformula lo strumento della conricerca perché, non essendo più data per certa l’autonomia di classe, occorre riconsiderare la vecchia questione dell’organizzazione politica.

Conricercare tra le potenzialità dei residui

Per quanto potente sia il sistema sociale esso non è in grado di sottomettere totalmente l’uomo alla soggettività del capitale. Esso è capace di sottomettere a ruoli e norme l’attore sociale, ma non la persona e tantomeno il soggetto, sottoposto a forme mutevoli di sfruttamento. La soggettività umana, spiega, contiene un fondo di irriducibilità dato dalle risorse timico cognitive del lavoro contemporaneo e del lavoro riproduttivo in particolare (affetti, linguaggio, sapere/conoscenze), che sono esclusive dell’agente umano e lasciano un residuo irrisolto come possibilità tendenziale di fuoriuscita dallo sfruttamento del lavoro. Il termine residuo irrisolto è di evidente derivazione sociologica e Alquati lo utilizza nella forma che gli è necessaria. Si deve a Vilfredo Pareto la prima riflessione sistematica sui residui definiti come istinto delle combinazioni e persistenza degli aggregati. Per istinto delle combinazioni s’intende la caratteristica tipica dell’uomo di creare connessioni e nessi tra elementi, attiene al potere creativo proprio dell’agire umano. Per persistenza degli aggregati s’intende la tendenza a mantenere intatte e a conservare le relazioni create. Pareto utilizza la categoria di residui per segnalare l’incompletezza dell’analisi della condotta umana fondata sulla razionalità strumentale che non considera il problema degli effetti indiretti delle scelte, quelli non desiderati, imprevedibili, imprevisti. Non a caso, in un passo citato da Guido Borio, Alquati scrive: «La realtà cambia… ma ci sono degli effetti perversi, gli imprevisti, ecc. per cui raramente l’esito è quello che all’inizio si voleva» (p. 115). Alquati si riferiva in particolare al sociologo Robert K. Merton, da cui riprendeva il concetto di conseguenze inattese: nel rapporto fra obiettivi e risultati, tipici dell’agire sociale, i partecipanti producono condizioni nuove, non tutte previste nei loro intenti.

La questione del «residuo irrisolto» è ricorrente nei suoi testi, indica ciò che sopravvive e non è integrabile nel sistema, le differenze inassorbibili derivate da un passato di sconfitte o di conquiste, residui quindi di precedenti percorsi di emancipazione, senso di rivalsa e frustrazione per fini mai raggiunti, persistere di un radicamento o combinarsi imprevisto di fattori particolari. È in quegli interstizi che occorre ricercare la soggettività e la conricerca è d’aiuto. A essa è affidato il compito di conoscere la realtà e, simultaneamente, attivare una pratica per la sua trasformazione. È un procedimento che vuole superare la dicotomia ricercatore-oggetto, osservatore-osservato per mettere in azione un processo di costruzione di conoscenza comune e reciproca trasformazione dei soggetti coinvolti, senza più bisogno dello strumento politico esterno, il partito. È un modo di organizzarsi che nasce dal superamento della dicotomia tra produzione di sapere e produzione di organizzazione. Non è una conoscenza delle lotte, ma è dentro le lotte, prende spunto dalla metodologia di ricerca sociologica per andare oltre.

La conricerca è lo strumento nuovo e necessario del militante politico contemporaneo, per Alquati chi non fa conricerca non è un militante, nel senso che non pratica forme di contro-organizzazione tra soggetti in lotta il cui fine è la ricomposizione politica di un corpo sociale, potenzialmente antagonista, ma inceppato nel passaggio dalla potenza all’atto. Ci tiene a sottolineare di essere non tanto un sociologo professionale, quanto un militante politico a tempo pieno, per cui ciò che scrive è in funzione di un contesto storico e sociale e ha come scopo l’individuazione delle scappatoie per fuoriuscire dal sistema capitalistico. Militanza quindi intesa come radicamento, come internità, come conricerca che genera una prassi capace di leggere, proporre e attivare comportamenti, conflittualità, processi di ricomposizione dei soggetti.

Da Commonware

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in NOTES

Non solo il Covid non è scomparso, non solo sviluppa nuovi focolai in quei settori del mondo del lavoro ad alta concentrazione operaia e bracciantile operanti a pieno regime in nome del profitto, ma sta anche mettendo in luce, nella maniera più tragica, qual è la filiera dello sfruttamento. Là dove spariscono i diritti, là dove i salari sono più bassi, là dove il mercato del lavoro è stato modellato dai dogmi neoliberisti per indebolire in ogni modo la forza dei lavoratori, il virus trova le condizioni migliori per la sua diffusione.

Da anni le lotte nel mondo della logistica hanno individuato il sistema dei subappalti, intrecciato a doppio filo con quello delle cooperative, come uno degli strumenti principali in mano ai padroni, in combinazione con i contratti a tempo determinato per controllare, dividere e sfruttare i lavoratori. Le aziende servendosi di fornitori esterni della forza lavoro possono usare questa flessibilità per liberarsi dalle responsabilità nei confronti dei lavoratori, predisponendo tagli, ristrutturazioni, esuberi, licenziamenti e delocalizzazioni semplicemente operando un semplice cambio appalto. Così spariscono anche i TFR, i livelli, gli scatti di anzianità. Tutelano il loro marchio in caso di problemi scaricandoli sui fornitori, spesso complici, e tramite le gare d’appalto li spingono ad abbassare le tariffe, cioè a sottopagare e a truccare le buste paga dei lavoratori, nelle quali gli straordinari non pagati sono solo la punta dell’iceberg delle violazioni che vengono commesse. In tutto questo le agenzie interinali sono l’ultimo anello dello sfruttamento prima del lavoro nero, che comunque emerge talvolta a tutti i livelli dei rapporti di lavoro nella logistica.

Nella vicenda della BRT di Bologna c’è tutto questo. 107 lavoratori contagiati mentre lavoravano a pieno regime, assembrati e senza misure di prevenzione adeguate. Due interinali positivi erano stati reclutati nel CAS di via Mattei, profughi per i quali il rinnovo del permesso di soggiorno legato al lavoro, come per tantissimi stranieri che lavorano nella logistica, è un ulteriore, potentissimo, strumento di ricatto nelle mani dei padroni che possono sfruttare ancora di più questi dipendenti. Il filo rosso del contagio si snoda dal magazzino in subappalto, passa per un’interinale e arriva al focolaio all’interno del CAS. Una filiera dello sfruttamento che diventa filiera del contagio.

In questi anni l’unica possibilità di ribaltare questo stato di cose è stata la lotta e l’unità dei lavoratori, organizzati principalmente dal S.I. Cobas, italiani e stranieri, che ha consentito, ad esempio, nella fase 1 di mettere in campo una grande campagna nazionale di astensione dal lavoro a salario pieno che ha gettato luce su quanto stava accadendo nel settore della logistica ed in generale nel mondo dell’industria, obbligando molte aziende a firmare protocolli di sicurezza - Bartolini arrivò per ultima al tavolo piegata solo dalla mobilitazione operaia - e costituendo l’unico contraltare reale agli interessi di Confindustria che venivano garantiti dai tavoli col governo con la complicità dei Confederali e che soprattutto in Lombardia hanno prodotto il disastro cui abbiamo assistito. Nonostante i protocolli e le misure di sicurezza predisposte dal governo, BRT anche questa volta ha messo davanti il profitto alla salute, non solo dei suoi lavoratori ma di tutti, sottovalutando i primi casi, nonostante denunce e mobilitazioni interne del S.I. Cobas, e continuando come se niente fosse le attività produttive.

I subappalti devono essere aboliti, questo ci dicono le lotte della logistica, che in qualche modo avevano previsto anche questi focolai, mobilitandosi per la sicurezza inesistente sui posti di lavoro. Intorno ad un mercato del lavoro che si sviluppa con questi meccanismi di sfruttamento non può che crescere una società diseguale, ingiusta e malsana. La vicenda del macello in Germania, al centro di un focolaio di più di mille contagiati, ci ha indicato esattamente le stesse problematiche. Il governo tedesco non ha potuto che constatare questi dati di fatto e ha vietato dal 2021 i subappalti nel settore della macellazione, affermando di fatto che non garantiscono condizioni di sicurezza e salubrità per i lavoratori e il territorio. Sicuramente si  tratta di una misura insufficiente che andrebbe estesa all’intero apparato produttivo perché i rischi sono gli stessi, ma in Italia troppi sono gli interessi, dalle centrali padronali della logistica alla Lega delle Cooperative, perché misure simili possano essere predisposte senza lotte, scioperi e picchetti che già da anni scuotono il settore, anche degli alimentari, come, ad esempio, nel  grandissimo stabilimento di Italpizza a Modena e nei macelli della zona.

Di seguito il comunicato del S.I. Cobas nazionale che fa il punto della situazione:

SE LA AUSL NON CHIUDE BARTOLINI, BARTOLINI LA CHIUDIAMO NOI.

Sono 130 i lavoratori che al cambio turno condividono gli spogliatoi e alle 19,30 la mensa. I bagni sono in totale 10, utilizzati anche dal personale driver (corrieri) e dagli oltre 30 lavoratori delle agenzie, che cambiano di giorno in giorno: due di questi lavoratori erano reclutati direttamente dal Centro di Accoglienza di via Mattei. Dopo i primi casi è solo il Si Cobas a fermarsi in due scioperi.

E' Bartolini, leader nel settore della Logistica, all'interno una cooperativa di lavoratori del magazzino, tutti iscritti Si Cobas ed altamente sindacalizzati, e poi i driver suddivisi in decine di cooperative ed i lavoratori delle agenzie, quelli più ricattabili, quelli che lavorano un giorno qui ed uno lì.

La catena dei subappalti è anche la catena del Covid, non solo a Bologna, Brt, ma anche in Germania, nei mattatoi, dove si ammalano a centinaia i lavoratori meno garantiti, i turchi, gli immigrati, come a Mondragone, dove il lavoro costa 3 euro l'ora, e gli immigrati sono famiglie bulgare che ogni anno arrivano per guadagnare pochi soldi. La Germania ha individuato in questa forma di esternalizzazione selvaggia una delle cause di diffusione dell'epidemia ed ha vietato l'appalto di mano d'opera nei mattatoi. Nella Logistica il subappalto, le cooperative che si avvicendano ogni due anni, in una danza che lascia a terra non la scarpetta di Cenerentola, ma i soldi dei lavoratori per il TFR, gli scatti di anzianità, i livelli, è la regola. Bologna è una regola diceva Luca Carboni: Brt il subbapalto è la regola, ed il Covid la conseguenza.

Siamo qui oggi, unico sindacato tra tutti che ribadiamo che la vita è superiore all'economia, che i posti infetti vanno chiusi, che le condizioni di lavoro vanno migliorate. +80% la crescita della Logistica  maggio 2019-maggio 2020 in un mondo in cui c'è solo e-commerce...e quindi tanti più dipendenti in capannoni privi dei più elementari diritti, e confort: aria condizionata nel caldo, riscaldamento d'inverno, bagni per tutti, orari di lavoro ridotti, spazi adeguati a questo 2020 malato. Per questo basta titubanze: Bartolini va chiusa, sanificata e riorganizzata sentendo lavoratori, rls e sindacato. Senza se e senza ma, da subito. E questo caporalato diffuso va combattuto, e ci si augura eliminato. Fino alla vittoria

Si Cobas Nazionale

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In questa domenica 28 giugno appena trascorsa, i più mattinieri del Movimento No Tav sono stati i giovani del presidio dei Mulini che alle prime ore della giornata erano già alle prese con piccole e grandi opere di “ingegneria”: un nuovo punto di osservazione sull’albero, una legnaia e altri lavori per migliorare la vivibilità di tutti.

Mentro loro si adoperano e Resistono per non abbandonare la posizione in Clarea, le Fomne No Tav si sono dirette ai cancelli della Centrale elettrica di Chiomonte e tra una battitura alle reti del jersey, il pranzo al sacco e numerosi cori, si è inscenato “Un violador en tu camino” per alzare un grido all’unisono contro un sistema patriarcale che opprime le donne e che distrugge la nostra Madre Terra.

Dopo una breve pausa, centinaia di No Tav si sono ritrovati A San Didero, al piazzale del presidio, per poi raggiungere l’area in cui vorrebbero costruire lo svincolo del desiderato futuro autoporto per poi tornare indietro in corteo, in statale, fino al luogo di partenza. Oltre la contentezza dei partecipanti, abbiamo potuto registrare la solidarietà di moltissime (se non tutte) le macchine di passaggio sulla statale…ottimo segnale di cui francamente non dubitavamo, ma magari può essere utile ad altri per rinfrescarsi la memoria!

Ancora non paghi, ci si è in seguito ritrovati ai giardinetti di Giaglione per muoversi insieme verso il cantiere con l’obiettivo di rifornire di cibo i presidianti e dare loro il cambio. Anche oggi la strada era bloccata dai jersey e i sentieri principali presidiati dalle forze dell’ordine impegnate in tale compito di sicurezza nazionale (ma per favore), ma come sempre in montagna il No Tav vince e quindi si sono raggiunti i ragazzi in presidio!

Appuntamento domani lunedì 29 giugno alle 18 per la consueta assemblea ai giardinetti di Giaglione.

Resisteremo sempre più di loro!

Avanti No Tav!

Da notav.info

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