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Articoli filtrati per data: Sunday, 28 Giugno 2020

Il 9 maggio scorso Patxi Ruiz, prigioniero politico basco, veniva convocato dal direttore del carcere di Murcia II e pesantemente minacciato di ritorsioni anche fisiche, con il pretesto della sua partecipazione attiva ad alcune proteste dei detenuti contro la gestione penitenziaria dell’emergenza covid. Per denunciare questi fatti, e più in generale per attaccare le condizioni di ricatto e minaccia sistematica a cui sono sottoposti i prigionieri politici, dal giorno seguente Patxi ha intrapreso un duro sciopero della sete (durato 12 giorni) e un lungo sciopero della fame, terminato settimana scorsa dopo più di 30 giorni di totale rifiuto del cibo.

In vista del corteo nazionale di sabato 27 giugno ad Irun, e in attesa che Patxi prenda parola direttamente sulla fine dello sciopero, abbiamo sentito Mario il Lungo, un “vecchio” compagno italiano, da più di 20 anni in Euskadi, attivo nel movimento pro-amnistia basco. Sarà lui a trarre per noi un bilancio delle mobilitazioni in sostegno alla lotta di Patxi e a raccontarci di come, dentro le carceri e per le strade, siano stati rotti gli schemi desolidarizzanti che il “processo di resa” vorrebbe imporre a tutto il popolo basco, con la complicità della sinistra istituzionale.

Da radiocane

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Ancora un’altra giornata di mobilitazione No Tav! Nonostante la pioggia scesa copiosamente per diverse ore, in tantissimi ci si è ritrovati all’appuntamento di Piazza del Sole a Susa per quello che sta oramai diventando un appuntamento quotidiano contro la presenza intimidatoria e pressante delle forze dell’ordine nella nostra valle.

Quando parliamo di “occupazione” intendiamo il fatto che centinaia e centinaia di forze dell’ordine si alternano in valle da quasi una settimana, presidiando non solo il famoso “sito strategico nazionale” del cantiere Tav (difeso anche dai militari, con i mezzi militari e dai corpi speciali dei carabinieri – cacciatori di Sardegna – oltre che dalla polizia e dalla finanza) ma occupando le strade dei paesi, ingombrando le piazze, dando l’impressione di essere appunto su un territorio controllato.

Il sorriso beffardo della digos e compagnia bella dei primi giorni è svanito, gradualmente, mano a mano che si rendevano conto, probabilmente, che la carognata fatta da loro e dall’azienda Telt non sarebbe passata inosservata.

Danno fastidio quei giovani e giovanissimi entusiasti che da da una settimana, a pochi metri dall’ingresso del cantiere, fanno vivere il presidio permanente e da fastidio la solidarietà e l’affetto che il movimento No Tav continua a raccogliere.

Perché abbiamo ragione e perché in un momento come questo, nel post pandemia e in piena crisi climatica, un’opera inquinante, costosa ed inutile come il TAV non dovrebbe essere più in agenda.

Oggi a Susa si è contestata la presenza delle forze dell’ordine che per poter banchettare amabilmente al ristorante, devono farsi proteggere dalla celere schierata. Il fatto che tante persone gli si siano rivoltate contro è solo la più normale conseguenza che potesse capitare. Anche il fatto che se ne siano dovuti andare via in fretta e furia, tradendo nervosismo e la voglia di menare (ma concediamo il fatto che una scudata non fa primavera). Noi ci ricorderemo questo pomeriggio come la “Grande ritirata”, vedi il video sotto.

Dopo l’iniziativa, la pioggia terminata ed uno splendido arcobaleno, in tantissimi ci si è diretti a Giaglione, per una passeggiata che di nuovo ha raggiunto i jersey e i sentieri sorvegliati e che anche questa volta ha fornito ai presidianti dei Mulini i cambi ed i viveri necessari per la giornata di domani.

Quella di domani già sappiamo che sarà una domenica 28 giugno ricca di iniziative che qui vi ricordiamo:

ore 11 cancelli della centrale elettrica di Chiomonte flashmob “Un violador En Tu Camino” seguirà pranzo al sacco condiviso ore 16 appuntamento presidio San Didero ore 18 appuntamento giardinetti di Giaglione

Ci vediamo tra poche ore! Avanti No Tav!

Da notav.info

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Cento anni fa, il 28 giugno 1914, a Sarajevo, due colpi di pistola mettevano fine alla vita dell'arciduca austriaco Francesco Ferdinando. Quegli spari erano destinati a riecheggiare in tutta Europa, distruggendo la pace del mondo intero.

Si ritiene comunemente che la prima guerra mondiale sia stata causata dall’assassinio del principe ereditario austriaco. Tuttavia, quest’atto è piuttosto un mero accidente della storia, vale a dire qualcosa che avrebbe anche potuto non verificarsi. Se l'assassino avesse mancato il bersaglio e Francesco Ferdinando fosse sopravvissuto, la guerra non sarebbe scoppiata?

In realtà, l'assassinio di Francesco Ferdinando non fu la causa, ma solo il catalizzatore dello scoppio della Grande Guerra, la scintilla che fece esplodere una polveriera preparata nei decenni precedenti il 1914. Fu un gesto che portò di colpo alla luce le linee di frattura che erano andate approfondendosi per anni ed anni, e scatenò una crisi diplomatica che rapidamente inghiottì tutta l'Europa.

Quel che accadde a Sarajevo nel giugno 1914 appare tuttora alquanto surreale. Già il 4 giugno i giornali riportavano di una visita programmata dell'erede al trono austriaco, l’Arciduca Francesco Ferdinando, e sua moglie Sofia a Sarajevo, capitale della Bosnia: egli doveva presenziare alle manovre militari che si sarebbero svolte sulle vicine montagne, ma lo scopo dichiarato di questa prima visita in Bosnia era il desiderio del principe ereditario di fare una buona impressione sui sudditi di questo territorio recentemente acquisito.

Organizzare questa visita – il viaggio del principe ereditario di una potenza occupante – proprio in giugno fu un atto estremamente provocatorio, una decisione possibile solo da parte di una dinastia in stato di totale rimbambimento: perché il 28 giugno era la festa nazionale della Serbia – la commemorazione della battaglia di Kosovo, con la quale nel 1389 il regno serbo era stato conquistato dai Turchi.

Nessuno sano di mente poteva pensare che i serbi di Bosnia avrebbero ossequiato un membro della famiglia reale che aveva impedito la realizzazione di quella Grande Serbia che avrebbe dovuto unire tutto il popolo serbo. E per aggiungere al danno la beffa, la visita Arciducale a Sarajevo era preceduta da manovre militari sulle montagne a sud della città, provocatoriamente vicino alla frontiera con la Serbia. Anche solo immaginare una visita ufficiale dei membri della famiglia reale austriaca in un luogo come Sarajevo, un territorio ostile ribollente di intrighi e pericoli di ogni genere, era un atto di pura follia.

Molti prevedevano un disastro: il plenipotenziario serbo a Vienna aveva suggerito al ministro competente per le questioni bosniache che alcuni Serbi avrebbero potuto considerare un deliberato insulto il tempo e il luogo della visita, e avvertì che soldati di etnia serba impegnati nelle manovre avrebbero potuto cogliere l'occasione per far fuoco contro l'Arciduca. Politici e funzionari di Sarajevo insistevano affinché la visita fosse annullata.

Questa visita avrebbe dovuto essere una brillante occasione per glorificare la dominazione austriaca in Bosnia-Erzegovina. L'Arciduca aveva impazientemente pregustato per mesi il suo ingresso trionfale in Sarajevo, splendente nella sua uniforme di Ispettore generale dell'esercito austroungarico e accompagnato dalla moglie, Sofia duchessa di Hohenberg, in abito bianco con fusciacca rossa e parasole (che purtroppo proteggeva dal sole ma non dalle pallottole).

Gavrilo Princip militava nella Mlada Bosna (Giovane Bosnia), un movimento di giovani slavi, sia serbi sia croati, di varia provenienza religiosa che aveva come fine il rovesciamento del dominio austroungarico. Princip era ispirato da un ardente desiderio di vendetta verso gli oppressori austriaci in nome della causa della liberazione nazionale serba, ma come membro della Giovane Bosnia era anche un nazionalista bosniaco. Figlio di un povero contadino serbo-bosniaco, era inoltre incline ad idee anarchiche e alla conseguente teoria dell’ “azione eclatante": riteneva fosse possibile cambiare la società eliminando gli esponenti della classe dirigente, e diede la vita per queste idee.

 

La notizia della visita ufficiale di Francesco Ferdinando a Sarajevo offriva a Princip ed ai suoi compagni un’occasione unica. Mentre l'Arciduca era impegnato nelle cerimonie di benvenuto, il diciannovenne Danilo Ilić si incontrò con sei militanti di Mladi Blosna in un caffè di Sarajevo per mettere a punto il piano: gli attentatori si sarebbero posizionati presso ciascuno dei tre ponti sul fiume, dove le probabilità di successo sarebbero state migliori, poiché a questi incroci sarebbe stato facilissimo lanciare una granata nell’automobile della coppia regale.

Mentre distribuiva armi e granate, Ilić avvertì gravemente gli altri che la polizia poteva aver scoperto il complotto, ma che in ogni caso non si poteva rinunciare ad un’occasione simile, che era assai improbabile potesse verificarsi di nuovo. In seguito molti dei cospiratori visitarono la tomba di Bogdan Žerajić, un giovane serbo martirizzato anni prima nell’infruttuoso tentativo di assassinare l'imperatore: si dice che le sue ultime parole fossero state "Lascio al patriottismo serbo il compito di vendicarmi".

Domenica 28 giugno l'atmosfera appariva ancora più surreale. L'Arciduca ordinò che la vettura reale dovesse essere scoperta e procedesse lentamente affinché il pubblico potesse vederne bene gli occupanti e questi potessero comodamente osservare il panorama.

Tuttavia, l'attentato parve fallito quando una prima bomba lanciata contro l'automobile reale rimbalzò sul veicolo, ferendo alcune guardie. L'Arciduca scese con calma a parlare con i feriti, poi il corteo ripartì; la moglie aveva riportato una lieve ferita al volto ed il suo vestito bianco era macchiato di sangue, così egli riprese indignato il sindaco: "Sono venuto a visitarvi e voi mi lanciate delle bombe." La risposta del sindaco non è stata tramandata.

Questo avrebbe dovuto porre fine alla vicenda. Ora la vettura reale avrebbe dovuto ritornare alla stazione ferroviaria procedendo a tutta velocità lungo il fiume, ma il destino prese una piega inattesa: per uno di quegli strani casi tanto frequenti nella storia, l’autista sbagliò una curva e l’automobile comparve inaspettatamente proprio nella stretta strada davanti al caffè dove era appostato Princip. Potendo appena credere alla sua fortuna, questi si avvicinò alla vettura e sparò due colpi a bruciapelo alla coppia regale. Il primo colpo ferì l'Arciduca presso la giugulare, il secondo colpì la duchessa allo stomaco: prima che si potessero chiamare un medico o un sacerdote, tutto era finito.

Una folla inferocita cercò di linciare Princip, che fu salvato dalla polizia. Egli tentò di ingoiare una capsula di cianuro, ma la rivomitò. Il giudice che lo ha interrogò immediatamente dopo, scrisse: "Il giovane assassino, stremato dal pestaggio, non era in grado di pronunciare parola. Era esile, emaciato, pallido e dai tratti affilati. Era difficile immaginare che qualcuno dall’aria così fragile avesse potuto compiere un atto tanto grave."

Princip fu processato da un tribunale austriaco e, naturalmente, trovato colpevole. Dichiarò alla corte: "Chi tenta di insinuare che qualcun altro abbia istigato l'assassinio, mente. L'idea è nata nella nostra mente, e noi stessi l’abbiamo portata a compimento. L’abbiamo fatto per amore del nostro popolo. Non ho nulla da dire in mia difesa ".

Avendo solo diciannove anni, ai sensi del diritto austroungarico era troppo giovane per essere condannato a morte. Fu invece praticamente sepolto vivo: fu condannato all’ isolamento nel carcere di Theresienstadt (ora nella Repubblica Ceca) e tenuto nelle peggiori condizioni, negandogli persino libri o materiali di scrittura. A causa delle terribili condizioni di detenzione contrasse la tubercolosi, che gli divorò le ossa a tal punto da condannarlo all’amputazione del braccio destro. Morì nel maggio 1918, ridotto a uno scheletro. Aveva graffito sul muro della cella: "I nostri fantasmi cammineranno per Vienna, e vagheranno per il Palazzo, terrificando i nobili e i signori."

La notizia dell'assassinio provocò un'ondata di costernazione e di sdegno. A Sarajevo e in altre città bosniache, la marmaglia filoaustriaca assalì quanti Serbi poté trovare, distruggendo negozi ed imprese serbe e penetrando nelle case per saccheggiarle e gettarne in strada il mobilio: il pogrom contro i Serbi provocò numerose vittime e lo Stato stesso si concesse una sanguinosa vendetta arrestando centinaia di Serbi, a prescindere dai loro legami coi movimenti nazionalisti, e giustiziandone molti.

Tutto questo giovò enormemente ai guerrafondai di Vienna, che da tempo propugnavano l'azione armata contro la Serbia, e che ora avevano una scusa perfetta.

Nella storia della Jugoslavia Princip e stato considerato una figura positiva, un combattente e un idealista che si oppose all'occupante straniero, negli ultimi anni gli sono state dedicate delle statue, sia a Belgrado, sia a Sarajevo.

 

 

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