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Articoli filtrati per data: Saturday, 27 Giugno 2020

Se a qualcuno fosse sfuggito, ricordiamo che la Costituzione e l’Ordinamento Penitenziario prevedono che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Che il trattamento dei detenuti  deve essere integrato da un’azione di assistenza alle loro famiglie, tale azione è rivolta anche a conservare e migliorare la relazione dei soggetti con i familiari e a rimuovere le difficoltà che possono ostacolare il reinserimento sociale.

A questo proposito le regole europee prevedono che la vita in carcere deve essere il più vicino possibile agli aspetti positivi della vita nella società libera. Che i detenuti devono essere autorizzati a comunicare il più frequentemente possibile con la famiglia, con terze persone, con rappresentanti di organismi esterni e a ricevere visite da dette persone.

Che le modalità delle visite devono permettere ai detenuti di mantenere e sviluppare relazioni il più possibile normali.

In questo senso si dovrebbero giustificare le nuove misure di sicurezza previste nell’ineffabile piano pandemico adottato dalla casa di reclusione di Oristano.

Sotto il regime di Covid si è costretti ad accettare condizioni di vita inimmaginabili fino a qualche mese prima. Per alcuni le nuove norme sono comprensibili e adeguate ad affrontare il pericolo virale, per altri rappresentano un’insopportabile forma di controllo sociale.

Da non dimenticare i soliti saggi che ci ricordano come la gisuta misura è sempre la via di mezzo.

Non si tratta di disquisire su ragioni tanto dibattute e suppostamente ponderate. Ci prendiamo però il diritto di dire che una comunità che si aggrappa all’assoluta assenza di rischio, rinunciando al libero arbitrio, è senz’altro decadente.

Il virus fa furore nei media globali, ma non si parla d’altro che di ovvi effetti, di origini più o meno fittizie, spesso fantasiose. Sorprende invece l’assenza di dibattito sulle cause reali della pandemia, che porterebbero inevitabilmente a rivedere il sistema di produzione capitalistico che ha raggiunto l’apice dell’oscenità. In ogni caso opportuno o non, se ci sono misure di sicurezza legiferate, queste non possono essere interpretate in forma discriminatoria.

Devono pertanto valere nella stessa misura tanto per il libero cittadino quanto per i reclusi.

E’ dettato costituzionalmente, non può essere ignorato nemmeno da quei giustizialisti che dell’ignoranza ne fanno una dottrina, salvo poi ravvedersi quando dietro le sbarre ci capitano loro stessi o un parente.

C’è stato il periodo in cui la segregazione (lockdown) ha drasticamente limitato la libertà di movimento dei cittadini con i disagi che conosciamo. Nello stesso tempo i detenuti sono stati privati dei colloqui con i familiari, avvocati, magistrati, e qualsiasi altra istanza esterna. Perfino il servizio sanitario fu ridotto ai minimi termini. Mentre fuori si adottavano alcune misure per contrastare il virus, in carcere erano proibiti guati e mascherine, inesistenti, test o tamponi.

Prima di concedere telefonate e videochiamate di mezzora alla settimana, ci furono varie ribellioni, dove ben tredici detenuti persero la vita. Se fosse successo fuori si sarebbe detta strage, ma trattandosi di semplici detenuti non se ne è più parlato.

Poi fu la fase due e anche la tre e divenne impossibile impedire ai cittadini la libertà di movimento per ricongiungersi, tra l’altro, con le persone care. Sotto pressione per la manifesta cattiva gestione, l’amministrazione penitenziaria dovette prendere alcune misure. Ci fu una circolare dove si avvisava la popolazione detenuta, che le famiglie residenti nella regione avrebbero potuto visitare il parente recluso per un’ora alla settimana e un solo familiare alla volta. Una disposizione che non solo esclude in partenza tutti gli AS, giacché nel carcere di Oristano e nella maggior parte degli altri nell’isola il 70% dei reclusi sono continentali e il 100% di questi  sono in regime di alta sicurezza. Insomma, sembra una disposizione fatta apposta per scoraggiare i colloqui. Anche se in seguito questa disposizione fosse applicata alle famiglie non residenti, chi affronterebbe un costoso viaggio in aereo o in nave per fare un’ora scarsa di colloquio? Se inoltre è permesso l’ingresso a un solo familiare, vuole in concreto dire che è proibito ai detenuti riabbracciare i figli minori, giacchè non è pensabile che questi vengano da soli. Fin qui siamo nell’ordine kafkiano del regime.

E’ entrando nella sala colloqui che ci accorgiamo del salto d’epoca e di stile. Sgabelli divelti e ripiantati due a due, tracce di scasso che evocano scene di guerra,vedi campi minati, tavolini rotondi sovrapposti ad altri rettangolari, gettano l‘ambiente in una sorta di caos psico-geometrico. Ma il tocco di classe si deve senz’altro alla lastra di vetro di circa 60 cm per 80, conficcata nel mezzo di ogni tavolino squadrato.

A questo punto, e senza offendere la memoria del caro Tristan Tzara e complici, non si può non rilevare lo stile inconfondibile del dadaismo puro. Dada è  rifiuto della ragione e della logica, enfatizza la stravaganza, la derisione, l’umorismo insomma. Con le nuove sale colloqui, l’amministrazione penitenziaria ci ha voluto offrire questa composizione artistica per ricordarci quanto stravaganti e irrispettose sono le autorità nei confronti dei propri cittadini reclusi. Inoltre, da rigorosi dadaisti, non potevano assolutamente creare qualcosa di utile. Difatti, a che serve un vetro piantato su un tavolino in una stanza chiusa con altri tavolini e altrettanti vetri piantati su? Visto che  ci si muove tutti nello stesso spazio e si respira la stessa aria?

E’ così che poco a poco si scopre l’ineffabile piano pandemico e con esso si rivelano i talenti nascosti in via Arenula.

Devo concludere con un P.S. perché la notizia che segue mi è arrivata in questo momento. Alla richiesta di accesso agli atti per conoscere i motivi del mio isolamento e della classificazione AS2, il ministero della giustizia risponde quanto segue:

” La documentazione richiesta rientra fra quelle sottratte al diritto di accesso, ai sensi dell’art.3 D.M. 25/01/96 n.115…”

Traduzione: a Cesare Battisti non è dato sapere perché è mantenuto in isolamento e perché è classificato AS con retroattività di 40 anni.

Il sequestro perpetrato a Santa Cruz della Sierra il 12 gennaio 2019 continua in Sardegna sotto i riflettori della giustizia italiana.

Di Cesare Battisti da Carmilla

 

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Le comunità nere si sono ribellate spesso, dagli anni Sessanta fino a tutto il nuovo millennio, fino a ora. Ma questa volta è diverso, la sollevazione non è mai stata così generale, così duratura, così politicamente forte e propositiva.

 

Di Bruno Cartosio per Sbilanciamoci

 

Sbilanciamoci, 22 giugno 2020

Contingenze e persistenze. Tra le prime, la peggiore delle pandemie, in coincidenza con la peggiore amministrazione presidenziale delle ultime generazioni. Tra le seconde, mezzo secolo di economia politica poco meno che criminale e di dominio da parte di un piccolo ceto di plutocrati. Al fondo, una crisi sociale, in cui la continuità plurisecolare del razzismo contro gli afroamericani ha fatto corto circuito con i processi pluridecennali della sottrazione di reddito, servizi, dignità a danno degli strati medio-bassi e poveri della popolazione. I fatti delle cronache di queste ultime settimane negli Stati Uniti sono stati ambivalenti: terribili per i reiterati omicidi polizieschi di cittadini afroamericani e straordinari per l’immediatezza della risposta nera e le grandi manifestazioni di solidarietà interrazziale, intergenerazionale, intersezionale (e internazionale) che l’hanno accompagnata finora. Il movimento afroamericano è diventato una sollevazione generale contro il razzismo, l’ingiustizia sociale, Trump. Sottraiamo dunque la cronaca dalle considerazioni che seguono per cercare di fornire qualche elemento che ne spieghi le radici e le ragioni. 

Supponiamo di prendere l’ormai famoso, apodittico giudizio espresso una decina d’anni fa dal finanziere Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi del mondo: la mia classe ha fatto la lotta di classe e l’ha vinta. Le pezze d’appoggio sono tutte implicite. Nella lingua del vincitore sono date per acquisite, note, tanto evidenti da rendere indiscutibile quel giudizio. Anche gli sconfitti potrebbero essere altrettanto sintetici. Le prove materiali della sconfitta operaia al termine di un secolo di lotta di classe sono altrettanto note, sono le stesse. Sono sotto gli occhi di tutti, stanno nella distruzione delle grandi città industriali cresciute con la seconda rivoluzione industriale, nella disgregazione delle comunità di lavoratori che le hanno abitate e rese grandi, nell’approfondimento drammatico delle disuguaglianze sociali. 

Ancora per un attimo: in un immaginario confronto a due, il Lavoratore e il Capitalista arriverebbero a conclusioni politiche diametralmente opposte: dispongono e usano ognuno dei due gli stessi dati statistici/quantitativi, economici e sociali, ma mentre all’uno va bene avere vinto la guerra di classe, all’altro va male averla persa. Non è un esempio campato per aria. Le ricerche storiche ed economico-politiche di Kevin Phillips sono servite sia allo stesso storico per mostrare da dove viene il male delle grandi e crescenti disuguaglianze sociali, sia agli analisti di Citigroup per mostrare ai loro clienti privilegiati quali siano le dinamiche da cui proviene il bene del loro arricchimento sfrenato. 

Non è solo una questione di cifre, come piace agli economisti-economisti. Capitalismo e democrazia. Il passaggio dal “capitalismo sociale” del lungo secondo dopoguerra al “capitalismo neoliberista” degli ultimi cinquant’anni è stato una svolta decisiva nell’economia politica statunitense e poi mondiale. Il liberal Colin Crouch ha scritto di post-democrazia; Wolfgang Streeck parla invece di “de-democratizzazione del capitalismo”. Le diversità tra vincere e perdere hanno a che fare con il grado di comando del grande capitale, con il grado di giustizia sociale e di risposte ai bisogni delle persone. Queste ultime dipendono in gran parte dal funzionamento dei sistemi amministrativo ed economico-politico e dalle culture dominanti, formali e informali. 

Trent’anni fa lo stesso Phillips scriveva, argomentando, che la democrazia negli Stati Uniti era diventata plutocrazia. Non erano molti, allora, gli studiosi che mettevano in evidenza quella trasformazione. Prima di lui, il pericolo incombente era già stata segnalato in linea di principio da un giurista come Louis Brandeis: “Possiamo avere la democrazia, o possiamo avere la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, ma non possiamo avere entrambe”. Dagli scorsi anni Novanta in poi formulazioni secche sono venute anche da altri liberal, politologi come Robert Dahl (“Un’economia capitalistica di mercato limita seriamente l’uguaglianza politica: cittadini che sono disuguali economicamente è improbabile che siano uguali politicamente”, 1998) e da economisti come Joseph Stiglitz (“La disuguaglianza economica determina una disuguaglianza politica”, 2017). E’ con questo discrimine che abbiamo a che fare.

La tesi dell’evoluzione plutocratica trova conferma nell’analisi della struttura oligopolistica del potere economico-finanziario e nel controllo oligopolistico dell’informazione-intrattenimento. La giustificano anche la prolungata passività politica dei comuni cittadini e la “lontananza” da loro della politica istituzionale. (Alla fase attuale, che invece è un’esplosione di partecipazione democratica, arriviamo tra poco.) Tanti cittadini rinunciano alla partecipazione politica perché privilegi e corruzione truccano la partita, scrive Robert Reich. “Ma se rinunci alla politica”, aggiunge, “rinunci alla democrazia, e se rinunci alla democrazia è come se dicessi ai potentati del denaro…’prendetevi tutto’…A quel punto è finita. Siamo una plutocrazia al 100 per cento”. Reich e mille altri sanno bene che l’allontanamento delle persone dalla politica e dal voto è stato ed è un obiettivo perseguito dai ceti dominanti. Altrimenti come mai nelle elezioni comunali voterebbe un’infima minoranza, in quelle congressuali meno del 40 per cento e nelle presidenziali meno del 60 per cento (le percentuali un po’ più alte del solito nelle presidenziali del 2016 e nelle congressuali del 2018 sono state eccezioni). 

E se si considera che chi vota di più sono i benestanti e ricchi, si capisce sia perché il Congresso non legiferi a favore delle classi subalterne (dalla tassazione alla difesa del lavoro, al welfare…), sia perché gli stessi “rappresentanti del popolo” appartengano alla stessa classe di chi li vota (sesso maschile e razza bianca inclusi). Se non fosse così, come potrebbe un candidato al Congresso spendere milioni (suoi e della sua cerchia di finanziatori) per la propria campagna elettorale, e come mai la maggioranza di Rappresentanti e Senatori è costituita di milionari? E vorrà dire qualcosa se i lobbisti attivi a Washington per conto del grande capitale sono oggi quasi 10.000 (18 di loro per ogni membro del Congresso) e nel loro insieme spendono circa 3 miliardi di dollari all’anno per “influenzare” i comportamenti degli eletti dal popolo.

Nei trent’anni tra il 1977 e il 2007 l’1 per cento più ricco della popolazione, da solo, si è preso quasi il 60 per cento della crescita del reddito nazionale e il 10 per cento di vertice se la è presa quasi del tutto, lasciandone lo 0,5 per cento al restante 90 per cento della popolazione. La Grande recessione iniziò a cavallo tra 2007 e 2008 e durò – negli Stati Uniti – per un paio d’anni. Nel 2011, Michael Cembalest, della J.P. Morgan, scriveva in un rapporto riservato ai propri investitori: “I margini di profitto hanno raggiunto livelli che non si vedevano da decenni… Sono le riduzioni dei salari e delle prestazioni sociali che spiegano la maggior parte dell’incremento degli utili”. E aggiungeva che la tendenza alla riduzione era in atto da tempo, “la retribuzione dei lavoratori americani si colloca al punto più basso da cinquant’anni a questa parte”. Grazie, dal loro punto di vista, alla deindustrializzazione, alla distruzione dei sindacali e alla precarizzazione del lavoro. Più vicino a noi: secondo l’Ufficio di statistiche del lavoro, la quota di reddito nazionale spettante ai lavoratori statunitensi è passata dal 63,3 per cento nel 2000 al 56,7 per cento nel 2016. Detta nel linguaggio giornalistico di Thomas Edsall, del New York Times, “La parte di torta che spetta al lavoro sono sempre le briciole”. Era il giugno del 2018; è inutile dire che oggi le briciole sono diminuite ancora. 

La pandemia ha indotto un rallentamento generale dell’economia e la caduta dei consumi. Le chiusure di tante attività produttive “non necessarie” hanno avuto una ricaduta immediata e drammatica sull’occupazione. Secondo l’Ufficio del censimento tra la metà di marzo e la fine di maggio, il 47 per cento degli adulti maggiorenni – 118.530.000 su 249.171.000 – ha perso il reddito da lavoro. E tutte le fonti, inclusa la Fed, hanno confermato che le percentuali di disoccupazione e sottooccupazione degli afroamericani (delle donne più degli uomini), seguiti dagli ispanici, hanno subito un’impennata ulteriore negli ultimi mesi. Già prima i neri avevano tassi di occupazione più bassi (di 4-5 punti) e di povertà doppi rispetto a quelli dei bianchi (20,8 contro 8,1). Le cronache hanno anche evidenziato che gli afroamericani, anche in questo seguiti dagli ispanici, hanno subito contagi e decessi da Covid-19 in percentuali sproporzionatamente alte rispetto alla loro presenza (pari al 13 per cento) nel complesso della società.

Non è difficile figurarsi che cosa intendessero i ricercatori del Censimento quando scrivevano che gli americani “si sentono ansiosi o nervosi” per metà del loro tempo. I neri più di tutti. Ed è stato su un simile stato di cose che è caduto l’assassinio di George Floyd il 25 maggio a Minneapolis. Erano già successi gli altri omicidi di Ahmaud Arbery il 23 febbraio, in strada, per il puro odio razziale di un ex poliziotto, e di Breonna Taylor il 13 marzo, massacrata da poliziotti che avevano fatto irruzione in casa sua sparandole nel suo letto. Avevano entrambi suscitato un’ondata di indignazione, ma erano le fasi iniziali della pandemia; una minaccia ancora più grave, capillare e incomprensibile stava investendo la comunità nera. 

Quando sono stati ammazzati George Floyd, Manuel Ellis (ucciso in marzo a Tacoma, ma di cui si è saputo solo ai primi di giugno) e infine Michael Thomas l’11 giugno ad Atlanta, le esasperazioni combinate della pandemia, della mancanza di lavoro e dell’estrema violenza poliziesca sono esplose. Gli episodi di brutalità delle polizie locali sono ricorrenti: sono un migliaio ogni anno e le vittime afroamericane sono 31 per milione, contro i 13 per milione dei bianchi. Le comunità nere si sono ribellate spesso, dagli anni Sessanta fino a tutto il nuovo millennio, fino a ora. Ma questa volta è diverso, la sollevazione non è mai stata così generale, così duratura, così politicamente forte e propositiva. Thomas Jefferson disse che una “piccola insurrezione” è necessaria, di tanto in tanto, per prevenire “la degenerazione del governo” e accendere “l’attenzione per la cosa pubblica”. La degenerazione di questo governo non è più prevenibile, ma l’attenzione alla necessità urgente di cambiare il “sistema” è stata sollevata. Si vedrà quanto piccola o grande sarà l’insurrezione.

 

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La destra alternativa statunitense, l’Alt Right, nasce e si diffonde nel web per poi diventare preziosa alleata del trumpismo.

Dietro ad un tipo di comunicazione agile e ironica – memetica – vengono nascosti il suprematismo bianco, il fascismo, il sessismo dietro immagini e riferimenti ironici. Smascherare questo tipo di comunicazione, togliendole il velo dell’ironia e rivelando i contenuti che vengono diffusi, aiuta a capire il terreno dove le idee della destra fascista americana si diffondono, soprattutto tra i più giovani. Quel tipo di comunicazione ha attraversato l’oceano ed è arrivata in Italia. Nelle piazze italiane si sono viste, negli ultimi anni, bandiere del Kekistan e riferimenti diretti all’Alt Right americana. Non ultima, la provocazione avvenuta durante la manifestazione Black Lives Matter e ricacciata al mittente. Anche il web, quindi, può diventare terreno di scontro dove provare a sottrarre spazio a contenuti fascisti mascherati dall’ironia. Ne abbiamo parlato insieme ad Alessandro Lolli.

Ascolta la diretta:

 

Da Radio Blackout

 

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Ieri sera ha avuto luogo l'assemblea popolare No Tav a Bussoleno. Un'assemblea molto partecipata e composita che ha provato a fare il punto della situazione e ad immaginare le prospettive a breve e a lungo termine della lotta. Nel pomeriggio di ieri, invece, a Rosta i No Tav hanno contestato le truppe di occupazione che alloggiano all' Hotel Des Alpes, rivendicando la necessità di investire maggiormente nella sanità piuttosto che nelle grandi opere inutili e nella militarizzazione del territorio.

In tarda serata si è conclusa l’assemblea popolare che ha visto moltissimi No Tav incontrarsi per fare un punto della situazione e pianificare le prossime iniziative.

Molto spazio è stato dato al racconto delle esperienze dal presidio permanente dei Mulini che continua ad essere assediato da parte delle forze dell’ordine,  ma nonostante ciò vede tante persone portare viveri e proporsi per i cambi. Tale esperienza, che vede protagonisti molti giovanissimi, è un qualcosa da sostenere fortemente!

Non sono mancate le considerazioni rispetto al periodo appena concluso della pandemia, il lockdown, per essere più precisi a quelle che dovrebbero essere le priorità in un paese dove il sistema ha mostrato a tutti le sua insufficienza.

Altre considerazione hanno approfondito le prospettive di lotta, a breve e più a lungo periodo, e nonostante oggi appaia sempre più probabile uno stop della tanto sbandierata “ripresa dei lavori” (ciò che conta era avere i titoli dei giornali e quelli li hanno avuti), l’assemblea ha convenuto sulla necessità  di contrastare la militarizzazione della valle, creare disturbo ai lavori e continuare a denunciare l’inutilità e la pericolosità dell’opera in tutti i luoghi immaginabili, istituzionali e non.

Delle tantissime iniziative di cui vi daremo notizia compiuta sui canali comunicativi del movimento nelle prossime ore, soprattutto rispetto a quella che si preannuncia un’intensa estate di mobilitazione, riportiamo qui ora gli appuntamenti di questo fine settimana:

sabato 27 giugno:

ore 17,30 appuntamento Piazza del Sole Susa

ore 19 Giaglione, giardinetti

domenica 28 giugno:

ore 11 centrale elettrica Chiomonte performance “Un violador en tu camino”!

ore 16 San Didero (luogo da comunicare)

Da notav.info

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