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Articoli filtrati per data: Friday, 26 Giugno 2020

Per provare a tracciare un'analisi di quanto è avvenuto/sta avvenendo negli Usa abbiamo fatto una chiacchierata con Felice Mometti, ricercatore indipendente e attento osservatore delle vicende statunitensi. Abbiamo provato a toccare i temi più pregnanti delle rivolte, dal ruolo della polizia nel difendere il razzismo sistemico all'esplosione del protagonismo femminile nei riots. Buona lettura.

Alla base di questi momenti di rivolta molto duri che ci sono da un mese negli Stati Uniti sicuramente c’è la rabbia per il brutale assassinio di George Floyd, ma l’impressione che si ha dall’esterno è che questa volta sia in qualche modo diverso, molti parlano anche di moti di scontento e di rabbia sociale legati a una crisi economica che si sta riversando soprattutto sulle classi sociali più basse, che sono composte in gran parte da afroamericani e latinoamericani. Cosa c’è davvero nella pancia di queste rivolte?

 

Innanzitutto bisogna dire che il movimento sociale che si è sviluppato negli Stati Uniti, da un mese a questa parte, ha dei tratti diversi rispetto ai movimenti che abbiamo visto ad esempio a Ferguson nel 2014 o a Baltimora nel 2015. Anche in quelle due città i movimenti erano nati sull’onda di una rivolta per degli omicidi di afroamericani commessi da agenti di polizia. In questo caso è un movimento che nasce dopo un paio mesi di parziale lockdown dove la pandemia ha letteralmente falciato la popolazione afroamericana e latina. La diffusione del contagio, i tassi di mortalità in queste comunità sono molto più elevati in confronto alla popolazione bianca. Guardando, ad esempio, la mappa di New York si rimane impressionati da quelle che sono le zone più colpite. Si tratta di quartieri a basso reddito, densamente popolati soprattutto da comunità afroamericane e latine. Al contrario della parte centro-meridionale di Manhattan, che è la zona più ricca e bianca di New York, dove il contagio e il tasso di mortalità sono decisamente inferiori. A questo si aggiunga un sistema sanitario, essenzialmente privato, che discrimina l’accesso al pronto soccorso e le degenze in base al reddito e al tipo di assicurazione sanitaria pagata. A partire dagli ultimi mesi dello scorso anno si potevano già intravedere alcuni segnali di crisi del sistema economico. La pandemia li ha amplificati e accelerati tanto da arrivare a più di 40 milioni di domande per il sussidio di disoccupazione. Tuttavia, presi di per sé, tutti questi fattori non sarebbero stati sufficienti a far esplodere l’insorgenza che stiamo vedendo. Tra l’inizio di marzo e la metà di maggio negli Stati Uniti ci sono stati 220 scioperi a gatto selvaggio – per la sicurezza e migliori condizioni sui posti di lavoro, contro i licenziamenti - organizzati, in gran parte, al di fuori dei sindacati. Scioperi che hanno riguardato settori industriali, agroalimentari, dei servizi e della grande distribuzione, con un picco significativo il Primo maggio. In cui due coalizioni, su base interstatale, di lavoratori autorganizzati hanno promosso e attuato un’astensione dal lavoro di un’ampiezza che non si vedeva dallo sciopero generale proclamato dal movimento Occupy il Primo maggio del 2012. Dalla fine di marzo in poi, in alcune grandi metropoli come New York, Chicago, Los Angeles, sono stati organizzati degli scioperi degli affitti che hanno coinvolto settori non trascurabili di inquilini a basso reddito. Senza dimenticare che le mobilitazioni sono state favorite anche dalle esperienze di mutualismo conflittuale che sono nate e si sono affermate nei primi mesi della pandemia.

Si sta andando oltre a una rabbia per le violenze razziste da parte delle forze dell’ordine? Secondo te ci sarà la capacità di andare ad organizzare poi politicamente questi momenti di rabbia e tensione sociale?

La drammaticità e la brutalità dell’omicidio di George Floyd ha riportato in primo piano il razzismo istituzionale della polizia. Un omicidio che penso si possa dire sia stato l’elemento catalizzatore di tutti i motivi prima detti. Pandemia, crisi, scioperi, razzismo istituzionale, esperienze di mutualismo si sono ricombinati, in modo forse inevitabile ma sicuramente imprevisto, nell’azione collettiva della protesta e del conflitto. Questo ha fatto sì che il movimento diventasse il luogo d’incontro di giovani afroamericani, giovani bianchi, giovani latini con un grande protagonismo delle giovani donne afroamericane. Tutti questi soggetti insieme, con modalità ed espressioni in parte diverse, hanno messo in campo forme di riappropriazione dello spazio urbano, della socialità, delle merci e un’intensità del conflitto che hanno riportato al centro il razzismo istituzionale come elemento costitutivo della società. Un movimento sociale che nel suo dispiegarsi ha anche rallentato le catene globali del valore. In altri termini si è prodotto un grande processo di soggettivazione che si differenzia rispetto ai movimenti e alle rivolte precedenti. Si sono risignificati immaginari e simboli, come quello di Black Lives Matter, andando oltre le forme e i contenuti originari. E’ a questo livello che si pone la questione della durata e dell’organizzazione del movimento.

Tenendo in considerazione che a novembre si ritornerà a votare e che gli effetti del lockdown sull’economia rischiano di assumere contorni catastrofici, la posizione di Donald Trump è già compromessa? Oppure la partita per le presidenziali è ancora del tutto aperta?

Si potrebbe rispondere con una battuta piuttosto diffusa, che però contiene un elemento di verità: Trump non può vincere le prossime elezioni, le possono perdere solo i Democratici. Trump è oggettivamente in difficoltà, probabilmente la maggiore dall’agosto 2017 quando ruppe con il teorico dell’estrema destra Steve Bannon. Trump agisce giorno per giorno per fare in modo che i suoi tweet siano sistematicamente al centro del dibattito mediatico, così da condizionare il discorso pubblico. Tutti sanno che la prossima presidenza degli Stati Uniti, per il tipo di sistema elettorale, si giocherà sul risultato di quattro o cinque stati, quelli che sono definiti “swing state” poiché oscillano tra Repubblicani e Democratici. Trump sta ovviamente cercando di consolidare la propria base elettorale attraverso il continuo sostegno alle forze dell’ordine, la banalizzazione della pandemia e l’accentuazione dei tratti populisti. Un ulteriore elemento di crisi della presidenza Trump riguarda la contrapposizione e i rapporti logorati con settori consistenti degli apparati dello Stato. Un presidente degli Stati Uniti che è in rotta di collisione con l’FBI, una parte della CIA e ultimamente anche con settori importanti del Pentagono non si trova certo in una posizione di vantaggio. Ma d’altro canto a Trump, per avere la possibilità di essere rieletto, non resta che alimentare costantemente la tensione politica e istituzionale. I Democratici, forti dei sondaggi, stanno cercando di recuperare terreno usando anche alcuni settori del movimento legati soprattutto alle Ong. Ma il candidato dei Democratici, Joe Biden, non è particolarmente popolare e nemmeno incisivo. La sua idea si può riassumere in questo modo: Trump è stato una parentesi, bisogna tornare al periodo migliore della presidenza Obama ristabilendo il “corretto” funzionamento delle istituzioni e degli apparati dello Stato. Come si vede non rappresenta una grande alternativa a Trump. La vera forza, se così si può dire, di Biden è l’anti-trumpismo diffuso che ripete come un mantra “chiunque ma non Trump”. Alcune sue dichiarazioni riferite al movimento in atto sono state piuttosto inquietanti. Una su tutte ha fatto infuriare settori del movimento in varie città. A un tweet di Trump che sollecitava la polizia e la Guardia Nazionale a sparare sui manifestanti in quanto terroristi ha risposto con una dichiarazione dicendo: “sparare alla testa proprio no, ma si può sparare alle gambe”. Tutto questo per dire che la palla è in mano ai democratici e come affronteranno il prossimo periodo risulterà decisivo per l’eventuale sconfitta di Trump. Quel che si vede, a 5 mesi dalle elezioni del Presidente, dell’intera Camera dei Rappresentanti e di un terzo del Senato, è un partito Democratico sempre espressione di un establishment che mette insieme figure istituzionali, apparati dello Stato, consigli di amministrazione di grandi multinazionali e società finanziarie, sindacati e grandi Ong.

Hai detto che Trump per cercare di consolidare la sua base elettorale continua a lanciarsi in commenti anche molto estremi, come ad esempio il sostegno incondizionato all’operato delle forze dell’ordine, dal lato dei democratici invece vediamo un tentativo di porsi in opposizione alle violenze poliziesche e farsi punto di riferimento. In un tuo articolo sostieni che, nonostante il Consiglio comunale di Minneapolis sia composto da 12 democratici di cui due transgender afroamericani e un Verde, comunque quell’istituzione non avrebbe avuto intenzione di smantellare le forze di polizia. Abbiamo letto che la città di Minneapolis ha deciso di smantellare i distretti di polizia e che il New York Police Department ha tagliato di sei miliardi i fondi. Cosa si può leggere all’interno di queste decisioni politiche che sono state prese?

Penso che bisogna distinguere gli annunci dalle reali scelte politiche. A un paio di settimane dalle promesse dei sindaci di New York, Los Angeles, Washington di ridurre i finanziamenti ai Dipartimenti di polizia ci sono già i primi distinguo e le prime cautele. La polizia è la “macchina” istituzionale che mette in pratica il “monopolio della violenza legittima” per disciplinare i comportamenti sociali ed esercitare il controllo del territorio. Ridurre drasticamente i finanziamenti o smantellare i Dipartimenti di polizia significa rimettere in discussione l’intero sistema politico, istituzionale e rappresentativo. Se guardiamo allo stesso Consiglio Comunale di Minneapolis vediamo che non ha assunto la decisione di smantellare il locale Dipartimento di polizia. La risoluzione adottata, dopo aver riconosciuto la “buona fede” e il ruolo positivo che ha svolto e svolge l’attuale capo della polizia, prevede la costituzione di un gruppo di lavoro che ha tempo un anno per produrre un dossier con delle raccomandazioni che dovrebbero servire per andare verso un sistema di sicurezza diverso. Non a caso nel titolo della risoluzione votata si parla di una dichiarazione di intenti per un nuovo modello di sicurezza della città. Il linguaggio è molto vago e di scelte politiche concrete non ce ne sono. Non siamo di fronte al primo caso di questo tipo, infatti ci sono dei precedenti che sono a loro modo storici. Nel 2012 a Camden, nel New Jersey, il dipartimento di una polizia particolarmente razzista fu realmente smantellato. Quella che è venuta dopo non è stata un’alternativa a quel dipartimento, ma una sorta di riorganizzazione per quanto riguarda la gestione dell’ordine pubblico che non ha cambiato le cose. Andando ancora più indietro nel tempo. Una ventina di anni fa fu sciolto il commissariato di Polizia di Compton, un zona di Los Angeles, ma i risultati furono gli stessi: non ci fu un cambiamento significativo. Da questo punto di vista si possono comprendere i motivi perché il movimento abbia incendiato il terzo distretto di polizia di Minneapolis.

Perché è difficile smantellare i dipartimenti di polizia e ridurre il loro budget ?

Per il tipo di funzione, di organizzazione, di relazioni politiche che hanno i dipartimenti di polizia negli Stati Uniti. Vi sono infatti strette relazioni con l’intero establishment politico istituzionale, sia Democratico che Repubblicano. Se si guarda al funzionamento dei dipartimenti di polizia, soprattutto delle grandi città, vediamo che c’è stata dal 1997 in poi, quando Bill Clinton varò il Programma 1033 in cui si stabilisce che mezzi, armi, logistica, tecnologie dell’esercito possono essere trasferiti nei dipartimenti locali, una crescente militarizzazione gerarchica e operativa della polizia. Esistono infatti corsie preferenziali per le assunzioni degli agenti dedicate agli ex militari in Iraq e Afghanistan. I sindacati di polizia si reggono su una sorta di spirito di corpo simile a un clan e fanno sistematicamente ricorso all’immunità qualificata dei loro iscritti, una sorta di immunità di cui usufruiscono gli agenti di polizia qualunque cosa facciano. Dal 2013 al 2019 la polizia negli Stati Uniti ha ucciso 7650 persone in grande maggiorana afroamericani e latini, gli agenti incriminati per queste uccisioni sono stati meno dell’1%. Questo significa che esiste un razzismo istituzionale che sta alla base del funzionamento della società in quanto tale. Ed è anche uno degli elementi costitutivi del sistema politico. Il quadro che si può dare del funzionamento della polizia negli Stati Uniti riflette una concezione dello spazio urbano come se fosse uno scenario di guerra a bassa intensità da affrontare con tattiche militari, software predittivi e profilazione razziale. Il partito Democratico ha presentato un disegno di legge alla Camera di rappresentanti per ridurre gli eccessi nell’uso della forza da parte della polizia. Aspetterei qualche mese per esprimere un’opinione su quello che sta accadendo in merito a tutte queste iniziative. Ho dei dubbi consistenti in riferimento anche a quello che è successo in passato soprattutto a Ferguson. Quando un mese dopo la rivolta il procuratore generale Eric Holder promosse una grande inchiesta sul funzionamento di quel dipartimento. I primi risultati andavano alla radice dei problemi: fecero scandalo negli Stati Uniti perché si vedeva chiaramente in che modo funzionava quel dipartimento, quali erano i reali comportamenti della polizia e quali gli intrecci con il sistema politico istituzionale Sei mesi dopo il Dipartimento di Giustizia fece un altro report che sconfessava quello precedente e la situazione a Ferguson, nella sostanza, non cambiò.

All’interno delle proteste stiamo vedendo un forte protagonismo di tantissime donne afroamericane che scendono in piazza e guidano questi momenti di rivolta. Questo è sicuramente legato da un lato al periodo storico di crisi dall'altro al fatto che i movimenti da anni sono animati da un protagonismo femminile altissimo. Sicuramente la pandemia da Covid-19 e il conseguente lockdown è andata a stressare tutta una serie di contraddizioni intrinseche alla società americana, ma non solo. Abbiamo visto anche in Italia che con le scuole e gli asili chiusi e con lo smart working, le donne si sono dovute sobbarcare tutta una serie di responsabilità e compiti. In una società sicuramente differente da quella italiana come quella statunitense, all’interno di quartieri con situazioni già complesse, tutto questo ha sicuramente assunto contorni ancora più pesanti e difficili. Abbiamo già detto che le settimane di lockdown hanno sicuramente inciso sull'esplodere di questi momenti di rivolta, quanto tutto questo incide su quest’esplosione di protagonismo femminile nelle strade statunitensi, quali altri fattori lo stanno alimentando?

Penso che ci siano più motivi. Sicuramente l’onda femminista che ha investito anche gli Stati Uniti in questi ultimi anni ha inciso mettendo al centro il ruolo e la condizione delle donne nella riproduzione sociale. Il protagonismo nei movimenti delle giovani donne soprattutto afroamericane è l’effetto di grande processo di soggettivazione da parte di queste perchè vivono contemporaneamente più contraddizioni che hanno un’indubbia specificità ma in grado di parlare socialmente in termini generali. Molte di loro hanno lavori precari che non hanno potuto sospendere durante il lockdown pena l’azzeramento anche dello scarso reddito. Ad esempio a New York lavorare durante il lockdown ha significato prendere la metropolitana ogni giorno, un luogo in cui il pericolo di contagio è altissimo. Molte sono andate al lavoro senza dispositivi di protezione individuale. Vivono e svolgono il lavoro domestico in appartamenti molto piccoli in cui non è possibile distanziarsi. Tutti questi elementi messi assieme hanno sicuramente contribuito al protagonismo e alla presa di parola. Tuttavia vi è però un altro aspetto che dà la cifra di questo processo di soggettivazione femminista. Facendo riferimento ad Angela Davis quando parla dell’intersezionalità di genere, classe e razza che si produce solamente all’interno delle lotte, le giovani donne afroamericane sono l’esempio di questo processo. Un’intersezionalità sociale, che guarda a una nuova composizione di classe, diversa da quella astratta proposta nelle varie accademie. Diventando quindi protagoniste, in questo movimento, insieme a giovani afroamericani latini e bianchi, non lottano per solidarietà o per condividere l’indignazione, ma protestano e si rivoltano per la loro condizione sociale e di genere. Gli elementi in comune, tra questi soggetti, preoccupano non poco l’establishment sia Democratico che Repubblicano. Cosi come l’esperienza della zona autonoma autogestita Chaz/Chop di Seattle di cui si teme la diffusione in altre città. Nelle ultime due settimane si è accentuato l’intervento da parte di una task force democratica composta da Obama, i governatori dello Stato di New York e della California, le sindache afroamericane di Chicago, Washington e Atlanta, il reverendo Al Sharpton, leader del National Action Network, una delle grandi organizzazioni per i diritti civili degli afroamericani. Questa task force sta tentando un recupero del movimento che consiste nell’annunciare una serie di misure e leggi “cosmetiche” e di far passare l’idea che fondamentalmente gli episodi razzisti della polizia sono dovuti a delle mele marce interne oppure a dei dipartimenti particolarmente compromessi. In sostanza vogliono evitare la saldatura tra la questione sociale, la questione razziale e quella di genere. Rispondere in modo politico a questo tipo di iniziativa è il terreno della sfida che ha davanti il movimento. Sono convinto che, in ultima analisi, questo sia movimento di classe, se per classe intendiamo un concetto politico e non meramente sociologico o nostalgico. I prossimi giorni, le prossime settimane saranno decisivi per quanto riguarda lo sviluppo del movimento che fino ad ora ha avuto un andamento tumultuoso. E’ un movimento che si è sviluppato in modo orizzontale, fatto in gran parte da collettivi, associazioni e gruppi di affinità. Che ha fatto un efficace uso sia dei social network che delle relazioni sociali. Che nell’azione nello spazio urbano mette insieme produzione e riproduzione sociale. Guardare all’esplosione di questa grande rabbia, alla grande voglia di protagonismo sociale, alla consapevolezza dell’incompatibilità dei propri comportamenti delle proprie aspirazioni con un modo di produzione sociale e con un sistema politico, con gli occhi di una nuova composizione di classe potrebbe essere il modo per anticipare il futuro.

 

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Tutti i virus respiratori ritornano in autunno da quando esiste l’uomo e al momento non c’è ragione di pensare che il coronavirus si comporti diversamente dagli altri virus respiratori. Tecnicamente una pandemia si definisce terminata da 40 giorni consecutivi a zero casi nel mondo. Siccome in questa settimana si continua ad avere il record di singoli casi in un giorno è facile intuire che siamo ben lontani dal raggiungere questo obiettivo.

A trainare la crescita e la diffusione del virus Usa, Brasile, Russia, India e Gran Bretagna , paesi a guida sovranista e fin da subito negazionisti dell’epidemia. Questi paesi si contendono al momento le prime cinque piazze e da soli fanno la meta’ dei casi, vale a dire 5 milioni , e la meta’ dei decessi , vale a dire 250.000. L’Unione europea da parte sua si sta preparando a riaprire le frontiere al mondo esterno a partire dal 1° luglio, ma forse non a tutti i Paesi. Bruxelles potrebbe lasciare i confini chiusi alle persone in arrivo da Stati Uniti, Russia e Brasile, i tre Paesi con il più alto numero di contagiati e che finora non sono riusciti a fermare la diffusione del coronavirus.

In particolare in Brasile il virus sta avendo una grande diffusione. Il Brasile “primeggia” sotto due aspetti importanti: il numero di morti quotidiani e il numero di morti settimanali nelle ultime due settimane. Il dato che ha fatto notizia è stato soprattutto il superamento della soglia di 50mila decessi. Il Brasile è il secondo Paese al mondo che la supera, dopo gli Stati Uniti.

La maggior parte degli esperti concorda sul fatto che la responsabilità della situazione vada attribuita alla politica del presidente Jair Bolsonaro, che dall’inizio della crisi non ha mai smesso di sminuire la pericolosità del virus, di criticare le misure di sicurezza e di ostacolare chiunque provasse a proporre regole e restrizioni che potessero danneggiare l’economia del paese. Il primo caso di coronavirus in Brasile risale al 26 febbraio: era un uomo tornato a San Paolo dopo un viaggio in Italia e fu trattato come un caso isolato. In quei giorni il presidente Bolsonaro parlò della COVID-19 come di «una piccola influenza» e disse pubblicamente che i brasiliani erano già immuni al coronavirus. Ripeté le stesse cose in una conferenza stampa il 26 marzo, un mese dopo, quando nel paese erano stati accertati almeno 3mila casi e 77 persone erano già morte. In quell’occasione disse: «I brasiliani dovrebbero essere studiati, non si ammalano mai».

Il 16 aprile Bolsonaro aveva licenziato il ministro della Sanità e medico Luiz Henrique Mandetta per aver invitato i cittadini a rispettare le regole di distanziamento fisico e aver espresso sostegno alla proposta di alcuni governatori di chiudere scuole e attività commerciali. Il successore di Mandetta, Nelson Teich (anche lui medico), diede le dimissioni dopo meno di un mese perché in disaccordo con Bolsonaro, che insisteva per autorizzare l’uso di clorochina e idrossiclorochina per trattare i pazienti malati di COVID-19: una decisione molto controversa, visto che a oggi non ci sono prove scientifiche convincenti sulla sua utilità. Dopo Teich, Bolsonaro chiamò Eduardo Pazuello, un generale dell’esercito senza alcuna esperienza in campo sanitario, che sostituì i principali funzionari del ministero con altri ufficiali militari e autorizzò l’uso di clorochina e idrossiclorochina sui pazienti malati di COVID-19.

La settimana scorsa, mentre l’OMS decideva di interrompere nuovamente i test sull’idrossiclorochina e la Food and Drug Administration statunitense vietava l’uso del farmaco sui pazienti affetti da COVID-19, il ministero della Sanità brasiliano ne ha esteso le indicazioni anche ai bambini e alle donne in gravidanza. Bolsonaro ha investito un’enorme somma di denaro in un’azione di cui non si conosce l’efficacia a discapito del potenziamento di test e attività di tracciamento». Quando il 5 giugno il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus ha richiamato l’attenzione dei governi sul tema delle mascherine, chiedendo di incoraggiare i cittadini a usarle laddove le misure di distanziamento fisico siano difficili da rispettare, Bolsonaro ha minacciato di ritirare il Brasile dall’OMS, come aveva fatto anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump una settimana prima.

Nelle città più grandi la situazione negli ospedali è disastrosa: mancano i posti in terapia intensiva e il personale ospedaliero è esposto quotidianamente al rischio di contrarre il virus e ammalarsi. In alcune zone del Brasile si teme che il coronavirus possa causare la scomparsa di piccoli gruppi indigeni. In tutta l’America Latina in generale la situazione sanitaria è vista con grande preoccupazione dall’OMS. Nella giornata di domenica si sono registrati 183mila nuovi casi in tutto il mondo e circa il 60 per cento erano in America Latina. Oltre al Brasile, la situazione è preoccupante anche in Cile, Argentina, Colombia, Panama, Bolivia e Guatemala.

Nadia Santos attivista della sinistra brasiliana che vive in Italia ha lavorato come mediatrice culturale per la lingua portoghese e spagnola negli ospedali di Brescia e Bergamo durante il periodo caldo dell’epidemia da covid-19 Ascolta o scarica

Comunicato Stampa – Comitato Italiano Lula Livre – Liberazione immediata

STOP BOLSONARO! FUORI BOLSONARO!
Il 28 giugno 2020 tutto il mondo si unisce alla nostra protesta in una manifestazione planetaria.
L’elezione di Jair Bolsonaro nel 2018 ha causato effetti devastanti in Brasile: con un programma economico inconsistente, ha basato la ripresa del Paese sulla vendita del patrimonio nazionale; la gestione ambientale negligente ha favorito l’aumento vertiginoso della deforestazione, della violenza contro i popoli indigeni e dello sfruttamento illegale del legname e delle ricchezze del sottosuolo; le questioni sociali sono state gestite in modo autoritario, con sistematici attacchi all’università, alla scienza, alla scuola e, non ultimo, con una gestione temeraria della pandemia del coronavirus che ha già causato più di 50 mila morti in Brasile.
Ma c’è di più: il governo Bolsonaro ha agevolato l’acquisto di armi ai privati, sostenendo una politica chiaramente contraria ai protocolli di azioni contro la violenza urbana. Chi guadagna con l’acquisto facile delle armi? Non certo la popolazione civile, da sempre povera e ancor più impoverita dalle “azioni di governo”. Di certo giovano ai gruppi paramilitari che terrorizzano la popolazione e che sono coinvolti in casi politici molto gravi, cominciando dall’omicidio di Marielle Franco.
Tutto ciò è sostenuto da un discorso supremazista, che ha svuotato le istituzioni create per promuovere le azioni affermative a favore degli afrobrasiliani. È continuato con azioni effettive per cancellare le misure di inclusione universitaria degli afrobrasiliani, indigeni e persone diversamente abili. È proseguito con un discorso di disprezzo nei confronti delle vittime del Covid-19. È stato segnato da battute sessiste e sprezzanti nei confronti della comunità LGBT+ che hanno permesso ai violenti di sentirsi autorizzati a perpetrare continuamente atti violenti e omicidi caratterizzati dall’odio di genere.
In poche parole, il governo Bolsonaro ha mostrato al mondo che il neoliberismo vale più delle vite umane. La svendita del Brasile vale più di ogni considerazione etica. Il lucro vale più della Carta dei Diritti dell’Uomo.
Per tutti questi motivi, noi, brasiliane e brasiliani all’estero, invitiamo l’italiani a unirsi contro la distruzione del Brasile. Per le oltre 50.000 famiglie che hanno perso i loro cari a causa della COVID-19, per la foresta amazzonica, per i popoli indigeni e afro-brasiliani, per i lavoratori disoccupati a causa della crisi economica, per le donne, per la comunità LGBT+, per i senza terra e i senzatetto, per gli studenti, per la cultura e per la natura, abbiamo bisogno di aiuto. Incoraggiamo tutti gli amici del Brasile a fare appello alle istituzioni e alle organizzazioni internazionali, così come ai singoli, con l’obiettivo di chiamare alla ragione le istituzioni brasiliane affinché agiscano costituzionalmente e coraggiosamente per impedire che si continui verso il baratro.
Per ragioni umanitarie gridiamo “BASTA“!
Fermate Bolsonaro! FUORI BOLSONARO!
Comitato Italiano Lula Livre
24 giugno 2020

Ato Mundial Stop Bolsonaro

Da Radio Onda d'Urto

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Continuiamo con la serie di traduzioni per comprendere meglio quello che sta capitando negli USA con il movimento sorto dopo la morte di George Floyd. Oggi vi proponiamo questo testo apparso su It's going down che offre una riflessione critica sulle dinamiche del movimento a New York e sottolinea alcune necessità e prospettive.

 Un report critico e un'analisi delle dinamiche sociali in atto nell'ambito della recente ribellione a New York City a seguito dell'omicidio della polizia di George Floyd. Discute della ribellione iniziale e di come sia stata cooptata e repressa sia dallo Stato che da elementi liberali.

Dall'inizio di marzo, New York è stata in paralisi in quarantena. Oltre 20 mila sono morti nella sola New York City, molti latini e neri della classe operaia, e centinaia di migliaia hanno perso i loro mezzi di sussistenza. Questa nuova realtà sconvolgente ha lasciato molti a chiedersi se la pandemia sarebbe stata il chiodo finale nella bara di una città in cui per decenni l'economia ha trionfato così brutalmente sulle persone.

Ma poi, in un attimo, abbiamo marciato tutti insieme all'aperto, ispirati dalle immagini dei primi giorni di rivolta a Minneapolis, con le sue folle senza paura che saccheggiano un Target e danno fuoco al 3 ° distretto. Alcuni di noi erano lavoratori essenziali, costretti a rischiare l'esposizione al virus per far quadrare i conti. Alcuni di noi hanno scelto di affrontare tali rischi per motivi di progetti di mutuo soccorso. Altri erano stati isolati per mesi. Tutti sapevano di rompere gli ordini di "shelter in place" per riunirsi in una folla che avrebbe potuto provocare un disastro per una città già la più colpita dall'epidemia. Il tempo ci dirà se mancava la nostra lungimiranza, ma con le infezioni in calo, sembrava che valesse la pena rischiare.

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La prima manifestazione di solidarietà, che si è svolta giovedì sera a Union Square, era contenuta con le stesse tecniche di polizia che erano state efficaci nel ridurre lo slancio delle dirompenti marce di Black Lives Matter nel 2015. Una manifestazione della notte successiva è stata chiamata davanti il Barclays Center di downtown Brooklyn. La polizia ha circondato la piazza, spruzzando spray al peperoncino sulla folla e facendo arresti apparentemente arbitrari. Le barricate furono costruite su un viale vicino e un'auto della polizia venne incendiata, mentre altri marciarono per ricongiungersi in un vicino Fort Green Park.

Da lì un giovane gruppo multirazziale di manifestanti ha tentato di prendere d'assalto l'88° distretto, seguito da ore di combattimenti in strada in cui la folla ha lanciato bottiglie e mattoni e danneggiato tutti i veicoli della polizia in vista, alla fine incendiando un furgone - atti di resistenza praticamente inauditi a New York. La polizia ha reagito con cariche con il manganello e spray al peperoncino, respingendo alla fine la folla dalle porte del distretto, ma non prima che il loro messaggio disperato risuonasse attraverso la città: stavano perdendo il controllo.

Il giorno successivo le marce di massa in ogni quartiere hanno generato immagini della loro violenta disperazione. In pieno giorno, e di fronte ai media, la polizia ha risposto al vandalismo in corso dei loro veicoli spruzzando spray al peperoncino, arrestando e spingendo i manifestanti. In almeno un incidente, i poliziotti hanno guidato un'auto contro dozzine di manifestanti per rompere un blocco stradale. Queste tattiche furono progettate per disperdere, dividere o almeno paralizzare la marcia, ma la gente reagì e continuò a marciare sul ponte di Manhattan verso lower Manhattan. Al calar della notte, la folla costruì barricate e si scontrò con la polizia mentre marciava su SOHO, il quartiere del centro fiancheggiato da negozi di lusso, saccheggiando marchi di abbigliamento street e bruciando veicoli della polizia lungo la strada. Come accadde in gran parte del paese quella notte, l'incantesimo del controllo della polizia era stato interrotto. Nessuna forza sembrava in grado di fermare le folle gioiose che si facevano strada nei negozi di lusso e distribuivano vestiti, scarpe, telefoni, gioielli, liquori e skateboard tra la marcia e i passanti.

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Domenica notte, la polizia ha tentato di bloccare una grande marcia a Brooklyn che voleva attraversare il Manhattan Bridge al crepuscolo, ma temendo l'ottica di uno scontro contro una folla ordinata, li hanno fatti passare. Una volta a Manhattan, si ripetevano tattiche simili a quelle della sera prima, solo che questa volta la città si era occupata di ripulire le strade da bidoni della spazzatura e altri potenziali oggetti da lanciare. Un segmento della folla è rimasto in contrapposizione a file di poliziotti antisommossa a Chinatown, mentre altri hanno marciato liberamente per Soho per Union Square per ore, prendendo e facendo ciò che gli piaceva, difendendosi a vicenda e cantando ad alta voce gli slogan: No Justice no Peace , Fuck the Police, Fuck 12, George Floyd, e NYPD Suck My Dick.

Fuori dallo Strand Bookstore, barricate fiammeggianti e raffiche di mattoni e bottiglie trattenevano un piccolo distaccamento di poliziotti in tenuta antisommossa mentre centinaia di persone danzavano in strada e condividevano bottiglie di whisky saccheggiate. Con la polizia sparpagliata in stallo, centinaia di giovani per lo più neri, organizzati in crews e vestiti di nero iniziarono tranquillamente a dirigersi verso il centro. Nel corso di quella notte, i negozi di lusso di Soho furono sistematicamente saccheggiati. Il ciclo di rivolta, dispersione e riconvocazione durò fino alle prime ore del mattino.

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Una domanda chiave che è emersa nel corso di queste notti era cosa fare del saccheggio da una prospettiva anticapitalista autonoma. Spesso seguiva schemi a noi familiari dalle descrizioni di Minneapolis o persino dai disordini di Watts nel 1965: tutto ciò che veniva preso era liberamente condiviso tra i presenti in un'atmosfera festosa, i saccheggiatori erano apparentemente intenzionati a rimettere in discussione il valore di un dato prodotto, e il mondo che sostiene quel valore. Al momento, sembravano interessati alla novità di ciò che stavano facendo tanto quanto a ottenere qualcosa per se stessi. Questi saccheggiatori sono emersi da un gruppo ibrido di "manifestanti pacifici" e rivoltosi che si sarebbero inginocchiati con la polizia un minuto e sarebbero scesi da un viale sfondando le finestre e accendendo la spazzatura il minuto dopo.

Domenica e lunedì è diventato chiaro che la polizia non stava affrontando seriamente i saccheggiatori, essendo stata respinta dalla "posta aerea" di gruppi disordinati e persino sparata o investita da veicoli che andavano e venivano a Manhattan per saccheggiare. Spesso organizzate in crews, queste centinaia o migliaia si estendevano da Soho all'Upper East Side, con gruppi emergenti anche nel Bronx e nel Queens, per ripulire metodicamente i negozi, portando via tutto il possibile, sia per loro stessi che per i loro amici o rivendita. Le immagini diffuse nei notiziari e sui social media dei saccheggiatori organizzati e la portata della distruzione che hanno lasciato sulla loro scia sembravano prestarsi all'idea che ci fossero "saccheggiatori professionisti" usando opportunisticamente le proteste come copertura.

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Sul terreno, questa distinzione sembrava molto meno chiara: alcuni dei saccheggi metodici erano sociali, fatti in folle abbastanza dense e mantenevano un'atmosfera festosa. Durante il fine settimana si potevano vedere scene di persone che lanciavano scatole di iPhone a chiunque passasse, distribuendo venti dollari da un registratore di cassa sfasciato, lasciando gioielli sul marciapiede o crews che si combattevano per erba, elettronica o abiti firmati. Mentre è allettante dividere i saccheggiatori in "politici" contro "opportunisti", senza un'intima conoscenza delle origini e delle dinamiche di queste crewa, non siamo in grado di trarre conclusioni valide.

Nonostante le chiare immagini comuni, entro martedì la distinzione tra "manifestanti" e "saccheggiatori" aveva preso piede nei media. Proprio come la narrativa di "comunità" vs "agitatori esterni" era riuscita a creare isteria cospirativa durante la ribellione nazionale, De Blasio e il NYPD hanno trasmesso una narrazione di ordinato contro disordinato, pacifico contro ribelle, buono contro cattivo, con una distinzione chiara come notte e giorno: il coprifuoco. La polizia sarebbe stata distante alla luce del giorno, la maggior parte delle loro forze a due isolati dalle marce. Di notte uscivano eccitati e facendo arresti arbitrari, con il procuratore distrettuale di Manhattan che prometteva di tenere indefinitamente sospetti rivoltosi in prigione. Pochi erano disposti a sostenere pubblicamente i "cattivi manifestanti" o ad attaccare gli attivisti professionisti che si affermavano dal nulla come "leader del movimento" per giustificare la violenza contro chiunque fosse disposto a continuare il momento di duro combattimento delle lotte di strada del fine settimana.

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Con un coprifuoco alle 20:00 e il raddoppio delle forze di polizia martedì notte, i manifestanti pacifici e gli aspiranti rivoltosi sono stati costretti a scontrarsi. Ora incapaci di conquistare il territorio da soli, crews ben mascherate di giovani neri potevano essere viste punteggiare i lati delle marce a Manhattan, aspettando il loro momento per continuare a saccheggiare. Mentre la notte andava avanti, si sarebbero staccati dalle marce più grandi insieme ai loro complici per una rivolta vagante su scala minore che spesso mirava nuovamente agli stessi negozi delle notti precedenti. Ma ogni notte si sono trovati più isolati.

Una azione militante annunciata nel South Bronx, incorniciata come la successiva in una sequenza di proteste "FTP" contro la polizia dell'MTA, è stata bloccata e quasi interamente arrestata nel momento in cui è iniziato il coprifuoco. Il NYPD non consentiva più alle marce di attraversare i ponti e strappando biciclette ai manifestanti ha creato un'aura di paura. Sebbene fosse ancora massiccio, popolare e disposto a rompere il coprifuoco, il peso del movimento si inclinò pesantemente verso i "buoni manifestanti", inondati dalla luce solare delle lodi del sindaco. Venerdì, una settimana dopo i primi scontri, i "cattivi manifestanti" hanno smesso in gran parte di uscire.

Le centinaia di giovani proletari neri e i loro complici che ogni notte brulicavano nella parte bassa di Manhattan o Midtown hanno fornito alla lotta la sua dinamica scintilla sulla colonna sonora di Pop Smoke. Non avevano interesse a formulare richieste oltre a "suck my dick". Invece di rimanere bloccati negli scontri con la polizia, il loro obiettivo è diventato quello di sfuggirgli attraverso i quartieri dello shopping che sono diventati i più alienati della vita a New York. Decenni di slogan di strada di sinistra come "diversity of tactics", "be water", "an injury to one is an injury to all" sono divenuti organicanici. Il costante ritorno al centro di Manhattan ha mostrato una certa deliberatezza strategica. Pochi erano disposti a difendere i negozi di lusso in quel buco nero dell'alienazione, e solo i politici si preoccupavano di mantenere le apparenze secondo cui Manhattan è una lussuosa comunità chiusa per un'élite bohomeniana borghese sempre più terrorizzata. Nonostante le speculazioni sul fatto che il NYPD abbia una sorta di pistola da ricatto puntata sulla schiena di de Blasio, questa è la vera ragione per cui tollera la loro brutalità: sono l'esercito che difende il mondo dei ricchi. Ma ora quel mondo sta morendo; da fattori sia oggettivi che soggettivi.

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Entro sabato 6 giugno, era chiaro che i disordini non sarebbero tornati. Tuttavia, New York ha mantenuto marce e manifestazioni di massa giornaliere distribuite nei cinque distretti in quasi tutti i quartieri, con quasi ogni tipo di attività (meditazione, marcia in bici, feste di strada). Il suono dei fuochi d'artificio poteva essere sentito in tutta la città ogni singola notte. In molti quartieri della classe operaia, ogni paio di isolati è possibile vedere un diverso display pirotecnico. Una recente indagine del New York Times ha confermato ciò che chiunque avrebbe potuto indovinare: i proletari della città stanno celebrando i disordini e sono sopravvissuti all'epidemia e mostrano consapevolmente la loro sfida.

Mentre l'energia è rimasta alta, sembra anche mancare una direzione. I bordi più acuti del movimento sono stati attenuati dalla violenza della polizia e dalla cattura ideologica "progressiva" da parte del governo neoliberale della città, e finora incapaci di sviluppare nuove tattiche per rimanere dinamici, il movimento si è trovato in una sorta di impasse. Non è ancora possibile vedere se questo modello di tenuta sarà interrotto da turbolenze inaspettate o se ci attende un atterraggio delicato.

Dobbiamo continuare a provare a spingerlo soggettivamente per sempre, o dobbiamo aspettare la prossima atrocità? Tra queste opzioni sembra possibile che i rivoluzionari trovino un nuovo ritmo e un nuovo modo di relazionarsi con il movimento di massa ancora vibrante, anche se non sembra più possedere un potenziale insurrezionale immediato. Allo stesso tempo, i rivoluzionari devono essere organizzati in modo duraturo per sostenere le loro capacità attraverso la valle per prepararsi al picco successivo - che sapremo dal fumo che sale da un distretto.

È improbabile che dovremo aspettare molto, anche se i quattro agenti di polizia di Minneapolis non saranno assolti. La situazione in America, e in particolare a New York, è particolarmente infiammabile. Con i massicci tassi di disoccupazione causati dalla pandemia e decine di migliaia di persone attivamente in sciopero degli affitti, ci sono già milioni di persone che sentono di avere poco da perdere. Cosa succederà quest'estate se non ci sarà un nuovo pacchetto di incentivi e le persone iniziassero a perdere il loro sussidio di disoccupazione?

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Non è un caso che questa rivolta abbia avuto luogo alla fine del distanziamento sociale obbligatorio mentre prende forma una crisi economica epocale, e l'unica soluzione dell'ordine neoliberista è quella di disciplinare i lavoratori "essenziali" irrequieti, trasformandola in una armata di riserva depauperata e declassata di lavoro. Il rifiuto dei politici di annullare l'affitto, porre fine all'incarcerazione di massa o smettere di perseguire i crimini di povertà sono un chiaro segno di questa strategia di reificazione delle gerarchie che trasformano la classe operaia contro se stessa: cittadini contro immigrati, lavoratori bianchi contro lavoratori neri e neri operai contro il sottoproletariato nero. Al centro del movimento per le vite nere, in agguato sotto le sue figure polemiche riformiste borghesi più lodate, c'è un profondo riconoscimento della natura superficiale di questi antagonismi.

Come le rivolte iniziali che si sono diffuse da Ferguson, questa ribellione è stata su una scala e un'intensità mai vista negli Stati Uniti dagli anni sessanta ed è la prova che siamo in un ciclo di lotte crescenti, ciascuna che riprende da dove si era interrotta l'ultima. L'occupazione dei campus universitari nel 2009 ha ispirato Occupy nel 2011. Nel 2014 le uccisioni di Trayvon Martin, Mike Brown ed Eric Garner hanno ispirato settimane di marce e blocchi in tutto il paese. Ma a parte le mobilitazioni antifasciste del 2017 e le brevi occupazioni al di fuori delle strutture dell'ICE, l'era di Trump era stata relativamente tranquilla fino alla fine del 2019. Ma, quando le lotte contro il neoliberismo autoritario si sono diffuse in tutto il mondo, dal Sudan al Cile e da Haiti a Hong Kong, tali ribellioni hanno ispirato le marce FTP di New York contro l'aumento dei costi, il declino della qualità e il controllo razziale delle metropolitane. Queste marce hanno contribuito a far coesistere uno strato di militanti orientati verso, e ora sperimentati, nell'azione diretta. Ma anche se quelle marce FTP sono diventate progressivamente più intense, non sono mai uscite dalla demografia degli attivisti. Quest'ultima ondata è stata la prima a coinvolgere non solo una sezione trasversale della città molto più ampia, ma ha portato alla ribalta una fazione che capisce anche che le vite nere non avranno mai importanza finché vivremo in una società definita dalla supremazia bianca e dal capitalismo, ed era disposto a sovvertirlo gioiosamente e senza paura notte dopo notte.

Per ora potremmo entrare in una fase di stabilizzazione, in cui i liberali raddoppieranno il loro impegno per stravaganti teorie della cospirazione e vuote riforme, è importante sostenere il coraggio degli insorti. Per fare ciò, alcuni tipi di retorica dovrebbero essere superati:

1 - La dicotomia dei manifestanti "buoni" e "cattivi". Sebbene siano immaginati opposti, uno ha fornito la corteccia del movimento di massa, mentre l'altro ha offerto il morso dell'azione diretta. Sono più forti quando esistono insieme nelle strade. Se c'è una parte che deve essere criticata, è quella di quegli elementi che cercano di separare l'unità per il bene della loro carriera.

2 - Pensiero cospiratorio. L'idea di singolari gruppi di cattivi attori, il meteo è un'élite pedofila satanica globale, agitatori esterni, infiltrati della polizia o "mele marce" di qualsiasi varietà soffocano l'espansione della solidarietà necessaria affinché il movimento continui a costruire potere. I lati sono più chiari nei momenti di confronto frontale: ribelli da una parte, polizia e proprietà dall'altra.

3 - Abolizione come obiettivo finale. L'abolizione delle istituzioni borghesi di polizia, carceri e frontiere sono certamente obiettivi rivoluzionari, ma possono essere raggiunti solo da una rivoluzione sociale che abolisce la società di classe, l'economia e lo Stato borghese. Le implicazioni del saccheggio possono essere difese come un gesto coerente di questa missione fondamentale: l'espropriazione della ricchezza della società e del mondo alienato da noi. I "cattivi manifestanti" odiano la polizia e lo dicono, ma bruciano solo macchine della polizia o distruggono distretti a loro piacimento. La logica di attaccare la polizia e saccheggiare i negozi non è un'illusione che la quantità di poliziotti o merci sarà ridotta, ma che la lotta contro di loro si sta muovendo verso una situazione in cui sono irrilevanti.

4 - Leadership. Riconoscendo che la gioventù proletaria nera ha agito come un'avanguardia in questo movimento, non intendiamo dire che si dovrebbe cercare un giovane leader nero e seguirli, né che il proletariato nero e latino sia l'unica frazione di classe con potenziale rivoluzionario. In ogni ondata di lotta, diversi strati della classe servono questa funzione d'avanguardia, spingendo il momento ai suoi limiti attraverso il coraggio, il riconoscimento dei propri interessi e l'auto-organizzazione. Storicamente, tuttavia, i proletari neri tendono a provocare la detonazione per disordini sociali molto più ampi. I ribelli che non provengono da questo contesto saranno compagni più forti nelle future lotte, qualunque sia la loro forma, sviluppando la loro fiducia, i loro obiettivi e le loro organizzazioni. Per quanto possibile, tuttavia, i rivoluzionari dovrebbero cercare di stabilire e mantenere i contatti con quegli insorti che dopo la morte di George Floyd hanno distrutto Manhattan per tre notti di fila resistendo a un'alleanza tra classi con attivisti professionisti.

-New York Post-Left

 

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Continua la mobilitazione del movimento No Tav!

Anche oggi (ieri ndr) il presidio dei Mulini si è impegnato dal mattino prestissimo in lavori di messa in sicurezza dell’area e miglioramento dello stesso, per poter dare sempre una migliore accoglienza alle tantissime persone che si alternano, giorno e notte, nell’avamposto resistente.

Meno accoglienti i poliziotti comandati da una questura torinese infastidita dalla presenza di così tante persone che, nonostante il tentativo di bloccare i sentieri, continuano a trovare nuove vie e a portare solidarietà e sostegno materiale. Piccoli dispetti, cacciatori di Sardegna infervorati che strisciano nel buio…insomma, una situazione piuttosto buffa se non fosse che questa gente lavora per chi vuole distruggere per sempre la nostra valle. Con la loro prepotenza e la militarizzazione non fanno che motivare ulteriormente ogni singolo abitante di questo territorio!

E quindi anche oggi (ieri ndr) si è andati in passeggiata da Giaglione verso il cantiere e mentre un gruppo si è fermato ai jersey per fare cori e battiture, altri si sono mossi per i sentieri secondari raggiungendo i presidianti.

Dai tantissimi giovani presenti, un entusiasmo contagioso che ha permesso anche questa volta di portare viveri e dare il cambio a chi giustamente necessita di un po’ di riposo.

Graditissima anche la solidarietà di Michele Zerocalcare che aspettiamo presto qui in valle.

Il morale è alto e si continua a resistere!

Ci vediamo domani (oggi ndr) all’Assemblea Popolare alle 21 a Bussoleno presso il PalaNoTav!

Avanti No Tav!

Da notav.info

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Il 26 giugno 1976 al Parco Lambro di Milano si apre la VI Festa del Proletariato Giovanile. Sesta e ultima. Organizzata dalla mitica e discussa testata dell’underground milanese Re Nudo con l’adesione di altre riviste come Falce e martello, A Rivista Anarchica, Umanità Nova e Rosso nonché di organizzazioni come il Partito Radicale, Lotta Continua e la IV Internazionale, promette «tre giorni di musica, cultura e dibattito politico».

 

“Un tranquillo festival pop di paura” di Gianfranco Manfredi

 

Il parco ha tante entrate

chissà chi pagherà

ma il parco non ha uscite

il prezzo non si sa

hai chiesto una risposta

e il gruppo te la dà

sta chiusa in un panino

di bassa qualità.

 

La Giunta ci ha concesso

il prato e l'acqua no

la Giunta è di sinistra

lo sporco non lo so

e poi c'è stata tolta

l'elettricità

perché si viva al buio

la nostra estraneità.

 

E siamo tutti insieme

ma ognuno sta per sé

la ricomposizione

i sogna ma non c'è

ognuno nel suo sacco

o nudo tra il letame

solo come un pulcino,

bagnato come un cane.

 

Il palco è come un ponte

che non unisce niente

ci passano i cantanti

fischiati dalla gente

qualcuno un po' più furbo

fa battere le mani

o tira fuori il coro

dei napoletani.

 

E vuoi vedere in faccia

il proletariato giovanile

perché è lui l'invitato

che doveva venire

ma senti già nell'aria

una strana vibrazione

che nasce dai feticci

vestiti da persone.

 

E tutta una gran merda,

la colpa di chi è

lo Stato, il riformismo,

i gruppi, il non so che

la merce sta abbracciando

la festa popolare

ed entra dentro i corpi

tra il piscio e le bandiere.

 

Sì sta sfasciando tutto

persino la Teoria

perché il Nuovo Soggetto

pare che non ci sia

e se l'espropriazione

significa qualcosa

è che la nostra vita

è diventata cosa.

 

Il desiderio grida:

ecco la polizia!

Il fumo di candelotti

non si sa dove sia,

ma c'è sull'altro prato

qualcuno che massaggia

magari con lo yoga

ti passa un po' di sgaggia.

 

Non si capisce nulla

si ha voglia di fuggire

la festa... quale festa?

non ci sì può più stare,

uno col cazzo fuori

sta ancora lì a cercare

vuole portarsi in tenda

la donna da scopare.

 

Qualcuno c'è riuscito

a vincere la notte

ad aspettare l'alba

più avanti delle botte

qualcuno c'è riuscito

a entrare negli sguardi

a leggersi negli occhi

che non è troppo tardi.

 

Si celebra sul palco

l'ultima pantomima

si bruciano le buste

vigliacca l'eroina

ma c'è chi il suo nemico

lo cerca per il prato

e con lo spacciatore

ti spranga lo spacciato.

 

E' l'ultimo spettacolo

non solo della festa

la mia generazione

che svuota la sua testa

vuole vederne i pezzi

e non li vuole vedere

vuol leggersi nel corpo,

ma anche sul giornale.

 

Le cinque di mattina

suoniamo tutti insieme

si balla come matti

ci sembra di star bene

le donne son fuggite

c'è solo una modella

che balla all'Africana

l'ultima tarantella.

 

Ed anche qui nel rito

c'è la contraddizione

nella felicità

la nuova repressione

il parco è ormai nascosto

è tutto una lattina

abbiamo fatto il punto

e niente è come prima.

 

 

Fonte: ildeposito.org

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