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Articoli filtrati per data: Wednesday, 24 Giugno 2020

Riportiamo da cuabologna.it la trascrizione dell’intervento di Emanuele Leonardi, docente e ricercatore dell’Università di Parma, portato lo scorso 29 aprile al ciclo di seminari “Pandemia: sintomi di una crisi ecologica globale”, interventi online per analizzare la crisi che stiamo attraversando secondo un’ottica ecologista. Qui la registrazione originale.

“Covid-19 e crisi economica globale: l’urgenza di giustizia climatica e transizione energetica”: questo seminario si inserisce nel ciclo di seminari online dal titolo “Pandemia, sintomi di una crisi ecologica globale” ciclo di interventi dentro e contro questa emergenza attraverso il quale cerchiamo di dotarci insieme di strumenti e conoscenze utili ad affrontare questa fase di pandemia e di post pandemia, e non solo. Infatti in questo momento ci stiamo tutti e tutte confrontando con questa profonda ed irreversibile crisi di portata globale le cui cause si possono individuare nel lunghissimo, se non incessante, processo di accumulazione operato dal sistema capitalista, un sistema che tramite una duplice azione di sfruttamento e appropriazione produce effetti devastanti sui corpi e sui territori.
Oggi con noi Emanuele Leonardi, ricercatore all’università di Parma che si occupa principalmente di ecologia politica, intesa come intersezione tra gli effetti di devastazione ambientale e l’agire dei movimenti e delle istituzioni in relazione a ciò, si occupa delle trasformazioni sul lavoro che avvengono nelle società contemporanee e oggi più che mai vediamo l’importanza dell’istituzione di un reddito di base incondizionato. Il seminario di oggi cercherà di leggere questa pandemia andando ad indagare i legami tra devastazione ambientale e diffusione di patogeni: questa crisi ci ha anche mostrato le contraddizioni intrinseche al sistema capitalista ed ha in questo modo anche aperto spazi ai movimenti in cui si può operare una rottura nei confronti di questo sistema, in particolar modo guarderemo alla giustizia climatica come ad una via da percorrere per convergere nelle lotte e quindi creare una società più inclusiva, più egualitaria, in relazione al vivente tutto, non solo a noi. Infine si guarderà anche al ruolo giocato da altri attori, spesso avversari o nemici con cui il movimento dovrà interfacciarsi in questo contesto nel quale sentiamo l’urgenza di una transizione energetica.

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La prima questione che vorrei affrontare riguarda l’ecologia politica come chiave di lettura fondamentale per comprendere la pandemia dal punto di vista sia delle cause sia degli effetti. Il secondo punto riguarda la giustizia climatica intesa come strumento politico per l’organizzazione dei movimenti: se non ci sono dubbi che nel 2019 abbia vissuto una stagione esaltante (in tutto il mondo ma in particolar modo in Italia), è tuttavia lecito chiedersi cosa farne oggi – 29 aprile 2020 – in un momento in cui non è più immediato trovare in essa le risorse per definire un terreno utile alla convergenza delle lotte. Sosterrò che la congiuntura pandemica rende ancor più necessario e urgente rilanciare la scommessa della giustizia climatica come orizzonte comune delle critiche al capitalismo. Infine vorrei proporre alcuni spunti rispetto allo scenario globale all’interno del quale i temi della transizione ecologica ed energetica possono darsi efficacemente: cosa fanno i nostri interlocutori, come si muovono i nostri avversari? In questa terza e ultima parte mi interessa ragionare non solo – e non tanto – su quali siano le mosse possibili per noi, ma su come sia configurato il terreno politico su cui dovremo abituarci a camminare. 

Comincio con un riferimento al famosissimo articolo di Mario Draghi uscito sul sito del Financial Times, nel quale vengono dette un sacco di cose interessanti, alcune condivisibili altre meno. In particolare ne viene implicata una che dal punto di vista dell’ecologia politica è fondamentale: la pandemia sarebbe uno shock esogeno, un cigno nero. Ciò di cui si occupa l’ecologia politica è dimostrare come questa affermazione non corrisponda al vero, a prescindere dal fatto che ci sia accordo o meno con i ragionamenti di Draghi (penso tra l’altro non ci sia la giusta attenzione per una figura che è sempre importante ascoltare perché non parla mai a vanvera). Le sue riflessioni sono come minimo incomplete se non si inseriscono in un quadro più ampio che vede la pandemia come al medesimo tempo uno shock esogeno e uno shock endogeno. Come dice Draghi, le pandemie esistono da ben prima che il capitalismo emergesse come una tipologia specifica di modo di produzione e poi come la tipologia di modo di produzione egemone – quale è incontestabilmente oggi. È altrettanto vero, però, che questa pandemia non si comprende se non all’interno della forma organizzativa che il capitalismo contemporaneo ha impresso al rapporto tra società e natura nel campo della produzione e poi in quello della riproduzione. In questo senso, la pandemia è uno shock completamente endogeno. Mi pare che il punto su cui insistere sia che è naturalmente sbagliato dire che il capitalismo crea la pandemia o addirittura il virus: è invece del tutto corretto sostenere che le forme produttive del capitalismo contemporaneo hanno accelerato la circolazione di patogeni che in circostanze non capitalistiche si sarebbero mossi molto lentamente: questa accelerazione ha comportato un innalzamento enorme della probabilità di una pandemia come quella attuale… del resto ne avevamo già avute tre nel ventunesimo secolo, come riportava Jim Robbins in un articolo del 2012. Questo significa che la radicalità del momento che viviamo dipende anche dal fatto che, se noi dovessimo uscire da questa crisi senza aver modificato in profondità le strutture che governano la produzione e la riproduzione, ci troveremmo in una situazione in cui la prossima pandemia potrebbe essere alle porte. Quattro pandemie, di cui una di questa portata, in vent’anni: non era mai accaduto… e naturalmente è legato alla forma particolare e determinata con cui il capitalismo organizza produzione e riproduzione. Svariati studi hanno mostrato come due delle dinamiche maggiormente dannose siano deforestazione e perdita di biodiversità, entrambe legate alla cosiddetta agroindustria (nonché al suo gigantismo). Luca De Crescenzo, in un bell’articolo uscito recentemente per Jacobin Italia, ha sostenuto (a mio avviso giustamente) che se gli effetti clima-alteranti dell’agroindustria sono stati studiati a fondo e sono sostanzialmente noti negli ambienti dell’attivismo legato alla giustizia ambientale e climatica (ma anche nei consessi internazionali sotto l’egida dell’ONU), molto meno studiati prima di questa pandemia, per quanto non ignoti, erano invece gli impatti microbiologici di questo stesso sistema agroindustriale.

L’autore di riferimento a questo proposito è Rob Wallace, epidemiologo che sta conoscendo una meritatissima fortuna in questi giorni, il cui libro fondamentale (pubblicato nel 2016) Big Farms Make Big Flu era fino a poche settimane fa confinato nei circuiti eco-socialisti, gruppi di studiosi o militanti che cercano di unire faticosamente la pratica e il pensiero ambientalista (in particolare quello legato alla decrescita) al pensiero rivoluzionario (nella sua ovvia pluralità). Ora, giustamente, il suo lavoro diventa più noto: in Italia è stata pubblicata sia un’intervista rilasciata originariamente a un blog tedesco, sia un articolo più lungo e impegnativo scritto con altri (“Covid-19 e circuiti del capitale”). Provo qui a semplificare le complesse tesi avanzate da Wallace e colleghi: la deforestazione riduce l’effetto diluizione che, rispetto alla circolazione dei patogeni, faceva sì che lo spillover (salto di specie, zoonosi in termine tecnico) incontrasse delle barriere naturali (le foreste) che lo rendevano meno probabile. Dunque: la deforestazione assottiglia l’effetto diluizione sia direttamente (accorciando la distanza tra comunità di esseri umani e comunità di animali) sia indirettamente (comportando una perdita di biodiversità che a sua volta si traduce in un ulteriore impoverimento dell’effetto diluizione). Ciò è dovuto a tre processi interconnessi: il primo è la coltivazione intensiva legata a monocolture agricole; il secondo è l’allevamento intensivo ancorato a monocolture genetiche dei capi di bestiame; il terzo è l’urbanizzazione, che in questo caso si può definire letteralmente “selvaggia”, nel senso che animali “esotici”, posti a stretto contatto con agglomerati urbani, diventano vettori di patogeni in sé non particolarmente dannosi per ma che invece, in presenza di un possibile salto di specie possono diventare gravissimi – che è poi ciò che stiamo vedendo con questa pandemia. Ho provato a semplificare un ragionamento molto complesso – citando però le fonti, di modo che ognuno possa approfondire, volendo – ma qui mi interessava porre l’attenzione su due punti per poi andare avanti nel dibattito. Il primo riguarda la razionalità basata sul profitto, che è antitetica (e si vede benissimo in questi esempi) rispetto alla ragionevolezza del benessere e della giustizia. Per quale motivo? In primo luogo perché, per massimizzare il profitto, si devono omogeneizzare le colture genetiche e questo produce le condizioni più adatte per la circolazione dei patogeni e per il salto di specie. Un secondo dato è che, dal punto di vista delle grandi multinazionali, che seguono la razionalità del profitto antitetica a quella del benessere, è perfettamente ragionevole correre il rischio di scatenare un’epidemia (persino una pandemia globale!) perché quando va bene i guadagni vengono internalizzati e nulla viene redistribuito, mentre quando va male i costi vengono esternalizzati, da un lato sulle società – e vediamo bene la pressione cui è sottoposto il servizio sanitario in Italia e ovunque nel mondo (dove c’è) – dall’altro lato sull’ambiente naturale. Questo naturalmente ci pone di fronte alla radicalità dello scenario nel quale siamo immersi: uscire da questa crisi con una modalità del tipo “si torna al business as usual, appena finita questa situazione si ricomincia come prima”, significa intensificare quei processi che hanno reso più probabile il salto di specie e quindi la plausibilità di una pandemia come quella cui stiamo assistendo. Si tratta di un circolo vizioso che a mio avviso giustifica la tesi che ha sostenuto Riccardo Bellofiore in un recente scritto: “Ci troviamo in una situazione di maturità del problema del comunismoCi troviamo in una situazione di maturità del problema del comunismo”. Quello che intende è che o il cambio di rotta è radicale, la svolta è profondissima… oppure ci troviamo in una situazione che rende ancora più probabile l’avvento di un problema simile a o addirittura più grave di quello che stiamo affrontando adesso.

Passiamo ora al secondo punto che volevo toccare, di nuovo con un riferimento a uno scritto recente. Ida Dominijanni, sul sito di Internazionale, in un articolo di cui consiglio la lettura intitolato “Non siamo più gli stessi”, concludeva il suo ragionamento dicendo che il problema vero che ci troviamo ad affrontare oggi è che, in questa situazione di cambiamento in cui siamo, si danno comunque dei conflitti sociali: non è vero che la società è pacificata; piuttosto, abbiamo di fronte un problema enorme perché non sappiamo come ci si organizza dentro le restrizioni, il confinamento, il distanziamento sia fisico sia, quando non c’è azione politica, sociale. Io suggerirei di riconsiderare, come cornice politica capace di dare alcune indicazioni rispetto all’organizzazione in questa fase, la giustizia climatica. Sono consapevole che possa sembrare bizzarro che io avanzi questo suggerimento, perché una delle persone-simbolo del movimento per la giustizia climatica nel 2019, Greta Thunberg, nelle sue dichiarazioni ha sostenuto che la pandemia sarebbe un problema diverso rispetto alla crisi climatica – sarebbero due crisi diverse e adesso dobbiamo seguire quello che ci dicono gli scienziati e risolvere il problema della pandemia, poi – dopo – appena si potrà torneremo a occuparci del cambiamento climatico. La prospettiva di ecologia politica che ho delineato rapidissimamente prima dice esattamente l’opposto: il cambiamento climatico e il Covid-19 sono espressione di una medesima crisi ecologica e vanno quindi affrontati assieme, simultaneamente. Ci tengo a sottolineare che in generale i movimenti per la giustizia climatica non hanno assunto questa posizione: per esempio una lettera di FFF Italia sconfessava implicitamente questa chiave di lettura proposta da Greta Thunberg, e così altri movimenti (mi vengono in mente alcuni nodi italiani di Extinction Rebellion). Insomma: anche nel contenitore “giustizia climatica” non c’è né pacificazione né stasi. 

Se noi però torniamo ad alcuni dei suoi tratti fondamentali per come è “esploso” nel 2019, allora vediamo che possono essere molto utili nella fase attuale. Ci sono due punti su cui vorrei soffermarmi. Come prima cosa, la grande svolta della sollevazione del 2019 sta nel fatto che gli scioperi climatici hanno completamente rovesciato il significato politico del riscaldamento globale e della crisi ecologica: laddove prima dire “cambiamento climatico” significava delineare scenari di sventura, apocalissi, catastrofi, a partire dal 15 di marzo – primo sciopero climatico globale – dire “riscaldamento globale” significa pensare a milioni di persone in piazza, a una generazione precedentemente poco politicizzata e ora molto partecipe, a pratiche di piazza e di gestione delle assemblee innovative o comunque molto diverse da quelle cui eravamo abituati. Questo ha aperto uno spazio di azione politica. Oggi dire “cambiamento climatico” significa avere in testa persone che scendono in piazza per reclamare un mondo desiderabile: non per evitare il peggio ma per mettere in piedi la possibilità di costruire un rapporto tra società e natura che sia molto più sano di quello attuale, non solo perché permetterebbe la vivibilità e quindi garantirebbe la salute delle popolazioni, ma perché è ciò che permetterebbe di democratizzarci, di rimettere il potere nelle mani dei molti, di decidere cosa è importante e cosa no in primo luogo rispetto alla produzione. Come si produce, e cosa? In quali posti, in quali modalità? Per chi? Chi paga? Chi lo fa? Queste domande sono a mio avviso quelle più importanti. Il secondo elemento che vorrei segnalare è che la giustizia climatica, in Italia e non solo, nel 2019 ha conosciuto un percorso di sviluppo, di maturazione: se nella prima fase prevaleva un approccio “individualista” e centrato sulle modifiche negli stili di vita e di consumo, ciò non è più il caso a partire dal terzo sciopero climatico globale del 27 settembre, quando da un lato si apre un proficuo terreno di confronto con le forze sindacali (in particolare quelle di base, ma non solo), e dall’altro il 5 ottobre in Italia esce il report della seconda assemblea nazionale che è molto avanzato dal punto di vista dell’ecologia politica. È evidente che, dentro la cornice della giustizia climatica, si debbano includere tutti quei movimenti che si danno sul terreno della riproduzione sociale: quel mese di marzo 2019 ha dato un’indicazione chiara: l’8 marzo con il movimento transfemminista transnazionale di NUDM; il 15 marzo i movimenti più recenti fondati sulla questione climatica come FridaysForFuture ed Extinction Rebellion; il 21 marzo con la marcia contro le grandi opere inutili e dannose che invece raccoglieva tutti i movimenti territoriali attivi nel nostro paese (e non solo) da molti più anni, che sono poi movimenti per la giustizia climatica ante litteram e che si sono apertamente richiamati a questo concetto a partire da quel momento. È utilizzabile oggi quella cornice politica che dice sostanzialmente che l’unico modo per risolvere il problema climatico è abbattere le disuguaglianze sociali e viceversa, con una cesura molto netta rispetto al ventennio precedente? Io penso di sì: si può applicare a tutti e tre i fronti di conflitto aperti dalla pandemia nel nostro paese e può anche, addirittura, rappresentare un terreno di convergenza per queste tre istanze

Il primo di questi tre fronti è quello che riguarda l’insubordinazione operaia che, a partire dal DPCM dell’11 di marzo fino almeno al 25 di marzo (ma ancora adesso), rappresenta il momento più originale e inaspettato di questa fase: nel momento in cui Conte dice che verrà chiuso tutto tranne le fabbriche – questo ce lo raccontano benissimo Nadia Garbellini e Matteo Gaddi in due articoli scritti per la Fondazione SabattiniFondazione Sabattini e poi nell’intervista per il sito “Le erbacceLe erbacce” – la risposta operaia è che chi lavora non è carne da macello: prima la salute. Si apre così un fronte di conflitto non solo serrato ma molto esplicito ed evidente tra il primato della salute e il primato del profitto. Ciò ha imposto a tutti i soggetti sociali di situarsi innanzitutto lungo quel discrimine politico – e ovviamente chi fa riferimento all’ecologia politica non ha avuto il minimo dubbio a schierarsi al fianco del punto di vista operaio.

Il secondo fronte riguarda il punto di vista precario, le campagne per il reddito di quarantena o l’estensione del reddito di cittadinanza lungo le linee di riflessione legate al reddito di base o ancora al reddito di cura. Voglio segnalare un bell’articolo di Luca Cigna e Lorenzo Velotti uscito di recente su Jacobin Italia, che esplora il motivo per cui esiste una dimensione ecologica del reddito di base, perché una tale misura andrebbe a disarticolare il nesso produttivista tra crescita economica e piena occupazione che era stato invece al centro del meccanismo di inclusione sociale tipico dei Trenta Gloriosi (periodo fordista). Qui si aprono degli scenari importanti nel momento in cui l’esigenza che la pandemia ci consegna non è quella di mobilitare più lavoro, ma piuttosto di smobilitare una parte di lavoro che oggi è dannosa e al contempo rimodulare un’altra parte, un tipo diverso di lavoro, che è sempre più necessario per produrre società – anzi: buona società. Un esempio possibile è il lavoro riproduttivo.

Il terzo fronte è quello legato al mutualismo dentro la pandemia, vale a dire le brigate di solidarietà. Di nuovo, qui il protagonismo è tutto della riproduzione sociale, il terreno di lotta è quello del welfare. Ci sono già, però, alcune esperienze che hanno legato il tentativo di praticare la solidarietà attiva – e quindi di andare ad aggredire situazioni di disagio sociale – al rapporto con fornitori locali che rispettino sia i terreni sia i lavoratori e le lavoratrici che li coltivano. L’idea è dunque quella di accorciare la filiera, utilizzare catene di fornitura che siano politicamente più dignitose – dal punto di vista sia ecologico sia sociale – e quindi di unire i tre aspetti: solidarietà sociale, lotta al disagio e accorciamento delle filiere (in una parola: sovranità alimentare – che è la via prioritaria per invertire quel trend di cui parlavamo nel primo blocco e per sottrarre forza sociale al mondo dell’agribusiness che è l’opposto della sovranità alimentare, e in realtà fragilizza sia la fornitura di cibo che le comunità di produttori e produttrici). Per queste ragioni credo che la giustizia climatica sia un’ottima cornice politica per leggere questi fronti di lotta all’interno della situazione tragica in cui ci stiamo muovendo.

Ultimo punto: gli interlocutori e gli avversari dei movimenti per la giustizia climatica. Richiamo un passaggio secondo me importante: se noi consideriamo il modo in cui la governance climatica – ma anche quella ambientale, più in generale – si è data, a partire dal Protocollo di Kyoto nel ’97 fino ad arrivare all’Accordo di Parigi del 2015, c’è stata una sorta di divisione del lavoro tra agenti del capitalismo fossile e green economy. Per quanto riguarda i primi, essi hanno continuato a tirare le fila del ragionamento nel campo della pratica, nel campo energetico: un esempio su tutti è il fatto che i sussidi pubblici a queste forme di estrattivismo non sono mai venuti meno e che la discussione non si sia neanche mai aperta all’interno delle Convenzioni ONU (né quella sui cambiamenti climatici né quella sulla biodiversità). A livello discorsivo, però, era lasciato ampio spazio a quello che potremmo definire capitalismo verdeo green economy, la cui scommessa principale era leggere la crisi ecologica e climatica come un fallimento del mercato (che non ha saputo internalizzare le esternalità negative) che tuttavia poteva risolversi solo attraverso altri mercati, nuovi mercati, che avessero la capacità di “dare un prezzo alla natura” – cioè di contabilizzare le esternalità e metterle a bilancio. 

Questa scommessa teorica e pratica, che è stata indiscutibilmente egemone nel contesto delle Nazioni Unite fino al 2015, si è progressivamente sgretolata fino a esplodere nel dicembre 2018 a Katowice, quando diventa famosa Greta Thunberg, e a polverizzarsi nel corso dell’anno successivo, quando emergono con grande chiarezza in quello stesso consesso due posizioni molto chiare. Da un lato ci sono i negazionisti, che non concedono più che il cambiamento climatico sia una realtà di fatto e rivendicano esplicitamente che in realtà non ci sia nulla di specificamente umano tra le cause del cambiamento climatico (e quindi che esso non dipenda da noi come specie o dal nostro modo di produrre) e dall’altro lato ci sono le piazze che riconquistano la loro legittimità proprio sulla base del fatto che la scommessa del capitalismo verde non potesse essere riproposta. Abbiamo visto esimi rappresentanti della green economy – su tutti Macron – messi all’angolo durante il 2019: all’inizio c’è stato un tentativo di recuperare il “fenomeno” Greta Thunberg, ma a partire dal terzo sciopero climatico globale si è dovuto prendere atto che effettivamente c’era incompatibilità profonda tra quanto loro andavano dicendo (“più austerità, più mercato significa miglioramento ambientale”: scommessa persa dal punto di vista empirico in maniera molto evidente) e quanto dicevano Greta e le piazze. 

Noi possiamo chiederci, per capire quale sia lo scenario in cui ci muoviamo, cosa succeda a questi due campi in questo momento, dentro la pandemia. Il primo campo, quello legato al capitalismo “fossile”, è alle prese con il problema non indifferente del mercato del petrolio in grande difficoltà: io non credo che il momento cruciale sia il barile di petrolio che va a -18 dollari il 21 di aprile – c’erano meccanismi assicurativi che hanno determinato quella situazione (infatti nei giorni successivi il prezzo del petrolio è tornato a un livello positivo e stabile, per quanto molto basso) – ma che il problema vada inquadrato in altro modo. Da un lato vediamo come il problema sia dentro la crisi dell’accordo tra Russia e Arabia Saudita: esso aveva garantito, tra il 2016 e il 2020, una stabilità dei prezzi del petrolio tra i 50 e gli 80 dollari al barile, cioè una quota superiore a quella richiesta all’industria americana delle fonti fossili non convenzionali – sabbie bituminose in Canada e gas di scisto negli USA: nuove fonti di approvvigionamento che erano state fondamentali per la dichiarata e sbandierata indipendenza energetica nord-americana. All’inizio di marzo l’accordo dentro Opec Plus tra Russia e Arabia Saudita (e altri paesi) si rompe e questo provoca un aumento della produzione sia dal lato russo che dal lato saudita, con effetto di un calo dei prezzi, che con la pandemia si accelera considerevolmente: questo causa il fatto che l’industria del fracking (gas di scisto) in particolare negli Stati Uniti venga messa, forse definitivamente, fuori gioco. Questo avrà un effetto globale importante: sembra che si possa dare uno sviluppo (molto negativo dal nostro punto di vista) per il quale questa crisi in realtà serva a far collassare le aziende più piccole, far concentrare gli asset migliori nelle mani delle grandi aziende petrolifere, e quindi in realtà si possa dare una situazione nella quale c’è un calo profondo del prezzo dell’estrazione poi seguito da un’accelerazione, da un effetto rimbalzo. Questa ovviamente è la posta in gioco di un conflitto: se il blocco dei negazionisti riuscirà a essere egemone e ad acquisire una forza sociale che gli permetta di fare ciò che vorrebbe, è certamente possibile che l’industria del petrolio esca addirittura rafforzata da questa crisi – che tuttavia è indiscutibilmente una crisi e dunque apre scenari anche di tipo diverso.

Più interessante, secondo me, è però quello che sta succedendo nell’altro campo, quello del capitalismo verde, che in qualche modo – messo all’angolo nel 2019 – oggi si trova nella situazione piuttosto scomoda di avere da un lato il gruppo dei paesi e delle aziende negazioniste che acquisisce una sua forza (e che potrebbe comportare un rientro nei ranghi della componente “progressista” che bollerebbe così l’interesse per la compatibilità ambientale come un errore di gioventù) e dall’altro lato la possibilità di saldarsi alla marea che è uscita dalle piazze e che oggi trova ulteriore spazio nella circolazione dei ragionamenti sull’ecologia politica e sulla giustizia climatica. Questo punto è interessante perché sembra segnare la fine di quella che era stata la scommessa dei vari Macron, cioè che la transizione energetica ecologica sarebbe avvenuta in un contesto di crescita sostenuta (meglio: con una crescita sostenuta del PIL sarebbe stato possibile attingere a risorse aggiuntive da investire in rinnovabili e in altri piani, e questo avrebbe comportato la possibilità di mettere in pratica una compatibilità tra innalzamento del livello dei profitti e riduzione dell’impatto ambientale). Questo scenario da modernizzazione ecologica è oggi del tutto impraticabile, perciò anche dal loro punto di vista diventa complicato scegliere tra l’opzione del ritorno all’ovile con i negazionisti oppure della saldatura alle piazze.

Questo è tutto un processo in divenire che potrebbe invertirsi o essere bloccato già nell’immediato; c’è però un certo tipo di politicizzazione di quella piccola parte del mondo scientifico che ha avuto una forte esposizione negli ultimi anni (quella legata alla governance climatica e ambientale) che comincia a prendere posizioni abbastanza forti. L’anno scorso è stato il caso dell’IPCC, ora un altro caso interessante è quello della Piattaforma Intergovernativa sulla Biodiversità e sui Servizi Ecosistemici, che è sostanzialmente un equivalente funzionale dell’IPCC per la convenzione sulla biodiversità (non per quella sui cambiamenti climatici) ma che ha avuto all’incirca lo stesso atteggiamento: raccomandazioni di politica pubblica fortemente avanzate, che di norma cadevano nel vuoto ma che avevano come retroterra l’idea di accelerare i processi di mercatizzazione basati sull’idea discussa in precedenza, cioè che solo il mercato può risolvere un problema creato dal mercato. L’ultimo documento ospitato dal sito di questo IPBES dice cose davvero molto diverse: non solo nella prima parte prende per buona la chiave interpretativa che abbiamo descritto nel primo blocco (anche se più che nominare come colpevole il capitalismo punta il dito contro l’umanità), ma nel momento in cui si fanno le raccomandazioni di politica pubblica va ben oltre ciò che era stato fatto in passato dall’IPCC, attraverso tre richieste. La prima, molto importante, è quella di un ritorno a una forte regolazione ambientale (l’esatto opposto di quello che hanno chiesto e ottenuto le grandi aziende del fossile – come stimolo alla ripresa economica). Il secondo punto è la raccomandazione di utilizzare come approccio sistemico la questione della salute, che ovviamente comprende anche il tema della salute degli ecosistemi e dei non umani più in generale, ed esprime una critica immediata all’incentivo all’esternalizzazione dei costi ambientali e sociali, che abbiamo visto essere alla base della incompatibilità tra profitto e salute umana e ambientale. Il terzo punto, egualmente rilevante, è quello di investire nelle infrastrutture sanitarie, di creare un sistema sanitario nazionale, in connessione e non in contrapposizione con quelle che sono le conoscenze tradizionali dei popoli nativi, che sono state tra le vittime primarie dell’azione dei negazionisti in Nord America e anche altrove. La politicizzazione di questi organi, che hanno in primo luogo una valenza scientifica, a me pare un elemento di speranza capace di controbilanciare la diffusione del negazionismo – anche se ovviamente non so quanto: quella è la posta in gioco del conflitto politico. Se da un lato è probabile che il fronte negazionista riesca a rilanciare il modello petrolifero oggi in crisi, dall’altro è possibile invece che i movimenti e le piazze trovino nuovi alleati coi quali è possibile costruire alleanze sociali. Penso si possa costruire una composizione favorevole alla giustizia climatica che sappia agire la convergenza tra i soggetti dei fronti che ho elencato sul piano nazionale, cioè: il fronte sindacale, il fronte precario e il fronte della riproduzione sociale.

In arrivo la trascrizione della seconda parte del seminario

 

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Un anno fa, il 24 giugno 2019, abbiamo sepolto Lorenzo a San Miniato, nel cimitero delle Porte Sante. Il 24 giugno 2020 ci ritroveremo insieme a San Miniato, alle 10, per ricordare la sua lotta e il suo sacrificio, in un momento di memoria e di riflessione ! Lorenzo è vivo se prendiamo il testimone che lui ci ha passato e continuiamo a lottare contro il fascismo dovunque sia, contro l’ingiustizia e le disuguaglianze, per una società più giusta che assicuri il benessere a tutti. L’emergenza del corona-virus, i drammatici avvenimenti in Turchia e nella Siria del Nord-est, la rivolta negli Stati Uniti, la situazione di crisi che si sta rilevando anche in Italia ci stanno mostrando che è ancora necessario lottare, che non possiamo abbassare la guardia, che ancora oggi è necessario l’impegno di tutti !
La famiglia di Lorenzo

Oggi, 24 giugno, è l’anniversario della sepoltura – al cimitero delle porte Sante di Firenze – di heval Lorenzo Orso Tekoser, volontario internazionale fiorentino nelle unità di protezione del popolo Ypg, espressione dell’esercito popolare rivoluzionario della federazione della Siria del nord-est, caduto in combattimento nella guerra di liberazione contro Daesh il 18 marzo 2019, a Baghouz. A marzo, causa Covid, non si è potuto celebrare l’anniversario della morte. Il ricordo di Orso è stato allora fissato per stamattina.

La corrispondenza con Andrea della nostra Redazione che ci propone l intervento di Davide Grasso Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

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Il resoconto della giornata di ieri in Clarea...

Si è conclusa anche questa giornata di mobilitazione, che dal mattino prestissimo ha visto i No Tav al presidio dei Mulini darsi un gran da fare per mettere in sicurezza l’area ed organizzare gli spazi nel migliore dei modi.

Il movimento si è ritrovato alle 18 in assemblea presso i giardinetti di Giaglione e dopodiché si è di nuovo presa la via dei sentieri per provare a portare un po’ di rifornimenti a chi continua ad essere assediato dagli uomini comandati dalla Questura di Torino.

Ci chiediamo quale soddisfazione possa dare quella di impedire alle persone di nutrirsi e bere acqua, ma magari qualche velina a stretto giro ce lo spiegherà….

Cori, battiture e tentativi di praticare sentieri più decentrati hanno impegnato i No Tav per diverse ore, riuscendo a non farsi scoraggiare dall’imponente dispositivo poliziesco e dai lacrimogeni lanciati addirittura nel bosco per tentare di ostacolarli.

I No Tav stasera non solo hanno raggiunto il presidio riempiendo la cambusa di viveri ma anche, non paghi, hanno rilanciato per domani l’appuntamento alle ore 18 presso i giardinetti di Giaglione.

Sappiamo bene che l’azienda privata Telt ha un cronoprogramma da rispettare per non perdere i fondi europei e sta decisamente rischiando di farlo nonostante le 1000 e più proroghe, ci chiediamo però cosa ci guadagnino polizia, carabinieri, cacciatori di Sardegna a fare da guardie giurate a degli affaristi senza alcuna dignità….anzi no, lo sappiamo: sono due facce della stessa medaglia, dello stesso sistema.

Ai nostri posti ci troverete sempre!

Avanti No Tav!

Da notav.info

 

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Pubblichiamo una seconda memoria dalla pandemia, un racconto “ragionato” scritto a quattro mani, di un operatrice ed un operatore sociale, tra Pisa e Cosenza. Il testo che segue scava il rapporto con la cura degli “ultimi”, l'esternalizzazione dei servizi sociali e il ruolo del terzo settore. Tra abbandono, senso di colpa, auto-sfruttamento e il fallimento delle politiche sociali di questo paese, prima, durante e dopo il Covid19.
 

Il virus e la riproduzione sociale

Il 10 marzo ha inizio la mia quarantena. Tutte le sere faccio meditazione.....medito!

Lavoro come operatrice di strada su due progetti rivolti a persone vulnerabili, le persone senza fissa dimora, homeless e le persone che si prostituiscono, sex worker.

 Resto a casa dal 10 marzo, perchè per scrupolo decido di misurare la febbre prima di andare in turno, e il pomeriggio del 10 marzo ho 37,3, troppo rischioso andare sul furgone con le mie colleghe, dove in due metri dobbiamo stare in tre e dove incontriamo in poche ore decine di ragazze che stanno sulla strada; la mattina il turno di lavoro l'avevo svolto, ma per fortuna io e il collega avevamo fatto il turno a piedi e rispettato il metro di distanza, ho fatto mente locale e non ho mai nè starnutito nè tossito durante il turno e più volte ho lavato le mani con il gel disinfettante, non dovrebbero esserci problemi. 

 

“Ad una crescente precarizzazione delle condizioni esistenziali delle persone è conseguito un continuo taglio di risorse da destinare a quelle strutture (pubblico privato e pubblico statale) che avrebbero dovuto rispondere in modo efficace ed efficiente (per utilizzare una terminologia cara al capitale) alle emergenze che man mano si venivano a creare sui territori. 

Il sistema di privatizzazione ed esternalizzazione dei servizi sociali iniziata alla fine degli anni novanta con gli interventi legislativi dei governi di centro-destra e centro sinistra ha creato una frattura tra i bisogni sociali e la risposta a questi del sistema pubblico.”

 Chiamo il medico, le disposizioni non consentono di andare a visita in ambulatorio, e il medico è sprovvisto di dispositivi di protezione per venire a visitarmi a domicilio; il medico mi dice di aver già ricevuto 80 telefonate nell'arco della giornata, è esasperato, io mi scuso per averlo chiamato, quasi mi sento in colpa, ma che ci posso fare, penso proprio di non dover andare a lavoro.....ma per sicurezza chiamo anche uno dei miei coordinatori, che mi chiede di stare a casa.

Il medico mi chiede di misurare la febbre regolarmente e io che sono molto metodica la inizio a misurare tre volte al giorno. 

Con un pò di ansietta scorrono le giornate, perchè nel frattempo la mia amica/sorella è sottoposta a tampone, ho paura per lei, per le persone che abbiamo incontrato, per sua figlia, che ha solo lei.....due giorni per avere il risultato: negativo, posso tornare a respirare,  continuare  misurare la febbre e meditare!

Passa la prima settimana, l'andamento della febbre è costante (37,2 la mattina, 37,4 il pomeriggio di nuovo 37,2 la sera).

Non riesco a stare a casa e pensare che le colleghe e i colleghi non si siano fermati, non ci possiamo fermare, improvvisamente i nostri servizi diventano essenziali, inizio a mettermi in contatto con loro, per capire se hanno i dispositivi di protezione individuale, dal 10 al 17 marzo la cooperativa fa di tutto per fornire il materiale idoneo alla situazione, ma le direttive del governo non sono ancora chiare, i responsabili chiedono di usare le mascherine e i guanti, anche se per ora gli organi dirigenti, Società della Salute, dicono che la mascherina devono utilizzarla gli "utenti" (esatto le persone con le quali lavoriamo sono utenti, non-persone) se dovessero presentare sintomi. 

Provate ad immaginare, persone che passano la vita in strada, fumando mille sigarette, o donne che lavorano tutta la notte sul bordo della strada......chi di loro non ha un banale raffreddore? E se non vengono utilizzate nel modo giusto le mascherine diventano pericolose, è impossibile che lascino a noi questa patata bollente, come facciamo noi, che non siamo sanitari a capire chi ne ha bisogno e chi no?

 

Dai decreti Bersani in poi l'intervento pubblico è stato affidato  a quello che oggi viene definito terzo settore, ovvero ad enti di diritto privato che rispondono ad esigenze pubbliche con obblighi contabili e fiscali tipici dell'iniziativa privata tout court.

Ciò ha implicato, nel tempo,  la dequalificazione di mansioni e servizi, determinatasi dalla continua necessità delle amministrazioni di tagliare fondi e stabilire equilibri di bilancio tramite la diminuzione dei servizi offerti sul territorio. L'incontro tra domanda e offerta non si è più realizzato tenendo alti gli standard degli interventi ma tramite un continuo ribasso della risposta dell'ente pubblico, che così ha reso associazioni e cooperative strumenti di auto-sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori, che,  specialmente negli interventi di alta marginalità, si sono trovati ad affrontare in solitaria e con un carico umano molto pesante, le emergenze che via via si verificavano nei territori.

Intanto la cooperativa fa sapere che sta provvedendo a richiedere i Fis per tutti qui servizi che sono stati chiusi a seguito del decreto cura italia...Ma non ci sono garanzie, chiedono di utilizzare le ferie i permessi e anche la banca ore negativa, io non ci sto, credo che dobbiamo segnarci tutte le ore, che le convenzioni stipulate dalla cooperativa con gli organi committenti sono firmate, e quindi i soldi ci sono o comunque ci saranno, credo che non si possa chiedere sempre agli ultimi di fare un sacrificio, no, non è giusto! ma sono chiusa in casa, ho la febbre, ho anche un pò paura, visti i tempi! chiamo l'unica persona che conosco della mia cooperativa iscritta ad un sindacato, lei si muove e chiama la sindacalista di riferimento, i sindacati si stanno muovendo, e infatti arrivano rettifiche da parte della cooperativa... Intanto questa è risolta!

“Gli enti di diritto privato che operano nel sociale (che siano coop o associazioni) non hanno d'altra parte saputo garantire né una formazione adeguata di chi vi lavora nè una autonomia economica e politica ,  digerendo, senza reale opposizione, le indicazioni degli enti pubblici, rinunciando all'etica del lavoro, accettando la logica del mantenimento di servizi a diminuzione dei fondi. Il tutto sulla testa di chi vi lavora. La logica del lavoro ad ore, dei micro-finanziamenti, dei progetti a tempo ha reso sia nelle grandi strutture che nelle piccole ognuno sfruttatore di se stesso.

La mancanza di una sindacalizzazione di chi spesso si trova ad essere sia socio che lavoratore ha implicato da un lato una politica gestionale legata alla capacità di intrattenere relazioni con l'autorità politica, con tutto ciò che ne consegue, dall'altra un disperato tentativo di difendere un minimo di reddito a qualunque costo e senza contrapposizione né all'interno né all'esterno.”  

Il fine settimana è di rivolta, i detenuti si ribellano... E ne muoiono 8, forse 9, forse 10, non si sa, le fonti ufficiali dicono morti per overdose di metadone, io lavoro con i tossicodipendenti, per aver un overdose di metadone ne devi assumere veramente tanto, e poi nel bel mezzo di una rivolta guarda caso in così tanti si buttano sul metadone fino ad avere un overdose collettiva... Segno in agenda, su questo abuso prima o poi si dovrà fare chiarezza. ma in carcere c'è anche Nicoletta, nonna adottiva di Bussoleno, non le ho mai scritto, ho soggezione a scrivere all'insegnante di latino e greco, io non so scrivere, le scrivono in tanti magari le scriverò più in là, ma più in là potrebbe essere troppo tardi... Merda Nicoletta, fai domanda per uscire il prima possibile da lì, devi uscire subito, non abbiamo bisogno di una martire, ma di una voce forte che racconta quello che sta succedendo dentro quelle infami mura... Medito vendetta!

Il 16 marzo, un giorno importante, nel 2003 a Milano uccisero Dax, e chi se la scorda quella notte, mi sveglio con questo pensiero e misuro la febbre 37,2, allora chiamo il medico, questa volta è più tranquillo, riusciamo a parlare bene, mi rassicura, mi spiga che la mia febbre è data da una forma virale che sta girando in questo periodo, non parla di covid19, mi dice di stare al caldo e riposare, e di chiamarlo in qualsiasi momento se dovessi avvertire dei peggioramenti... Non mi soffermo troppo, sui peggioramenti... Però questa storia del virus che sta girando in questo periodo non è che mi rassicuri molto!

inizia la settimana, i miei colleghi che lavorano con i senza fissa dimora, sono in fase di riorganizzazione del servizio, la Società della Salute mette a disposizione altri 12 posti letto, e predispone l'apertura H24 per le strutture, non si può più prevedere al turnazione, chi è dentro è dentro, fino alla fine dell'emergenza. Decido di partecipare alle riunioni dell'equipe di lavoro, per non perdermi passaggi importanti e anche per dare il mio contributo, sono l'unica donna in quel gruppo di lavoro, penso di poter dare un punto vista importante! Insieme scorriamo tutti i nomi delle persone che tutti i giorni contattiamo, chi sono i più vulnerabili? Chi ha patologie? Quanti anni hanno? A noi la patata bollente di dover scegliere chi sta dentro e chi resta fuori... Un potere che non mi appartiene, che non voglio... Io penso che ci dovrebbe essere una soluzione per tutti, ho un esplosione di emozioni fortissime, penso che per anni ho lottato per il diritto alla casa, e lo so che in questa nostra città ci sono migliaia di immobili sfitti e che tutte e tutti potrebbero avere un alloggio dignitoso, eppure neanche di fronte a questo maledetto virus l'amministrazione prende decisioni importanti, urlo dentro REQUISIRE... Lo capisco io che non sono poi così intelligente... Perchè non ci arriva chi ci amministra? è sempre lo  stesso sporco gioco, non si toccano i poteri forti, si lascia che la crisi la paghino ancora un volta gli ultimi... Medito vendetta!

 homeless

“La mancanza di riconoscimento della professionalità delle operatrici e degli operatori hanno reso il lavoro dequalificato e scadente.  Atipicità contrattuali,  disuguaglianza salariale a parità di mansioni, mancanza di diritti sul posto di lavoro, sono il frutto di scellerate scelte politiche che poi si riversano su chi lavora sul campo, e spesso si traducono in un “o questo o niente”.  Senza voler togliere niente a nessuno, è venuto il momento di denunciare il fallimento delle politiche sociali di questo paese, e se non si vuole essere complici bisogna reagire.

Il riconoscimento della funzione sociale delle operatrici e degli operatori sociali pone in essere la necessità di superare il modello attuale d'intervento, con la costruzione di figure professionali formate e competenti. Il privato sociale non ha gli strumenti adeguati per rispondere alle esigenze di una società in cui la forbice tra i pochi ricchi e i molti precari va ad aumentare.  Strumenti come parità di bilancio e programmazione a tempo, li hanno resi strumenti di mediazione al ribasso, luoghi di precarietà diffusa e alto rischio.”

 I colleghi comunicano alle persone che sono state scelte la possibilità di avere un posto per dormire fino alla fine dell'emergenza, e qualcuno non accetta, c'è chi non riesce a stare chiuso in un luogo senza poter uscire,  molte delle persone con cui lavoriamo hanno bisogno di fumare, bere, usare sostanze, hanno dipendenze o problemi psicologici tali da non riuscire a sopportare la chiusura e quindi preferiscono restare fuori, morire di freddo e di fame... E io mi chiedo: come si è riorganizzato il traffico di sostanze? e penso che si potrebbe scrivere qualcosa dal titolo "l'eroina ai tempi del coronavirus"... Ma poi mi perdo a pensare e non scrivo niente.

Intanto le colleghe che lavorano con le sex worker si sono riorganizzate, centinaia di telefonate per capire quali problemi hanno le ragazze e le trans e subito emergono due grandi problemi, sono irregolari, non hanno permesso di soggiorno, anche con l'autocerificazione (che cambia continuamente, anche questa è diventata una barzelletta, con tutti i problemi che abbiamo questi pensano a cambiare le virgole sulle autocertificazioni, e lasciano le fabbriche aperte) non possono uscire, rischiano troppo se vengono fermate; e non lavorando non hanno più soldi per pagare l'affitto ma soprattutto per comprare qualcosa da mangiare.  Allora ci riorganizziamo... Ci avanzano i soldi che di solito usavamo per metter benzina al furgone, potremmo usare quelli... Sentiamo le colleghe delle altre unità di strada cosa fanno... Ci riorganizziamo a livello regionale, con azioni simili, facciamo circolare le informazioni sulla nuova pagina di facebook... Ci sono le immunodepresse che devono prenderei farmaci antivirali, ma in ospedale non possono andare, ci andiamo noi, accordo veloce per poter ritirare i farmaci e consegnarli a casa...

“Il lavoro sociale, in special modo quando si tratta di prossimità ed alta marginalità, ha una funzione nei contesti contemporanei, di alto profilo. Le azioni che vengono svolte sono azioni di alto valore sociale, di importanza strategica per le comunità. In un contesto ampio di marginalizzazione e precarietà delle esistenze, i lavoratori e le lavoratrici sono gli unici che, anche quando i riflettori mediatici si spengono, si ritrovano sul campo ad affrontare le emergenze sociali. Quando le amministrazioni tirano in barca i remi, disinteressandosi dei problemi delle persone, abbandonandole al proprio destino,  a pagare un prezzo altissimo sono proprio coloro che vi lavorano, con salari da fame e precarietà.”

Secondo fine settimana, si fanno le orecchiette fatte in casa, mai fatta la pasta a casa, ci si prova, buone, si possono rifare, tra un mesetto vai! siamo fortunati io e il mio compagno, abbiamo due terrazzi a casa, dove possiamo stare in solitudine e prendere aria e sole, non abbiamo palazzoni davanti alle finestre, i vicini di casa improvvisamente parlano dai balconi, ci si sfoga, ci si confronta, ci si conosce, finalmente! Ma non è facile stare insieme 24 ore su 24, con le paturnie per questa febbre che non passa, con l'ultimo assegno di disoccupazione di I. e il pensiero che da aprile non sappiamo come fare, siamo più fortunati di altri, io ho un lavoro, part-time, ma c'è, ma non ci basta per campare dignitosamente... Si discute, con la socialità che ognuno dei due viveva annullata, tutto chiuso, niente palestra popolare niente collettivo femminista, si discute, a volte si litiga per un niente... Ma proviamo a tenerci in forma, allenamento giornaliero di box I. e meditazione per me, tutte le sere, devo far respirare il cuore e staccare il cervello... Medito vendetta!

La febbre è sempre lì, e questa seconda settimana ho anche avuto mal di testa, un giorno è stato forte...un giorno la febbre è salita a 37,6... Nel frattempo si aspetta che facciano un altro tampone ad un'altra amica M., che ha la figlia positiva, fiato sospeso.... Meditare, non per entrare in connessione con gli esseri viventi del pianeta terra, ma per ricordare al mio corpo di saper respirare...

Inizia la terza settimana, si fa una lunga lista della spesa, la più lunga della mia vita, io resto a casa, ho ancora la febbre,  I. si mette la mascherina, lascia qui il cellulare per non dover toccare niente mentre è in giro e parte alla volta del supermercato, rientrerà dopo più di tre ore. Io intanto chiamo il medico, dice che ci sono moltissime persone nella mai stessa situazione, mi fa il certificato fino al 3 aprile, mi raccomanda sempre le stesse precauzioni e mi dice che mi invierà il certificato. Lo invia la sera, e insieme una mail dove dice "… Penso si tratti di un infezione da Covid molto leggera... Comunque niente tamponi per ora, anche perchè non ne abbiamo, conviene comportarsi come infetti e seguire strettamente "le regole". Perfetto, fortuna abbiamo appena fatto la spesa, uscendo con tutti i dispositivi che fortunatamente avevamo, io non esco da 14 giorni, ma quando finisce la spesa come si fa? io potrei essere infetta, ma non è dato saperlo perchè i tamponi si fanno solo a chi ha sintomi gravi o è stato a contatto stretto con positivi. E chi vive con me deve sperare di essere un famoso asintomatico, chiudersi in casa per senso civico e aspettare insieme che tutto passi. Ancora una volta ho l'ansietta e decido di scrivere ad un'amica medico, mi rassicura, e mi dice che in questo momento è così, di stare a casa e chiedere se abbiamo bisogno per la spesa. Mi metto in pace sul divano, quando mi ricapita di poter riposare per così tanto tempo, e poi mi fanno male le ossa, sono stanca senza fare niente. Aspetto al sera, per respirare a lume di candela, in silenzio e meditare... Io medito vendetta!
Intanto i colleghi e le colleghe lavorano, io decido di dare una mano, per non farli stare troppo in ufficio mi do disponibile a fare cose da casa, tutte le mattine inserisco dati nel data base, un'ora e mezza circa in cui il cervello è impegnato; poi mi sento spesso con le colleghe, riorganizzare il lavoro è complesso, le persone con cui lavoriamo sono in forte difficoltà, le colleghe fanno sforzi enormi, mettono in campo "azioni efficaci" di sostegno, - pronti ai posti via- : iniziamo a comprare beni di prima necessità per far fronte alla carenza di cibo, ma anche qui lo stesso problema, a chi portiamo i pochi pacchi che riusciamo ad acquistare? con i soldi che abbiamo arriviamo a comprare 10 pacchi, non bastano, devono darci altre risorse... Intanto iniziamo da quelle che sappiamo essere messe malissimo, poi vediamo. 

 

“A questo bisogna aggiungere il ruolo del volontariato. Bisogna fare una distinzione forte tra i proponenti. Vi è un volontariato obbligato dalle necessità, che si muove in un contesto difficile per sostenere quelle persone che altrimenti sarebbero abbandonate dai servizi. Un volontariato critico in grado di mettere in piedi percorsi critici, ben consapevole dei propri limiti e che non rinuncia alla denuncia politica dell'inefficienza degli enti pubblici.  Come operatori e operatrici sociali non possiamo fare a meno di apprezzare coloro i quali rendono un servizio importante nel momento in cui lo Stato e le sue propaggini territoriali si girano dall'altra parte, con l'amarezza di essere consapevoli, come loro, di come solo un intervento pubblico possa realmente non solo arginare il problema ma anche provare a risolverlo.

E poi vi è un volontariato di sistema, che dispone di grandi capitali, e che si muove in sostegno acritico con le amministrazioni politiche. Si tratta di un volontariato ricco, che dispensa fondi e progetti in cambio di riconoscimenti e tutele dei privilegi sia pratici che politici. In un paese come il nostro, centro del cattolicesimo mondiale, la posizione dominante in questo campo è assunta dalle comunità religiose, che si avvalgono di strumenti e risorse che il capitale del privato sociale laico non può né sostenere e  né competere.”

Arriva il terzo fine settimana tra le mura di casa, che si fa? la casa non è mai stata così pulita! Facciamo la pizza! E pizza sia, telefonata a mio fratello per avere consigli sulle dosi e per vedere un po' la nipotina, che nel frattempo cresce e che ora ha un'altalena in giardino, fortunata lei, ha il giardino e due genitori tutto fare che le costruiscono un'altalena....la testa viaggia a tutte quelle bambine che un giardino non lo hanno, e non hanno neanche da mangiare e vivono in 7 in un bilocale... Medito vendetta!

E' domenica, finalmente vedo le mie compagne, ci separa la distanza e ci vediamo su uno schermo, ma vedere le loro facce, sentire le loro voci, provare ad organizzarci insieme, come abbiamo sempre fatto, mi da la carica, mi sento meglio a stare con loro, a condividere "la stessa rabbia e la se stessa primavera".

Inizia un'altra settimana, ci sentiamo con le colleghe e facciamo una lista, nel frattempo abbiamo racimolato altri soldi, riusciamo a comprare altri beni di prima necessità, possiamo fare altri pacchi, possiamo andare a prendere i farmaci antiretrovirali e consegnarli a domicilio, iniziamo a vedere la nuova forma del nostro lavoro, le colleghe sono stanche, inventarsi tutto, da capo, di fronte alla totale assenza delle istituzioni, che non danno indicazioni... Questa sarà una lunga settimana di rabbia, la sento crescere...

“La funzione pubblica del lavoro sociale deve, ad oggi, renderci promotori di una visione d'insieme che superi lo steccato creato con l'esternalizzazione dei servizi. Uno steccato che vede operatori e operatrici lavorare in campo “pubblico” con un sistema di garanzie “privato”. Il proliferare di coop e associazioni no profit in questo campo (e quindi non più a supporto di interventi pubblici, ma essenziali e unici nella fattispecie degli interventi) ha creato un sistema incapace di tutelare le persone più vulnerabili, escluse dal cosiddetto benessere, marginalizzate e spesso vittime di violenza. I primi a speculare su queste contraddizione sono i servizi sociali, che si arroccano nei loro privilegi ed essendo diretta emanazione delle amministrazioni,  ne accettano passivamente le soluzioni. La mancata autonomia dei servizi sociali spesso implica conseguenze gravi sul sostegno alle persone in difficoltà. Il ricatto contrattuale (nuovo paradigma è quello delle partite IVA), li rende ancor di più emanazione diretta dell'inefficienza del pubblico.”

…. Ma c'è una bella notizia: Nicoletta è a casa, con restrizioni totali, ma a casa, fuori da quell'inferno, e il pensiero va a chi è rimasto dentro, alle condizioni disumane del carcere, che erano disumane anche prima di questa pandemia... amnistia e indulto, subito... Medito vendetta! 

Ma le belle notizie arrivano sempre insieme a quelle brutte, perchè si sa, mai una gioia, M. è ricoverata in ospedale, tampone negativo ma esame del sangue, valori e sintomi fanno comunque pensare che abbia contratto il coronavirus, lei è in buone mani, è una guerriera, vincerà questa battaglia... Il pensiero va alle donne che vivono con lei, sono tre, speriamo facciano presto a fare i controlli, e che vengano seguite nel modo giusto; sono impotente di fronte a tutto quello che sta accadendo...

“Esiste un modo però per uscire dall'empasse. Bisogna internalizzare il lavoro. Uscire dalla logica del ente di diritto privato e ridare dignità a figure professionali che altrimenti rimarranno schiacciate dalla propria condizione di precarietà. Formazione, intervento sul campo, continuità delle azioni, capacità di interfacciarsi con i servizi sociali.  

Se ciò non sarà messo al centro del dibattito, le operatrici e gli operatori continueranno ad essere una non-categoria, precaria e acriticamente funzionale, incapace di far sentire la propria voce nella quotidianità del lavoro e nei momenti d'emergenza, come quella che stiamo vivendo.”

scrivo oggi 31 marzo 2020 quello che stai leggendo, è scritto così, come lo sento, senza troppe riflessioni, di getto e con il fiato corto, non mi sono mai sentita sicura nello scrivere, ma eccomi qui... Continuo a meditare, medito vendetta!

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