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Articoli filtrati per data: Monday, 22 Giugno 2020

La lotta NO TAV si rimette in cammino lungo i sentieri della Clarea. Da giorni arrivavano scampoli di notizie su un'imminente ripresa dei lavori. Da tempo materiali si andavano ammassando oltre le reti, lungo il torrente, ai piedi dei piloni autostradali. Intanto in Valle aumentavano i controlli; gli alberghi collaborazionisti si preparavano ad ospitare le truppe, ogni mattina si sentiva il rombo dell'elicottero che saliva da Torino.

Ieri il movimento NO TAV si è ritrovato a Giaglione e si è messo in marcia. E' nato il presidio permanente ai Mulini di Clarea. Le foto ci raccontano la bella giornata di sole, la costruzione delle barricate, l'allegria che accompagna la vita anche nei momenti più duri, quando si attende e si sa che il difficile sta per venire, ma si è anche consapevoli che, nonostante tutto, non si può disilludere un sogno ed abdicare al senso di responsabilità verso il futuro

Sono arrivati, di notte, come sempre. Hanno circondato il presidio, alzato barriere sui sentieri, ma non sono ancora riusciti a piegare i resistenti, alcuni saliti sugli alberi, altri sui tetti dei mulini, qualcuno incatenato ai cancelli. Le bandiere NO TAV garriscono con le rondini, al vento della Clarea.

In Valle volano incessanti le notizie, gli appuntamenti del fare concretamente, gli appelli alle realtà solidali: come sempre si deve partire insieme, con una risposta che sia di tutti e per tutti.

La rabbia è tanta: si può che provare odio per i lobbisti che, rinchiusi nel Palazzo, continuano a presentare come pubblica utilità la devastazione sociale e ambientale legata a questa e alle altre Grandi Opere, inutili, costosissime, mortali.

Questo è il CuraItalia messo in piedi dalla folle bulimia dei nostri nemici di sempre che siedono nelle istituzioni e non rinunciano a trasformare in oro per i loro forzieri aria, acqua, suolo, salute, cultura, bellezza...e la memoria del passato, la vita del presente, la speranza del futuro di tutti.

Care compagne, cari compagni, per la prima volta non sono con voi nei luoghi della resistenza. Questi arresti domiciliari mi pesano insopportabilmente e più che mai in questi momenti, quando tutte e tutti sarebbero indispensabili, anche chi come me ha ormai poco da dare in forza fisica...ma il cuore è vivo e batte il ritmo della lotta....

Nicoletta

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La lotta per cambiare il mondo secondo Angela Davis

È il 1972. Angela Davis sta rispondendo alle domande di un giornalista svedese che le ha chiesto cosa pensa del ricorso alla violenza da parte delle Pantere nere. Alle sue spalle c’è il muro della cella di una prigione statale della California. Davis indossa un dolcevita rosso e porta la sua classica pettinatura afro. Con una sigaretta accesa tra le dita, fissa il giornalista con uno sguardo penetrante, poi risponde: “Mi chiede se approvo la violenza? Per me è una domanda senza senso. Mi chiede se approvo l’uso delle armi? Sono cresciuta a Birmingham, in Alabama. Alcuni miei amici sono stati uccisi dalle bombe fatte esplodere dai razzisti. Del periodo in cui ero molto piccola ricordo il rumore delle bombe che esplodevano, la casa che tremava. Per questo motivo, quando qualcuno mi chiede di parlare della violenza, mi sembra incredibile. Significa che la persona che mi sta davanti non ha la minima idea di cosa abbiano subìto gli afroamericani in questo paese dal momento in cui il primo nero è stato rapito sulle coste dell’Africa”.

Osservando il breve filmato si capisce perché Angela Davis è diventata un’icona. L’immagine, la determinazione, l’intelligenza. Davis è stata immortalata nel documentario del 2011 The black power mixtape, e alcuni spezzoni dell’intervista sono stati diffusi sui social network dopo che George Floyd, un nero di 46 anni, è stato ucciso da un poliziotto a Minneapolis, scatenando proteste in tutto il mondo. Oggi il suo libro Donne, razza e classe (Alegre 2018), pubblicato nel 1981, è considerato una lettura essenziale per chiunque voglia capire cos’è l’attivismo antirazzista, insieme a La prossima volta il fuoco di James Baldwin (Fandango 2020) e all’autobiografia dell’abolizionista Frederick Douglass.

 Il documentario “The black power mixtape”

Angela Davis ha 76 anni. È collegata via Zoom dal suo ufficio, in California. Le chiedo se dopo tutti questi anni ha la sensazione che un cambiamento concreto sia possibile. “Certo, la situazione oggi potrebbe essere diversa”, risponde. “Ma non è scontato”. Davis, comprensibilmente, si mostra prudente. D’altronde nella sua vita ha visto di tutto, dalle rivolte del 1965 a Watts, un quartiere di Los Angeles, alla guerra in Vietnam fino all’invasione dell’Iraq e ai disordini di Ferguson. “Dopo tutti i momenti segnati da una grande consapevolezza e dalla volontà di cambiamento, le riforme che sono state introdotte hanno cancellato qualsiasi possibilità di un cambiamento radicale”.

Davis, nel complesso, trova incoraggianti le proteste innescate dalla morte di Floyd. Non è la prima volta che gli Stati Uniti assistono alla nascita di movimenti su larga scala – l’ultima volta nel 2014, dopo la morte di Michael Brown, Tamir Rice ed Eric Garner – ma Davis pensa che oggi qualcosa sia cambiato: i bianchi stanno cominciando a capire.

“Non avevamo mai visto manifestazioni così prolungate, partecipate e diversificate”, sottolinea. “Penso che questo stia dando molta speranza alla gente. In passato, quando dicevamo Black lives matter (le vite dei neri sono importanti), c’era sempre qualcuno che diceva: ‘Ma non sarebbe meglio dire che tutte le vite sono importanti?’. Ora finalmente hanno capito. Si sono resi conto del fatto che fino a quando i neri verranno trattati in questo modo, fino a quando la violenza del razzismo resterà inalterata, nessuno sarà al sicuro”.

Se c’è una persona adatta a valutare la situazione attuale è sicuramente Angela Davis. Per cinquant’anni è stata una delle intellettuali più importanti della campagna per la giustizia razziale, anche se le cause che ha difeso – riforma carceraria, riduzione dei fondi della polizia, riorganizzazione del sistema di rilascio su cauzione – sono state sempre considerate troppo radicali. A un certo punto è sembrato che Davis fosse rimasta congelata nel passato, vincolata allo stile “radical chic” degli anni sessanta e sostenitrice di idee ormai fuori moda. Nel 2016 un giornalista del Wall Street Journal scrisse un ritratto dell’attivista in cui chiedeva ai suoi colleghi se conoscessero Davis. Tra quelli che non avevano ancora compiuto 35 anni nessuno sapeva chi fosse.

Oggi, a cinquant’anni dall’inizio della sua lotta, Davis sembra improvvisamente diventata il simbolo della giustizia sociale, ma ci tiene a riconoscere i meriti della nuova generazione di attivisti e pensatori politici. “Osservo questi ragazzi, così intelligenti e capaci di apprendere dal passato per creare nuove idee. Imparo molto anche da persone che hanno cinquant’anni meno di me. È emozionante, mi spinge a continuare la lotta”.

“Anche se la portata della reazione è sicuramente nuova, la causa non lo è, e penso sia importante sottolinearlo”. Davis non vuole che si dimentichi l’impatto dell’impegno sociale delle Pantere nere negli anni sessanta, in particolare dell’attivismo di comunità, dei laboratori formativi e dei banchi alimentari. “La causa va avanti da molto tempo. Ciò che osserviamo oggi nasce da un lavoro che è stato fatto per anni e che non ha ricevuto la giusta attenzione da parte dei mezzi d’informazione”.

Davis parla della militarizzazione della polizia statunitense dopo il Vietnam e dell’apertura per una riforma carceraria dopo la rivolta nel penitenziario di Attica del 1971, che però non è mai arrivata, almeno non nella forma che lei aveva immaginato. All’epoca della rivolta la popolazione carceraria degli Stati Uniti era di 200mila detenuti. Alla fine degli anni novanta è arrivata a più di un milione. “Ripensando a quel periodo ci siamo accorti che le riforme non hanno fatto altro che consolidare il sistema. Oggi abbiamo il timore che succeda di nuovo”.

Quale consiglio ha dato al movimento Black lives matter? “Dal mio punto di vista la cosa più importante è cominciare a esprimere idee su come far evolvere il movimento”. Naturalmente si tratta di un aspetto difficile da analizzare nel fervore di una protesta che si sta diffondendo in tutto il mondo. Tuttavia, per Davis è importante capire che l’incendio di un commissariato a Minneapolis o la rimozione della statua di Edward Colston a Bristol non sono la risposta definitiva. “A prescindere da quello che pensano le persone, questi gesti non porteranno un cambiamento reale”, spiega riferendosi alla rimozione della statua. “Ciò che conta è l’organizzazione, il lavoro. Bisogna continuare a lavorare, a organizzarsi per combattere il razzismo, a trovare nuovi modi per trasformare le nostre società. Solo così si può fare la differenza”.

Dopo essere uscita dal carcere Davis ha fatto di tutto per evitare che il contributo delle donne alla causa per i diritti civili fosse ignorato

Angela Yvonne Davis è nata a Birmingham, in Alabama, nel 1944. All’epoca uno dei politici più potenti della città e dello stato era il suprematista bianco Bull Connor. Conosceva alcune delle quattro ragazze che morirono nell’attentato realizzato dal Ku Klux Klan nel 1963 contro una chiesa battista, un crimine per cui le prime incriminazioni arrivarono solo nel 1977. “Sapevamo che il ruolo della polizia era quello di proteggere i bianchi”, ricorda Davis.

A 15 anni si trasferì a New York per frequentare le scuole superiori, per poi spostarsi in Germania Ovest e studiare filosofia e marxismo seguendo Herbert Marcuse e la scuola di Francoforte. Tornata negli Stati Uniti alla fine degli anni sessanta, entrò nel partito delle Pantere nere e nel Partito comunista. A causa dei suoi legami con il comunismo, il governatore della California dell’epoca, Ronald Reagan, la fece licenziare dall’incarico di assistente di filosofia all’università della California (Ucla).

Poi, nel 1970, la vita di Davis cambiò radicalmente. Un fucile che aveva comprato legalmente fu usato in un tentativo di fuga da un tribunale. La vicenda si concluse con la morte di un giudice che era stato rapito, oltre che di Jonathan Jackson (lo studente che aveva tentato la fuga) e altri due imputati. Davis fu accusata di “rapimento aggravato e omicidio di primo grado” perché aveva comprato il fucile, e dopo una breve latitanza fu arrestata a New York. Aretha Franklin contribuì a pubblicizzare il suo caso offrendosi di pagare la cauzione, mentre i Rolling Stones e John Lennon scrissero canzoni su di lei. La causa di Davis diventò famosa in tutto il mondo, fino a quando fu assolta dopo 18 mesi di carcere. Quell’episodio la trasformò nel simbolo internazionale dell’attivismo politico di ogni genere. “Sono felice di essere ancora viva. Sono testimone di tutto ciò che sta accadendo, anche per conto di quelli che non ce l’hanno fatta”.

Davis sa che ha rischiato di essere tra quelli che non ce l’hanno fatta. All’epoca dell’intervista con il giornalista svedese, nel 1972, era ancora in carcere con l’accusa di omicidio e rischiava la pena di morte. Molti esponenti delle Pantere nere sono morti in modo violento: Fred Hampton fu ucciso durante una retata della polizia a Chicago, mentre Bobby Hutton fu assassinato a Oakland anche se si era arreso agli agenti (Marlon Brando pronunciò il suo elogio funebre). Altri sono ancora in carcere (Mumia Abu-Jamal) o in esilio (Assata Shakur). “So che avrei potuto fare la stessa fine”, ammette Davis. “Potrei essere in prigione, avrei potuto essere condannata all’ergastolo. A salvarmi la vita è stato l’impegno di molte persone in tutto il mondo. In un certo senso il mio lavoro si è sempre basato sulla consapevolezza che sono qui solo perché molte persone hanno fatto lo stesso lavoro per difendermi. Continuerò a fare quello che faccio, fino al giorno in cui morirò”.

Come avviene il cambiamento
Dopo essere uscita dal carcere, Davis ha fatto di tutto per evitare che il contributo delle donne alla causa per i diritti civili fosse ignorato. Oggi vede lo stesso impegno da parte degli attivisti che combattono per fare in modo che le donne vittime della violenza della polizia – come Breonna Taylor, uccisa a Louisville, in Kentucky, da agenti che avevano fatto irruzione nel suo appartamento – abbiano la stessa visibilità dei maschi. “La maschilizzazione della storia va avanti da decenni, da secoli”, sottolinea Davis. “I racconti dei linciaggi, per esempio, tralasciano spesso il fatto che molte vittime erano donne nere, così come donne e nere erano molte persone che si sono battute contro i linciaggi, come Ida B Wells”.

“È importante cogliere la tendenza alla maschilizzazione della lotta e chiedersi perché non riusciamo a riconoscere che le donne sono sempre state al centro della causa, sia come vittime sia come attiviste”.

In questo momento ad affermarsi non sono solo le idee di Davis sulla riforma della polizia e la giustizia sociale, ma anche le sue riflessioni su come realizzare il cambiamento. Per decenni Davis ha promosso un pensiero femminista che si oppone alla leadership e alle forme di resistenza iper-maschiliste. Secondo Davis, i movimenti Occupy e Black lives matter hanno portato una grande novità con il loro rifiuto di darsi una leadership riconoscibile.

“In questo paese molti si chiedono dove siano i nuovi Martin Luther King, Malcolm X e Marcus Garvey. Naturalmente quando pensano ai leader immaginano uomini neri e carismatici. Ma i movimenti radicali più recenti creati dai giovani hanno avuto un’impronta femminista e hanno privilegiato la leadership collettiva”.

Le chiedo se non esiste un conflitto tra il suo approccio al cambiamento – comunitario e senza leader – e il suo status personale. “Non posso prendermi troppo sul serio”, risponde. “Lo ripeto continuamente. Da sola non avrei potuto ottenere niente di tutto questo. Il merito è del movimento e del suo impatto”.

Già in passato Davis ha cercato di portare il movimento antirazzista al centro del dibattito pubblico. Nel 1980 si candidò alla vicepresidenza degli Stati Uniti con il Partito comunista statunitense. In un intervento del 2006 ha attaccato l’amministrazione di George W. Bush. Oggi non vuole nemmeno pronunciare il nome di Donald Trump e preferisce definirlo come “l’attuale inquilino della Casa Bianca”. Le chiedo se la democrazia statunitense, allo stato attuale, lasci spazio a idee radicali sul cambiamento sociale. “Non credo che possa accadere”, risponde. “Almeno non con gli attuali dirigenti dei due partiti politici principali”.

Cosa pensa Davis del fatto che alcuni democratici si siano inginocchiati per esprimere solidarietà ai manifestanti? Di recente Nancy Pelosi, presidente della camera dei deputati, e alcuni suoi importanti colleghi di partito hanno indossato indumenti di kente, un tessuto tipico ghaneano che gli era stato regalato dai rappresentanti afroamericani del congresso. Il loro obiettivo era mandare un messaggio ai cittadini neri, una base elettorale decisiva su cui il candidato democratico alla presidenza Joe Biden non riesce a far presa. “Lo hanno fatto solo perché vogliono stare dalla parte giusta della storia, ma non è detto che vogliano anche fare la cosa giusta”, risponde Davis con un certo distacco.

Durante le sue conferenze Davis racconta spesso di quando, da bambina, chiedeva alla madre perché non potesse andare al parco giochi o alle librerie di Birmingham. La madre, che era un’attivista, le spiegava come funzionava la segregazione, ma non si fermava lì. “Ci ripeteva continuamente che le cose sarebbero cambiate e che noi avremmo fatto parte del cambiamento. Così ho imparato fin da piccola a vivere in un contesto di segregazione razziale, ma anche, contemporaneamente, a immaginare un nuovo mondo, con la certezza che la situazione non sarebbe rimasta la stessa per sempre. Mia madre ce lo diceva sempre: ‘Non è così che dovrebbero andare le cose, non è così che dovrebbe essere il mondo.’”

Lanre Bakare

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano britannico The Guardian.

da Internazionale

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Nel giorno della celebrazione della liberazione della schiavitù (il Juneeteenth) Radio Onda Rossa Radio Onda Rossa manda in onda, tradotta, una recente intervista ad Angela Davis. Partendo dalle  campagne abolizioniste, dalla campagna defundthepolice e dalla rimozione delle statue confederate, Angela Davis offre un’analisi del razzismo sistemico degli Stati Uniti d’America e la sua connessione al capitalismo.
“It’s about revolution”

Da Osservatorio RepressioneOsservatorio Repressione

 

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Notte di resistenza in Val Clarea. Il monitoraggio popolare del cantiere nei giorni scorsi aveva segnalato movimenti di mezzi da lavoro all’interno del perimetro che facevano presagire una ripresa dei lavori. Il coordinamento dei comitati notav ha quindi inaugurato sabato un presidio permanente nella zona dei mulini storici, edifici che dovrebbero essere distrutti dall’avanzare del cantiere come tutta la zona boschiva circostante. Mentre un piccolo corteo improvvisato partiva da Giaglione verso il cantiere per ribadire che nessuno si sarebbe fatto cogliere impreparato, in tutta risposta il governo ha iniziato a spostare centinaia di poliziotti e militari in Val Susa preparandosi ad attaccare il presidio. L’arrivo di decine di mezzi è stato segnalato da sentinelle notav tra Rosta e Avigliana nella serata di ieri.

Come previsto, questa notte, tali e quali ai ladri, i lobbyisti del tunnel hanno tentato di rimettere in moto la macchina del TAV. Alcune ruspe hanno iniziato a provare a sbancare le rive del torrente Clarea per posare una passerella e mettere jersey con filo spinato a difesa del cantiere della vergogna. La polizia in assetto antisommossa ha circondato il presidio ai mulini ma ha dovuto ripiegare. Tutta la notte i notav hanno resistito con fantasia e determinazione, alcuni gruppetti si sono incatenati ai cancelli e altri sono arrampicati sugli alberi sfruttando la conoscenza del territorio accumulata in questi anni di presenza attiva e ricognizioni. Nel frattempo la polizia bloccava l’accesso dal lato di Giaglione a solidali e giornalisti, provando ad isolare i notav barricati. Con un’ordinanza emanata d’urgenza il Ministero dell’interno, per bocca del prefetto, ha chiesto di chiudere tutta via dell’Avanà, tutta via Roma e le zone circostanti incluse tutte le zone boschive/di campo di Giaglione e Chiomonte.

Questa brusca accelerata rappresenta l’ennesima mossa scomposta di TELT & soci. Presi dal panico per la sonora bocciatura del raddoppio della Torino-Lione da parte della Corte dei conti europea, provano goffamente a riprendere in fretta e furia i lavori. Per spostare un po di terra in riva al fiume, per l’ennesima volta, le autorità italiane hanno mobilitato centinaia di poliziotti e carabinieri, con un costo folle, in un momento particolarissimo per tutto il paese che richiederebbe di investire risorse ingenti per ben altre priorità.

Per ora i notav sono per ancora alla zona dei mulini, ci dicono di comunicare a tutti che sono tranquilli e il morale è alto ma servirà la partecipazione di tutti nei prossimi giorni, a partire da oggi lunedi 22 giugno APPUNTAMENTO ALLE ORE 18 al CAMPO SPORTIVO DI GIAGLIONE per dare il cambio ai presidianti della Clarea. Per la lobby sitav il messaggio è forte e chiaro, questo è solo un’anticipazione di cosa vorrà dire per questi signori cantierizzare in un territorio ostile.

AI NOSTRI POSTI CI TROVERETE! FORZA NOTAV!

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Da notav.info

 

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Il 22 giugno 1633 Galileo Galilei fu costretto ad abiurare le sue dottrine scientifiche dinanzi alla Santa Inquisizione per non finire sul rogo. Ricordiamo questo evento, tra i più bui della storia dell'umanità, che segna alcuni dei momenti più belli di "Vita di Galileo" di Bertolt Brecht, in omaggio a tutti gli uomini che hanno fatto avanzare le conoscenze quotidiane dell'umanità contro i limiti imposti dai religiosi di tutte le risme.

Bertolt Brecht (1898-1956) redige svariati adattamenti della sua celebre opera teatrale La vita di Galileo. La prima edizione, in ogni caso, è del 1939. Nonostante il titolo sia fuorviante, il testo non segue l’intera vita di Galileo Galilei, ma si concentra sul periodo dedicato dallo scienziato agli studi intorno alla teoria copernicana e sulla condanna del Sant’Uffizio.

L’analisi dell’opera è indubbiamente complessa, in particolare a causa dell’esistenza di più versioni. Le principali redazioni sono tre: quella danese del 1939, quella statunitense del 1945 e quella berlinese del 1956. Il testo presenta quindi svariate aggiunte e modifiche, ma per quanto riguarda l’intreccio possiamo in ogni caso notare che il fulcro della trama rimane invariato.

Bertolt Brecht, nella sua Vita di Galileo, sceglie di ritrarre lo scienziato da una prospettiva nuova e diversa rispetto a quella che si può trovare nei libri di storia. Si tratta infatti di un Galileo dalla psicologia complessa, che è al tempo stesso ironico e sprezzante, elettrizzato dalle sue scoperte, ma confuso e sconfortato quando deve affrontare le conseguenze della diffusione di quelle stesse tesi che ha disperatamente inseguito. Un uomo che sa essere lucido e ambizioso, ma che si ripiega anche nella solitudine e nei rimorsi quando conosce la sconfitta e il fallimento. Tuttavia, i fatti narrati da Brecht sono rigorosamente storici: la scoperta del cannocchiale, le osservazioni del cielo, l’amicizia con Sagredo, l’epidemia di peste e la condanna per eresia, i lunghi anni di solitudine sotto il controllo dell’Inquisizione.

Brecht, prolifico e finissimo drammaturgo che ha fatto della critica sociale il suo tratto distintivo, scrive la sua opera durante l’ascesa del Nazismo: quando in Germania ogni aspetto della vita quotidiana e socio-culturale è controllato dal regime. L’azione dell’Inquisizione può essere letta allora come paradigma della forza cieca dell’ideologia sulla ragione. Per questo Brecht mette a fuoco della “vita” di Galileo solo la parte che va dalle rivoluzionarie scoperte astronomiche alla condanna dell’Inquisizione. A Brecht non interessa scavare oltre nella storia di Galileo, preferisce accendere i riflettori, metaforicamente e letteralmente, sulla condanna allo scienziato, che viene messa in parallelo con quella di poco precedente di Giordano Bruno (arso sul rogo nel febbraio del 1600 sulla piazza romana di Campo de’ Fiori) e con il contesto storico a lui contemporaneo della dittatura nazista. Tuttavia, la lettura che Brecht dà del personaggio di Galileo non è piatta e monotematica: Brecht, attraverso la figura dello scienziato pisano, avverte che la scienza stessa, se messa nelle mani sbagliate, può essere pericolosa. Galileo è servitore fedele della scienza ed è disposto a mettere a repentaglio la sua stessa vita per lei, ma sa anche che questa non deve essere asservita al potere. La scienza deve aiutare l’uomo, non gli oppressori dell’uomo. Anche per questo motivo Galileo, che ha sfidato la peste pur di non abbandonare le sue ricerche, una volta di fronte agli strumenti di tortura capitola, abiura e si ritira a proseguire da solo le proprie ricerche, abbandonato da tutti.

Altro tema centrale è la riflessione dell’autore sui rapporti tra scienza moderna e cattolicesimo, come sottolineato con forza dalle varie figure che si muovono attorno al Sant’Uffizio e che si adoperano per aiutare o condannare lo scienziato pisano. Il Galileo di Brecht, nonostante la dottrina cattolica si basi su dogmi di fede e la scienza su procedimenti induttivi e dimostrazioni rigorose, non avverte una scissione tra le sue ricerche e la sua fede. Emblematica la scena in cui, di fronte alle razionali argomentazioni galileiane, i dotti colleghi dell’università, timorosi di accogliere simili rivolgimenti quasi apocalittici, si rifiutano di guardare con i propri occhi dentro il cannocchiale dello scienziato. Il sapere che deriva dalla scoperta del mondo, anziché liberare l’uomo e avvicinarlo ai suoi simili, sembra condannarlo ad una solitudine acerba e dolorosissima.

Il Galileo di Brecht si fa quindi portatore di una forte critica alla società contemporanea e di quei meccanismi di oppressione e omologazione che utilizzano l’ignoranza come mezzo di controllo delle masse. Particolarmente rilevante da questo punto di vista è la scena in cui il discepolo di Galileo, Fulgenzio, ripensa ai suoi genitori, povera gente di origine contadina: questi ultimi hanno come unica sicurezza in una vita di sofferenze il ciclo della semina e la certezza del Paradiso come ricompensa per le rinunce e i dolori terreni. La certezza, per dirla in altri termini, di trovarsi al centro di un cosmo organizzato da un ordine superiore, buono e giusto, che provvede alla felicità ultraterrena. Tutte queste persone, sostiene Fulgenzio, private dell’ordine in cui hanno sempre creduto, non avrebbero più una bussola etica ad indicare loro il cammino. L’opera si conclude allora con l’amaro riconoscimento dei limiti di una realtà (tanto storica quanto contemporanea) in cui il ruolo dello scienziato deve essere ancora quello di alleviare le fatiche dell’uomo e in cui la cultura è irrimediabilmente controllata dal potere. Tuttavia nel buio della condizione umana si può ugualmente scorgere un messaggio di speranza: come spiega Andrea nell’ultima scena, forse un giorno l’uomo riuscirà a volare.

Celebre la frase di Galileo che, di fronte all’allievo che si lamenta che non ci siano più eroi, proclama: “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”.

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Ogni volta che qualcuno butta l’occhio sulla TAV Torino-Lione ne scopre l’assurdità e l’insostenibilità.

Intendo qualcuno che non abbia gli occhi foderati da una colata di cemento armato ideologico spessa 57 chilometri o che non sia condizionato da un conflitto d’interessi grande come l’orrido grattacielo di Fuffas a Torino. L’ultima volta in ordine di tempo è toccato alla Corte dei Conti europea, che ha messo sotto osservazione otto IFT (nell’orribile pratica degli acronimi significa “Infrastrutture-faro nel campo dei trasporti), tra cui appunto la Lyon-Turin. Otto mega-progetti finanziati dall’Unione europea in quanto parte del TEN-T (il Network Trans-Europeo di Trasporto regolato dal protocollo del 2013). L’obbiettivo dichiarato era quello di accertare: 1) se le opere potranno realisticamente essere terminate entro il termine previsto del 2030; 2) se la pianificazione risulti “di buona qualità, valida e trasparente”; 3) se l’attuazione sia efficiente e la supervisione sugli investimenti cofinanziati dall’UE da parte della Commissione “sia adeguata”. E la conclusione è stata che, per buona parte dei casi considerati, NESSUNA DI QUESTE CONDIZIONI appare rispettata. In primo luogo per quanto riguarda il TAV Torino-Lione, per il quale le “criticità” rilevate e riprodotte nel Rapporto appaiono macroscopiche.


Intanto per i tempi: nessuna speranza che nel 2030 si veda qualcosa passare in quel tunnel infinito. La Corte considera molto “probabile” che l’infrastruttura principale “non sarà pronta entro il 2030, come al momento previsto”, ma soprattutto pressoché certo che non saranno ultimate le necessarie opere di raccordo, indispensabili per considerare ultimata l’opera, soprattutto sul versante francese dal momento che “la strategia attualmente in vigore in Francia fissa il 2023 come termine ultimo per il completamento della pianificazione delle linee di accesso nazionali”. Il 2035 sembra apparire un terminus ad quem meno impossibile anche se anch’esso del tutto incerto.


Poi per i volumi di traffico, da cui dipende in primo luogo la redditività (e l’utilità) dell’opera. Anche qui la Corte ribadisce quanto non si stancano di ripetere i critici del TAV, ovvero che le proiezioni di traffico dei fautori dell’opera sono fuori dalla realtà. Per raggiungere i 24 milioni di tonnellate annue trasportate occorrerebbe deviare su rotaia più della metà degli attuali 44 milioni di tonnellate trasportate su gomma, percentuale irraggiungibile ovviamente, tanto più in assenza di una lunga serie di “condizioni complementari: eliminazione delle strozzature, costruzione di collegamenti mancanti a livello di corridoio, promozione delle condizioni del traffico multimodale per garantire traffico ferroviario interoperabile e senza soluzione di continuità”, ecc…) che farebbero ulteriormente lievitare i già elevatissimi costi: 9,5 miliardi di Euro, quasi raddoppiati rispetto al precedente “preventivo”, la cifra più elevata tra gli 8 mega-progetti europei presi in considerazione.


Infine la ricaduta ambientale, questione delicata perché è su questo tasto che battono madamine, confindustriali SI-TAV e partito degli affari, dopo che gli altri argomenti (per esempio i flussi di traffico) gli sono stati smontati dai dati: sulla “progressista” riduzione delle emissioni di CO2 ottenuta dal trasferimento dal traffico su gomma alla rotaia. Finalmente la Corte dichiara formalmente fondate le osservazioni dei NO-TAV che da sempre sostengono che le emissioni inquinanti e degradanti del clima prodotte dai lavori di costruzione dell’opera aggreverebbero, per un lungo periodo, anziché alleviare, l’impatto ambientale. Luca Mercalli ha condotto su questo una battaglia scientifica e culturale esemplare. Bene, la Corte dei Conti europea mette ben in chiaro che il momento a partire dal quale occorre calcolare i benefici ambientali è quello dell’entrata in funzione dell’opera e non certo quello dell’inizio dei lavori come truffaldinamente e assurdamente calcolavano i SI-TAV. E poi ci dice che per assorbire l’enorme volume di emissioni dannose prodotte dai lavori (a cominciare dalle centinaia di camion e mezzi di trasporto per gestire lo smarino in circolazione ogni giorno, per una quindicina di anni, in valle) e pareggiare il conto – cioè per iniziare a ottenere vantaggi ambientali dalla ferrovia – occorreranno almeno 25 anni, che calcolati dal 2035 ci portano al 2060, a condizione che i livelli di traffico siano quelli (come si è visto spropositati) previsti dai costruttori. Se raggiungessero, com’è più che ragionevole prevedere, “solo la metà del livello previsto, occorreranno 50 anni dall’entrata in servizio dell’infrastruttura prima che le emissioni di CO2 prodotte dalla sua costruzione siano compensate”. Si andrebbe cioè alle soglie del prossimo secolo!
La Corte ha anche osservato – in conclusione – che “la Commissione non ha valutato in modo indipendente le specifiche di costruzione basandosi sui potenziali flussi di traffico passeggeri e merci prima di concedere fondi Ue”.

 Buchi neri 6

Ho detto all’inizio che basterebbe non essere accecati da ideologie e conflitti d’interessi per cogliere l’assurdità dell’opera. Per la verità la Corte dei Conti europea un bel po’ d’ideologia “sviluppista” l’ha assunta nel proprio DNA. E infatti, nonostante quanto rilevato e contestato, non pensa di bloccare nulla. E anzi il suo presidente, Oskar Herics, che è stato anche l’estensore della relazione, continua a dirsi convinto che comunque, aldilà delle criticità osservate nel modo di calcolare i flussi o gli impatti e circa la trasparenza delle procedure, quel sistema infrastrutturale europeo resti “essenziale” per sostenere la crescita sistemica tramite una maggiore connettività infrastrutturale e che “dovrebbero essere profusi ulteriori sforzi per accelerare il completamento di molti dei megaprogetti-faro di trasporto dell’UE”. E questo nonostante che per alcuni di questi – come anche per il TAV valsusino – siano state opposte numerose, e valide, critiche da valutatori indipendenti.


Così per il tunnel sottomarino (lungo 18 km) che sta sotto la voce “collegamento fisso Fehmarn Belt”, un segmento del corridoio scandinavo-mediterraneo destinato a collegare l’isola danese di Lolland con l’isola tedesca di Fehmarn, a sua volta già unita alla terraferma tedesca con un ponte (7,7 miliardi di Euro previsti, 794 milioni di finanziamento UE). Un accreditato rapporto di studiosi indipendenti del 2016 ne dichiara l’incerta prospettiva di utilità e redditività per (anche in questo caso) una netta sovrastima dei flussi previsti di traffico, una non accurata valutazione delle criticità insorgenti, e una forte “probabilità di fallimento del progetto finanziario in termini di periodo di rimborso”. In particolare assunta la metafora del semaforo (utilizzata a suo tempo dal ministro danese competente quando chiese e ottenne l’approvazione del progetto in Parlamento), e cioè della luce verde per una garantita possibilità di rientro dai costi dell’investimento entro 40 anni, luce gialla per un periodo compreso tra i 40 e i 50 anni, e luce rossa per un periodo superiore ai 50 anni, gli estensori del progetto calcolavano allo 0% la probabilità di luce verde, al 12,7% di luce gialla, e all’87,3% di LUCE ROSSA.


Così pure per la Rail Baltica, linea ferroviaria finalizzata a collegare Helsinky e Varsavia passando per Estonia, Lettonia e Lituania e collegando l’Europa settentrionale con quella centrale (costo totale stimato 7 miliardi di Euro). Anche in questo caso è stato sostenuto, con argomenti di tutto rispetto (si veda lo studio di Priit Humal, Karli Lambot, Illimar Paul, Raul Vibo), che le analisi costi-benefici sulla cui base i decisori pubblici avevano approvato l’opera erano fortemente (e indebitamente) sbilanciate a favore dei secondi (i benefici) sottostimando notevolmente i primi (i costi). “Dopo aver corretto gli errori – è la conclusione -, il valore attuale del progetto [risulterebbe] essere negativo di circa 300 milioni di Euro” e dunque “non ammissibile al finanziamento secondo le norme dell’UE”. Conclusione a cui in fondo giunge anche il Rapporto della Corte dei Conti, la quale tuttavia si limita a deplorare la mancata diligenza della Commissione Europea nell’ammettere il progetto auspicandone comunque il completamento in tempo utile… Il che ce la dice lunga sull’aria che tira ai piani alti dell’establishment comunitario.

Buchi neri 9

Diciamocelo chiaramente: se questo è il clima europeo, se cioè anche dopo le dure lezioni di questi mesi sulle carenze strategiche del “paradigma prevalente” continuano come se nulla fosse a circolare e far legge i luoghi comuni del passato assunti a dogma. Se si continua a credere alla frusta identificazione tra grandi opere infrastrutturali – sviluppo – progresso. Se si pensa ancora che la misura del bene stia nella velocità e nella quantità – nella possibilità di far circolare a velocità crescenti volumi crescenti di merci. Insomma, se siamo fermi lì – nel punto in cui siamo caduti –, allora anche le montagne di risorse che l’Unione Europea sta mettendo sul tavolo in queste settimane, supposto che sopravvivano agli egoismi dei forti o presunti tali, non gioveranno alla nostra esistenza. Non riapriranno nessun futuro. Finiranno per ribadire errori e furori di ieri nel nostro domani. Se tutti quei miliardi di euro andranno, anche solo in parte, nei monconi del TEN-T, negli inutili buchi nelle montagne o sotto i mari, nelle opere Grandi realizzate dai soliti Grandi costruttori (sempre loro!) continueremo a essere esposti, come prima, più di prima, alle incursioni delle pandemie sanitarie e finanziarie, e alle piaghe d’Egitto della povertà e della vulnerabilità.


Vale per l’Europa e vale per l’Italia. Io non sono tra quelli che hanno stigmatizzato a priori gli Stati Generali come inutile passerella. Sono convinto che dopo i mesi tremendi dell’epidemia e del lockdown fosse opportuno un momento solenne di ascolto ampio e di riflessione “sistemica” (quale che sia il modo con cui è avvenuto e la serietà dei vari partecipanti: lo si potrà discutere alla fine). Ma devo dire che il livello del discorso pubblico nei giorni che hanno preceduto l’evento, e il resoconto di alcune posizioni presentate in quella sede mi hanno terrorizzato: dalla riproposizione di quell’obbrobrio che è il Ponte sullo stretto da parte della rappresentanza al massimo livello del Pd nel governo (senza che fosse rimbeccata come meritava pressoché da nessuno). Alle mitragliate a volo radente del neo-presidente di Confindustria Carlo Bonomi: quello che di guai ne aveva già fatti abbastanza nella sua regione, la Lombardia, resistendo a ogni tipo di chiusura per contenere il virus come se fosse la linea del Piave, e che ora non riesce che a ripetere, in forma maniacale, la richiesta di Infrastrutture, le più grandi possibile, insieme alla restituzione delle accise, come se i problemi sistemici dell’Italia fossero quelli.


D’altra parte li avevamo già visti, i Confindustriali piemontesi, all’opera, un anno e mezzo fa, quando convocarono quel patetico salotto di nonna speranza in Piazza Castello a Torino, per invocare il TAV, come se da quello dipendesse la vita e la morte delle loro imprese e dell’intero territorio. Senza una sola idea in testa di come davvero rilanciare se stessi e il Paese facendo il proprio mestiere d’imprenditori, investendo in ricerca e sviluppo e in innovazione del proprio prodotto, e invece – dopo essersi proclamati iper-liberisti e nemici di tutto ciò che sa di pubblico – invocando denaro pubblico a gogò. Segno di un declino che se non subirà una brusca soluzione di continuità e un punto di inversione radicale ci farà ricordare i giorni della pestilenza come una sorta di quiete, prima della tempesta.

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