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Articoli filtrati per data: Sunday, 21 Giugno 2020

In migliaia ieri in piazza a Bologna in un corteo regionale che ha provato a mettere in luce i punti politici decisivi della nuova fase politica che si sta delineando in queste settimane. La crisi sanitaria si avvia sempre più ad essere economica, con conseguenze sulle fasce più precarie della popolazione e in un contesto in cui Confidustria pretende di dettare le regole del gioco e soprattutto della direzione delle risorse.

La scommessa, costruita già a partire dal presidio sotto i palazzi del potere di Via Aldo Moro all'inizio della fase 2, era quella di una convergenza sotto le parole d'ordine "Salute, soldi e diritti!" del malessere dei soggetti sociali più esposti alla pandemia e delle loro battaglie, dando loro riconoscibilità, condivisione e prospettiva. Sia nello spazio della regione-vetrina di Bonaccini, che ha costruito la propria attrattiva e capitale mediale nazionali ed internazionali a spese di tutte queste istanze, che nel tempo di conflitto che si apre verso e nell'autunno.

Il concentramento in Piazza XX settembre ha subito mostrato una composizione eterogenea e rappresentativa dei tanti corpi colpiti dalla crisi: operai della logistica piacentina e modenese, educatori ed educatrici riminesi, studenti e medici bolognesi, associazioni migranti del reggiano hanno marciato insieme e condiviso tutti i momenti di denuncia ed azione del lungo percorso, che ha avuto tanti bersagli polemici quante le istanze delle soggettività in piazza.

Il primo obiettivo è stato la sede dell'INPS, protetta da un cordone di celere e al centro negli ultimi mesi di annullamenti, ritardi, inefficienze e polemiche nell'erogazione dei fondi anticrisi - dove è stato affisso un grande tazebao che reclamava "Reddito Universale Incondizionato!" Misura senz'altro nelle corde dei partecipanti al corteo - che ne hanno dovuto scontare l'assenza in questi mesi a vantaggio dei padroni - e degli slogan degli interventi susseguitisi davanti all'agenzia previdenziale e alla vicina INAIL.

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Su via Montebello stop all'Hotel Carlton, che negli ultimi giorni ha lasciato a casa senza preavviso decine di lavoratrici delle pulizie e al Poliambulatorio - davanti al quale è stato affisso uno striscione ed i camici grigi degli specializzandi medici e del personale sanitario hanno nuovamente denunciato il meccanismo dell'imbuto formativo e lo stridente contrasto delle retoriche degli ultimi mesi con la devastazione della medicina generale regionale dopo anni di tagli e neoliberismo.

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Le migliaia di partecipanti hanno poi virato verso l'autostazione prendendosi i viali; con una sosta davanti all'Ispettorato del Lavoro ed una seconda, entro le mura del centro storico, al centro per l'impiego dove si sono denunciate le gravissime carenze e discrezionalità del Reddito di Cittadinanza, totalmente inadeguato alla fase, pretendendone la riforma.

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Nella vicina Via Irnerio altra azione davanti ad un poliambulatorio privato, reclamando test sierologici gratuiti per tutt@. Mentre a poca distanza su via Capo di Lucca, sede del Dipartimento di Scienze Aziendali dell'Università di Bologna, le studentesse e gli studenti che animano da inizio mese la Piazza Studio Autogestita sotto il Rettorato hanno affisso degli enormi cartelloni per la riapertura delle aule studio in condizioni di sicurezza e l'annullamento delle more ed alle tasse universitarie del prossimo anno per i servizi non goduti; e defacciato i vicini manifesti del 5x1000 per l'Unibo affisse sulla fermata bus del mercato cittadino con altri recanti la denuncia del greenwashing di ENI operato dall'università.

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Nella centralissima Via Indipendenza nuove azioni dei lavoratori dello spettacolo al teatro dell'Arena del Sole; al punto vendita di Zara dove gli operai del SI COBAS hanno anche riportato la vertenza della Premiata Forneria; al McDonald's di Via Ugo Bassi dove i numerosi rider presenti in corteo hanno lanciato il concentramento per lo sciopero che è scattato in serata. Altri interventi hanno riportato in piazza i percorsi costruiti negli scorsi mesi ed anni nei territori emiliano-romagnoli: dalla lotta femminista e alla violenza di genere all'ecologia politica, dal diritto all'abitare a quello di soggiorno contro una sanatoria gretta ed opportunista.

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Proprio su quest'ultima rivendicazione, è arrivata la provocazione poliziesca mentre stava venendo issato sulla Prefettura il permesso di soggiorno gradito ai caporali: quello dei lavoratori invisibili, senza diritti e sfruttabili fino allo stremo delle forze. Tentativo sventato dai manifestanti in cordone, che hanno fatto sì che l'azione continuasse e che il corteo proseguisse in sicurezza dalle divise, per terminare in Piazza del Nettuno a fianco del presidio del Coordinamento Migranti per la Giornata Mondiale del Rifugiato ed al concentramento dei rider.

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Con la giornata di ieri, assieme al buon esito della piazza milanese che ha messo in luce le responsabilità della regione Lombardia nella gestione della crisi sanitaria (mentre Fontana e Gallera si erano rifugiati a Roma, rigorosamente privi di mascherina) la questione della sovranità sul nostro futuro è aperta negli epicentri della pandemia, ma anche per un governo Conte stretto tra assedio e compromesso con i poteri forti; e, parafrasando il Professore de "La casa di carta", la posta in gioco stavolta è salute...denaro E libertà!

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Dalla prefazione di DeriveApprodi. Per leggere gli Stati Uniti degli ultimi decenni, occorre capirne l’attuale fisionomia socioeconomica e politica, quella di un paese diviso e disuguale come mai prima. Occorre analizzare le dinamiche che hanno portato all’elezione di Donald Trump, ripercorrere le discussioni intorno sulla sua figura di autocrate e ricostruire tanto la ripresa della partecipazione elettorale del 2018 che le risposte diffuse e di massa alla sua politica.

Fino all’impeachment del 2020. Per leggere l’America dopo la «fine del secolo americano», occorre tracciare le linee dell’evoluzione interna che hanno portato alla situazione attuale: dalle insorgenze sociali e la «crisi generale» degli anni Sessanta e Settanta alla svolta reazionaria veicolata dalla deindustrializzazione e la globalizzazione neoliberista. Una svolta in atto da oltre quarant’anni, iniziata sotto la presidenza Reagan negli anni Ottanta, che non ha mai smesso di rendere i ricchi più ricchi, i poveri più poveri e ridotto i ranghi della middle class. Occorre, dunque, capire che se il lavoro è cambiato con esso sono cambiate le geografie delle città: dalla Silicon Valley a San Francisco, da Manhattan a Seattle, le «classi creative» convivono con le degradate Detroit, Flint, Akron e Youngstown. Dei nuclei urbani protagonisti dell’American Century ciò che resta sono le rovine, tra le quali la fatica di resistere porta a riformare tessuti solidali e nuove esperienze di comunità di base.

“L’impressionante arricchimento dei ricchi a fronte della precarizzazione delle vite degli appartenenti alle classi lavoratrici e dell’impoverimento della cosiddetta classe media hanno prodotto una crescita abnorme delle disuguaglianze sociali e cancellato molte certezze su presente e futuro di singoli e famiglie. E l’insicurezza prolungata ha prodotto a sua volta estraniamento , isolamento e disperazione”. Se a questa situazione aggiungiamo la crisi sociale ed economica prodotta dal covid-19  che ha colpito in maniera sproporzionata la popolazione nera , ecco che si creano e si incrociano tra loro  tutte le condizioni per una tempesta perfetta. A questo bisogna aggiungere alcuni elementi: in primis il video di nove minuti girato da una ragazza di 17 anni che in poche ore ha fatto il giro del mondo che ha avuto un effetto dirompente sulla sensibilita’ delle persone , la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, e in seguito, circa 48 ore dopo , il fuoco che ha distrutto il terzo distretto di polizia a Minneapolis, che ha invece prodotto immaginario contribuendo a fare diventare globale la protesta contro le ingiustizie e il razzismo.   

“Col passare dei giorni e delle settimane, la narrazione della vera natura della rivolta continuerà a essere discussa” scrive un cronista che ha seguito da vicino la prima settimana a Minneapolis. “Ma in prima linea assisterai a incomprensibili atti di solidarietà, coraggio e, a volte, una rabbia irraggiungibile per la mancanza di umanità offerta ai neri in America. Non puoi fare un censimento durante una rivolta, ma il mio resoconto personale è che i giovani in prima linea sono stati sproporzionatamente neri e marroni, per lo più non affiliati a un’organizzazione ufficiale.

Ma la vera importante novita’ sono le seconde linee: li’ trovi anche ispanici, latinos, bianchi, asiatici, nativi americani, donne e persone anche anziane. Le giovani donne somale con l’hijab e le camicie a maniche lunghe sono particolarmente evidenti nelle manifestazioni, nelle sale per le donazioni, nel distribuire cibo, nel portare materiale medico e equipaggiamento protettivo alla stessa protesta sulla 38th Street e Chicago Avenue, il luogo dove è stato assassinato George Floyd e punto di partenza e di incontro di tutte le comunita’ in lotta in questi giorni. 

BRUNO CARTOSIO insegna Storia dell’America del Nord all’Università di Bergamo. È stato tra i fondatori delle riviste «Primo Maggio»,«Altreragioni» e «Acoma». Tra le sue pubblicazioni: New York e il moderno. Società, arte e architettura nella metropoli americana (1876-1917) (2007); Stati Uniti contemporanei. Dalla Guerra civile a oggi (2010); I lunghi anni sessanta. Movimenti sociali e cultura politica negli Stati Uniti (2012); Verso Ovest. Storia e mitologia del Far West (2018).

Intervista a Bruno Cartosio Ascolta o scarica 

Come officinaprimomaggio.eu ha messo a punto un opuscolo , una sorta di raccolta di inchiesta , saggi e documenti sulla rivolta e la mobilitazione in atto negli Stati Uniti. https://www.officinaprimomaggio.eu/uprising-voci-dagli-usa/

Altri materiali 

https://blacklivesmatter.com/

https://itsgoingdown.org/

https://mappingpoliceviolence.org/

https://eamonwhalen.substack.com/p/a-broken-windows-police-station

Da Radio Onda d'Urto

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Che nella pandemia Covid 19 non fossimo tutti sulla stessa barca era chiaro dall’inizio.

Ma che dopo tre mesi di lockdown gli unici a guadagnare fossero le catene della grande distribuzione organizzata, di fronte a milioni di persone improvvisamente ritrovatesi a fare i conti con gli stenti dalla mancanza di cassa integrazione o a stipendio ridotto, rappresenta un vero e proprio pugno nello stomaco.
Il governo Conte a marzo vara un decreto con il quale consegna 400 milioni di euro per buoni spesa e pacchi alimentari, che non riescono a sfamare neanche la metà dei richiedenti, ma in compenso quelle risorse pubbliche finiscono in tasca ai supermercati. Che beneficiano della quarantena forzata anche aumentando vertiginosamente i prezzi delle merci che “tirano”: frutta e verdura, ma anche prodotti dell’igiene intima e per la pulizia domestica. Gli incassi salgono del 20 per cento a livello nazionale. E il “popolo” che fa? Aspetta che l’Inps dia un segno di vita, si stressa telefonando centinaia di volte agli uffici pubblici per fare domande per i bonus, fruga gli ultimi risparmi, si indebita con amici e parenti. Ma soprattutto “rinuncia”. C’è una grande privazione di massa che segna i nervi di tutti coloro che sono stati discriminati dall’utilizzo dei fondi pubblici. Le grandi imprese, le società commerciali e finanziarie, gli “ultimi padroni” si lamentano col governo, e ottengono iniezioni economiche per miliardi di euro, libertà di “non pagare”, sconti e detrazioni, mano libera nello sfruttare i dipendenti, anche a costo della salute pubblica. Invece chi campa della sua fatica è stato condannato ad una attesa fatta di ulteriore sacrifico.

Anche a Pisa, come in tutta Italia, per tre mesi la risposta sotterranea ma fortissima è stata quella di organizzare tre punti di distribuzione di quartiere e condivisione di tutto quello che è stato possibile raccogliere, di cibo e altri oggetti. Più di centocinquanta nuclei familiari, circa 450 persone, si sono conosciute in queste attività e ognuno a suo modo ha contribuito per non lasciare nessuno senza la spesa in tavola. Ci sono persone che già erano abituate a lottare per ottenere dai servizi sociali quei contributi necessari a pagare le tante cose indispensabili rese care da mercato. Ma ce ne sono tantissime nuove che, in attesa di cassa integrazione,  non si erano mai ritrovate a fare i conti con questa penuria. Le raccolte alimentari stanno continuando, ma il numero e la varietà dei bisogni crescono rapidamente, nel mentre che lo Stato continua ad evitare di coprire le spese sociali della popolazione.

La grande distribuzione in questi mesi di Corona virus ha scoperto la fragilità del suo ruolo. Quello che sembrava un  tempio del consumo, dove le persone incantate da pubblicità e obbligate dalle regole del commercio multinazionale spendevano e compravano, si è rivelato un gigante dai piedi d’argilla. Le proteste dei dipendenti, cassieri e magazzinieri, per lo sforzo non ripagato ma anzi peggiorato a causa di turni estenuanti e retribuzioni magre. Lo sfruttamento dei braccianti, che hanno iniziato a scioperare e rivendicare documenti e condizioni sociali dignitose. I facchini delle logistica che hanno continuato sempre a lavorare col rischio di contrarre il Covid 19 per spostare le milioni di merci necessarie; i produttori agricoli schiacciati dalle aste al ribasso della catene commerciali costretti a buttare via i prodotti; le difficoltà legate ai trasporti nella crisi della mobilità indotta dal rischio contagio. Anelli di una catena che si mostra per tutta la propria nocività e alla fine dei conti pericolosità di un modello fatto per sviluppare i fondi d’investimento, più che per “nutrire” la popolazione.

Era ovvio che prima o poi qualcuno iniziasse direttamente a porre il problema. Infatti ieri pomeriggio verso le 17 si è svolta dentro al grande centro commerciale di Pisanova una “strana” dimostrazione. Circa cento persone hanno preso i carrelli della spesa entrando nell’Esselunga. Si è formata una lunghissima fila  di “carrelli vuoti” che si sono posizionati prima di fronte alle casse e poi di fronte al box informazioni. Le richieste talmente semplici e di buon senso da sorprendere la massa dei consumatori presenti erano: non sprecare più nulla, ma redistribuire. Abbassare i prezzi delle merci necessarie rendendoli fruibili a tutta la popolazione. Contribuire con i guadagni della Grande Distribuzione  al pagamento dei Buoni Spesa e dei Pacchi Alimentari.

I carrelli vuoti sono usciti dalle corsie piene di merci, ma la normale tentazione di prendere il necessario non potendo però acquistarlo è stata combattuta questa volta non con lo spirito di sacrificio individuale, col “magone” allo stomaco di chi per l’ennesima volta rinuncia “perché non può permetterselo”. È esplosa, questa volta. I carrelli vuoti si sono ribaltati e ammassati di fronte agli uffici della direzione. La fila si è scomposta cambiando lo scenario da tempio del consumo ad agorà pubblica. Una cosa bellissima. Non più fretta e stress, ma per due ore i consumatori hanno scioperato dal loro “compito”. Hanno preso parola tante voci che hanno raccontato il proprio vissuto e scoperto le ingiustizie subite in questi mesi, in questi anni. “Un kg di clementine ha 2,20 euro di prezzo al supermercato. La Grande Distribuzione Organizzata lo paga 0,67, risparmia sulla forza lavoro e sui costi di trasporto.” “I fatturati sono aumentati del 19 per cento in questi ultimi due mesi”. “A Pisa 700mila euro di soldi pubblici sono finiti in tasca ai supermercati con i buoni spesa, nel mentre diecimila persone hanno potuto usufruire del buono solo una volta, ed altre migliaia sono state escluse”. Il numero e il contenuto della presenza sociale ha spiazzato letteralmente le cattive abitudini del supermercato, il “corri, scegli, paga e vai via”. Le decine di persone hanno manifestato non carità ma pretesa di cambiamento di un rapporto tutto sbilanciato a favore dei pochissimi proprietari del mercato. “Non è possibile speculare sulle disgrazie altrui”, questo era il ricorrente motivo della indignazione pubblica.

Ma a ratificare l’inizio di un movimento è la percezione di sostegno, complicità e riconoscimento che è avvenuto dentro l’atrio del centro commerciale, da parte di centinaia di altri consumatori che hanno applaudito, preso il volantino, discusso coi presenti. Non considerare più un problema individuale quello di avere difficoltà a comprare le cose necessarie, quello di compromettere la qualità della spesa, quello di fregarsene delle conseguenze degli acquisti su chi lavora. Non considerare più normale che i prezzi vengano alzati, ma discutere, monitorare, reclamare e contestare la falsa natura delle regole del commercio. Non considerare più normale accettare di vivere lo spazio urbano secondo i ritmi imposti dal portafoglio, e decidere invece di fermarsi e di socializzare, di farsi delle domande e soprattutto di avere delle risposte.

Le risposte ieri però dal vertice dell’Esselunga non sono arrivate. A un certo punto sono spuntati militari, e personale di polizia in borghese della digos, chiamate per verificare quanto stava accadendo. Hanno preso semplicemente atto che tantissime famiglie hanno iniziato a pretendere giustizia da chi in questi mesi ha continuato a buttare via ogni sera quintali di cibo, da chi ha aumentato i prezzi nel mentre migliaia di persone campano con le collette alimentari, da chi non ha dato un euro dei milioni che ha a disposizione per contribuire al benessere della comunità.

Queste risposte non sono arrivate ieri sera, ma c’è da scommettere che le domande aumenteranno.

Da RiscattoRiscatto

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