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Articoli filtrati per data: Thursday, 18 Giugno 2020

Ieri ci siamo ritrovati in tanti in Piazza Mercanti, in oltre 150 rider per manifestare tutta la nostra rabbia per quanto accaduto nelle ultime due settimane tra divieto di trasporto delle biciclette e comportamento delle piattaforme che chiudono account senza motivo e impongono paghe da fame, ogni giorno più basse.

Abbiamo attraversato compatti la città, passando per la Prefettura, chiedendo giustizia per Emma, girando per le stazioni principali dei treni (Centrale, Porta Garibaldi, Cadorna e Porta Genova) in una strike mass selvaggia, tutti insieme, fianco a fianco, sollevando le bici al cielo davanti ai piazzali di ogni singola stazione, perché pretendiamo diritti per tutti i lavoratori e di poter entrare ed uscire dalla città con le nostre biciclette, nel nome di una ciclo mobilità sostenibile e del nostro diritto di circolazione.

Trenord ha detto che entro sabato avrebbe aggiunto vagoni per le biciclette e risolto la questione del trasporto delle biciclette sui treni. Dal 3 giugno la compagnia del trasporto pubblico locale ha vietato infatti il trasporto delle biciclette a pendolari, ciclisti e lavoratori (rider compresi) scelta più che assurda che ha creato non poche tensioni e una campagna di screditamento di tutto il mondo rider: durante il lockdown le aziende ci chiamavano "eroi" ed ora siamo già stati dimenticati.

A causa di questo provvedimento scellerato l'altra notte, uno dei rider del nostro network, sceso in piazza con noi mercoledì e giovedì scorso, è stato posto in stato di fermo e come tutti sanno percosso durante la notte di sabato, perché reo di non voler passare la notte in stazione e di voler tornare a casa propria dopo uno sfiancante giorno di lavoro, senza abbandonare la propria bici incustodita per strada.

Fortunatamente Emma sta bene, si sta riprendendo e tornerà presto a manifestare con noi. Nel frattempo sentiremo un avvocato e decideremo il da farsi con lui. Una cosa è certa, quello che è successo ad Emma poteva capitare a chiunque altro di noi, e non deve succedere né essere permesso.

Trenord deve trovare una soluzione al più presto e già da venerdì questo garantirci il trasporto bici con sicurezza.

Nel frattempo noi continueremo la nostra protesta con una biciclettata che partirà venerdì 19 giugno alle 18.30 da Piazza 24 Maggio (concentramento alle 17.30) e porterà la nostra voce a tutta la città, con una strike mass a cui invitiamo tutta la cittadinanza solidale antifascista, antirazzista e ambientalista a partecipare.

La strada per i diritti è aperta, tocca a noi attraversarla.

rights4riders #bicisultreno #unitedwestand

Da Deliverance Milano

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«La liberté quand son jour est venu, est comme la vapeur, elle a une force d’expansion indéfinie, elle renverse et brise ce qui lui fait obstacle»
Victor Schoelcher, La vérité aux ouvriers et aux cultivateurs de La Martinique, 1849


Il 22 maggio a Fort-de-France, in Martinica, DOM (Dipartimento d’oltremare) francese, sono state abbattute e distrutte due statue dedicate a Victor Schoelcher. L’azione è avvenuta a conclusione di una manifestazione chiamata nella capitale dell’isola durante il periodo di restrizioni prese come misura contro la diffusione del Covid-19.

Nelle settimane successive, le iniziative che hanno preso di mira i monumenti legati al retaggio coloniale e schiavista si sono moltiplicate, a partire dalle mobilitazioni contro il razzismo e le violenze poliziesche che stanno incendiando gli Stati Uniti per estendersi a livello internazionale.
Anche in Italia si è riacceso il dibattito sull’eredità coloniale e la sua rappresentazione nello spazio pubblico, concentrandosi in particolare sull’opportunità o meno di rimuovere la statua di Indro Montanelli dai Giardini pubblici di Via Palestro di Milano.


Già l’anno scorso, durante il corteo dell’8 marzo di Non una di meno, per denunciare il ruolo di colonizzatore nonché di stupratore pedofilo che il noto giornalista ha avuto durante la guerra e l’occupazione fascista in Abissinia, la statua era stata imbrattata con della vernice fucsia. Ciò ha provocato numerose reazioni, polarizzando le posizioni e facendo uscire allo scoperto molti giornalisti pronti a difendere a spada tratta la figura di Montanelli e a giustificare il suo operato trincerandosi dietro il pretesto della circostanza storica e del diverso contesto culturale.


Malgrado ciò, la persistenza del dibattito sembra finalmente avere aperto la possibilità di approfondire criticamente il passato coloniale anche nel contesto italiano.
Per questo motivo mi sono tornate alla mente le immagini che provenivano dai Caribi - tramite un video che in Europa (e soprattutto in Italia) ha avuto pochissima diffusione - in cui alcuni manifestanti grazie a delle corde tirano giù una statua dedicata a Victor Schoelcher che, cadendo, si rompe in mille pezzi. Quei fotogrammi raccontano la storia particolare della Martinica, ma, al contempo, permettono di aprire una riflessione critica sul ruolo dell’antirazzismo bianco nelle mobilitazioni in corso nel mondo.


Schoelcher non è noto per essere stato un commerciante di schiavi, né un militare, né uno stupratore. Schoelcher, invece, è una delle figure maggiormente rappresentative dell’abolizionismo francese, deputato per i possedimenti della Martinica e della Guadalupa nel XIX secolo. A lui fu affidata la commissione che portò all’emancipazione dalla schiavitù nelle colonie francesi tramite il decreto del 27 aprile del 1848.
Nei dipartimenti d’oltremare alla sua figura sono state dedicati monumenti, università e studentati e, in Martinica, persino un comune dell’isola. Anche la biblioteca di Fort-de-France, dove sono custoditi i manoscritti e i documenti relativi alla storia dell’emancipazione dell’isola, porta il suo nome.


Perché, allora, decidere di abbatterne i monumenti?


Innanzitutto, il ruolo della Commissione guidata da Schoelcher per “accompagnare” le colonie verso la totale emancipazione rimane discusso, dal momento che quest’ultima fu la stessa istituzione che garantì agli ex-proprietari di schiavi il diritto di accedere ad un programma di indennizzi per le loro perdite economiche.


Negli ultimi decenni, inoltre, diversi studi hanno messo in luce il ruolo attivo degli uomini e delle donne nere nell’abolizione della schiavitù e all’interno del movimento abolizionista. In Martinica, ad esempio, in concomitanza con la decisione di abolire la schiavitù nelle colonie francesi nel 1848, le rivolte si sono moltiplicate sia nel contesto rurale che in quello urbano.
Parallelamente, va considerata l’ambiguità del discorso abolizionista, per il quale l’ottenimento della libertà viene soventemente riportato come il solo frutto di una generosa concessione da parte dei civilizzati europei, più che il risultato delle lotte portate avanti dalle popolazioni colonizzate.
Dopo la fine della schiavitù, inoltre, l’inclusione differenziale dei soggetti razzializzati all’interno della «communauté de citoyens» ha permesso di perpetrare logiche di dominio e di sfruttamento nei territori coloniali.
Presentare l’emancipazione semplicemente come una conquista della morale europea ha reso invisibili le connessioni tra abolizione della schiavitù e sviluppo capitalista, celando le continuità tra il lavoro libero e quello schiavile o coatto.


Questo non significa che gli abolizionisti europei avessero tutti un doppio fine. Schoelcher ad esempio, in quanto rappresentante di un convinto repubblicanesimo universalista, nei suoi scritti e nelle sue azioni dimostra la profonda radicalità della sua volontà emancipatrice.
Al contempo, sono state numerose, soprattutto per quello che riguarda l’impero britannico, le connessioni tra l’abolizionismo e le lotte della classe operaia inglese, così come con la prima ondata femminista.
Tuttavia, ciò non ci esime, per esempio, dal tenere in conto le ambiguità delle relazioni tra donne bianche e donne nere che permangono tuttora, e che sono state poste al centro delle riflessioni del black feminism a partire dagli anni ’70 del Novecento.


Tuttavia, la Martinica continua ad esser un DOM francese e ad intrattenere relazioni (post?) coloniali con la madrepatria.


Tuttavia, anche oggi molti dei terreni dell’isola rimangono in mano ai békés (discenti degli ex-proprietari bianchi) e i loro profitti si basano sullo sfruttamento del lavoro della popolazione nera.


Tuttavia, oggi il governo francese per divulgare le norme contro il Coronavirus ritiene sia opportuno per i DOM spiegare il distanziamento sociale usando come unità di misura degli ananas!

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La volontà di erigere statue dedicate a Schoelcher nel centro della capitale dell’isola è il frutto di una scelta precisa, per la quale la memoria pubblica viene costruita mettendo in luce la figura e le azioni di un delegato coloniale bianco e, per contro, invisibilizzando le ribellioni delle donne e degli uomini neri liberi e schiavi della Martinica.
In questo senso, la distruzione di quella specifica statua è un segnale potente perché rappresenta la volontà da parte della popolazione nera della Martinica di riprendere protagonismo nelle vicende che portarono all’abolizione della schiavitù, non tanto di “equilibrare” la storia.


In Francia, nei giorni immediatamente successivi all’accaduto, la condanna da parte delle istituzioni è stata pressoché unitaria. Le critiche hanno fatto appello alla caratura della figura messa in discussione e all’invito (piuttosto paternalista) di non scadere in esagerazioni.


Occupandomi di storia coloniale, cerco di non guardare alla linearità dei processi ma di riportarne le sfumature, le complessità, le incoerenze. In questo caso, però, credo che al centro della discussione non ci sia solo la necessità di un’adeguata ricostruzione storica, quanto la messa in discussione delle relazioni di potere nella costruzione della memoria della schiavitù e della sua abolizione.


Questo non significa semplicemente fare la cronaca del passato imperiale, ma aprire una riflessione sul significato attuale del conflitto razziale e del problema postcoloniale


Riportando la questione su una dimensione generale e analizzando il ruolo dell’eredità coloniale nelle geografie urbane delle nostre città, mi sembra che ciò che è accaduto il Martinica dia un apporto ulteriore e profondo alla discussione. Tirare giù la statua di un abolizionista mette sotto accusa l’ipervisibilizzazione dell’antirazzismo bianco a scapito dell’autodeterminazione dei soggetti razzializzati.

In quanto donna bianca, mi ricorda che riconoscere la mia posizione di privilegio significa anche utilizzarla per accettare di fare spazio.


Matilde Flamigni

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Avere una possibilità di sottrarsi alle imposizioni del sistema di vita patriarcale e di creare qualcosa di diverso: una vita piena, vissuta comunitariamente.

Questo hanno fatto decine di donne a Jinwar nel Nord Est della Siria, dove, dal novembre 2018, esiste un villaggio di sole donne, costruito con materiali naturali ed ecosostenibili, puntando alla completa autosufficienza, grazie alle energie rinnovabili e alla produzione agricola. Ci sono il forno, l’accademia, la scuola ed ora anche un centro di salute e cura: Şifa Jin, che come Rete Jin e Cisda (Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane) intendiamo sostenere con il crowdfunding “Arte per Jinwar. Sosteniamo l’ecovillaggio delle donne, dove la vita è rivoluzione” (tasto attivo). Una campagna di raccolta fondi della durata di sette mesi, supportata con entusiasmo già da una trentina di artist* che hanno donato al progetto opere grafiche, pittoriche e fotografiche e la loro forza creativa.

Aperta ufficialmente a marzo 2020, Şifa Jin ha come obiettivo la cura di donne e bambin* con l’impiego della medicina naturale, che vive ancora nelle tradizioni locali, accanto a quella moderna. La maggior parte delle patologie è strettamente legata alla situazione familiare e alle mansioni di genere che le donne svolgono.

Inoltre, in questo periodo di emergenza, il Centro si è attrezzato per affrontare adeguatamente il rischio di diffusione del coronavirus, adottando un protocollo specifico e promuovendo formazioni sui rischi dell’epidemia e sulle ordinarie problematiche delle donne, acuitesi in questo periodo di isolamento. Il crowdfunding, che punta a raccogliere 30.000 euro, andrà a sostenere le spese per l’acquisto di un’ambulanza, fondamentale per raggiungere altre donne dei dintorni di Jinwar.

Jinwar ha vissuto momenti drammatici negli ultimi mesi. Il villaggio ha rischiato di essere evacuato dopo che la Turchia, nell’ottobre del 2019, ha invaso il Nord Est della Siria. Da subito però le abitanti hanno deciso di difendere il proprio progetto e la propria autodeterminazione, nonostante gli attacchi che da più parti sta subendo l’intera regione. L’invasione della Turchia ha comportato saccheggi (anche in un ospedale, a Serakanye) in una regione in cui l’embargo dura già dal 2012. Nel cantone di Afrin, occupato nel gennaio 2018, tra rapimenti e violenze di mercenari jihadisti ed esercito turco, continua la resistenza guidata dalle donne. L’esercito turco prosegue la sua sporca guerra, incendiando campi agricoli e abitazioni nelle zone di confine, come in prossimità di Til Tamer, bloccando, in piena pandemia, l’acquedotto di Alouk, e privando delle risorse idriche milioni di persone nella provincia di Heseke.

L’invasione turca ha inoltre rinvigorito l’ideologia jihadista, favorendo l’aumento di attentati.

In questo scenario, le donne di Jinwar stanno costruendo un’alternativa pratica e concreta. E lo stanno facendo con amore e bellezza, curando la vita giorno per giorno. L’arte, espressione della creatività, non può che affiancare il percorso di questa preziosa comunità. Anche noi, a distanza, speriamo che la bellezza trasmessa dalle persone creative coinvolte nel nostro crowdfunding ne generi altrettanta con un aiuto concreto al villaggio

Ringraziamo Cisda per il supporto, chi ha messo a disposizione la propria arte e coloro che vorranno sostenere il crowdfunding, visitando la pagina:

https://www.produzionidalbasso.com/project/arte-per-jinwar-sosteniamo-l-ecovillaggio-delle-donne-dove-la-vita-e-rivoluzione/

Per info: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

JIN JIYAN AZADI

Rete Jin

giugno 2020

 

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Il documento della Corte dei Conti Europea è arrivato impietoso a tormentare i sogni dei SI TAV.

Chi da anni si oppone alla grande opera inutile in quel testo non ha trovato niente che non sapesse già, infatti mentre le madamine in diretta TV cercavano di far passare i valsusini come dei montanari ignoranti, all'università di Torino andava in scena un grande convegno in vista dell'8 dicembre 2018, in cui si snocciolavano tutte le motivazioni ecologiche, economiche e sociali per cui questa opera era e resta inutile.

La botta è talmente forte che persino le testate giornalistiche classicamente schierate a favore della grande opera devono ammettere la "bocciatura". Ma siccome i SI TAV non hanno il senso del ridicolo ci provano ancora: la bocciatura sarebbe un invito a "procedere più in fretta con i lavori".

Il documento (per chi lo volesse scorrere è stato allegato in calce a questo articolo di notav.info) invece è piuttosto lapidario: "il trasferimento modale è stato molto limitato in Europa negli ultimi 20 anni, vi è un forte rischio che gli effetti positivi multimodali di molti progetti-faro siano sovrastimati". Basterebbe questa frase a sconfessare qualsiasi fesseria che in questi anni i sostenitori del progetto hanno provato a rifilarci. L'intero modello TAV è messo sotto accusa come modello antieconomico, distruttivo dell'ambiente e con forti conseguenze sociali.

Alcuni sostenitori dell'opera si prodigano a evidenziare che i ritardi sono a causa del movimento No Tav, ma bisognerebbe ringraziare chi da trent'anni continua a resistere perché ha impedito fino ad ora un progetto che si sarebbe presto rivelato obsoleto e inutile.

Ma perché proprio ora questo "momento di onestà" della Corte dei Conti?

Difficile dirlo, si possono solo fare supposizioni. La crisi economica che si sta per abbattere sull'Unione a causa della pandemia impone un ripensamento degli investimenti strutturali e dell'utilizzo delle risorse. Alcune opere che potevano essere considerate prioritarie prima di questa pandemia, anche solo per riempire le tasche degli imprenditori locali, oggi diventano oneri di bilancio preoccupanti, in particolar modo se, come nel caso della Torino - Lione, sono prive di benefici a medio, lungo termine. I cordoni della borsa si stringono e non si può più pensare di costruire per finanziare chi costruisce senza altri benefici.

E' l'austerity che si sta preparando? Forse, certamente però quando questa colpisce in alto, invece che in basso non è più tanto gradita a quelli che per anni ci hanno cantato la solfa del "bisogna fare sacrifici".

In questa chiave si potrebbe leggere l'inquietudine degli ultimi mesi di TELT e delle compagini politiche di riferimento del TAV. La grancassa mediatica sulla "sburocratizzazione" dell'iter per l'opera, il continuo tentativo di forzare sull'inizio di alcuni lavori preliminari: questi sono elementi che probabilmente derivano non tanto dalla paura che i ritardi avrebbero potuto inficiare l'afflusso di fondi per la costruzione dell'opera (tutto sommato i fondi sono stati rinnovati scadenza dopo scadenza), quanto piuttosto la consapevolezza che la pandemia avrebbe potuto rimescolare completamente le carte e cambiare le priorità.

Basterà il documento della Corte dei Conti europea a bloccare l'opera?

Difficile da credere, gran parte della compagine politica, imprenditoriale e mediatica di questo paese è impegnata nel difendere il TAV. Ma questo documento è un altro tassello per smascherare le menzogne del sistema del cemento e del tondino che ormai si trova nudo di fronte all'opinione pubblica. Una adeguata ed ampia mobilitazione popolare contro l'opera in questo momento in cui tutto viene messo in discussione è lo strumento che può sancire la parola fine in questa vicenda paradossale. Come sempre, fermarlo tocca a noi. E il movimento No Tav, dopo lo stop derivato dal lockdown, si sta rimettendo in marcia con la solita determinazione. Una lunga estate di lotta ci attende in cui ritornare a camminare sui nostri sentieri e far sentire la voce di un popolo che ha dalla sua la forza del cuore, dei corpi e della ragione.

In fondo, ce lo chiede anche l'Europa.

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L’epidemia di Covid-19 ha scoperto un’emergenza. La normalità di un’emergenza: il disallineamento tra la riproduzione capitalistica della realtà sociale e quelli della cura dell’umano. Gli ambiti della cura, assistenza domiciliare, salute e sanità, scuola, servizi sociali come settori di consumo di prestazioni e servizi alla persona non sono semplicemente stati stressati dalle condizioni straordinarie dell’emergenza, hanno realizzato l’insostenibilità della riproduzione dell’umano nella forma della merce. Utentizzazione, scaricamento dei costi sugli affetti prossimi, risparmio come strategie di produzione della merce-cura rappresentano i punti di rottura che dentro l’esperienza della pandemia obbligano a pensare nuove relazioni tra comunità-servizi-liberazione delle persone.

Prima puntata: Malattia mentale, punto di vista di una figlia

Seconda puntata: Medito vendetta. Alta marginalità, il punto di vista di un'operatrice sociale

Terza puntata: Covid e post-Covid. Il punto di vista di una madre single lavoratrice

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L’epidemia di Covid-19 ha scoperto un’emergenza. La normalità di un’emergenza: il disallineamento tra la riproduzione capitalistica della realtà sociale e quelli della cura dell’umano. Gli ambiti della cura, assistenza domiciliare, salute e sanità, scuola, servizi sociali come settori di consumo di prestazioni e servizi alla persona non sono semplicemente stati stressati dalle condizioni straordinarie dell’emergenza, hanno realizzato l’insostenibilità della riproduzione dell’umano nella forma della merce. Utentizzazione, scaricamento dei costi sugli affetti prossimi, risparmio come strategie di produzione della merce-cura rappresentano i punti di rottura che dentro l’esperienza della pandemia obbligano a pensare nuove relazioni tra comunità-servizi-liberazione delle persone.

Come prima ricognizione su queste esperienze iniziamo a pubblicare alcune memorie dalla pandemia in rapporto alla questione della cura degli affetti, delle malattie e delle persone. Il testo che segue mette ben in evidenza la normalità dell’emergenza pre-esistente alla pandemia, l’esigenza di nuovi strumenti di liberazione collettivi e l’insostenibilità del servizio pubblico aziendalizzato in riferimento al sostegno della malattia mentale.

Malattia mentale, punto di vista di una figlia

Viviamo in una società in cui la malattia mentale non è ancora sdoganata, in cui c'è vergogna a parlarne, in cui ancora oggi si tende a nasconderla, marginalizzarla e trattarla quasi esclusivamente in via emergenziale, ricorrendo a metodi tampone, inefficaci, come i Trattamenti Sanitari Obbligatori.
Per lo più la gestione quotidiana dei malati è affidata alle famiglie.

 

Giovani care-giver

Mia madre è bipolare e io sono stata una giovane care-giver (tra noi i giovani care giver sono pre adolescenti e adolescenti), con tutto quello che ne comporta.
Quando penso alla malattia di mia madre è come se un macigno mi piombasse sulle spalle: i sensi di colpa, il senso di inadeguatezza e lo sfinimento arrivano tutti di un colpo su di me e mi fanno piccola piccola, ritorno bambina, in una stanza piena di ombre. Ancora oggi, dopo 15 anni di esperienza è così.

Più o meno è quello che accade a tutte e tutti i figli che sono stati giovani care giver.
Statisticamente siamo più donne. Anche chi ha dei fratelli, spesso si deve sobbarcare la cura del genitore malato e quella della famiglia in generale. Molte coppie si separano oppure il genitore sano si estranea, inizia a soffrire di depressione, ansia, attacchi di panico. E solitamente nella testa della bambina o del bambino scattano dei meccanismi di compensazione per cui sarà lei/lui a sobbarcarsi il carico emotivo della situazione familiare e successivamente il carico della cura della malattia.
Molte e molti sono risucchiati per anni nel vortice della malattia, mettendosi sempre in secondo piano rispetto alla salute del* malat*. Solo quando tocchiamo il fondo di noi stess* decidiamo di prenderci cura di quella bambina, di quel bambino che è stato messo in pausa a tot anni ed è diventato adulto per forza. E questo succede solo se siamo fortunat*. Molt* iniziano a loro volta a soffrire di depressione cronica, ansia e attacchi di panico.

Com'è possibile tutto questo?


Semplicemente perchè in questo siamo lasciati soli. Le istituzioni fanno finta che non esistiamo.
Penso che lo Stato mi debba 15 anni di stipendi e il rimborso di due anni di terapia.


Partiamo dal principio

Se sei abbastanza fortunat* diagnosticano la malattia. Se sei ancora più fortunat* la persona malata decide di farsi aiutare (se è in fase maniacale acuta probabilmente ciò succede dopo un TSO e con il supporto di un* brav* psichiatra).
Da questo momento in poi, la maggior parte delle volte tutto dipende dalle possibilità economiche della famiglia.
Se puoi permetterti uno psichiatra, che fa anche terapia, privato è molto più facile. Una volta a settimana c'è la seduta di terapia, in cui il professionista valuta anche la terapia farmacologica. E la famiglia può sempre pagare un infermier*.
Per fortuna la maggior parte delle malattie mentali se opportunamente seguite e curate, sono tenute sotto controllo, anche nelle fasi di acutizzazione. Se conosci il malato è tremendamente semplice accorgersi del cambiamento della malattia.
Se invece non hai le possibilità economiche, apriti cielo.
Ti rivolgi ai Centri di Salute Mentale in cui il personale è poco e il carico di lavoro enorme. La continuità medico-paziente non è assicurata, le visite non sempre comprendono la terapia, i familiari non sono interpellati, neanche quando il malato salta le visite, la continuità di cura è affidata completamente alla famiglia.
Spesso le famiglie non hanno gli strumenti per affrontare questo genere di situazioni. Ma il punto è proprio questo: non è compito delle famiglie averli. È semplice. La malattia del parente non è responsabilità delle famiglie. Sembra banale, ma per come sono impostati ora i CSM non lo è affatto. La prima domanda che ti pongono è: vivete insieme? Può somministrare lei la terapia?
E quando la malattia è in fase acuta: ma perchè non l'ha portata prima qui?

Le famiglie, i figli, le figlie non sono infermier*, né psichiatri, né assistenti domiciliari. Siamo parenti. Spesso vogliamo bene ai nostri congiunti, ma altrettanto spesso dobbiamo allontanarci da loro. Per salvarci. Il compito è delle istituzioni predisposte occuparsi della malattia. Noi dobbiamo occuparci se vogliamo di essere una famiglia. Pranzare insieme, scambiarci i regali a Natale, fare delle passeggiate al mare e cose del genere.
Non mi sto inventando niente, non sto pretendendo nulla di nuovo. È già tutto scritto. È già regolamentata sta cosa. Se una persona è paziente di un CSM la cura e responsabilità della malattia è del CSM. Tutto: dalla terapia al suo mantenimento, dall'amministratore di sostegno, all'infermità, all'incapacità di intendere e volere. I familiari (giustamente) non hanno parola su queste decisioni, nonostante che, sempre se sei fortunat*, l* psichiatra ha dei colloqui con i familiari.

L'unico modo per cui ho ottenuto qualcosa è stato lo scontro. Una volta mi hanno minacciata di farmi un TSO solo perchè, incazzata nera, ho preteso che si prendessero la responsabilità di somministrazione della terapia. Mi sono piazzata lì per ore finchè non mi hanno messo nero su bianco sta cosa. Ma in quanti hanno la forza di combattere anche con chi dovrebbe aiutarli?

Queste riflessioni volevano essere riflessioni di pandemia. Riflessioni in una fase emergenziale. Invece la realtà è che non c'è una fase emergenziale. È la normalità. È 15 anni che è così (ne ho trenta, probabilmente era così anche prima).

 

Nella pandemia

È stata una situazione stressante per tutte e tutti. Ognun* doveva combattere coi propri mostri, le proprie paure e le mille preoccupazioni che ne sono derivate.
Una situazione di forte stress emotivo è deleteria per un* malat*. Ed ecco che la consapevolezza di questo, l'esperienza maturata (senza alcun  titolo di studio), il senso di responsabilità e di colpa che molt* di noi abbiamo nel nostro bagaglio ci hanno fatto rizzare pelo e orecchie e occhi e cervello (insomma una tensione continua) a ogni minimo cambiamento dei nostri genitori/parenti.
A metà marzo la notizia. Non si effettuano più visite. Solo emergenze. Non si effettua più la terapia domiciliare. Solo consegna farmaci. “Però potete sempre chiamare al telefono i medici”. “Fino a quando?” Bo.
Ed ecco che di nuovo tutto il carico della malattia è sui familiari in una situazione già difficile di per se. Ma siamo così abituati a metterci in secondo piano, a mettere in pausa le nostre vite, che in realtà per noi è la normalità.

È ora di spezzarla questa normalità.

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Reinhard Heydrich,il boia di Praga, definito “l’uomo più pericoloso del Terzo Reich”, fu uno dei principali assertori della “soluzione finale”, che prevedeva l’uccisione di tutti gli ebrei nei territori occupati dalla Germania nazista. Lo stesso Hitler definì il generale “l’uomo con il cuore di ferro”, inviato nel cosiddetto Protettorato di Boemia e Moravia per reprimere qualsiasi tentativo di ribellione da parte dei cechi. Heydrich prese sul serio il proprio compito: migliaia di persone furono arrestate e giustiziate, mentre molte altre furono mandate nei campi di concentramento.

L’obiettivo finale del generale era quello di deportare in Russia fino a due terzi della popolazione del suo “protettorato”, oppure sterminarla. Heydrich fece chiudere tutte le organizzazioni pubbliche che in qualche modo esprimessero i valori della cultura ceca.

Il governo cecoslovacco in esilio a Londra decise di pianificare l’assassinio di Heydrich, con l’operazione chiamata Anthropoid, che in greco significa “dall’aspetto umano”, proprio per sottolineare la mancanza di sentimenti “umani” del generale nazista.

Due membri della resistenza ceca, Jan Kubiš e Jozef Gabčík, furono addestrati in Scozia dalla Royal Air Force, e paracadutati, insieme a sette altri combattenti, in patria. Il progetto era quello di eliminare Heydrich mentre era a bordo della sua Mercedes-Benz decappottabile.

Il 27 maggio 1942 Heydrich si stava recando come al solito in ufficio, accompagnato dall’autista. In un punto in cui l’automobile era costretta a rallentare, si era appostato Gabčík, che aprì il fuoco, ma la sua mitragliatrice si inceppò. Il generale ordinò all’autista di fermarsi, ed estrasse la sua pistola. Jan Kubiš, il secondo attentatore, comprese benissimo quello che stava succedendo, e lanciò una bomba a mano sotto la Mercedes.

Nonostante l’esplosione, sia Heydrich sia l’autista non morirono, e fecero fuoco contro i due aggressori, che riuscirono fortunosamente a scappare: Gabčík, con una seconda arma ferì alle gambe l’autista, e poi salì su un tram, fingendosi un normale passeggero; il generale, ormai senza munizioni, si fece sfuggire Kubiš, che si allontanò in bicicletta.

I due attentatori erano convinti di aver fallito l’obiettivo, ma Heydrich invece morì, il 4 giugno 1942, a causa di una setticemia sopraggiunta dopo il suo ricovero in ospedale. L’uomo era infatti stato ferito gravemente dalla granata, ed il contatto della milza con l’imbottitura della Mercedes su cui viaggiava, in crini di Cavallo, lo condussero rapidamente alla fine.

L’assassinio di un gerarca di così alto livello scatenò una violenta ritorsione: migliaia di sospettati di tradimento o di fiancheggiamento furono arrestati, e molti giustiziati senza processo. Il villaggio di Lidice fu raso al suolo per rappresaglia: 199 uomini furono fucilati; 95 bambini furono fatti prigionieri e mandati nei campi di sterminio, dove morirono tutti, tranne gli otto che erano stati adottati da famiglie tedesche (evidentemente rispondevano ai canoni ariani); le 195 donne del villaggio finirono nel campo di concentramento di Ravensbruck.

Nel frattempo, a Praga, i paracadutisti rimanevano nascosti nei sotterranei della Chiesa dei Santi Cirillo e Metodio, grazie al supporto di vari membri della chiesa ortodossa (che poi furono tutti giustiziati). Tuttavia, la morsa del terrore con cui i tedeschi avevano stretto la città, alla fine diede dei risultati: uno dei paracadutisti tradì i suoi compagni.

Il 18 giugno del 1942 due battaglioni delle SS circondarono la chiesa, per stanare i sette paracadutisti rifugiati nella catacomba.

Tre di loro, tra cui Kubiš, per cinque ore opposero resistenza dal patio della chiesa, nel tentativo di proteggere gli altri quattro, nascosti nella cripta. Morirono tutti, ma i tedeschi capirono comunque che altri patrioti erano presenti nel sotterraneo. Ripresero quindi l’assalto, tentando anche di inondare la cripta.

I quattro superstiti, con l’acqua che saliva e ormai senza munizioni, decisero di usare l’ultima pallottola di ciascuno per suicidarsi.

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