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Articoli filtrati per data: Monday, 15 Giugno 2020

Sabato scorso a Londra alta tensione tra polizia e manifestanti appartenenti a vari gruppi dell’estrema destra britannica, arrivati da tutto il paese per una manifestazione in difesa dei monumenti nazionali e delle statue.

A far partire gli scontri il tentativo da parte di un gruppo di superare le transenne davanti a Downing Street, a cui ha fatto seguito un fitto lancio di oggetti contro gli agenti di polizia, che hanno reagito con cariche di alleggerimento. Tra i manifestanti anche Paul Golding, leader di Britain First, uno dei principali gruppi di estrema destra, i cui militanti si sono resi protagonisti di alcune aggressioni ai danni di giornalisti e fotoreporter tra cui l’italiano Corrado Amitrano. La maggior parte dei manifestanti si è radunata nella piazza del Parlamento, davanti alla statua di Churchill, coperta in vista di un’altra manifestazione, quella di Black Lives Matter, per evitare che venisse imbrattata come successo nei giorni scorsi con quelle di altri personaggi storici. Il Movimento antirazzista ha pero’ deciso di rinviare la manifestazione: solo un piccolo gruppo di manifestanti ha deciso di ritrovarsi comunque a Trafalgar Square. Manifestazioni dell’estrema destra britannica si sono svolte anche a Glasgow nella giornata di domenica e in altre citta’ con lo scopo di ridurre l’agibilita’ politica di Black Lives Matter. Nicola Montagna, docente alla Middlesex University e nostro collaboratore da Londra. Ascolta o scarica

Da Radio Onda d'Urto

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Göteborg (Svezia), durante la riunione del Consiglio Europeo, si svolge anche un vertice tra Unione Europea e Stati Uniti. La città diventa teatro di aspri scontri tra polizia e manifestanti che contestano i contenuti del vertice. La polizia spara lacrimogeni ad altezza d’uomo. Un ragazzo di 19 anni, Hannes Westberg, resta gravemente ferito dai colpi di pistola di un poliziotto. Il timore di analoghi scontri inducono la Banca Mondiale ad annullare la riunione prevista a Barcellona dal 25 al 27 giugno.

Accade la sera del 15 giugno nella zona dell'Università. La zona dell'incidente si trovava un paio di chilometri dal Palazzo dei congressi dove si era appena concluso il primo giorno di lavori del summit. Un centinaio di poliziotti in assetto antisommossa presente nei dintorni si trovarono a fronteggiare 2000 attivisti che partecipavano a una manifestazione e un agente avrebbe perso la testa, estraendo dalla fondina la pistola e sparando ad altezza d'uomo ; dopo l'episodio dello sparo gli scontri sono diventati violentissimi con assalti ai furgoni della polizia, di cui ben sette sono stati dati alle fiamme.. L'atteggiamento degli oltre 20mila agenti svedesi impiegati era stato comunque chiaro fin dal mattino con violente cariche a cavallo e a suon di manganellate e gas lacrimogeni per impedire ai black bloc e agli altri spezzoni anticapitalisti di irrompere nella zona proibita accanto al centro congressi. Almeno 20 mila manifestanti forse anche di più, avevano partecipato alla grande manifestazione del pomeriggio. Al mattino migliaia di manifestanti avevano cercato di sfondare la zona rossa fortificata che era stata costruita per difendere i potenti della terra dando battaglia alla polizia. A fine giornata almeno quaranta furono i feriti, due gravi. Seicento gli arrestati.

In seguito ai fatti di Göteborg, “Si accende sulla stampa italiana un dibattito sull’opportunità di trasferire il summit del G8 previsto a Genova su una nave. Il Capo di Stato Maggiore della Marina dichiara che le marine alleate sono in grado di garantire questo spostamento e l’incolumità dei capi di Stato e di Governo che parteciperanno al G8. Questa prospettiva, tra l’altro avanzata dallo stesso presidente Berlusconi alcuni mesi prima, viene improvvisamente scartata per la levata di scudi di alcuni settori della maggioranza che non vogliono cedere alle pressioni di quella che spregiativamente viene definita “la piazza”. Si svolgono comunque una serie di incontri ambigui che denotano l’intendimento del governo stesso di avviare un confronto "morbido" e depotenziante con i movimenti antiglobalizzazione. Tra questi si ricordano gli incontri del 20 e 21 giugno al Viminale tra il ministro Ruggero, il ministro Scajola, Bertinotti ed una delegazione di politicanti liguri che esprimevano apprezzamento per la linea di dialogo intrapresa dal nuovo esecutivo: disponibilità al dialogo che trova ulteriore conferma attraverso l’approntamento di strutture di accoglienza e la garanzia per i manifestanti di poter raggiungere Genova attraverso treni, pullman e altri mezzi di trasporto.

Da Göteborg Berlusconi dichiarava: “Sono preoccupato per Genova. Sono già arrivate dichiarazioni quasi di guerra”. Dal canto suo un militante dei Black Bloc dichiarava: “Questo è niente. Vedrete a Genova”.

 

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Ripubblichiamo il comunicato di Deliverance Milano (collettivo politico di precari e fattorini attivi nel delivery food) sull'assurdo e violento arresto di un rider pendolare. Questa vicenda è indicativa tanto del trattamento e dell'attenzione riservata ai lavoratori del delivery da parte delle istituzioni, quanto del razzismo sistematico e della profilazione razziale che quotidianamente si verifica sulle linee di Trenord (di cui vi sono diverse testimonianze nel tempo). 

Ieri sera la polizia in stazione Greco Pirelli a Milano ha arrestato Emma, un rider pendolare (con permesso di soggiorno e che paga regolarmente l'abbonamento) che ha partecipato alle proteste, perché voleva salire sull'ultimo treno con la bicicletta per tornare a casa invece di essere costretto ad abbandonarla in stazione o a dormire su una panchina.

Tutto questo è semplicemente assurdo. Vogliamo i vagoni per le biciclette su tutti i treni e dignità per tutti i rider! Non può essere a discrezione di un capostazione la decisione di lasciarci salire o no sul treno, vogliamo poter lavorare!

Durante il lockdown farci lavorare senza protezioni vi stava bene e questa è la vostra ricompensa?

La mobilità è un diritto, la risposta di Trenord e di Regione Lombardia non può essere la repressione poliziesca. Vogliamo risposte, ORA!

 

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Ieri notte a Napoli è andato in scena l'ennesima provocazione poliziesca.

Tre attivisti, Pietro, Diego e Fabiano, si trovavano in Piazza Bellini a bere una birra. Le forze dell'ordine secondo diverse ricostruzioni sarebbero intervenute nella piazza chiedendo i documenti ai tre. Uno dei tre, Pietro, sarebbe stato sprovvisto dei documenti con sé, e a quel punto gli agenti avrebbero tentato di trarlo in fermo. Di fronte a questa azione discrezionale della polizia la piazza ha iniziato a scaldarsi e a chiedere a gran voce quale fosse il motivo del fermo. 

Arrivano sul posto ben 12 volanti e i tre vengono tradotti con forza alla Caserma Raniero. Un presidio di solidali si è immediatamente ritrovato sotto la caserma, ma i tre nella notte sono stati comunque trasferiti, in attesa della convalida dell'arresto, nel carcere di Poggioreale. E' evidente che questo trattamento particolare gli è stato riservato in quanto attivisti delle realtà sociali della città partenopea. La gestione dell'emergenza sanitaria diventa un'opportunità per la polizia di esercitare una maggiore discrezionalità nei confronti dei soggetti più scomodi.

Pietro, Diego e Fabiano liberi subito!

Aggiornamento: Alle 19.30 di oggi presidio in Piazza Bellini per ricostruire la verità sui fatti di ieri sera e chiedere la scarcerazione dei militanti.

 

 

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di Luca Perrone da Commonware

Sono passati dieci anni dalla morte di Romano Alquati e la casa editrice DeriveApprodi pubblica nella collana Input il libro Un cane in chiesa. Militanza, categorie e conricerca di Romano Alquati, che sistematizza, attraverso nove contributi a cura di Francesco Bedani e Francesca Ioannilli, il corso di formazione politica svolto alla Mediateca Gateway di Bologna nell’autunno dell’anno scorso. Questo in attesa che la stessa casa editrice inizi a pubblicare i testi inediti di Alquati, mettendoli finalmente a disposizione di un più vasto pubblico militante.

Un cane in chiesa, metafora che efficacemente definisce la condizione di Alquati rispetto al mondo dell’accademia e non solo, segnala l’importante lavorio sotterraneo che negli ultimi anni cerca di preservare, sviluppare e far conoscere le categorie interpretative elaborate dal sociologo cremonese, ma torinese di adozione, utilizzando la forma seminariale oltre che a Bologna, anche a Torino. Non si tratta solo di salvare la memoria del ruolo di Alquati nella storia dell’operaismo italiano, della sua originalità di pensiero, di quel suo «stile molto diverso dagli altri operaisti» che lo ha caratterizzato. Per questo è sufficiente dare un’occhiata anche solo superficiale ai primi capitoli de L’assalto al cielo. Per una storia dell’operaismo di Steve Wright e al volume di Gigi Roggero L’operaismo politico italiano. Genealogia, storia, metodo: si ha così la certezza di quanto l’operaismo italiano debba ad Alquati. Oppure basta raccogliere i ricordi degli altri principali esponenti operaisti: Mario Tronti racconta che «Romano Alquati era il disordine intellettuale che si fa genio. Vedeva meno quello che c’era. E più quello che stava per esserci. Ci raccontava che quando, ormai in età matura, ebbe la possibilità di comprarsi degli occhiali da vista, solo allora si accorse per la prima volta che i prati erano verdi. Inventava e così indovinava. Era, diceva di essere, sempre un passo più avanti. Ma i comportamenti di lotta delle giovani leve operaie entrate in Fiat, ce li fece conoscere lui»[1]; e Toni Negri gli fa eco ricordando che «Alquati è, fra gli uomini raccolti da Panzieri intorno ai Quaderni Rossi che stanno per uscire, la figura più interessante: è l’inventore della “conricerca”, di quell’analisi sociologica condotta con gli operai al fine di organizzare le lotte, conoscere meglio il ciclo produttivo e permettere un’organizzazione vincente in fabbrica e nella società»[2].

È un fatto però che le riflessioni di Romano Alquati abbiano avuto una ricezione piuttosto limitata, e non solo nel mondo accademico. Dopo Sulla Fiat e altri scritti, pubblicato da Feltrinelli nel 1975 e il numero 154 della rivista aut aut nel 1976, fascicolo speciale su L’Università e la formazione, gli scritti di Alquati hanno avuto una eco piuttosto ristretta, quasi al limite del cenacolo. Certo, nel 1997 è ancora uscito il suo Lavoro e attività. Per una analisi della schiavitù neomoderna, edito da Manifestolibri, ma gran parte della sua produzione più tarda è sostanzialmente sconosciuta, confinata nell’editoria universitaria o in quella militante minore.

Il suo straordinario lavoro teorico resta così un «giacimento in gran parte inesplorato». Questo libro ha il merito di dare per scontato l’Alquati della conricerca e della invenzione della categoria di composizione tecnica e politica di classe, i suoi due lasciti più importanti alla teoria, e alla pratica politica rivoluzionaria e al marxismo eterodosso italiano, per gettarsi a capofitto in testi più recenti e sconosciuti, sostanzialmente gli scritti che dagli anni Ottanta arrivano fino ai primi anni del Duemila e che sono in parte inediti, in parte semplicemente irrintracciabili. Quello che Raffaele Sciortino definisce «il secondo Alquati», o ancora meglio «l’esperimento Alquati», che più di altri e prima di altri prende atto della radicale discontinuità segnata dalla fine dell’operaio massa, e che pone il problema del salto teorico necessario per comprendere cosa sta avvenendo «nel passaggio a una piena sussunzione reale, non solo del lavoro, ma della vita sotto il capitale, ovviamente in senso tendenziale».

Ma per affrontare questi testi, la difficoltà è dichiarata: confrontarsi con la scrittura di Alquati è un’impresa non sempre facile. Chi ha avuto il piacere di conoscere Alquati, sa che narratore straordinario sia stato, quale potenza discorsiva, quale acutezza nell’osservazione e nell’analisi avesse, quale enorme capacità di arricchire il suo racconto intrecciandolo con mille divagazioni, senza perdere il filo del suo dialogo, spesso arricchito di disegni e schemi. Ma sa anche quanto invece il suo scrivere risulti ostico e faticoso, arricchito di prefissi che non aiutano sempre la scorrevolezza della lettura, («quella forma espositiva che poneva problemi anche a chi lo frequentava», quell’incastrarsi in «complicazioni difficili da seguire») che amplifica la complessità della sua analisi che strutturalmente, volutamente, procedeva per spirali ascendenti e discendenti, che attraversavano i livelli di realtà di quel suo «modellone», la sua interpretazione del capitalismo contemporaneo di cui nel libro a lungo si parla. «Non gli importava un fico secco di “scrivere per tutti”, aveva sviluppato un linguaggio tutto suo, uno stile di scrittura inimitabile, chi era in grado di seguirlo bene, chi lo trovava astruso, peggio per lui», ha scritto Sergio Bologna. Ma al contempo è la scrittura di un pensatore «che non rassicura mai», come giustamente sottolinea Francesco Bedani nel suo saggio su Lavoro e attività, che «mette una grande inquietudine, agitazione, a volte disorienta. Ed è proprio questo il suo grande merito: pensare per pensare oltre, ipotizzare per mettere a verifica sul campo, in un continuo movimento circolare o meglio a spirale», i cui testi si possono leggere «decine di volte e trovare altrettante sfumature diverse… a ipotesi di ricerca nuove e su cui ragionare».

La ripresa degli studi su Marx rende oggi possibile rileggere gli scritti di Alquati senza più la sensazione di affrontare scritti di un’altra epoca. Perché in questo libro si ribadisce una cosa ovvia, ma fondamentale, cioè che Alquati è stato «un grande studioso di Marx», che ha mostrato una grande capacità di trattare con «una certa “spavalderia” i concetti marxiani», nell’ambito di una riflessione critica del marxismo. Questo a partire dall’utilizzo dei concetti di Lavoro e attività, titolo del saggio di Francesco Bedani che analizza il testo pubblicato da Manifestolibri nel 1997, collocati nella prospettiva di smontare la concezione lavorista anche di stampo marxista, affinando una critica radicale del lavoro, inteso come agire speciale, storico e specifico.

I saggi che si susseguono nel libro, ci permettono di avvicinarci al cuore della riflessione matura di Alquati, semplificandone la forma e rendendola così fruibile anche a chi non è iniziato al suo linguaggio, con il fine dichiarato di verificare l’importanza delle sue ipotesi di lavoro e di ricavarne strumenti e chiavi di lettura utili per interpretare e trasformare il presente.

Alquati, ci viene ricordato, scrive macchine teoriche (le «macchinette») per i militanti rivoluzionari. Questo è il suo pubblico: chi agisce all’interno dell’orizzonte del superamento del sistema capitalistico. Guido Borio dedica un intervento al tema Soggettività e militanza nella riflessione di Alquati. Sullo sfondo, naturalmente, si profila l’altro grande cremonese, il Danilo Montaldi di Militanti politici di base. Alquati è stato lui stesso, fino alla fine, un militante politico. Borio ci conduce all’interno di quello «stile della militanza» tratteggiato da Alquati, percorso arricchito chiaramente dai mille dialoghi intessuti direttamente con lui, in cui il militante è quella figura particolare in grado di muoversi su più piani, «salendo, scendendo e risalendo tra i differenti livelli di realtà», armato della sua «macchina» più forte, la conricerca. Una militanza intesa come alterità, come progettualità per perseguire rotture rivoluzionarie, per saper individuare e prefigurare una fuoriuscita dal capitalismo che deve essere sempre pensata come possibile. Perché lo stesso «modellone» di Alquati, non semplice descrizione di un sistema, è imperniato su categorie che permettono di pensare questa fuoriuscita: l’antagonismo tra le due macro-parti, capitalistica e proletaria, informa il sistema, ne determina un elemento di ambivalenza (termine chiave nel suo pensiero), che vive nell’incarnazione e nella soggettivazione (o contro-soggettivazione) di quella contraddizione fondamentale. Alquati analizza la complessità del sistema capitalistico nella sua fase iperindustriale, diviso e gerarchizzato per livelli di realtà stratificati, al cui livello apicale troviamo la dimensione del dominio e discendendo quella della valorizzazione e dell’accumulazione fino alla trama delle attività utili e differenti.

Entrare nel «modellone» (grazie in particolare ai contributi di Maurizio Pentenero e di Salvatore Cominu) significa entrare davvero in una macchina complessa e difficile, dinamica e processuale, uno strumento utile per comprendere la complessità del sistema in cui viviamo immersi. Salendo e scendendo vorticosamente di livello, possiamo cogliere gli elementi di stabilità e di continuità del sistema, nei livelli alti, dove l’asimmetria specifica su cui si basa il capitalismo resta intatta, e il suo inesausto innovarsi e modificarsi delle forme di estrazione del valore e dello sfruttamento ai livelli più bassi, senza perdere la bussola e senza farci confondere dalle apparenze.

Il libro, nel susseguirsi dei vari contributi, ci permette di toccare concetti diversi e complementari del pensiero di Alquati: l’iperindustria, come processo di progressiva lavorizzazione della sfera riproduttiva, la sua sottomissione alla razionalità capitalistica; la capacità attiva umana, quella risorsa calda che sta all’interno del corpo umano sottoposta a processi di mercificazione e mezzificazione sempre più ostili; la formazione come riproduzione della capacità attiva umana, che può rovesciarsi in contro-formazione. La Centralità della riproduzione, titolo del denso intervento di Anna Curcio, ci consegna una delle ipotesi di fondo dell’interpretazione della realtà capitalistica contemporanea di Alquati, che si ritrova in particolare in un suo (finora) inedito saggio dal titolo Sulla riproduzione della capacità-umana-vivente oggi: la riproduzione come luogo «centrale sia per l’accumulazione di capitale sia per il possibile agire autonomo di soggetti che riproducono e si riproducono senza incrementare capitale», quindi luogo privilegiato dell’ambivalenza e della politicità.

L’analisi dell’iperproletariato, altra categoria alquatiana, ne attraversa gli scritti, e di questo iperproletariato occorre indagare e organizzare, attraverso la conricerca, la soggettività, che è «il campo di battaglia decisivo». Non a caso, Maurizio Pentenero definisce Alquati un «instancabile ricercatore di una soggettività capace di incidere sui livelli alti del sistema capitalistico». E la soggettività, come componente decisiva della composizione di classe, è per Alquati «il sistema delle credenze, delle visioni e concezioni, delle rappresentazioni, dei saperi delle conoscenze e della cultura per certi aspetti e valenze; e dei desideri, di certi aspetti dell’immaginario e pure delle passioni e della volontà, delle opzioni, ecc. Sistema caratterizzato da storicità e socialità e quindi che evolve processualmente. Infatti la formazione concorre a produrre e trasformare anche la soggettività». Ricchissima definizione di questo concetto, che fa impressione per vastità, rimanda a forme di inchiesta e di ricerca dense e ampie e che apre continui orizzonti di autonomia possibile, perché l’agire umano è comunque irriducibile alla logica del capitale, si apre «al contro-percorso dell’agire autonomo del soggetto», percorso difficile, raro, ma possibile.

Questo libro ci accompagna nella profondità dell’analisi alquatiana della poliedrica forma dell’umano messa a valore nel capitalismo, in quel rapporto sempre «asimmetrico ma reciprocamente vincolante tra capitale-mezzi e capacità umana». Probabilmente è questo ad affascinare di più della riflessione di Alquati: quell’umano che è al contempo attore, interprete dei ruoli previsti dal programma, che non esaurisce però la persona, che eccede l’attore; con un capitalismo che paga solo l’attore ma pretende tutta la persona; ma all’orizzonte la dimensione del soggetto, portatore di finalità autonome e antagonistiche. Per Alquati la persona non è mai completamente mezzificabile e la contraddizione tra potenza e ricchezza può avviare percorsi di soggettivazione, di contro-formazione, anche appoggiandosi a quel «residuo irrisolto» di cui spesso parla, residuo non riducibile a una «sopravvivenza non sussunta, quindi potenzialmente fonte di alterità», ma riconducibili «a differenze inassorbibili che si costituiscono come insorgenze ricche di politicità intrinseca, di varia provenienza: da un passato di sconfitte, residuo di precedenti percorsi di emancipazione, al senso di rivalsa e di frustrazione per fini mai raggiunti, al persistere di un radicamento o al combinarsi imprevisto di fattori particolari, che hanno lasciato uno strascico intrecciato con una persistente resistenza al nuovo, sollecitata dall’agire sussuntivo stesso. Oppure, è bello pensarlo, qualcosa di inafferrabile…», come scrive Pentenero.

Infine, e per tutto questo, non possiamo che dirci d’accordo con Federico Chicchi che apre il suo saggio scrivendo che oggi in un momento di transizione particolarmente complesso e difficile da decifrare, in cui a livello di questo capitalismo sembra essere in gioco ormai la soggettività umana in quanto tale, non possiamo fare a meno delle riflessioni di Romano Alquati. Per fare un esempio concreto, quanto sarebbe stato importante in questo momento parlare con Alquati di quell’incredibile sperimentazione sociale che ha preso il nome di DAD, didattica a distanza, nel mondo della scuola italiana, una incredibile accelerazione dei processi di mezzificazione, appunto, del mondo della formazione, che implicano forme di quella lavorizzazione dell’agire umano così importanti nella trama del suo discorso.

Raccogliamo quindi l’invito a rileggere Alquati oggi, perché il suo sguardo lungo ci aiuta a continuare a cercare il cammino stretto «per strappare una vita completamente diversa» da quella a cui noi iperproletari siamo costretti.

[1] M. Tronti, Noi operaisti, Roma, DeriveApprodi, 2009, pp.28-29.

[2] T. Negri, Storia di un comunista, Milano, Ponte alle grazie, 2015, p. 202 e seguenti.

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in NOTES

“Daspo fuori contesto” per i supporters dell’Ardita Due Mari che lo scorso febbraio avevano contestato la visita di Salvini a Taranto. Tali decreti, adottati dalla digos di Taranto, vanno a colpire dritto al portafoglio dei denunciati.

Erano i primi giorni di febbraio, quando il leader della Lega Matteo Salvini continuava il suo continuo tour elettorale. «Vado in Puglia a parlare di lavoro, infrastrutture e Xylella». Così, a Potenza, il leader della Lega, Matteo Salvini, rispondendo a una domanda sulla scelta del candidato per le Regionali pugliesi.

«Non ho titoli io per andare a promuovere o bocciare qualcuno: per quello che riguarda i nomi e i cognomi dei candidati della squadra si tratta di avere qualche giorno di pazienza e poi ci arriviamo. L’importante sarà mandare a casa Emiliano che ne ha combinate di cotte e di crude».

L’arrivo a Taranto è stato caratterizzato, come nella maggior parte delle città del Sud d’Italia, da un’accoglienza non propriamente benevola. Centinaia di attivisti e attiviste il 19 febbraio si sono dati appuntamento in centro città per far sentire al leader quanto leghista quanto non fosse ben accetto a Taranto. Nonostante la militarizzazione della città tante e tanti sono scese in strada. Durante la serata si sono registrati scontri con le forze dell’ordine. Un mese dopo sono arrivate, puntuali le denunce.

Qualche giorno fa, a sorpresa, sono arrivate delle misure alquanto bizzarre: 5 daspo “fuori contesto” per altrettanti supporters dell’Ardita Due Mari di Taranto. Ancora una volta il mondo dello sport popolare viene colpito dalla repressione.

Di seguito pubblichiamo il comunicato dell’Ardita Due Mari.

«Era il 15 febbraio quando allo Spazio Yashin parlavamo del tema repressione e giustizia sociale con compagni e compagne di Napoli, Torino, Catania, Melendugno.
Quella sera il dibattito cadde inevitabilmente sulle misure repressive adottate dai decreti sicurezza. Da Minniti a Salvini abbiamo assistito ad una progressiva e pericolosa militarizzazione dei territori e criminalizzazione dei dissensi. Inasprendo l’efficacia di misure amministrative come il Daspo.

Dopo solo 4 giorni, il 19 febbraio, il capo dei leghisti si è presentato a Taranto. Immagini e cronache di quel giorno ci restituiscono un clima surreale da G8: un tratto di città – arteria che collega anche l’ospedale al centro cittadino – completamente bloccato transennato e presidiato da un dispiegamento di forze dell’ordine che non si vedeva da anni. Il tutto per permettere ad un senatore di poter fare la sua passerella tra una caserma dei Carabinieri e un hotel con pochi sostenitori al seguito.

Quel giorno, nonostante la militarizzazione del territorio, la città ha risposto presente, opponendo da subito una presenza stabile nei pressi dell’hotel e subendo diversi fermi preventivi oltre che inviti poco amichevoli a lasciare la zona.

All’uscita dall’hotel del leghista, tutti i presenti e solidali hanno provato a cacciare dalla città l’esponente maggiore del partito che da sempre ci denigra, e che ha detenuto fior di mila euro di azioni di ArcelorMittal SpA.

Il resoconto di quella giornata di lotta, allo stato attuale ci restituisce 5 daspo “fuori contesto”.

In un momento difficoltoso economicamente e socialmente come questo, tali decreti, adottati dalla digos di Taranto, vanno a colpire dritto al portafoglio dei denunciati. È palese infatti l’utilizzo strumentale di una sanzione amministrativa e preventiva come il daspo – specie se fuori contesto.

Simbolico il fatto che mentre ai compagni venivano notificati i primi avvisi di avvio del procedimento, proprio il procuratore di Taranto, Capristo, sia finito al centro di una inchiesta giudiziaria per corruzione.

O lo stesso Salvini che con i suoi decreti criminalizza il dissenso, ma sulla questione Open Arms si fa salvare sfuggendo a quella giustizia che tanto difende.

Resta la soddisfazione di aver dimostrato che Taranto non si Lega e che non ci sarà mai accoglienza diversa per i leghisti che vorranno venire a fare qui campagna elettorale.
Che la nostra azione sia stata doverosa oltre che legittimata da anni di abusi e soprusi subiti.

Il 19 febbraio c’eravamo tutte e tutti».

Davide Drago

da Sport alla RovesciaSport alla Rovescia

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L'Alta Corte spagnola (Audiencia Nacional) ha condannato il rapper spagnolo Pablo Rivadulla, conosciuto con il nome artistico di Pablo Hásel, a due anni e un giorno di prigione per aver ripetutamente elogiato il terrorismo e per aver calunniato le istituzioni statali e reali spagnole.

Rivadulla ha espresso queste opinioni in 64 messaggi su Twitter e in una canzone condivisa su YouTube. Gli è stato anche detto di pagare una multa di 24.300 euro in relazione al caso.

Questa è la seconda decisione del tribunale contro il rapper, che è stato condannato per reati simili nel marzo 2015 dalla Corte Suprema e ha emesso un'altra sentenza di due anni. In quel caso, Rivadulla aveva scritto e condiviso canzoni che lodavano gli attentati compiuti da gruppi armati come ETA, il gruppo maoista spagnolo GRAPO, l'organizzazione marxista-leninista Brigata Rossa, e altro ancora.

Questo è il terzo caso di alto profilo che riguarda la libertà di parola sui social media a fare notizia in Spagna negli ultimi giorni, il governo spalleggiato da giudici e polizia punisce ogni forma di dissidenza, che sia essa fisica o di pensiero.

Il mese scorso la Corte Suprema ha confermato una condanna a tre anni e mezzo di carcere contro un altro rapper, José Miguel Arenas, meglio conosciuto come Valtonyc,in questo caso le accuse mossegli sono di calunnia contro la Corona, glorificando il terrorismo e facendo minacce in una serie di canzoni.

In uno dei suoi post del marzo 2016, Rivadulla ha caricato una fotografia di Victoria Gómez, membro del gruppo armato GRAPO, e ha scritto: "Le dimostrazioni sono necessarie, ma non sufficienti. Sosteniamo coloro che sono andati oltre".

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All'epoca il rapper aveva 54.000 follower su Twitter, che evidentemente si sono resi conto che portare solidarietà a chi ha condotto un tipo di lotta più offensiva rispetto ad altri non è poi una cosa così grave, la libertà di pensiero ed opinione non dovrebbe poter essere giudicata da nessun tribunale, quello che stà avvenendo in Spagna è la dimostrazione di come gli stati europei il più delle volte impongano un pensiero unico.

Due dei giudici della suprema corte, Concepción Espejel e Nicolás Poveda, hanno rilevato che questa e altre prese di posizione rappresentano "un'azione diretta contro l'autorità dello Stato nelle sue molteplici forme, mostrando disprezzo per esse e denigrandole individualmente e collettivamente, e invocando la necessità di andare oltre nei comportamenti violenti, anche ricorrendo al terrorismo e ritraendo figure di spicco condannate per terrorismo come modelli da seguire", mentre un terzo giudice, Manuela Fernández de Prado, è entrato in un parere dissenziente a favore dell'assoluzione.

Se basta una canzone o un appello di solidarietà a far arrestare un uomo, strappandolo dai suoi cari, dalle persone che lo amano allora vedremo presto le galere riempirsi di militanti, lo stato spagnolo non è nuovo a reprimere chi si ribella e si oppone ad uno stato malato e imperialista anche solo con lo strumento della parola.

Ma non bisogna spingersi fino in Spagna per trovare forme di repressione del dissenso che colpiscono rapper o artisti per i contenuti dei loro testi e delle loro prese di posizione pubbliche. E' di ieri infatti la notizia che in Sardegna il rapper Bakis Beks è stato raggiunto da un decreto penale di condanna per oltraggio a pubblico ufficiale per aver diffuso messaggi antimilitaristi e contro le basi NATO nell'isola. Oltre al rapper sarebbero stati colpiti dallo stesso decreto penale diversi ragazzi che facevano parte del pubblico.

Libertà per Pablo Rivadulla e per tutt* i/le detenut* politici e politiche

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