ssssssfff
Articoli filtrati per data: Sunday, 14 Giugno 2020

di Sandro Moiso per Carmilla

NUNATAK, rivista di storie, culture, lotte della montagna, N° 56 primavera 2020, edizioni Nunatak, pp. 80, 3 euro

Una rivista che potremmo ormai definire ‘storica’ raggiunge il suo 56esimo numero cartaceo.
Nunatak, parola che, nella lingua dei popoli inuit del polo artico, indica le formazioni rocciose che spuntano dalla coltre ghiacciata della Groenlandia e del circolo polare antartico, da quindici anni racconta le storie, le culture e le resistenze che si sono sviluppate nell’ambito dei territori di montagna; molto più ricchi di esperienze e Storia di quanto la vulgata sociologica, storica, economica e politica progressista e modernista abbia mai voluto concedere.

Non è un caso, infatti, che le montagne siano state la culla di eresie religiose e politiche, di modelli comunitari e di organizzazione sociale che hanno finito con l’attirare sui territori ‘alti’ ribelli, banditi, e rifugiati nel passato e, ancora oggi, cittadini più o meno comuni, giovani e meno giovani, alla ricerca di modi di vita alternativi a quello prodotto dal sistema riassumibile nella formula lavora, produci, consuma e crepa. Un modello tutto incentrato sulle necessità produttive e riproduttive del modo di produzione capitalistico che, nel corso dei secoli, si è affermato anche grazie alla riduzione e alla rimozione delle autonomie delle comunità montane e della loro organizzazione sociale.

Dalla Resistenza, con la creazione delle più importanti e numerose unità partigiane proprio tra le valli montane, alla lotta NoTav in Valsusa, che da fatto locale si è trasformata da subito in un’esperienza in grado di rimettere in discussione l’intero asseto dei rapporti sociali, politici, economici, mafiosi e militari su cui si basa l’attuale assetto dello Stato italiano (ma non solo), è possibile individuare nelle montagne uno spazio specifico di conflitto che se da un lato può mettere in crisi il modello di società pacificata dominante, dall’altro può vedere rinascere forme di organizzazione e riproduzione della vita sociale che affondano le proprie radici in una storia mai veramente ‘finita’ di resistenze e rifiuti di cui le rocce,le valli, i pascoli, le borgate e le comunità montane portano ancora un’innata e ineliminabile memoria.

Ecco allora che Nunatak può costituire, con i suoi 56 numeri usciti fino ad ora (tutti consultabili in pdf qui), un autentico atlante psicogeografico, storico e politico delle esperienze, ritrovate o scoperte ex-novo, di cui si parlava poco sopra. Una rivista che esce ostinatamente in cartaceo proprio perché non ha dismesso la funzione di strumento di agitazione e di organizzatore collettivo che la stampa ha avuto e ancora oggi, in una età di reti e social che virtualizzano e spesso impoveriscono sia il confronto politico che i ragionamenti necessari, può avere.

Nunatak 56 210x300

Intorno alle sue pagine i ‘militanti delle rivoluzioni a venire’, gli abitanti delle zone montuose in cui la rivista è distribuita e presente, i semplici amanti della montagna e della Natura possono trovarsi, discutere, magari litigare per poi ancora ritrovarsi, ma comunque e sempre vis a vis, faccia a faccia nel modo più umano e condiviso possibile. L’altitudine e la distanza dal caos metropolitano possono infatti servire non soltanto a liberare i polmoni e le voci dall’inquinamento ambientale più deteriore e pestifero, ma anche a liberare le menti dallo smog delle ideologie e dai veleni di una società sempre più soffocata dalla banalizzazione e mercificazione dell’esistente, dei comportamenti e degli strumenti del comunicare.

Il numero qui recensito esemplifica perfettamente quanto fin qui detto, con un ricco indice che vede articoli che trattano della storia antica della tradizione dei fuochi, divisa tra ritualità e sussistenza, lungo tutto l’arco alpino; della speculazione ambientale insita nell’ideologia del capitalismo green e dell’eolico industriale oppure della difficile Resistenza al nazi-fascismo in Alto Adige, attraverso le memori e di uno degli ultimi partigiani recentemente scomparso (Quintino Corradini detto “Fagioli”). Vi è poi una lettera dal carcere di Monza di Manuel Oxoli, seguita dall’esperienza di “esplorazione alpina” del gruppo di escursionismo politico Trûc, da una denuncia degli impianti per il 5G come strumento di controllo totalitario dei territori e da un prezioso manuale pratico di resistenza all’oppressione che si rifà alle esperienze di lotta contro gli eserciti di occupazione dei territori dei popoli del Vietnam, dell’Afghanistan e della Colombia, intitolato Bambù e barbecue…Saperi senza tempo né confini.

Ma è in particolare l’editoriale, Il problema è la soluzione, a lanciare autenticamente e senza nascondere la mano il sasso nelle acque stagnanti delle fin qui povere, per la maggior parte, riflessioni sul Coronavirus e le paure suscitate e ed alimentate da un sistema mediatico-poliziesco che ha approfittato dell’allarme e delle incertezze scientifiche per imporre un’uniformità di comportamenti ed un controllo, verrebbe da dire ‘psichico’, dei comportamenti con un esperimento politico-militare forse mai tentato prima su scala planetaria o quasi.

La novità di questi giorni non sta nel fatto che si usi lo stato d’eccezione: questo è da tempo diventato la norma. Semplicemente i nostri governanti non hanno più altri argomenti. Il fatto per certi versi inedito, e ricco di potenzialità, è che questa società è costretta a mettere in campo interventi che mettono in crisi il suo stesso funzionamento. Una società globale fondata su flussi continui di persone e merci, e che non può far altro che bloccare tutto e chiudere tuti in casa, semplicemente non può durare, è destinata a crollare in fretta.
Gli scenari che si aprono possono essere appassionanti. Non abbiamo sempre detto e urlato che dobbiamo farla finita con il mondo della Merce e dell’Autorità, perché questo sistema malato, iniquo e insensato ci sta portando dritti nel baratro? Allora forse questo è il tempo di finirla con le lamentele sullo Stato di polizia, sulla spietatezza dei padroni, sulla mala sanità… Forse è giunta l’ora di organizzarsi per costruire altro. Non sarà immediato e non sarà indolore, ma quale altra possibilità abbiamo? […] Del resto quali alte prospettive abbiamo? Se possiamo comprendere i motivi strumentali o di necessità di fronte all’emergenza che hanno portato molte persone a promuovere forme di solidarietà per…consegnare ai vicini le merci dei supermercati, crediamo che una riflessione autocritica sia quanto mai necessaria. Dopo anni di slogan come “blocchiamo tutto”, “fermiamo i flussi di merci”, oggi che questo accade – e non certo grazie a noi – diventa evidente la schizofrenia di affermare una cosa e trovarsi a fare il suo contrario. Tutto questo deve dirci qualcosa. Non ci parla forse del ritardo con cui arriviamo ogni volta ai presunti appuntamenti della storia? Non ci sbatte forse in faccia la necessità di deciderci a riempire questa impreparazione, invece di sfinirci a rincorrere emergenze che ci lasciano ogni volta sempre più impreparati per la prossima? […] significa farla finita con l’attesa, colmare lo scarto che ci fa vivere sempre in attesa di qualcosa di là da venire. […] La rivoluzione è oggi: e non soltanto perché comincia ora, nella quotidianità, come processo che colma le nostre lacerazioni, ma anche perché la catastrofe c’è già stata e il diluvio è in corso. La rivoluzione non sarà la presa del Palazzo d’Inverno, la rivoluzione è il processo storico che sta sgretolando una civiltà e generando qualcos’altro. […] Sta a noi provare a far sì che prenda una direzione piuttosto che un’altra.[…] La catastrofe è ogni giorno, e ogni giorno sono le opportunità, le crepe,le occasioni.[…] Le occasioni sono tali solo se c’è qualcuno che le coglie. Se no, non sono niente. Dobbiamo trasformare le nostre ferite in feritoie, prima che sia troppo tardi. 1

La rivista è disponibile oltre che nelle edicole, le librerie, i circoli e i collettivi che già la distribuiscono, anche presso la Biblioteca Popolare Rebeldies, via Savona 10 – 12100 Cuneo
e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale
in CULTURE

Qual è il prezzo della croce di Cristo? San Paolo (nella prima Lettera ai Corinzi) dice che è un prezzo caro: quello al quale tutti gli uomini sono stati ricomprati dalla morte e dal peccato.

Evidentemente la Caritas italiana di oggi non è d’accordo, visto che cede a un prezzo vilissimo quella croce (che è anche il suo simbolo) perché venga stampata in imbarazzanti pubblicità della Porsche. Vi si legge che «acquistando l’auto dei tuoi sogni combatti insieme a Porsche la povertà alimentare ed educativa nel tuo territorio» perché «Porsche Italia e i concessionari italiani aiuteranno attraverso Caritas 40 famiglie o 10 ragazzi». In pratica, per ogni auto venduta da qui al 10 agosto andranno alla Caritas 1000 euro sui 60.000-300.000 euro e più. E gli acquirenti potranno anche decidere se preferiscono aiutare le famiglie o i ragazzi, in una specie di reality della povertà.

È una pubblicità letteralmente ingannevole. E non tanto perché l’automobile della fotografia appare colorata col tricolore italiano (essendo invece tedeschissima), ma soprattutto perché «acquistando l’auto dei tuoi sogni» tieni in piedi un mondo insostenibile, fondato su diseguaglianze spaventose e sulla continua induzione di bisogni inesistenti. E non combatti affatto la povertà: anzi, contribuisci a perpetuarne i presupposti profondi. Quanto al fatto che la combatteresti insieme a Porsche, questa è l’affermazione più lunare. I ricavi di Porsche nel 2019 ammontano a 28,5 miliardi di euro: se davvero questo colosso volesse «combattere la povertà» avrebbe decisamente altri mezzi che non il patetico obolo di 1000 euro per macchina venduta in Italia, per due mesi.

Certo non si può chiedere alla Caritas di convertire Porsche alla vera lotta alla povertà. E nessuno pensa che Caritas debba rifiutare un’elemosina della Porsche fatta evangelicamente, cioè senza suonare le trombe. Ma tutt’altra cosa è associare il proprio simbolo al logo di un simile bene di lusso, legittimandone così il ruolo sociale. Una specie di clamorosa assoluzione pubblica: la Porsche venduta col bollino della Croce di Cristo. E forse nemmeno questa è la missione di Caritas.

Se aggiungiamo che Porsche appartiene a Volkswagen, già condannata a pagare qualcosa come 30 miliardi di euro per le emissioni truccate nel 2015, lo sconcerto aumenta: possibile che la Caritas legittimi quella distruzione del creato che la Laudato si’ di papa Francesco condanna senza appello?

Nei giorni scorsi Caritas Roma ha presentato un progetto nel quale Amazon dona a cento famiglie tablet e connessioni per seguire la didattica online. Un altro colosso che lava la sua immagine a un prezzo irrisorio.

Basta accendere la tv o sfogliare un giornale per rendersi conto che non c’è marchio che non stia cercando di accreditarsi socialmente dandosi una coloritura patriottica e un’immagine umana e solidale. Un fiume di ipocrita melassa che copre il desiderio, gattopardesco, che tutto a parole cambi perché nulla cambi davvero. Un incontenibile desiderio di tornare di corsa alla mortifera “normalità” di prima: con un’aggravante, che è proprio la strumentalizzazione, a buon mercato, del clima emotivo determinato dalla pandemia.

Per questo è vitale che chi ha un nome (o un simbolo…) credibile non lo metta al servizio di questa forsennata operazione di social washing.

Chiedere giustizia (per esempio tasse progressive e patrimoniali) è il lavoro di una sinistra politica (che non c’è), ma la Caritas una cosa dovrebbe ricordarla: non si può servire a due padroni. E qua è fin troppo chiaro che è la Croce a servire a Porsche e ad Amazon, non il contrario.

Di Tomaso Montanari per volerelaluna

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere è in corso una rivolta dei detenuti.

Proprio di questi giorni la notizia che la procura ha iscritto nel registro degli indagati 44 agenti della polizia penitenziaria del carcere, per un’inchiesta in seguito alla denuncia da parte dei detenuti di violenze e pestaggi durante le rivolte nel periodo del lockdown. I secondini sono indagati a vario titolo per tortura, violenza privata e abuso di autorità. I detenuti hanno raccontato che, dopo le proteste per il coronavirus scoppiate in tutta Italia, sono stati denudati e picchiati con calci e manganellate, poi “lasciati in una pozza di sangue”. Giovedì le guardie carcerarie hanno iniziato una protesta contro le indagini.

Nella notte tra venerdì e sabato, nel reparto Danubio, dove sono in servizio gli stessi poliziotti coinvolti nell’inchiesta per pestaggi e violenze, sei agenti sarebbero stati aggrediti da due detenuti che, dopo aver dato fuoco alla propria cella, sono stati portati in infermieria, riuscendo a sottrarre le chiavi agli agenti stessi, e liberando altri detenuti. Adesso sono circa in 50 e hanno preso in mano il reparto. All'interno del Danubio sono presenti detenuti in regime disciplinare e soggetti al regime di sorveglianza particolare (14bis). Alcuni di loro provengono dal carcere di Foggia, trasferiti a S. M. Capua Vetere dopo la memorabile rivolta dello scorso marzo, con l’evasione di 80 detenuti.

Secondo quanto riportano i giornali in questo momento sarebbe in corso una trattativa tra i detenuti e le autorità: "i detenuti hanno chiesto la chiusura del regime del 14 bis, la chiusura della videosorveglianza, hanno lamentato trattamenti inumani da parte dei poliziotti penitenziari e da medici e infermieri che non provvederebbero alla cura della loro salute".

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Il 14 giugno 1979, una folla tra musicisti, pubblico e amici, saluta con rabbia e affetto il musicista e compagno che fece più degli altri la storia della musica d'avanguardia in Italia, mancato solamente il giorno prima. La malattia di Demetrio Stratos non aveva lasciato indifferente nessuno della scena musicale popolare italiana. Il grande concerto organizzato il 14 a Milano per trovare i soldi per le cure di Demetrio, dovette mutarsi in un addio. Area, Guccini, PFM e tanti altri si alternarono sopra il palco.

Demetrio (Efstràtios Dimitrìu) nacque ad Alessandria d'Egitto nel 1945 da genitori greci e studiò fin da bambino al prestigioso «Conservatorio Nazionale di Atene». Visse alcuni anni a Cipro fino a trasferirsi a Milano nel '62 per iscriversi ad Ingegneria. Iniziò a suonare in diversi gruppi di influenza rock, ma portandosi sempre dietro quelle sonorità bizantine che lo avevano accompagnato nella sua infanzia, fino a fondare il gruppo sperimentale degli Area. Diventato cantante per caso, si appassionò alla propria voce sondando le potenzialità di uno strumento così poco considerato dalla musica occidentale, e riscoprendo il suo valore nelle culture extraeuropee. Nei primi anni '70, osservando sua figlia Anastassia durante la fase di lallazione, si accorse che la bambina inizialmente giocava e sperimentava con la propria voce, ma poi la ricchezza delle sonorità vocali andava via via perduta con l'acquisizione del linguaggio: "il bambino perde il suono per organizzare la parola". E questa fu l'origine di tutta la sua sperimentazione sul ritorno a quelle sonorità di una voce-musica che veniva privata delle sue sfumature grezze, rumorose e istintive dalla voce-parola dominata dai meccanismi culturali di controllo e dagli imperativi della società di mercato. Stratos combatté il canone "morale" della bella voce armoniosa con la sua voce, che sapeva essere testarda nella sua naturale "indecorosità". La voce come arma rivoluzionaria, in un decennio in cui questa assumeva importanza in un contesto di radicale opposizione al sistema di cose presenti. La voce, per Demetrio Stratos, aveva bisogno di accompagnare il proletariato nel suo percorso di emancipazione dalle strutture restrittive attuali.

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons