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Articoli filtrati per data: Thursday, 11 Giugno 2020

Cariche ripetute, calci e dita stortate, questo il trattamento riservato dai reparti celere, prontamente accorsi in difesa della grossa multinazionale, ai Si Cobas Lavoratori Autorganizzati in lotta al magazzino TNT FedEx di Peschiera Borromeo. Il bilancio finale è stato di 5 lavoratori portati in ospedale con le ambulanze e numerosi altri contusi. Nonostante questo, la violenta repressione non è riuscita ad intimidire i lavoratori - più di un centinaio - che hanno proseguito con determinazione il picchetto.

La vertenza, in linea con tante altre che stanno esplodendo in questa "fase 2", è nata dopo il mancato rispetto di precedenti accordi presi tra il sindacato e la parte padronale con la scusa della crisi. Crisi che, dati alla mano, nel settore degli spedizionieri si è trasformata, in molti casi, addirittura in un'opportunità dato l'incremento del commercio online dovuto al lockdown e che quindi viene sventolata solo per "regolare i conti" con i lavoratori più sindacalizzati, operare tagli e delocalizzazioni. Al magazzino TNT FedEx di Peschiera Borromeo 66 iscritti al Si Cobas dovevano passare dal tempo determinato al posto fisso, ma con la scusa della crisi sono stati scaricati dall'azienda e ora lottano per i loro diritti. Di seguito il comunicato stampa sull' aggressione poliziesca ai lavoratori TNT-FEDEX in sciopero. Ulteriori video qui.

Come trasformare una vertenza sindacale in una notte di violenza antioperaia!

In questo momento avremmo solo voglia di gridare la nostra rabbia e il nostro dolore per i nostri compagni lavoratori feriti e svenuti per i calci e i pugni e le manganellate di polizia e carabinieri ma siamo e rimarremo sempre lucidi per denunciare con forza come una "normale" vertenza sindacale si sia trasformata in una notte di violenza e repressione inaudita.L'antefatto quindi è il licenziamento politico di una ottantina di lavoratori impiegati all'importante hub  Fedex tnt di Peschiera Borromeo.Ottanta lavoratori con le loro famiglie buttati in mezzo ad una strada da un giorno all'altro nonostante un preaccordo sindacale prevedesse la continuazione del rapporto di lavoro.

La motivazione non ufficiale è che hanno coscientemente aderito allo sciopero del 1° maggio, quella che ironicamente ed ipocritamente viene dichiarata la festa dei lavoratori, in difesa delle loro condizioni di salute di vita e di lavoro. Perchè loro come tutti i lavoratori della logistica e del comparto sanitario non hanno mai smesso di lavorare durante il periodo di quarantena, mettendo a rischio la loro salute e la loro vita per portare a casa  degli acquirenti beni di consumo assolutamente non necessari.

Ma loro,questi lavoratori, i famosi .... eroi erano sacrificati al profitto accumulato proprio durante la quarantena dei grandi proprietari della logistica e in particolare ora carne da macello per la Fedex statunitense che di diritti e di sindacato non vuole sentire parlare. Dopo giorni di sciopero (ma non era un diritto acquisito ?) per portare al tavolo della trattativa la controparte, il sicobas ha indetto uno sciopero nazionale di tutta la filiera lanciando per Milano una mobilitazione davanti ai magazzini di Peschiera Borromeo.

Già dopo cena è incominciato il concentramento di un centinaio lavoratori e di solidali che riempiva  il piazzale antistante ai cancelli ma verso le 23 sono arrivati 7 blindati di polizia e carabinieri accompagnati da diverse volanti e agenti della Digos. I delegati del sicobas hanno con loro incominciato una trattativa  che produceva il risultato positivo di una richiesta di un incontro in prefettura per verificare con la controparte le condizioni di un possibile e auspicato accordo.

Poteva sembrare finalmente uno sbocco positivo a questa vertenza sindacale ma mentre aspettavamo il risultato delle interlocuzioni in prefettura la polizia ha improvvisamente incominciato ad avanzare e per non offrire il pretesto a pericolose cariche in corsa tutto il folto gruppo di manifestanti  si è seduto per terra.

Abbiamo Immediatamente abbiamo capito che l'indicazione era quella di far male e di lasciare il segno perchè sono incominciati i calci i pugni e le manganellate distribuite con rabbia gratuita sulla faccia sulla testa, sulle braccia, schiene dei lavoratori che per scelta non hanno mai opposto alcuna resistenza se non quella di tenersi stretti l'uno all'altro per resistere ai colpi.

Quando polizia e carabinieri sono riusciti a dividere in due gruppi i lavoratori in sciopero, uno stretto contro i cancelli e l'altro verso il piazzale è immediatamente partita una carica immotivata e violentissima contro chi si avvicinava ai compagni caduti per soccorrerli . E stiamo parlando di diverse persone cadute a terra che mentre cercavano di rialzarsi venivano vigliaccamente e gratuitamente colpite alla testa con i manganelli.
La carica è poi continuata spostando ancora di qualche metro il gruppo di compagni e lavoratori che arretrava verso l'esterno rivolgendo poi la loro cortese e violentissima attenzione verso il folto gruppo di lavoratori che non potevano più muoversi schiacciati tra i cancelli e i cordoni di polizia e carabinieri.

L'intervento di 5 ambulanze e un'auto di due medici del pronto intervento che ringraziamo per la loro gentilezza e solidarietà fermava la violenza mattanza soccorrendo molti lavoratori svenuti per i colpi ricevuti e dei quali non abbiamo ancora il conto preciso. Dita fratturate, ematomi alla testa, ematomi alla schiena per i calci ricevuti a terra, lacerazioni varie e l'elenco sarebbe incredibilmente molto lungo perchè in molti hanno deciso di non ricorrere alle cure mediche, ma vogliamo segnalare il caso un lavoratore svenuto e poi portato via in autoambulanza per il quale abbiamo temuto il peggio.

Non ci dimenticheremo di un lavoratore tenuto per braccia e gambe e scaraventato dall'alto a terra con una tale violenza da fargli sbattere la testa e farlo rimanere svenuto per poi manganellare con odio chi si avvicinava per soccorrerlo e sottrarlo ad altri colpi, un delegato sicobas gettato a terra e colpito con forza sulla testa per lasciarlo tramortito.Siamo da anni abituati alla repressione e alla violenza di stato ed è per questo che possiamo certamente dire che stanotte siamo stati l'obiettivo di un livello di violenza molto più alto e scientifico nel suo intento di seminare paura nei lavoratori e per tentare di colpire e mettere un bavaglio al loro sindacato Sicobas.

Ma hanno sbagliato i loro conti. Questa schifosa violenza ha fatto ancor più comprendere ai lavoratori che questa è lotta di classe e la lotta di classe fa paura ai padroni perchè mette in discussione il loro lurido potere e il loro schifoso profitto. Questa miserabile notte ha fatto solo crescere nei lavoratori l'orgoglio di non sentirsi schiavi o animali da spremere ed essere finalmente protagonisti del loro destino, di esserse ripresi la loro dignità, l'uno a fianco dell'altro senza più essere divisi, come piacerebbe ai padroni, dalla  differenza del colore della pelle, religione o genere, per difendere le loro vite, il loro salario e la sopravvivenza delle loro famiglie.

L'assemblea che abbiamo fatto davanti ai cancelli ha infatti rilanciato la lotta con la promessa di tornare davanti a quei cancelli perchè abbiamo imparato ormai da anni che la solidarietà e l'arma più forte dei lavoratori e chi tocca uno tocca tutti. Lo sciopero continua!

Si Cobas nazionale
Patto d'azione per un Fronte Unico di classe

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Il prigioniero politico del Txantrea (storico  quartiere indipendentista di Pamplona), Patxi Ruiz ha lasciato oggi, il 31 ° giorno, lo sciopero della fame che ha mantenuto dall’11 maggio.

Lo stesso Patxi ha spiegato a un amico che questa mattina ha iniziato a nutrirsi e che spiegherà i motivi per cui ha sospeso lo sciopero della fame. Nei primi 12 giorni, oltre allo sciopero della fame, ha anche mantenuto uno sciopero della sete fino a quando il suo corpo era quasi al collasso. Fu ricoverato in ospedale il 21 maggio e il giorno dopo iniziò a bere. Oggi sarebbe stato trasferito al modulo 10, ma non possiamo ancora confermare questo fatto.

Patxi è vivo e questa è la prima cosa che il movimento per l’amnistia e contro la repressione vuole celebrare. Invece, la prima cosa che vuole criticare è l’atteggiamento omicida della gestione della prigione di Murcia II, dal primo all’ultimo giorno. È sorprendente la rapidità con cui ha contattato l’agenzia Europa Press per dire che Patxi aveva lasciato lo sciopero della fame, senza rispettare il tempo di recupero del prigioniero, mentre 10 giorni dopo Patxi ha iniziato lo sciopero della fame e della sete, ha detto che non ne aveva conoscenza dei fatti.

Per quanto riguarda questi ultimi 31 giorni, il nostro movimento apprezza in modo molto positivo la ferma risposta data da Euskal Herria. Migliaia di persone hanno partecipato alle mobilitazioni, ai confini, ai digiuni e agli scioperi della fame, alle carovane e ad altre dinamiche di protesta condotte ogni giorno in Euskal Herria.

Anche la solidarietà arrivata dalle carceri è stata essenziale per ottenere supporto a Patxi. Alcuni prigionieri sono stati rinchiusi nella cella per un mese, con le conseguenze che ciò comporta. Sono aspre proteste che sono state coperte dalla situazione di Patxi. Hanno effettuato scioperi della fame, confini, digiuni, rifiuti di vassoi alimentari e spedizioni ai direttori delle carceri. In totale, 20 presx del Movimiento Pro Amnistía, dell’EPPK e sia GRAPO che PCEr hanno partecipato a queste dinamiche a favore di Patxi.

Anche se stiamo ancora aspettando il messaggio di Patxi, in questo momento possiamo dire senza dubbio che la mobilitazione popolare è stata essenziale per proteggere la sua vita e per darle le richieste nel posto che meritavano. Grazie alla pressione popolare, Patxi non si è mai sentito solo, e il Movimiento Pro Amnistía y Contra la Represión vuole ringraziare tutte le persone che si sono mobilitate in un modo o nell’altro.

La lotta di Patxi Ruiz ha scosso il Paese Basco e, soprattutto, è servito a svelare la brutalità della prigione. Nelle carceri spagnole e francesi, la tortura cronica viene applicata ai prigionieri e, spesso, anche tortura diretta. Dalle pareti interne, prevale l’opacità e i carcerieri (anche i dottori, come abbiamo visto in questo caso) agiscono impunemente per maltrattare i prigionieri.

Le gallerie di isolamento, i primi gradi, i file interni di follow-up speciali, i moduli di rispetto per ricattare i prigionieri e l’intera struttura della prigione sono strumenti di tortura per spezzare l’essere e la volontà della gente e avere responsabili politici. Sono proprio questi leader politici che, da quando Patxi ha iniziato lo sciopero della fame e della sete, hanno attaccato e preso di mira il movimento contro l’amnistia e contro la repressione su base giornaliera.

Durante questo lungo mese è diventato chiaro chi è chi, le priorità di ciascun agente politico e la distanza tra la politica istituzionale e i veri bisogni della gente. È stato anche evidente che, contrariamente a quanto ci viene detto dai partiti politici borghesi, le persone hanno una reale capacità di condizionare la politica dalla strada, che è sincero, pulito e molto più sano di ciò che rimane nelle mani di un’élite.

Per finire, non possiamo partire senza menzionare che coloro che consideravano Euskal Herria assimilati hanno commesso di nuovo degli errori. La lotta di Patxi ha messo in luce l’esistenza di un nuovo spazio sociopolitico composto da diverse organizzazioni, ognuna con le sue specificità, ma con la premessa del rispetto reciproco. Ha anche scoperto l’esistenza di una rete internazionalista e solidale che ha lavorato umilmente negli ultimi sei anni, con sorpresa di molti.

Il percorso non è finito. Rimangono alcune delle mobilitazioni convocate prima. Nelle prossime ore e giorni le renderemo concrete. La lotta continua, per l’amnistia e per un’organizzazione che porta alla libertà di Euskal Herria e la sua classe operaia all’Indipendenza e al socialismo! Gora Patxi!

En Euskal Herria, a 10 de junio de 2020.

Movimiento Pro Amnistía y Contra la Represión.

Traduzione a cura di Les Enfants Terribles

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Con Silvia Baraldini analizziamo le motivazioni oggi della lotta dei Blacklivesmatter, allargando il discorso alla situazione americana economico-politico. Una bellissima analisi.

All'interno anche il nostro corrispondente dagli USA e le voci che abbiamo racconto ieri a Piazza del Popolo per #BlacklivesmatterItaly

Da Radio Onda Rossa

 

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Perugia 1416? No Perugia 2020

 

Certo è una forzatura ma a leggere l'ultima norma sul “baratto amministrativo” possiamo dire che il Comune di Perugia ha deciso di iniziare la campagna di promozione di Perugia 1416 - rinviata a settembre - con la votazione di una norma che ci riporta un po' indietro nei secoli.
E' notizia di oggi l'approvazione all'unanimità da parte del consiglio comunale di Perugia del cosiddetto “baratto amministrativo”. In parole povere da oggi sarà possibile per singoli e associazioni svolgere attività lavorative come ad esempio la cura del verde, delle piazze o di immobili abbandonati ricevendo in cambio delle riduzioni sulle tasse comunali come la TARI o la TOSAP.
Come sottolineano i consiglieri comunali di FdI, il baratto amministrativo permetterà a tutti quei cittadini che si trovano in difficoltà economica nell'adempimento dei propri doveri di contribuenti di sostituire parte del pagamento dei contributi con lavori di pubblica utilità.
Come collettivo che da tempo rivendica e lotta per migliorare le condizioni di vita di precari e disoccupati della città troviamo vergognoso questo provvedimento sotto diversi aspetti.
Non è tollerabile che l'amministrazione comunale – sopratutto in piena crisi economica e sociale che sta colpendo centinaia di nuclei familiari qui a Perugia - decida di colpevolizzare ancora di più i cittadini che non riescono a sanare i debiti con il Comune.
Secondo quest'ottica si persegue chiaramente una stigmatizzazione della povertà nei confronti di quei soggetti incolpevoli della loro insolvenza tributaria e che saranno “costretti in modo volontario” a scambiare la propria forza lavoro a fronte di uno sconto sui tributi. E' evidente che di baratto c'è ben poco visti i rapporti di forza in campo, da una parte un'amministrazione comunale e dall'altra centinaia di cittadini impoveriti da anni di crisi economica.
Come sostiene il Professore Giglioni su Labsus: « tale incongruenza si aggrava enormemente quando si pretende perfino di applicare il c.d. “baratto amministrativo” alle situazioni in cui il beneficiario è un debitore del fisco locale. In questo caso, infatti, manca del tutto il presupposto della libera scelta del cittadino che è alla base di ogni iniziativa sussidiaria: colui che è in una condizione debitoria è per definizione un obbligato e non un soggetto libero. Certo, il comune propone la scelta tra pagare il tributo o svolgere una determinata azione, ma si resta pur sempre dentro uno schema tra chi è obbligato e chi pretende una certa azione».
Non riusciamo veramente a comprendere come possa suscitare tanto entusiasmo questo tipo di norma - che diverse città hanno già adottato o stanno adottando - soprattutto perchè è da anni che i lavori di pubblica utilità come ad esempio la manutenzione del verde sono svolti gratuitamente da associazioni di volontariato, dai richiedenti asilo e da oggi anche dai cittadini insolventi. Cambiano i soggetti che subiscono questo tipo di norme, ma il concetto rimane sempre lo stesso: se sei un ospite o sei un debitore devi restituire alla collettività quello che non sei riuscito a dare in termini economici.
Quello che urliamo ormai da tempo è semplice, le aree verdi, la gestione dei parchi come la manutenzione degli immobili abbandonati dovrebbe essere fonte di lavoro retribuito per chi è disoccupato. Lavoro in cambio di reddito.
E' necessario partire dai quartieri, organizzarsi con i disoccupati e rilanciare campagne di lotta che mettano al centro il tema dei lavori di pubblica utilità retribuiti dignitosamente con un salario e non con una mancia sulla prossima TARI.

IL LAVORO VA PAGATO
NON SI CAMPA DI VOLONTARIATO!

Da Operatori Sociali Autorganizzati Perugia

 

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Raúl Zibechi

“Quello che abbiamo appreso per anni nella scoletta di educazione popolare transumante ci ha nutriti per affrontare questa situazione”, afferma Mari, del quartiere 12 de Julio nella periferica di Córdoba. Un quartiere occupato nel quale vivono 300 famiglie, che hanno aperto le strade e hanno messo la luce e l’acqua lavorando collettivamente. Funzionano in assemblea, stanno installando mense comunitarie e orti familiari con l’appoggio delle abitanti più impegnate.

La Transumante, formalmente Università Transumante, sorse nel decennio del 1990, “in un contesto nel quale la gente era diffidente dei governi e della politica”, spiega Mariana. “Siamo usciti a transumare con il Quirquincho -l’autobus con il quale fecero vasti giri- in cerca di questo altro paese per incontrarci con il basso profondo, per apprendere altri modi di fare politica”.

Per anni la Transumante percorse i piccoli paesi che appena figurano nelle mappe e sono invisibili alla politica mediatica. “La chiamiamo pedagogia intimista, che consiste nell’ascoltare i gruppi locali. Ci incontriamo con molto fatalismo e molta tranquillità e lì ci siamo resi conto della persistenza del virus della dittatura militare attraverso la paura”.

Piter sostiene che “la prima transumanza fu di uscire con un progetto di estensione nell’Università di San Luis, migrare dall’istituzionale all’intemperie, perché dentro le istituzioni tutto era marcio e il pensiero critico era molto conformista”.

Aggiunge alcune parole a questo concetto di pedagogia intimista: “Non siamo usciti a cercare una nuova teoria politica razionale che spieghi quello che stava succedendo, ma come la gente stava sentendo la congiuntura e come le stava resistendo”.

Mariana spiega che per anni si dedicarono a “scavare e a girare in basso”, ma nel 2008 fecero un rivolgimento: militavano in organizzazioni composte da persone di classe media, in generale universitarie che mettevano le proprie speranze nelle istituzioni che la Transumante rifiutava. “Lì decidemmo di lavorare nei territori dei settori popolari, affinché loro stessi dirigessero le proprie organizzazioni”.

Crearono un nuovo progetto: la Scuola di Formazione di Educatori dei Territori Popolari o, semplicemente, scoletta. Le ragioni le pone Piter: “La pedagogia delle e degli oppressi stava venendo catturata dalla classe media e la creazione della scoletta ha a che vedere con lo smettere di insegnare alla gente e incominciare a condividere con le compagne dei quartieri le modalità di organizzazione e di educazione”. La rete ha tre principi: autonomia, autogestione e orizzontalità che, dice Mariana, “sono pieni di contraddizioni”.

Varie abitanti del quartiere 12 de Julio partecipano alla scoletta, come Ana che si dedica all’area della salute e dell’autocura. “Lavoriamo con erbe medicinali e ci articoliamo con il dispensario”, si ascolta la voce rotta per la pessima connessione che hanno con internet.

Gabi partecipa all’area dell’educazione. “Tre volte alla settimana lavoriamo con bambini e bambine per aiutarli nei compiti scolastici e diamo anche un aiuto nel trovare sementi per gli orti”. Coltivano alimenti come zucche per le mense comunitarie e piante medicinali per trattare le malattie croniche, che si moltiplicano con la povertà.

A Mari la conobbi vari anni fa nella scoletta: “Le pentole le riempiamo con quello che ha nella propria casa ciascun abitante. Uno porta una carota, un’altra un pacchetto di fedelini e l’altra una o due cipolle. Abbiamo alcune donazioni della chiesa e di professionisti amici della Transumante. Diciamo alla gente di aprire più mense, una per isolato se si può, perché dallo stato non giunge nulla”.

L’Incontro delle Organizzazioni, una corrente inspirata al movimento piquetero (disoccupati) dopo l’insurrezione del dicembre 2001, apporta alimenti frutto delle loro mobilitazioni per far pressione sullo stato. “Non vogliamo donazioni di gente che ci mette delle condizioni, come alcune chiese che ci portano cibo ma vogliono che mettiamo le bandiere della chiesa”.

Nello spazio La Soñada, nel quartiere Autódromo, Yaqui, anche lui si è formato nella scoletta, sostiene che in questi giorni il principale obiettivo dell’organizzazione del quartiere è di stare insieme ai bambini e alle bambine. Hanno creato anche una mensa comunitaria per alimentare i nonni e le gestanti. Nella scoletta hanno dibattuto della centralità dell’autocura.

“La pandemia ci ha mostrato quello che siamo capaci di fare, tutto quello che abbiamo appreso durante gli anni di formazione lo stiamo mettendo in pratica e ci ha resi molto più forti”, pensa Mari. Yaqui aggiunge che nei quartieri c’è più organizzazione più capacità di fare di prima della quarantena: “Appaiono mani solidali di gente che non conosciamo, c’è un odorino di solidarietà”.

Impossibile non menzionare la violenza di genere. “Nel quartiere ci sono stati incendi e donne ferite, ma tutto il quartiere si è unito nel dare una mano a queste famiglie”, conclude Ana. Non aspettano nulla dallo stato, né alimenti né giustizia. “Si nota la necessità della gente di stare insieme”.

In breve sintesi, questa è la storia di dignità di un collettivo di educatori popolari che hanno lasciato le aule per condividere con riciclatori dell’immondizia e quelli che fanno lavoretti, per rendere possibile che quelli più in basso dirigano le proprie organizzazioni, senza “capi” provenienti dalle classi medie istruite.

* * *

“Una bambina o un bambino possono passare tutta la loro vita, fino ad essere anziani, in spazi autogestiti dalle abitanti e dagli abitanti che sono quelli che portano avanti questi compiti”, racconta con parsimonia padre Carlos Olivero, della Villa 21-24 di Barracas, nella città di Buenos Aires.

Nella maggiore “villa miseria” della città, padre Charly, come lo sconoscono gli abitanti, vive e lavora dal 2002 nella Parrocchia di Caacupé. La chiesa fu costruita dagli abitanti con un lavoro collettivo: mentre loro facevano la mescola di calce e collocavano i mattoni, le donne preparavano il pranzo e sostenevano il lavoro comunitario. Il nome lo misero gli emigrati paraguaiani, dal nome della vergine più emblematica del loro paese.

Nella villa funziona una impressionante rete di famiglie, racconta Charly: per nonni, gestanti e nati recentemente, giardini d’infanzia, per persone trans, per pazienti di diverse malattie come l’HIV e tubercolosi, per consumatori di droghe e per accompagnare persone private della libertà quando escono dalla prigione.

Contano anche su una scuola professionale dove i giovani studiano, circa mille ogni quadrimestre, una scuola primaria e una secondaria. Al momento di enumerare i lavori nella villa, è impossibile non perdersi. Charly somma spazi e compiti. “Il Hogar de Cristo (Casa di Cristo) è centrato nell’assistenza dei più vulnerabili, persone di strada, che consumano, liberati. Abbiamo una fattoria per donne con i loro figli e cooperative per quando gli ex consumatori si reinseriscono”.

Visitano più di 300 persone sottoposte al sistema penitenziario, ma con una qualità che li differenzia da altri progetti: “Quelli che vanno a visitarli sono compagni che sono stati privati della libertà e che pertanto sanno di cosa si tratta. Li accompagnano affinché abbiano la sicurezza che quando usciranno in libertà avranno chi li appoggerà”.

Continuiamo a sommare: gli esploratori sono circa 2.500, per il Hogar de Cristo passano circa mille persone e accudiscono nove mense dove si reca una media di 200 persone ogni giorno. “Impossibile quantificare”, si lamenta Charly con un sorriso, di fronte all’insistenza.

“La cosa importante è che le abitanti e gli abitanti siano quelli che portano avanti tutti gli spazi. Per questo ti dico che una bambina o un bambino può passare tutta la sua vita in spazi autogestiti, da prima di nascere fino a che sono nonne. L’idea è che ci siano proposte solide per ciascun gruppo del quartiere, ma è il quartiere quello che li assiste”.

Padre Charly afferma che stanno costruendo qualcosa di “differente dal sistema”. Appartiene al movimento dei “preti delle villas”, ispirato all’impegno con i poveri che portò padre Carlos Mugica ad impegnarsi con gli abitanti della villa 31 (a Retiro, molto vicina al porto), fatto che gli costò la vita venendo assassinato nel 1974 dalla Triple A. I preti delle villas sostengono di andare nelle villas ad apprendere. Per questo Charly afferma che “più che costruire un mondo diverso veniamo a collegarci con quello che c’è già, perché il nostro quartiere è di immigrati, di gente che è venuta perché non aveva accesso alla sanità e al lavoro”.

Contro la stigmatizzazione dei media -che non smettono di menzionare violenza, droghe e delinquenza- sostiene che “la villa 21 è il miglior quartiere di Buenos Aires, per la solidarietà, per il livello di organizzazione”. Durante la pandemia hanno verificato la scarsa nozione che hanno i governi, anche quelli progressisti, di ciò che succede nelle villas.

“Quello che fa la pandemia è far emergere tutto quello che non era risolto, la precarietà del lavoro, la mancanza d’acqua, l’impossibilità di risparmiare… e ora emergono tutti insieme i problemi”. Nella villa non solo c’era povertà e lavoro informale, c’erano tubercolosi, il dengue, l’HIV, le persone che vivono in strada e quelle private della libertà.

Quando è piombata la pandemia, si sono moltiplicate le mense, la consegna di alimenti alle famiglie e hanno messo tutti i loro spazi al servizio del quartiere. “Perché i governi vogliono risparmiare sul cibo e le pratiche burocratiche sono un disastro al punto che ora nessuno vuole venderlo”, si indigna Charly.

Lavora insieme ai movimenti sociali del quartiere, a coloro che considera imprescindibili. Con i militanti sociali hanno fatto un censimento di persone vulnerabili e di infermiere e hanno installato dei posti di vaccinazione, distribuiti nei 63 ettari della villa 21-24. “Qui le persone non possono isolarsi perché vivono ammucchiate, dormono fino a sette in un medesimo letto”.

Ci ricorda che nel quartiere non entrano le ambulanze, per “sicurezza”. I protocolli ufficiali, pertanto, non hanno la minima utilità nell’estrema povertà. Per questo le organizzazioni sociali hanno superato le differenze per assistere il quartiere, dice Charly.

“Vedo uno scenario abbastanza difficile. In tempi di guerra accettiamo un’economia di guerra, ma quando non c’è guerra le necessità esploderanno. Vogliamo rispondere all’urgenza, ma che questa risposta lasci una capacità installata nel quartiere”. Insomma, organizzazione.

Padre Carlos Olivero si congeda con una frase quasi biblica, frutto della sua esperienza di vita: “Con lo stato non c’è se la fa, perché non conosce la realtà dei quartieri. Quello che verrà deve essere con l’organizzazione popolare. Questo significa che le compagne e i compagni non occupino incarichi, per non abbassare le braccia”.

29 maggio 2020

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traduzione a cura di Comitato Carlos Fonseca

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