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Articoli filtrati per data: Monday, 01 Giugno 2020

di Maria Teresa Messidoro (*)

All’università, il mio professore di Laboratorio di fisica ci diceva sempre che, data l’incertezza di ciascuna misurazione, “per due punti sufficientemente larghi passano infinite rette”.

E così veniva distrutto uno dei postulati di Euclide, per cui “tra due punti qualsiasi è possibile tracciare una sola retta”.

Non mi addentro in una discussione filosofica sul superamento della geometria euclidea, anche se sarebbe un bell’argomento, ora che … abbiamo più tempo per meditare.

La riflessione del professore mi torna invece in mente tutte le volte in cui analizzo i dati, cercando di leggerli nel mondo più corretto possibile, senza stiracchiarli troppo.

Per questo articolo ho utilizzato innanzitutto l’Informe Especial COVID-19, “América Latina y el Caribe ante la pandemia del COVID-19, della CEPAL, Comisión Economica para América Latina y el Caribe 1 (in inglese ECLAC, ma io preferisco sempre la dicitura in spagnolo per affinità, non solo linguistica) datato 3 aprile 2020; in secondo luogo, ho scovato sul sito della organizzazione spagnola Fundación Carolina, il contributo di Rosa Cañete Alonso “Las desigualdades de género en el centro de la solución a la pandemia de la COVID-19 y sus crisis en América Latina” 2  del 20 aprile 2020.

Gli effetti sull’area latinoamericana della pandemia del COVID-19 non sono incoraggianti; secondo la CEPAL, gli impatti economici principali saranno la diminuzione delle attività da parte dei tradizionali partners o soci commerciali, la caduta dei prezzi dei prodotti primari, l’interruzione delle catene globali, in particolare nel settore manifatturiero di Messico e Brasile, dipendenti dalla Cina, Stati Uniti ed Unione Europea, ed infine la minor domanda di servizi nell’area del turismo.

Da punto di vista del commercio internazionale, si stima che il valore delle esportazioni della regione latinoamericana cadrà per lo meno del 10,7% nel 2020, con una punta di – 16% per le esportazioni del petrolio, il cui prezzo subirà una diminuzione del 14,1%. L’esportazione di beni, in particolare i prodotti agricoli da Argentina e Brasile, i minerali da Cile e Perù, diretti prevalentemente in Cina, subiranno un ribasso di – 21,7%.

Le donne latinoamericane, nonostante siano più formate sul piano educativo rispetto agli uomini, normalmente occupano posti di lavoro più precari, spesso al di sotto delle proprie capacità e competenze; si stima che il 52% delle donne sia inserito proprio in quei settori lavorativi che sono stati e saranno ancora per un po’ di tempo colpiti dalla chiusura di attività produttive. Un settore particolarmente in crisi risulta essere quello delle collaboratrici domestiche, che rappresentano l’11% dell’impiego femminile nell’area latinoamericana; secondo i dati dell’OIL, un 75% delle persone impegnate nei lavori domestici non hanno contratti e vivono nella precarietà e informalità: sono e saranno quindi le prime ad essere lasciate a casa.

Occorre inoltre ricordare che il 29% delle donne con più di 15 anni, già ora, non godono di una indipendenza economica; questo elemento, unito all’incremento della povertà, aumenta la probabilità di una crescita della violenza, già preoccupante così, visto che i dati ufficiali parlano di 3250 femminicidi solamente nel 2018. Lo slogan “Quedate en tu casa” può dunque trasformarsi in un incubo per molte giovani e donne.

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Un elemento su cui inoltre riflettere è l’accesso e l’uso di internet. Anche se quasi il 70% degli abitanti della regione latinoamericana ha usato nel 2019 internet, l’aumento dell’uso delle tecnologie può esacerbare le disuguaglianze; ad esempio, se nel 2017 più dell’80% della popolazione di Cile, Brasile, Costa Rica e Uruguay, era connessa a internet, questa cifra si riduceva nello stesso periodo al 30% in Guatemala, Honduras, Haiti e Nicaragua.

Da un punto di vista sociale, già prima del COVID-19, l’America Latina attraversava un momento non facile: su una popolazione complessiva di quasi 700 milioni di persone, 186 milioni vivono in povertà, quasi un terzo, con un incremento di 3 milioni di individui rispetto all’anno precedente; prevedendo una diminuzione delle entrate della popolazione economicamente attiva, causa pandemia, del 5%, nel 2020 le persone in povertà aumenterebbero di 23 mila unità, incrementando di tre punti la percentuale corrispondente rispetto al totale della popolazione. Analogamente, ovviamente, le persone in povertà estrema passerebbero da 67 milioni a 82 milioni, cioè dal 11% al 13,3% del totale.

Utilizzando un’ottica di genere, la povertà femminile è aumentata negli ultimi anni, passando da una proporzione di 105 donne povere rispetto a 100 uomini poveri nel 2002 a 113 su 100 nel 2018; nel campo della povertà estrema, l’indice è passato da 105 su 100 a 117 su 100. Ciò significa che, al di là delle dichiarazioni ufficiali, le politiche per una reale uguaglianza di genere non hanno avuto gli effetti sperati.

Nel campo della sanità, occorre ricordare che la maggioranza dei paesi latinoamericani ha un sistema sanitario debole e frammentato, già messo sotto pressione dall’epidemia di dengue, di cui, nel 2018, si ammalarono più di 3 milioni di persone e quasi 1600 persone sono purtroppo morte.

Lo scorso 31 marzo, a Santo Domingo, capitale della Repubblica Domenicana, è morta in ambulanza una paziente, colpita dal coronavirus, dopo che le era stata negato l’accesso ad una clinica privata: un episodio, una piccola storia, ma significativa della situazione generalizzata.

E’ risaputo, inoltre, che soltanto le Barbados, Cuba, la Repubblica Domenicana e Argentina hanno un valore dignitoso di letti di ospedale ogni 1000 abitanti; la maglia nera, in questa classifica, spetta al Guatemala, Haiti, Honduras e Nicaragua, che non raggiungono nemmeno 1 letto ogni 1000 abitanti.

Se i sistemi di salute europei sono collassati, la situazione in America Latina non può che essere peggiore, e non solo per ciò che concerne l’attenzione medica ai pazienti ma anche nella protezione del personale medico sanitario; il 73% del personale medico della regione è composto da donne, che sono quindi in prima linea nella battaglia contro il COVID-19, oltre ad avere uno stipendio in media del 25% inferiore a quello dei corrispondenti uomini.

La necessità di rimodellare l’assistenza medica causa COVID, fa sì, inoltre, che non si consideri più prioritaria la salute sessuale e riproduttiva: le stime dicono che una riduzione del 10% dell’attenzione medica inerente alle gravidanze e alla cura dei bambini appena nati, potrebbe provocare nel mondo un aumento di almeno 28 mila morti materne e 168 mila morti di nascituri.

Per ciò che concerne il contesto educativo, al 20 marzo 2020, praticamente tutti gli stati latinoamericani hanno sospeso le lezioni nelle differenti istituzioni scolastiche, dagli asili all’università; soltanto in Brasile ci sono state delle chiusure differenziate e non omogenee, e le conseguenze si sono viste; è importante ricordare che, oltre alle evidenti difficoltà di gestione dell’istruzione a distanza, la sospensione delle lezioni ha avuto delle ripercussioni anche sulla nutrizione dei bambini più piccoli, dato che almeno 85 milioni di scolari latinoamericani ricevono a scuola una colazione o una merenda, indispensabile per la loro crescita, soprattutto nelle situazioni di povertà o estrema povertà. CEPAL ha calcolato che circa 154 milioni di ragazze e ragazzi sono stati costretti a rimanere a casa per il COVID-19, ricadendo in gran parte sulle donne. Le inchieste dicono che le donne latinoamericane dedicano tra 22 e 42 ore settimanali al lavoro domestico e alla cura dei figli, tre volte più degli uomini; in Guatemala, ad esempio, le donne coprono l’86% della cura dei bambini, in Ecuador e Honduras il 79%.

Lo slogan “Lávate las manos”, importantissima ovunque, non è una misura praticabile per il 21% della popolazione latinoamericana, soprattutto quella urbana che vive in quartieri periferici, sistemazioni informali e case inadeguate; il 13 % delle case non ha accesso all’acqua potabile, percentuale che sale al 25% nelle zone rurali; ebbene, secondo la CEPAL, le donne che vivono in case senza disponibilità di acqua potabile, dedicano al lavoro domestico e alla cura dei bambini tra le 5 e le 12 ore in più  settimanali rispetto alle donne più fortunate che ne dispongono.

Riflettendo su questi dati, ci si può far prendere dallo sconforto, pensare che non ci sia soluzione, che la disuguaglianza di genere diventerà una aggravante in più della crisi provocata dal COVID- 19.

Ma, come scrive Rosa Cañete “la pandemia ha messo sul tavolo l’urgente necessità di dare priorità al pubblico ed al politico, perché il privato, il mercato e l’individualismo non sono soluzioni né giuste né efficienti per affrontare questa crisi. I principi dell’economia femminista devono assumere una rilevanza fondamentale nel trovare le risposte, … risposte collettive che individuino nuove strategie… Occorrerà dunque operare una trasformazione che valorizzi e ridistribuisca ad esempio i lavori domestici e la cura dei più deboli, affinché, quando la pandemia cesserà, non si ritorni ad una normalità disuguale come quella che viviamo ora, ma ci si avventuri verso una società più giusta e felice”.

Sottoscrivo e rilancio.

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 NOTE

https://www.fundacioncarolina.es/wp-content/uploads/2020/04/AC-20.-2020.pdf https://www.cepal.org/es/publicaciones/45337-america-latina-caribe-la-pandemia-covid-19-efectos-economicos-sociales

 

(*) Vicepresidente Associazione Lisangà culture in movimento, www.lisanga.org

 

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[4/6] In tutti i 50 Stati (oltre Washington e Puertorico) si è manifestato.

In 350 città in centinaia di migliaia con imponenti cortei, seguiti da scontri notturni abbastanza brevi.
L'assassino di George Floyd è stato accusato di omicidio volontario. Sono stati arrestati anche gli altri tre agenti.
L'autopsia ha rilevato che ad aprile Floyd aveva contratto il Covid-19.
Licenziato il capo della polizia di Denver per dichiarazioni razziste e provocatorie contro i manifestanti.
6 poliziotti ad Atlanta sono finiti alla sbarra per “uso eccessivo della forza”.

In Kansas è ora obbligatorio per tutti gli agenti la telecamera sempre accesa in servizio.

A Minneapolis si è tenuta una cerimonia per George Floyd sul luogo dell'omicidio. La folla, insieme alla famiglia, ha osservato 9 minuti di silenzio (con altre piazze in contemporanea). E ha salutato con soddisfazione le notizie sulle incriminazioni degli agenti. È solo l'inizio.
A Las Vegas 3 suprematisti hanno provato a colpire il corteo ma sono stati neutralizzati. La Polizia li ha salvati dal linciaggio e arrestati. Anche a Lansing un'auto si è lanciata contro il corteo, senza conseguenze.
A San Francisco e Los Angeles due cortei memorabili hanno manifestato per ore gridando “No Justice No Peace”. A margine ci sono stati scontri tra polizia e Antifa tra cui il campione fiorettista olimpico Race Imboden che con il suo gruppo ha bloccato uno dei bus diretti alla centrale LAPD con i fermati.
A NYC diversi cortei sono terminati in scontri sotto la pioggia a Brooklyn, East River e Queens. Ogni poliziotto ora dovrà lavorare 84 ore settimanali.
A Portland dopo 6 notti di fila di scontri il Capo della Polizia, Jemi Resch, visibilmente frustrato, ha chiesto 24 ore di tregua, lamentando come venissero presi di mira soprattutto gli uomini in divisa, che iniziavano a disertare. Le attiviste e gli attivisti della "Piccola Beirut” si sono detti ben disposti ma solo se saranno rilasciati i 100 arrestati fino ad oggi. Sono ancora nelle strade.
A Richmond il Governatore della Virginia ha ordinato la demolizione del celebre monumento al Generale Sudista Robert E. Lee.
Non si fermano gli scontri, le assemblee e i cortei a Seattle dove, malgrado Guardia Nazionale e coprifuoco, le proteste durano da quasi 36 ore.
A Washington i manifestanti hanno continuato ad assediare la Casa Bianca in una città deserta e presidiata dai militari.

A oggi ci sono stati 16 persone uccise e quasi 7000 arrestate.
10 le città con cortei in Canada: Calgary; Fredericton; Halifax; Moncton; Montreal; Ottawa; Peterborough; Saskatoon; Toronto; Vancouver;
Scontri con la polizia a Londra, Stoccolma e Parigi.
Molotov contro l'Ambasciata Statunitense di Atene.
Manifestazioni in: Argentina; Australia; Belgio; Brasile; Danimarca; Francia; Germania, Iran; Irlanda; Israele; Palestina; Italia; Giappone; Kenya; Messico; Olanda; Nuova Zelanda; Nigeria; Slovacchia; Catalogna; Svizzera; Turchia.

 

[3/6] Violato il coprifuoco nei 22 stati dove vigeva. Meno violenze ma i cortei hanno interessato ancora più città e hanno improvvisamente assunto dimensioni oceaniche.

Un sondaggio nazionale del Monmouth Poll afferma che dopo 7 giorni, il 78% degli americani ritiene giustificata la rabbia dei manifestanti e il 54% s'è detto soddisfatto nel vedere la caserma del 3 d. di Minneapolis in fiamme.

A Washington un corteo pacifico di 100 mila persone ha attraversato una città in mano all'esercito. Lunghi convogli di mezzi militari hanno portato soldati e forniture per blindare i palazzi del potere. La Casa Bianca è circondata da una imponente barriera di acciaio: "Adesso sei in gabbia" hanno urlato a Trump i manifestanti.

NYC: è la situazione più fuori controllo di tutte. 6 diversi cortei. Decine di aree con scontri con il NYPD a incominciare da Stonewall dove la comunità lgbt ricordava le vittime transgender della polizia. Dopo ore di scontri tutta la polizia della città ha provato a fermare i manifestanti sui ponti per impedire l'ingresso alla penisola di Manhattan. Il blocco è stato rotto ma un ragazzo di 18 è stato colpito da un proiettile volante a quel punto la polizia ha totalmente perso il controllo della metropoli. Intanto De Blasio ha imposto ai 38709 poliziotti nuove regole di ingaggio: turni continui di 12 ore, 7 giorni su 7 senza giorno libero.

A Los Angeles scontri nei quartieri più ricchi Beverly Hills e Hollywood dove è stato scritto "George Floyd" su una stella del Walk of Fame. Un'azione oscura al movimento con centinaia di persone ha assediato la residenza del sindaco della città. In diversi quartieri e centri suburbani violenti scontri e saccheggi.

Manifestazioni imponenti a NYC, Los Angeles, Oakland, Houston, Washington DC, Seattle, Portland, Denver, Minneapolis, Chicago, Philadephia, Boston, Louisville, Portland (Maine!), Detroit, New Orleans, Ferguson.

Scontri con feriti e vittime ad Atlanta, Saint Luis, New York, Los Angeles, Grand Rapids, Richmond, Buffalo, Vallejo, Dallas, Charlotte.

 

[2/6] Il coprifuoco adottato da molte delle città coinvolte dalle mobilitazioni non ferma le proteste.

Nella sera di lunedì, da New York a Los Angeles, da Washington DC a Philadelphia i manifestanti hanno continuato a scendere in piazza. La polizia ha attaccato i cortei di protesta duramente tentando di disperderli in molte città.

A Washington DC nonostante il coprifuoco non fosse entrato ancora in vigore la polizia ha attaccato i manifestanti con cariche, lacrimogeni e proiettili di gomma al fine di permettere a Trump di fare il proprio discorso e una foto con la Bibbia in mano di fronte alla "Church of Presidents" che qualche giorno fa era stata data alle fiamme. Trump nel suo discorso ha minacciato di far intervenire i militari per fermare i disordini, ribadendo di considerare le rivolte come terrorismo domestico, mentre in sottofondo risuonavano i rumori degli scontri e dei cori. Diversi esponenti delle chiese americane hanno definito "oltraggiosa" la trovata propagandistica di Trump. Nella giornata di ieri proprio davanti alla Casa Bianca è stato schierato un contingente di polizia militare. Ma nonostante il crescente confronto muscolare messo in piedi dall'amministrazione Trump i manifestanti a Washington DC sono rimasti in piazza ben oltre lo scadere del coprifuoco alle 19.

A Baltimora, Oackland e persino nel Maine, uno degli Stati con la minore presenza di afroamericani, si sono date manifestazioni molto numerose.

Così anche a New York dove a notte inoltrata sono ripresi gli scontri e i saccheggi, in particolar modo nella Fifth Avenue a Manhattan. A Philadelphia la polizia ha sparato proiettili di gomma e lacrimogeni contro i manifestanti che bloccavano l'autostrada.

Intanto anche a Minneapolis continua la mobilitazione nonostante lo stato d'assedio in cui è cinta la città. E' stato identificato il camionista che l'altro ieri si è lanciato contro il corteo di protesta con il proprio mezzo ed è un neonazista ucraino di 35 anni, Bogdan Vechirko, veterano dell'operazione ATO. Sempre nella giornata di ieri l'autopsia di parte sul corpo di George Floyd richiesta dalla famiglia ha sconfessato quella ufficiale, affermando che la morte sarebbe a tutti gli effetti avvenuta per asfissia.

Al bilancio delle vittime si aggiungono due persone uccise a Chicago e oltre 4400 arresti secondo i dati ufficiali.

 

[1/6] Nuovi aggiornamenti dalla proteste contro la brutalità della polizia negli Stati Uniti.


A Washington DC sono esplosi duri scontri tra manifestanti e polizia quando quest'ultima ha cercato di avanzare per imporre il coprifuoco. Il seminterrato della "Church of the Presidents" è stato dato alle fiamme e immediatamente spento dai pompieri, ma altri incendi sono stati accesi intorno al monumento. Sono stati sparati gas lacrimogeni verso i manifestanti e US Marshall e agenti della DEA sono stati schierati in aggiunta alla guardia nazionale e ai servizi segreti per assistere la polizia.
A Santa Monica, Los Angeles, la polizia ha sparato proiettili di gomma e lacrimogeni contro la folla che ha bloccato la principale via dello shopping del quartiere.
A New York migliaia di manifestanti sono tornati per le strade, durante il giorno hanno marciato per Manhattan e poi si sono riuniti a Union Square, dove sabato sera erano state incendiate numerose macchine della polizia. I fuochi sono stati nuovamente accesi in strada e sono ripartiti gli scontri tra polizia e manifestanti.

A Minneapolis un camion che trasportava carburante ha tentato di lanciarsi a grande velocità contro il corteo di protesta di migliaia di persone, ma i manifestanti sono riusciti a spostarsi in tempo e a rendere inoffensivo il conducente. Nonostante il coprifuoco serrato in serata molte persone hanno deciso di scendere comunque in piazza e ritrovarsi sul luogo dell'assassinio di George Floyd.

Altre proteste sono andate in scena a Chicago, Philadelphia, Boston, Atlanta, Fort Lauderdale, a Portland e Oklahoma City. In molte città è stata attivata la guardia nazionale.

Intanto è emerso che nella notte di venerdì Trump e la sua famiglia sarebbero stati spostati in un bunker sicuro da parte dei servizi segreti in concomitanza con le proteste. Il presidente continua imperterrito a propagandare il pugno di ferro per galvanizzare la propria base in vista delle elezioni, mentre tanti nell'establishment iniziano a preoccuparsi per la tenuta sociale complessiva del sistema. Il conflitto sociale sta smascherando le ipocrisie e facendo emergere tutte le contraddizioni del paese.

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Segnaliamo il comunicato del SI Cobas che racconta quanto successo a Modena nel pomeriggio del 29 maggio e esprimiamo la nostra solidarietà.

Ieri pomeriggio presso la nostra sede sindacale di Modena è stato fermato e portato in questura il nostro compagno Marcello Pini, mentre stava filmando quella che sembrava essere una colluttazione tra spacciatori.
In realtà la polizia in borghese stava eseguendo un fermo e accortasi della presenza di Marcello, si è avventata su di lui facendo poi una irruzione nella sede sindacale, in quel momento affollata di lavoratori e lavoratrici, dando così inizio a una vera e propria perquisizione dei locali, condita
da minacce nei confronti del sindacato e in particolare verso alcune compagne presenti per il normale lavoro di sportello.
"Noi siamo la polizia e facciamo quello che ci pare, voi siete il Si Cobas e vi arrestiamo tutti e tutte" è stato il motivo che ha accompagnato tutta la scena, ricordandoci le immagini del Cile di Pinochet o della Managua del dittatore Somoza.
A quel punto e dopo una lunga telefonata tra la polizia presente sul luogo e la Digos di Modena,
Marcello, riconosciuto come militante sindacale impegnato nelle vertenze più dure aperte dal Si Cobas,sul territorio modenese, veniva portato in questura e trattenuto per alcune ore.
Oltre al sequestro del telefono cellulare, Marcello è stato accusato di resistenza a pubblico ufficiale. una accusa che le telecamere in funzione nella zona smentiscono.
La ricostruzione del fatto non vuole essere nè cronaca e neppure un atto puramente formale, ma la dimostrazione che a Modena, polizia, procura, istituzioni e padronato, stanno scientemente pianificando il tentativo di cancellare il nostro sindacato: il tentativo maldestro e patetico di incastrare il coordinatore nazionale Aldo Milani, il continuo uso dei manganelli e dei gas, nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici in lotte davanti ai cancelli delle aziende alimentari o della logistica, le centinaia di denunce nei confronti di militanti sindacali, lavoratori, disoccupati organizzati sono la dimostrazione di quanto affermiamo.
Ci pare inoltre evidente che l'utilizzo dei divieti, contenuti nei vari decreti governativi, per salvaguardare la salute delle persone, in realtà siano diventati lo strumento per impedire ogni forma di conflitto e per colpire quelle forze sindacali come il Si Cobas, che ne sono tra gli animatori.
Non abbiamo chinato la testa davanti davanti agli scudi e ai manganelli.
Non siete riusciti a cancellare la nostra presenza attraverso teoremi polizieschi costruiti a tavolino.
Ribadiamo con la solita determinazione che continueremo a lottare contro le politiche del governo e di confindustria di attacco ai lavoratori e lavoratrici perchè questa è la sola e l'unica arma di cui disponiamo.
Si Cobas nazionale

Qui il link alla conferenza stampa del Si Cobas di Modena

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Il 30 maggio la polizia israeliana ha sparato a un palestinese disarmato vicino alla Città Vecchia di Gerusalemme mentre si dirigeva ad una scuola per disabili.

Ciò che ha fatto scaturire il tutto era il sospetto che il giovane avesse con sé "un oggetto che sembrava una pistola". Gli agenti dopo averlo seguito gli hanno intimato l’alt. Forse spaventato, il ragazzo con gravi problemi di disabilità mentale ha iniziato a correre, gli agenti senza alcun reale motivo hanno dato vita ad una sparatoria a senso unico, in cui è rimasto vittima il giovane palestinese, Iyad Halak.

Il portavoce della polizia Micky Rosenfeld in seguito ha dichiarato che non è stata trovata alcuna pistola nell'area. Dopo di che la polizia israeliana ha provveduto a chiudere tutti gli accessi alla città vecchia.

 La sparatoria è avvenuta il giorno dopo che i soldati israeliani hanno ucciso un palestinese nella Cisgiordania occupata perché avrebbe provato a speronare un veicolo militare, questo a detta dei militari, caso strano nessun israeliano è rimasto ferito in nessuno dei due incidenti, forse poichè non possono definire proprio dei veri e propri incidenti, ma bensì aggressioni  da parte di una polizia che gioca con le vite dei palestinesi, si permette di occupare terreni e espropriare case che appartengono a cittadini palestinesi.

Nella sera dello stesso giorno diversi manifestanti sono scesi in piazza per chiedere giustizia per Iyad e la fine dell'occupazione.

 

 

 

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