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Articoli filtrati per data: Friday, 08 Maggio 2020

ripubblichiamo una riflessione di alcuni hacklab

 

In questi mesi abbiamo dovuto lavorare molto di più: sembra buffo, visto che eravamo a casa. Nel frattempo tante cose sono successe su internet e, con l'avvicinarsi di un "dopo" incerto, vorremmo dire la nostra sperando che queste riflessioni servano ad aprire una discussione. O almeno chiarire un poco alcune vicende fondamentali di queste lunghe giornate.

Se c'è qualcosa che l'hacking ci ha insegnato è che la tecnologia è un terreno di dominio e come tale va scardinato. Oggi la soluzione tecnica viene sbandierata come panacea, semplice, accessibile, ma è pura propaganda.

La tecnica asservita al potere economico e politico sembra avere il diritto di parlare di tutto, proponendo soluzioni che vanno dalla sanità, alla formazione, alla gestione dei flussi di persone, ma parla sempre da una posizione disincarnata, senza l'esperienza diretta delle problematiche e delle risorse fondamentali da preservare. Questo tipo di approccio alla tecnica è per noi tossico e l'hacking continuerà a voler sollevare queste contraddizioni con i suoi strumenti.

La premessa

Le istituzioni hanno scelto di avere fin da subito un atteggiamento paternalista, con l'obiettivo di scaricare il pesante impatto del virus sulla "popolazione indisciplinata" che non rispetta i dettami della quarantena. Come se la limitatissima capacità di intervento non fosse dovuta alle condizioni critiche della sanità pubblica, stremata da anni di tagli, aziendalizzazioni su base regionale, privatizzazioni, accorpamenti e scelte sbagliate.

Invece di assumersi le responsabilità di una strategia che ha privilegiato i grandi centri nevralgici ospedalieri (grandi centri che da soli sotto pressione non avrebbero retto) a discapito di una sanità diffusa sul territorio, nelle comunicazioni ufficiali abbiamo assistito sgomenti all'elezione quotidiana di nemici pubblici, inviduati in categorie finora impensabili: il runner, il genitore con passeggino, il ciclista.

Si sono lasciate sole le persone anziane nelle RSA o nelle loro case, incrociando le dita perché non si presentassero negli ospedali, nascoste sotto a un grande tappeto mentre il problema del contenimento del virus veniva trasformato, con atteggiamento ottuso e punitivo, nel contenimento/isolamento della popolazione.

In cima a tutto questo spesso si è preferito dar seguito alla volontà di confindustria e di molte aziende di tenere aperti i luoghi di lavoro a tutti i costi, senza procedure di protezione verificate ed efficaci, sviando l'attenzione grazie ad un'insostenibile retorica di guerra (il personale medico-sanitario come "eroi in prima linea") a giustificazione dell'esistenza della carne da cannone in corsia e nelle fabbriche così come in trincea. Il costo del sacrificio è caduto sulle persone più vulnerabili.

Tecno-buzzword e Covid-19

La prassi sanitaria è stata opportunamente confusa con la norma legislativa, attivando spesso un completo nonsense. Si è operato uno spostamento del problema: dal contenimento del virus si è passati ad un sistema di infrazioni da sanzionare, traslando così l'attenzione su quest'ultimo (il runner come arma di distrazione di massa). Di nuovo, si prende un problema complesso e lo si riduce a uno collegato, ma più semplice, illudendosi e lasciando intendere che il secondo sia equivalente e risolva il primo. Si fa strada il sillogismo per cui contrastare il virus significa sorvegliare le persone che zuzzurellano in qua e in là. A questo si aggiunge la più classica politica delle buzzword (parole tecniche, usate spesso in modo improprio per impressionare/influenzare chi ascolta con termini "alla moda"). Ci troviamo di fronte a un proliferare di "tecno-buzzword": buzzword che presentano strumenti tecnologici come panacea di tutti i mali. Questa è una forma di tecno-soluzionismo che non risolve realmente i problemi e apre a una serie di ulteriori contraddizioni e criticitá.

Tecno-buzzword 1: drone

Prendiamo un esempio: i droni. L'Enac ha dovuto effettuare una serie di concessioni sull'utilizzo di questi giocattolini, perché i sindaci italiani più "smart" avevano iniziato ad autorizzarne l'uso in autonomia. L'ente ministeriale ha dunque in fretta e furia liberato l'uso di droni nei controlli legati alle ordinanze covid, prima fino al 3 aprile, poi nella paranoia generalizzata dell'apocalittico weekend di pasquetta, l'ha rinnovata fino al 18 maggio.

L'utilizzo propagandistico, per quanto inquietante, di questi oggetti volanti è chiaro: l'autorizzazione prevede la presenza di chi pilota sul posto, non in remoto, e la guida a linea di vista; i droni possono solo segnalare la presenza di persone da controllare, il materiale video registrato deve essere rimosso dopo il controllo e le infrazioni contestate sul momento. I controlli con droni sono stati effettuati in luoghi semi deserti, fluviali o marittimi. A conti fatti sembra più un divertissement per non annoiarsi in quarantena, visto che praticamente un vigile con un binocolo da 20 euro avrebbe avuto lo stesso effetto. Il salto di qualità avverrebbe con la guida da remoto e la registrazione ed elaborazione automatica delle immagini. Ricordiamocelo bene e non lasciamoci distrarre quando inevitabilmente qualcuno cercherà di far passare inosservato qualche "temporaneo aggiustamento alla normativa", magari per far fronte ad un'altra "emergenza". Attualmente però i droni funzionano solo da generico spauracchio, utile a terrorizzare le persone, o da spot per sindaci sceriffi col pallino dell'innovazione in cerca di visibilità e consenso.

Tecno-buzzword 2: app di tracciamento contatti

Altro esempio: la app per tracciare i contatti.

Non ci sembra interessante disquisire se il tracciamento avvenga con la collaborazione degli operatori telefonici, o come sembra essere stato scelto, con il bluetooth e le app sviluppate da google ed apple. La pre-condizione per questa fantomatica fase due è il ripristino di una sanità pubblica di prossimità, colpevomente smantellata da scelte di governo bipartisan e risorsa imprescindibile per contenere la pandemia. Servono assunzioni, formazione, presìdi medici diffusi sui territori, capacità di analisi: eppure non se ne sente parlare. Se non ci sono abbastanza laboratori d'analisi per fare un tampone a una persona con la polmonite, se non c'è nessuna persona in grado di andarglielo a fare a casa, se non ci si prende cura delle persone capillarmente, a poco serviranno uno smartphone e una app. Al massimo una app segnerebbe un numeretto, ma a leggere quel numeretto poi chi ci sarebbe? Più chiaramente: è come costruire una casa a partire dalla porta, rifinirla di tutto punto con gli intarsi e lo spioncino a fotocamera, e poi chiamare tutti e dire: "Ecco qui: la porta è fatta secondo standard europei, è molto innovativa e rispettosissima della vostra privacy". È normale che poi ti si chieda: "Ok, ma c'è solo la porta. La casa dov'è?" La app trasla ancora il problema da una cosa difficile a una facile: in due settimane la app la fai. Poi, tossendo, la apri sul cellulare e scopri che non ha proprietà curative.

Affrontare il discorso in termini di privacy e di tecnologie, è esattamente il terreno su cui ci vogliono portare, per attuare il giochino dello spostamento del problema e puntarci contro un'altra ennesima grande arma di distrazione di massa.

Non ci sono dubbi: preservare l'intimità digitale e la privacy è uno dei campi di lotta di quest'epoca, il problema del controllo è connaturato al sistema in cui viviamo e la raccolta massiva di dati è uno degli elementi fondamentali su cui si basano abusi e repressione. Immediatamente però, alle attuali condizioni e per contrastare la diffusione del virus qui e ora, un'app è semplicemente inutile e chi utilizza le buzzword app o innovazione sta colpevolmente contribuendo a sviare l'attenzione da quelle che sono le reali problematiche e a deresponsabilizzare chi ha realmente causato questa catastrofe sanitaria.

Tecno-buzzword 3: DAD - didattica a distanza

La didattica, nell'impossibilità di utilizzare piattaforme pubbliche, si è frastagliata in mille rivoli e strumenti, pesando sulla buona volontà, intraprendenza e connessione del corpo docente che, lasciato alla propria iniziativa individuale, si getta a spegnere l'incendio che divampa grazie al vuoto sociale. Navigando tra un google, zoom, teams, whatsapp, skype, facebook, youtube, nella consapevolezza che l'esperienza didattica non sia riducibile esclusivamente all'erogazione di contenuti.

Al netto di tutti i ragionamenti vi è la (banale?) constatazione che la didattica a distanza non può essere sostitutiva e considerata equivalente della didattica in presenza, sopratutto per la fascia di età 6-18 e che il motivo per cui è stata imposta sono le carenze strutturali delle scuole che, disorganizzate e sovraffollate, non permettono la didattica in aula opportunamente distanziati.

Quindi si torna di nuovo alla questione principale: i problemi materiali si spostano nel digitale, ma il digitale non può risolverli.

La scuola, nel vuoto del pensiero e delle risorse strategiche, è stata di fatto consegnata in toto alle grosse piattaforme commerciali. Ancora una volta, il meccanismo è il solito: di fronte a una scuola trasformata in azienda, svilita, dove mancano i soldi anche per il sapone, che andrebbe ripensata e riorganizzata con affetto, ci si affida al presunto potere taumaturgico della tecnologia. Non si può pensare che questa scelta non avrà ripercussioni sul futuro. Né si può pensare che sia una scelta ovvia ed automatica, con buona pace di tutti i discorsi sul free software nella pubblica amministrazione, che si fanno da praticamente 20 anni.

Salvo poi scoprire che la tecnologia non è così accessibile, ma è invece ulteriore fonte di diseguaglianza sociale. Perchè possiamo fare finta che non sia vero che molte persone facciano teledidattica con i giga del proprio cellulare, che il territorio italiano sia fatto di paesini sperduti e nient'affatto connessi, che sfavillanti e velocissimi computer non siano affatto in ogni casa, però, per l'appunto, stiamo facendo finta.

Quella che era già una tendenza problematica (una scuola fatta di didattica frontale e di valutazioni basate sulla quantificazione) rischia ora di diventare la norma perché "siamo in emergenza". L'emergenza di oggi porta al pettine i nodi problematici della società che abitiamo. Lo stato di crisi è strutturale e rende evidenti vulnerabilità preesistenti che non si possono risolvere normando l'emergenza ma solo in un processo di profondo cambiamento.

Una tecno-buzzword non ci salverá

Amiamo gli enigmi e non ci spaventano le complessità dei problemi. Quello che temiamo sono le false piste e gli specchietti per le allodole. Ciò che stiamo vedendo, e subendo, in questi giorni, non è altro che l'esasperata manifestazione di una serie di nodi che vengono al pettine e nessuna bacchetta magica smart basterà a scioglierli.

Quando la politica parla di tecnologia, spesso lo fa per sviare l'attenzione dalle ingiustizie e problematiche sociali a cui ci chiede di rassegnarci. Consapevoli che ogni piccolo spazio di libertà sacrificato non verrà restituito ma dovrà essere duramente riconquistato, quando la parola chiave è "emergenza" è ancora piu' importante svelare i meccanismi nascosti e leggere oltre la propaganda.

Dobbiamo mantenere la concentrazione, scrollarci di dosso il ruolo di gregge e ritrovare quello di comunità pensante, ricordarci ogni buzzword che è stata utilizzata sulla nostra pelle, scartarla e continuare a guardare dritto davanti, al cuore del problema.

 

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Centinaia di persone sotto la Regione Emilia Romagna manifestano a Bologna per aprire una #Fase 2 delle lotte e dei conflitti sociali.

 

Sotto la spinta del sindacalismo conflittuale di Bologna e con l'adesione di numerose realtà sociali, si è svolta una prima iniziativa pubblica del conflitto sociale a Bologna. Una città che negli scorsi mesi è stata attraversata da numerosi conflitti nei magazzini logistici, nelle agitazioni dei rider e del lavoro dello spettacolo, nella campagna Rent Strike per lo sciopero dell'affitto e in molte altre forme che proseguono anche in questi giorni, come con la mobilitazione in corso a TNT. La Regione è stata individuata come una controparte effettiva di questo periodo, per impostare un terreno di rivendicazione e mobilitazione.

Davanti allo striscione "Fase 2 delle lotte: reddito Welfare diritti, per non pagare noi la crisi" si sono susseguite decine di presa di parola da parte di insegnanti ed educatori, lavoratori dello spettacolo e della logistica, studentesse e sindacalisti, centri sociali e scioperanti dell'affitto, precarie e tante altre figure che stanno pagando duramente quanto sta accadendo. Una manifestazione che, nel partire dalla necessità di una auto-tutela individuale e collettiva di fronte alla diffusione del COVID-19 anche rispetto al come si sta nelle piazze, ha pero' anche rilanciato la necessità di tenere aperti e ampliare spazi di agibilità politica e di organizzazione nei territori e nei luoghi di lavoro. 

Nel chiudere l'iniziativa, dalla piazza è stata rilanciata la possibilità di aprire da qui ai prossimi mesi una convergenza delle lotte che si misuri sulla necessità di far pagare le scellerate scelte padronali di questi mesi, il disastro della sanità pubblica, le incapacità del governo, i primi accenni a una nuova ondata di impoverimento di massa, e di costruire percorsi di trasformazione che, in questo momento terribile, tracciano un nuovo orizzonte di possibilità dentro e al di là dell'attuale crisi. 

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Roma - "Ora basta!". A Quarticciolo questa mattina un gruppo di volontari, che sta distribuendo beni e alimenti di prima necessità dall'inizio di questa crisi, ha lasciato delle cassette vuote davanti al Municipio V. I volontari contestano il completo abbandono delle istituzioni in questo periodo difficile. Riportiamo il loro comunicato.

Siamo i volontari che in questi mesi si sono presi cura delle persone in difficoltà nei quartieri delle nostre città. Siamo i vostri vicini di casa, i vostri parenti, i vostri amici. Siamo quelli che avete visto distribuire mascherine, disinfettanti, generi di prima necessità, un sorriso, una speranza nei momenti più difficili di questa pandemia che ci ha devastato. Facciamo parte di associazioni, di comitati autorganizzati, di gruppi di volontariato ma siamo anche singoli individui che hanno deciso di dare una mano. Scriviamo perchè vorremmo condividere quello che abbiamo vissuto perchè il nostro sforzo non sia vano e perchè non ci sia mai più così bisogno di noi. 

Con la diffusione del Covid 19 nel paese e il lockdown abbiamo deciso di non rimanere con le mani in mano e di prenderci le nostre responsabilità. Abbiamo convissuto con la paura di essere contagiati e di contagiare i nostri familiari; abbiamo messo da parte l'individualismo a cui ci ha abituato la frenesia della quotidianità; chi ci rassicurava dalle televisioni, sui social e la carta stampata e abbiamo deciso che non era tempo delle parole ma di atti concreti. Era il momento di stare insieme anche se a distanza. Lo facciamo perchè crediamo che prenderci cura di chi, non per sua colpa, non ha le possibilità di tirare avanti è l’unico modo di contrastare la pandemia. È evidente che o garantiamo a tutti la sostenibilità del distanziamento sociale o le ordinanze e i droni non possono che certificare l’esaurimento nervoso e fisico di un paese.

La nostra attività quotidiana è stata necessaria e allo stesso tempo insufficiente. Abbiamo visto centinaia di persone disporsi in fila per ricevere il pacco alimentare, abbiamo visto cooperative, piccoli supermercati, agricoltori donarci quello che potevano, individualità condividere parte della loro spesa quotidiana e abbiamo visto ogni giorno finire ripetutamente tutte le provviste accumulate. Abbiamo ascoltato le storie delle persone, le difficoltà che affrontavano a causa della pandemia. Ci siamo resi conto che la maggior parte di queste hanno visto peggiorare una situazione di disagio che già vivevano in condizioni normali. Ci siamo sentiti impotenti. Di fronte a tutto questo sappiamo che nonostante la nostra buona volontà, le nostre risorse si basano sullo sforzo collettivo e molto presto finiranno. Ci siamo sentiti come ogni singola persona che sfidando la vergogna si è messa in fila. Per quanti sforzi ognuno di loro può fare in questo paese, la solidarietà è stata l'unica chance di sopravvivenza, ma ora non basta più. Non basta a loro e non basta a noi. E’ il momento che anche le istituzioni si prendano fino in fondo le loro responsabilità!

Il nostro sforzo dovrebbe essere un'eccezione e invece ci rendiamo conto che è e sarà la normalità. Tutti coloro che hanno fatto appello all’unità nazionale non sono stati in grado di distribuire la ricchezza prima del Covid 19 e non sono in grado di farlo ora. Crediamo che non ci sia una volontà politica di far fronte a questa disuguaglianza diffusa, di rafforzare le strutture sanitarie, i sussidi, le strutture educative, i servizi di prossimità. Oggi l’unica priorità è quella di inseguire una ripresa economica per nulla scontata. La ricetta è sempre la stessa: sacrificare ogni fonte di spesa pubblica per garantire alle aziende la libertà di trattare sempre peggio chi lavora con il paracadute dei soldi dello Stato per far fronte al rischio di impresa. Un modello che ha già dimostrato tutta la sua fragilità. E’ invece certezza che ci confronteremo senza alcuno strumento con la crisi economica e sociale nel paese reale. In dieci anni abbiamo visto scomparire ospedali, disinvestire sull’istruzione pubblica, dimezzare gli asili nido, abbandonare ogni velleità di politica abitativa, aumentare la povertà.

Ci sentiamo vicini agli infermieri, ai medici, ai portantini a tutti coloro che in questi mesi negli ospedali hanno fatto uno sforzo per curare le persone perchè condividiamo la stessa sensazione di frustrazione. Come loro continueremo a distribuire i pacchi finchè potremo, continueremo ad essere presenti sui territori ma chiediamo un prezzo per tutto questo perchè ci siamo resi conto che lo sforzo che abbiamo fatto per non essere vano, deve pretendere dalle istituzioni risposte concrete. Abbiamo deciso, quindi, di portare ognuno di noi una cassetta vuota davanti i municipi dei nostri quartieri come simbolo dell’insufficienza degli aiuti promessi a milioni di persone. Chiediamo che vengano elargiti al più presto i bonus spesa. In molti municipi di Roma non sono stati ancora consegnati registrando così un vergognoso ritardo. Chiediamo che venga messo in piedi un sussidio vero, duraturo e non una tantum. Chiediamo che ciascuno possa avere un medico di base e strutture sanitarie territoriali efficienti. Chiediamo che se ci debba essere una riapertura che questa avvenga mettendo in sicurezza le persone garantendo quello che fino ad oggi non è stato dato. Siamo stanchi di vivere in un paese in cui andare a lavorare, vivere nelle case popolari, confrontarsi con la mancanza di reddito è un atto di eroismo in cui si è esposti ad ogni rischio. Non crediamo che questa pandemia si possa sconfiggere grazie alla vocazione di singoli individui. Vogliamo tutele. In quella fila ci sono i nostri amici, i nostri parenti, i nostri vicini di casa. In quella fila ci siamo pure noi.

 

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I luoghi deputati al controllo dell’abnorme assorbono nel loro terreno separato la devianza, accettandola come tale e quindi assolvendo la funzione di normalizzare il contesto in cui la devianza si manifesta, spostandolo in un luogo in cui non possa interferire, neutralizzando il rischio che la “norma” possa risultare un valore relativo e discutibile, anziché un valore assoluto come deve continuare a presentarsi.
Franco Basaglia, Condotte perturbate

«Vorrei parlare del quadro profondamente preoccupante che sta emergendo nelle strutture di assistenza a lungo termine nella Regione europea e nel mondo nelle ultime settimane. Secondo le stime europee, fino alla metà dei decessi avvenuti per Covid-19 si è registrata in questi luoghi. Questa è una tragedia umana inimmaginabile». Le dichiarazioni del direttore regionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’Europa, Hans Kluge, fotografano una situazione che si è consumata, in tutta la sua drammaticità, anche in Italia.

D’altro canto, seppure le sovrapposizioni risultino sempre sommarie, restituendo solo un’impronta di superficie che necessita di ulteriori approfondimenti, è suggestivo provare a comparare alcuni dati. Nell’annuario di statistica del sistema sanitario nazionale (annualità 2017, l’ultima disponibile sul portale del ministero della salute), in Italia sono censite 7.372 strutture residenziali (Residenze Sanitarie Assistenziali, Case protette e in generale strutture che svolgono attività di tipo residenziale, ivi inclusi Hospice), per un totale di 251.701 posti letto. Le prime quattro regioni per numero di strutture residenziali sono la Lombardia (1.458 strutture, di cui 1.289 private e 169 pubbliche, 70.433 posti letto), il Piemonte (1.223 strutture, 1.061 private e 162 pubbliche, 36.319 posti letto), il Veneto (868 strutture, 742 private e 118 pubbliche, 36.608 posti letto), l’Emilia Romagna (852 strutture, 721 private, 131 pubbliche, 21.236 posti letto). Complessivamente si trova in questi territori circa il 60% delle strutture e oltre il 65% dei posti letto residenziali presenti in Italia. 

Alle 17 del 1 maggio, secondo i dati del ministero, le quattro regioni più colpite dal Covid in Italia, per numero di casi, sono, in ordine, Lombardia (76.469), Piemonte (26.684), Emilia Romagna (25.644) e Veneto (18.098), per un totale di 146.895 casi sui 207.428 totali (oltre il 70%), con un totale di 22.015 morti sui 28.236 totali (circa il 78%). Se non si possono dedurre semplicistiche equazioni, e appare evidente l’intervento di ulteriori fattori ad aggravare gli esiti della pandemia (e innanzitutto l’aver mantenuto aperto l’intero apparato produttivo trasformando i lavoratori in corpi sacrificabili; l’ospedale-centrismo dell’intervento sanitario e l’assenza di controlli epidemiologici territoriali; l’abbandono domiciliare di chi non si trova in condizioni critiche), tuttavia appare evidente come la questione della residenzialità, per anziani, disabili psichici e fisici, ponga questioni non più procrastinabili.

Torniamo quindi ai dati. Dalle tabelle ministeriali risultano 3.365 strutture residenziali per anziani (199.737 posti letto, 278.865 utenti), 2.035 per l’assistenza psichiatrica (22.871 posti letto, 33.946 utenti), 911 per disabili fisici (13.111 posti letto, 25.209 utenti), 807 per disabili psichici (12.883 posti letto, 13.182 utenti), 271 per pazienti terminali (3.099 posti letto, 45.799 utenti). In totale, quindi, nel 2017 sono state 397.001 (656,4/100 mila abitanti) le persone ricoverate in strutture residenziali, con una media di oltre 200 giornate di ricovero per ciascun anziano, disabile psichico e persona in assistenza psichiatrica e 158 giornate per i disabili fisici. Come ricordato nell’articolo pubblicato su NapoliMonitor il 22 aprile scorso, si realizza poi un “vagare istituzionalizzato” tra più luoghi di ricovero, per cui, per oltre 350 mila persone in Italia, questi luoghi si trasformano in contenitori a lungo e lunghissimo termine, la maggior parte delle volte senza speranza d’uscita.

Molto interessante la distribuzione tra il pubblico e il privato con una netta prevalenza del secondo: sono 1.326 le strutture residenziali censite nel comparto pubblico, 5.998 nel privato, a fotografare un campo di intervento che è stato quasi del tutto delegato all’imprenditorialità capace di acquisire e gestire grandi strutture, realizzando enormi profitti e mettendo in campo impressionanti capacità di lobby.

Numeri da considerarsi, comunque, sottostimati e soprattutto incapaci di fornire un quadro esaustivo della situazione. Come avvertiva nel 2007 lo stesso ministero per la salute nel documento Prestazioni residenziali e semiresidenziali: “Una stima precisa è fortemente condizionata dalle diverse modalità di classificazione di queste strutture che le singole Regioni hanno adottato. Si dà atto infatti che la denominazione corrente di RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale) ha assunto nelle singole Regioni significati diversi, con confini spesso mal definiti rispetto a Case Di Riposo, Case Protette, Residenze Protette, Istituti di Riabilitazione Geriatrica, Lungodegenze Riabilitative, etc. Se l’esatta classificazione delle strutture è molto incerta, i dati sulle prestazioni erogate sono praticamente inesistenti, in assenza di un flusso informativo nazionale che consenta di rilevare l’episodio di ricovero. Men che meno esiste un flusso in grado costruire indici di case-mix assistenziale dei soggetti assistiti e di valutare l’appropriatezza del trattamento”.

La condizione non sembra essere migliorata, ci sono alcuni (in realtà pochi) studi (per esempio quelli promossi in questi anni dall’Auser), ma un vero e proprio censimento pubblico in grado di fornire una precisa fotografia quantitativa e qualitativa delle strutture residenziali non esiste.

Il 30 aprile scorso, nel suo discorso alla Camera per annunciare le misure assunte per la “fase 2”, il primo ministro Conte ha affermato: “Dobbiamo incrementare il fondo per l’assistenza alle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare per potenziare i percorsi di accompagnamento per l’uscita dal nucleo familiare di origine ovvero per la deistituzionalizzazione”, accennando a un programma di interventi che resta tutto da definire e decifrare. Ci chiediamo: si prefigura, allora, un orizzonte operativo volto a mettere in discussione il paradigma di internamento che ha portato anziani e disabili psichici e fisici a nuovi processi di anomia, marginalizzazione ed esclusione, o, piuttosto, si produrranno interventi parziali che al più realizzeranno un’azione di metamorfizzazione di questa assistenza, incapace di metterne in discussione il fondamento?

Purtroppo, al momento, in assenza di un vero dibattito democratico nel paese, che muova da dati quantitativi e qualitativi certi e da testimonianze e storie capaci di coinvolgere l’opinione pubblica, sembra più verosimile la seconda ipotesi. Anche perché, già in questi ultimi giorni, si stanno definendo ordini discorsivi volti a creare distinzioni se non a capovolgere le questioni in campo. Così, per esempio, nelle regioni dove si è registrato un minor numero di decessi in Rsa, come la Campania, anche in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, si approntano narrazioni volte a esaltare la capacità organizzativa delle strutture, chi le dirige, chi le sostiene. In quelle dove si sono consumate le maggiori tragedie si prova a definire responsabilità gestionali che comunque non mettano in discussione il modello.

Il fascino indiscreto dell’internamento è sopravvissuto al manicomio, tracimando in nuove forme di organizzazione produttiva dell’esclusione sociale. Ne La maggioranza deviante, Franco Basaglia e Franca Ongaro avvertono: “Il malato, il deviante esistono come esistono la malattia e la devianza. Ma se la finalità in cui ogni intervento viene assorbito è il controllo come strumento di dominio, una volta rivelatasi insufficiente l’ideologia della diversità come definizione e delimitazione della contraddizione, ci sono altri modi per inglobare l’abnorme nel sistema produttivo: l’equivalenza del più e del meno, del dentro e del fuori, del positivo e del negativo, della salute e della malattia, della norma e della devianza non è che l’organizzazione produttiva della diversità”. (antonio esposito)

da Napoli monitor

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in NOTES

Noi non siamo cileni, siamo mapuche… (Documentario di 49:14).

Dedicato alla memoria di Rafael Nahuel, all’anarchico Santiago Maldonado, ai caduti e prigionieri che hanno lottato.

Un suono che risuona dalla cordigliera, l’eco della resistenza e liberazione #mapuche. Dall’autoaffermazione di coloro che accendono il fuoco, ascoltando il sussurro dei propri antenati insieme ai/alle caduti/e in ogni battaglia. Dove il bosco ferito agonizza e lo stato sputa piombo. Lì, dove guerrieri/e sono cacciati/e e la terra si solleva.

Una pellicola autogestita e indipendente, di Matanza VIVA con l’appoggio di Revista y Editorial Sudestada. Lotta, resistenza, repressione per recuperare i territori e ricostruirsi come popolo-nazione. Realizzato tra il 2018 e il 2020.

Siamo la resistenza ancestrale mapuche che rinasce! Con quello che abbiamo in mano risponderemo alla repressione! Nahuel.

Noi non siamo cileni, siamo mapuche… Catrileo.

Da Comitato Carlos Fonseca

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Il musicista Ibrahim Gökçek oggi (ieri ndr) è deceduto in un ospedale di Istanbul per le conseguenze di uno sciopero della fame durato quasi un anno. Nella casa Cem alevita Gazi in serata si è svolta una cerimonia di commemorazione. Domani il bassista del Grup Yorum verrà sepolto a Kayseri.

Il musicista Ibrahim Gökçek della band Grup Yorum oggi all’età di 39 anni è morto in un ospedale di Istanbul per le conseguenze di uno sciopero della fame. Il bassista aveva rifiutato l’assunzione di cibo per 323 giorni per protestare contro la repressione statale nei confronti del suo gruppo. Gökçek chiedeva la liberazione dei componenti della sua band in carcere con l’accusa di appartenenza al Partito/Fronte Rivoluzionario di Liberazione del Popolo DHKP – tra cui anche sua moglie Sultan Gökçek da quattro anni in carcerazione preventiva – nonché la rimozione del divieto di esibizione del suo gruppo in vigore da cinque anni, la fine dei processi arbitrari e l’annullamento delle liste di ricercati sulle quali si trovano altri componenti della band. Martedì Gökçek aveva dichiarato concluso il suo sciopero della fame dopo che Grup Yorum aveva dichiarato che l’obiettivo dell’azione era stato raggiunto e deputati e artisti avevano promesso di essere granate per le sue richieste. Già all’inizio di aprile la sua collega della band Helin Bölek era morta in sciopero della fame.

 07 05 2020 ISTANBUL Grup Yorum ueyesi Ibrahim Goekcek binler tarafindan anildi 5ced11pre

ANF Images

Giovedì sera in un baleno si è diffusa la notizia della morte di Ibrahim Gökçek. Molte nelle prime ore della sera si sono recate nella casa di riunione e preghiera alevita (Cemevi) nel quartiere Gazi dopo aver appreso la notizia che salma sarebbe stata trasportata lì. Tra i presenti, oltre alla famiglia di Gökçek, anche i parenti di Helin Bölek Mustafa Koçak, un prigioniero politico che con uno sciopero della fame aveva chiesto un processo giusto e che è morto alla fine di aprile in un carcere nei pressi di Izmir. Anche artist* come la cantante Pinar Aydinlar e il deputato HDP Musa Piroğlu sono arrivati per prendere commiato da Gökçek.

 07 05 2020 ISTANBUL Grup Yorum ueyesi Ibrahim Goekcek binler tarafindan anildi db74a7pre

ANF Images

Dopo un minuto di silenzio, la folla ha intonato la popolare canzone del Grup Yorum „Uğurlama” – turco per „commiato”. Il testo del pezzo, come altre canzoni della band, è stato scritto dal poeta Ibrahim Karaca e parla della situazione degli attivisti di sinistra in Turchia, per i quali la persecuzione e la prigionia fanno parte della quotidianità politica. Uğurlama quindi racconta in modo molto poetico la storia di una coppia di amanti che è costretta a separarsi perché uno dei due deve sparire per motivi politici. Il ritornello recita: „Quando la solitudine irrompe in questa città, un uccello muore durante il suo sonno, tu che parti e te ne vuoi andare, le strade scure sono cieche, sorde e mute. Ehi tu, che ti metti cammino avvolto nell’amore, sappi, che queste strade passano per le montagne. Se cadi prima di raggiungere il tuo amore, al tuo amore resta l’eco della tua voce.”

Domani (oggi ndr), nella giornata di venerdì a Kayseri verrà dato l’ultimo saluto a Ibrahim Gökçek.

Fonte: ANF

da Rete KurdistanRete Kurdistan

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