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Articoli filtrati per data: Thursday, 07 Maggio 2020

In omaggio a Jaime Montejo, un guerriero della brigata Callejera.

Apriamo questa breve rassegna in memoria di Jaime Montejo, militante della Brigada Callejera de Apoyo a la Mujer “Elisa Martínez” deceduto il 5 Maggio 2020 nel tentativo di frotneggiare il Covid-19 con il proprio corpo, con una sua lettera scritta al compagno e amico Sergio Lazcano al quale seguiranno altri contributi tra cui un articolo giornalistico: “Jaime Montejo, un guerriero della Brigada Callejera” per raccontare in breve la storia della Brigada Callejera ed un comunicato in memoria di Jaime scritto dalla piattaforma internazionalista “La PIRATA”. In conclusione vi proponiamo un link di alcuni scritti poetici di Jaime legati alla propria partecipazione nelle fila della guerriglia del Movimento 19 Aprile in Colombia.

“Sergio.
Con la novità che io Jaime e Elvira siamo in quarantena con tutti i sintomi del Covid-19.
Non possiamo smettere di portare avanti le ultime battaglie che stiamo combattendo: in strada con la mensa comunitaria in resistenza, le distribuzioni di preservativi, l’accompagnamento a persone affette da HIV affinché ricominciassero i loro trattamenti e le persone affette da Codiv-19 non si ritrovino nella terra di nessuno. Anche l’assistenza dei malati, non potevamo darla dalla comodità delle nostre case. Tutte le lotte hanno un loro rischio, e mitigare alcune disuguaglianze era qualcosa che dovevamo fare. Per uscire da questo empasse della salute. Speriamo di poter berci una birra per celebrare la vita e la resistenza al malgoverno.
Dopo il Covid-19, la lotta di classe diventerà più profonda in tutti gli angoli del mondo e li ci troveremo per dare battaglia e distruggere questo sistema di morte.
Saluti compagno, per un futuro comunista, possibile e realizzabile.
Jaime Montejo”

Jaime Montejo, un guerriero della Brigada Callejera.

Jaime Montejo, uno dei fondatori della Brigada Callejera de Apoyo a la Mujer “Elisa Martínez”, organizzazione che da più di 25 anni difende i diritti delle lavoratrici sessuali, è morto questa notte [05/05/2020] di Covid-19 a Città del Messico. Il suo lavoro si è concentrato nelle strade delle zone più popolari del paese, dove il virus lo ha travolto mentre distribuiva cibo e viveri alle lavoratrici sessuali del quartiere de La Merced e di Ponte Alvarado, lottando per l’ottenimento dei buoni di sostegno del governo della città e gridando forte che mille pesos per un mese non servono a nulla. La sua compagna di vita e di lotta, Elvira Madrid, ha ricevuto la notizia dal confinamento in casa dovuto ai sintomi di Covid-19 che sta vivendo,e indignata per la viacrucis ricorsa per ottenere il ricovero di chi con lei ha condiviso centinaia di battaglie al fianco dei più sfortunati del pianeta. Di seguito una rassegna del lavoro di più di due decenni di chi ha fronteggiato il coronavirus con il proprio corpo, perché non c’è dubbio, la loro trincea si trova li: in basso, raso terra, sulla strada.

Scomodi per il potere, solidali con los de abajo

Se esiste un immagine che descrive Elvira Madrid è quella del momento in cui strappa una pistola ad un poliziotto che la minaccia, mentre un altro tiene sotto tiro Jaime Montejo, suo compagno di vita e di lotta. “O lo lasciate o andate a farvi fottere”, ha detto ai poliziotti che non riuscivano a capire da dove le uscisse tanto coraggio da questa donna bassina e con un volto rotondo come la luna piena. “Si sono spostati tutti e hanno lasciato Jaime, quando arrivò un altro plotone di poliziotti e mi resi conto che adesso si che ci avrebbero uccisi. Vidi un tombino scoperchiato e lanciai la pistola per distrarli. Alcuni corsero a recuperare la pistola e altri su di noi. Ce le hanno date forte”.

Foto 1

Questa e molte altre esperienze hanno vissuto Jaime Montejo e le sorelle Elvira e Rosa Isela Madrid, nei bassifondi di Città del Messico. I tre sono tra i fondatori della Brigada Callejera de Apoyo a la Mujer “Elisa Martínez”, A.C. e ricorrono da più di 25 anni strade,case chiuse, tribunali, bar, hotel, ospedali, fosse comuni, canyon, zone di tolleranza e altri bassifondi dove si muove il lavoro sessuale o dove accorrono le lavoratrici ferite, detenute o morte.

In quella occasione la polizia si è portata via Jaime e un altro compagno. Elvira si alzò come possibile, prese un taxi e andò direttamente verso il Ministero Pubblico. “Gli dissi che forse non eravamo nessuno, però che uno di quelli che avevano arrestato lavorava in un luogo importante, e che se non fosse apparso sarebbero cominciati ad arrivare i media. Gli dissi che volevo che tirassero fuori i miei compagni, che avevo chiamato già molta gente e che sarebbe successo un casino. Mi portarono in una casa dietro al Ministero, senza insegne ne scritte, e li c’erano i figli di merda che ci avevano picchiato. Quelli a carico dell’operazione mi chiesero scusa, dicendo che era stato un errore”.

La storia della Brigada Callejera inzia con una ricerca universitaria che Elvira, Jaime e altri studenti realizzarono per il corso del professor Francisco A. Gomez Jara, che ha scritto un libro di sociologia della prostituzione ed era il loro professore nella Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’UNAM.

Cosi sono arrivati a La Merced, dove i primi e le prime che infastidirono con la propria presenza furono le protettrici ed i protettori che controllano la zona. “Abbiamo visto molte cose che non ci piacevano, lo raccontammo al professore e ci disse che poteva sostenerci solamente nella ricerca. Abbiamo risposto allora in che modo avremmo potuto cambiare ciò che vedevamo. Il risultato, che di 25 studenti ne rimanevamo solamente quattro. E così abbiamo iniziato il lavoro con le ragazze”.

Foto 2

Era l’epoca della diffusione del’ HIV, e il tempo vissuto tra la vita studentesca e il lavoro a La Merced non era sufficiente. Per questo, quando terminarono il corso di studi iniziarono a dedicargli quattro ore al giorno. Le ragazze iniziarono a denunciare i medici che abusavano di loro e le estorsioni subite da funzionari della polizia. “Decidemmo che ognuno gli avrebbe dedicato il tempo che voleva o anche a tempo pieno, e che sarebbe stato necessario formare la gente affinché conoscesse e difendesse i propri diritti. Siamo riusciti a far incarcerare funzionari, protettori e protettrici, e questo ci permise di guadagnarci il rispetto delle compagne, che inizialmente non si fidavano perché molte persone le avevano usate e ingannate, e notando che stavamo camminando insieme iniziò a crescere la confidenza, fino a che non siamo attivate diventare promotrici di salute”.

La sensibilizzazione dell’uso del preservativo divenne una priorità. Le lavoratrici chiesero agli attivisti di poterli distribuire loro stesse e di poter realizzare un prodotto proprio. “Non avevamo soldi e neanche l’idea di come si potesse fare e rispondemmo che non eravamo in grado. Però insistettero nel provarci e allora iniziammo a visitare diverse imprese”. Mesi dopo nacque “El Encanto”, marchio che negli anni è stato perfezionato fino a conseguire una certificazione di alta qualità.

Il nome Brigada Callejera de Apoyo a la Mujer “Elisa Martínez”, ha la seguente storia. Brigata è stato preso dalle brigate del movimento studentesco del 1987 contro l’imposizione delle tasse dell’ UNAM [Universidad Metropolitana Autonoma Mexico], dove si organizzavano gruppi di informazione, e “noi volevamo fare lo stesso”. Callejera “perchè ci fu chiaro fin da subito che il nostro non era rimanere in ufficio, e che i problemi stanno nella strada”. Di Apoyo, “perché non pensavamo di risolvere il problema completamente, ma darci sostegno una con l’altra”. Della Mujer, “perché inizialmente fu il soggetto principale con cui iniziammo a lavorare”, anche se dopo sarebbero arrivate le trans. E il nome di Elisa Martínez “viene dalla prima ragazza che aveva l’HIV che abbiamo conosciuto ed è morta, però non per la malattia, ma per la discriminazione sofferta in ospedale per essere lavoratrice sessuale”.
La Brigada Callejera ha dovuto prendersi cura di loro e, se muoiono, vestirle e sotterrarle.”E questo ti fa sempre più forte. Gli abusi da parte della polizia, le estorsioni, le persecuzione non solo nei loro confronti , ma anche dei clienti, sono i principali incidenti nelle strade”. La Brigada ha visto e vissuto botte, assassinii, i sequestri, stupri e numerosi abusi contro di loro. E, in questo contesto, gli ostacoli e i divieti all’organizzasi, perché “le vogliono come schiave”.

Sono più di 20 anni di organizzazione, anche se sembra che tutto ciò che era stato vinto sta ritornando in gioco con la promulgazione della nuova Legge sulla Tratta, ”che non fa differenze tra il lavoro sessuale e la tratta di persone”. In questo si trovano adesso. Ne vittime ne vittimizzate, è lo slogan.

Foto 3

Una degli assi di lavoro principali della Brigada è la salute, perché “anche se dicono che è gratis e che tutti ne abbiamo diritto, per le lavoratrici sessuali non è così. Dobbiamo insistere per farle visitare, e in maniera degna”. E altro asse fondamentale è la difesa del alvoro, “a volte chiudono le attività commerciali senza nessun motivo, quando ci sono interessi economici, soprattutto nei centri storici di tutta la Repubblica Messicana”.

La Brigada Callejera è parte fondante dela Red Mejicana de Trabajo Sexual, struttura creata affinché “si conoscano, si appoggino e si difendano tra loro stesse”. E affrontino insieme la prevenzione della tratta di persone con fini di sfruttamento sessuale, tema complesso e polemico, che, hanno chiaro “non tutto è lavoro sessuale e neanchè è tutto tratta”. Considerare che esistono lavoratrici sessuali che hanno scelto questo lavoro come opzione è una delle grandi battaglie della Brigada, situazioni e contesto che sono state rifiutate da altre organizzazioni femministe che portano avanti la bandiera dell’abolizione del lavoro sessuale.

“Esistono lavoratrici che hanno scelto il proprio lavoro, perché il governo non genera alternative reali per sopravvivere. Questo è il lavoro sessuale. Mentre c’è chi dice che tutto è tratta, o come le abolizioniste, che vogliono far scomparire questo mestiere, e non fanno differenze e dalle loro scrivanie le vogliono salvare”, spiega Elvira, che vive su di un ring difendendo la loro posizione. “Io rido”, dice, perché con questo posizionamento “fanno pressione sul governo affinché svolga operazioni, però non attaccano le cause strutturali. Se sappiamo in che municipi, in che scuole e in quali coloni sta succedendo questo, non credo che non possano fare un lavoro di prevenzione e di protezione”.

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Questo è un dibattito internazionale vecchio, dice Elvira Madrid, e per lei, “ha a che vedere con i finanziamenti. Se arriva un finanziamento per dire che è tutto lavoro sessuale, allora tutte dicono che la libertà è delle donne e che è tutto lavoro sessuale. Però se arriva un finanziamento che dice che dobbiamo combattere la tratta, allora tutto si trasforma in tratta. Ho alcune compagne che difendevano la nostra causa, che però adesso, che non ci sono soldi per combattere, già si sono dimenticate”.
Non c’è trattativa, dice Elvira, “di rimuovere tutto ciò che è lavoro sessuale e lavori nello spettacolo o le zone di tolleranza”, perché con questa postura “non fanno altro che esporle di più, perché le mandano in luoghi più insicuri, chi chiedono denaro per la presunta protezione e poi non le possono più far uscire”.

Il posizionamento della Brigada Callejera è di ottenere migliori condizioni di lavoro. E anziché lavorare per abolire il lavoro sessuale, “organizzarci per denunciare le violazioni dei diritti delle lavoratrici, soprattutto nel loro rapporto con le autorità, che ne mettono a repentaglio la vita, le sottopongono a estorsioni e le incarcerano.

Estratto dall’Introduzione del libro “Putas, activistas y periodistas” di Gloria Muñoz Ramírez.

Traduzione a cura di BC.

Di seguito riportiamo il comunicato scritto dalla piattaforma internazionalistail comunicato scritto dalla piattaforma internazionalistaLa PIRATA” [Piattaforma Internazionalista per la Resistenza e l'Autogestione Tessendo Autonomie], per prenderci un altro momento per raccontarvi ancora chi fosse Jaime Montejo.

5 maggio 2020
Con Jaime e la Brigata Callejera nel cuore

Compagne e Compagni
Oggi ci è arrivata la triste notizia che il nostro compagno Jaime Montejo, co-fondatore della Brigata Callejera en Apoyo a la Mujer “Elsa Martinez” ha lasciato questa terra. Jaime era ricoverato da qualche giorno nell'ospedale generale di Città del Messico con i sintomi del Covid-19, poiché ha messo, come sempre, il suo corpo in prima linea, consegnando aiuti alle lavoratrici sessuali, bloccate a causa della pandemia, insieme alla nostra compagna Elvira e alle altre guerriere della sua organizzazione.
Per noi, Jaime e la tutta la brigata Callejera, rappresentano uno dei più importanti esempi di lotta e resistenza che abbiamo avuto il privilegio di conoscere. Compagne e compagni che danno la vita tutti i giorni per dare forza, vicinanza e sostegno a coloro che devono lottare per continuare a sopravvivere e farlo con dignità.

La Brigata Callejera è stata fondata da Jaime, Elvira e Rosa Icela nel 1992 e da quella data in avanti iniziò un sforzo per la difesa dei diritti delle lavoratrici sessuali del quartiere de la “Merced” di Città del Messico.
Da quel momento non ha smesso di crescere il suo lavoro, affrontando e vincendo numerose battaglie, come quella del riconoscimento del lavoro sessuale come lavoro autonomo da svolgere con dignità. La liberazione di molte donne e giovani costrette in condizioni di tratta. La creazione di cooperative di lavoratrici sessuali, specialmente trans. La creazione di ambulatori comunitari, autonomi e gratuiti. L’educazione sessuale e la prevenzione del HIV e di altre malattie a trasmissione sessuale. L’autogestione economica attraverso la produzione autonoma dei preservativi “Encanto”. L’accompagnamento ai migranti e alle migranti centro-americane e alle popolazioni indigene. L’articolazione a livello nazionale della Red Mexicana de Trabajo Sexual. La formazione in giornalismo di strada delle stesse lavoratrici. La discussione sul ripensare dal basso le politiche pubbliche. La necessità di dare appoggio, attraverso l’esperienza maturata, nella situazione di crisi alla frontiera sud a Tapachula.
Tutte queste lotte hanno costretto la Brigada a scontrarsi costantemente con il Potere, nelle sue molteplici forme: dal disprezzo nei confronti delle istituzioni assenti, alle inchieste sui legami tra i funzionari dello Stato e della mafia della prostituzione, al potere della polizia e a quello del crimine organizzato. E come lo hanno fatto?
Sconfiggendo la paura, denunciando pubblicamente, esigendo, tendendo la mano, autorganizzandosi.
Jaime è una di loro. Un uomo in un organizzazione di donne e persone di altre identità sessuali che si è fatto attraversare con umiltà dai loro insegnamenti, ascoltando.

Di formazione Cattolica e Marxista, lasciando da parte il dogmatismo è arrivato a comprendere molto bene il significato del patriarcato sui corpi e a lottare contro tutto questo. Jaime è arrivato in Messico dopo aver conosciuto la lotta rivoluzionaria in Colombia e ha scelto una trincea, con uno spirito ugualmente rivoluzionario, che quasi mai si sceglie, se non per necessità. Jaime ha condiviso tanto con lucidità, tranquillità e con analisi molto precise, che provenivano non solo dalla formazione militante ma anche e soprattutto dalla sua esperienza diretta nella vita di tutti i giorni. Ha sempre sentito la necessità di far capire quanto fosse marcio il sistema, mettendo in evidenza anche nomi e cognomi, sentendo sempre il bisogno di smascherare l’ipocrisia.

Come P.I.R.A.T.A. abbiamo imparato tanto e non smettiamo di imparare dalla Brigada Callejera e da Jaime. Pensiamo che incarnino profondamente il significato del fare politica in basso e a sinistra, dove sta il cuore, come si trova bene nel libro che come Pirata abbiamo tradotto in italiano "L'Altra Campagna e la Lotta di Classe delle Lavoratrici Sessuali in Messico". E visto che oltre ad essere compagne-i siamo ora amici e amiche, siamo anche molto tristi, perché non ci saranno più pomeriggi di aneddoti con Jaime se non nei ricordi. E visto che oltre ad essere amici e amiche siamo compagne e compagni, sappiamo che rimarrà dentro di noi con il suo esempio e ogni volta ci chiederemo: "cosa farebbe Jaime?”
La risposta sarà sempre la stessa: mettere il corpo nella lotta.

Oggi vogliamo dare un grande abbraccio collettivo a Elvira, e dirti: compagna, ti amiamo tanto,
sei una donna guerriera e sentiamo il dolore del tuo cuore tanto grande e valoroso.
Questo abbraccio speriamo di potertelo dare presto fisicamente, anche se adesso arriva con forza e animo dai differenti luoghi nei quali ci troviamo.
Allo stesso modo abbracciamo l’organizzazione e la famiglia di Jaime.

La Brigada Callejera non è sola!
Jaime vive!

LA PIRATA:
Nodo Solidale Messico
Nodo Solidale Italia
Collettivo Zapatista di Lugano
Aderenti individuali

Per saperne di più:

-Una raccolta di poesie di Jaime relazionate con la propria partecipazione delle fila della guerriglia del Movimento 19 aprile in Colombia:


-”Primeras líneas de un testamento político 2017””Primeras líneas de un testamento político 2017”, testamento politico di jaime scritto a seguito di un attentato subito da Jaime e Elvira mentre erano in uscita dalla “zona galáctica”, di Tuxtla Gutiérrez, Chiapas.

-Sito della Brigada Callejera de Apoyo a la Mujer “Elisa Martínez”Sito della Brigada Callejera de Apoyo a la Mujer “Elisa Martínez”

 

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in varie

Anche in periodo di emergenza da Covid-19, chi non ha mezzi di sussistenza viene trattato senza dignità dalle istituzioni e la gestione delle emergenze sociali viene lasciata a solidali e terzo settore, con colpevole silenzio e disinteresse. 

E' la situazione che si è creata dal 3 maggio quando il campo "umanitario" della Croce Rossa di Piazza d'Armi è stato smantellato e le persone senza fissa dimora sbattute per strada, con tutti i loro averi in borse al seguito (molti ne hanno anche persi al momento della sopressione del campo), senza coperte, materassini o tende che sono stati forniti loro da solidali, collettivi e da una manciata di associazioni, unici a gestire l'emergenza dal principio. Una parte delle oltre 100 persone che erano ospitate nel campo sono rimaste in Piazza d'Armi a dormire nel parcheggio o sull'erba, una parte si è spostata insieme ai solidali davanti al Palazzo di Città per chiedere una soluzione a questa situazione, inaccettabile in tempi normali, criminale in periodo di emergenza sanitaria.

Come è noto, in questi mesi molte situazioni di ordinaria precarietà si sono inasprite. E' la condizione di queste persone e delle molte altre che non hanno un luogo dove trascorrere le loro giornate e le loro notti, tantomeno durante il lockdown. 

I servizi di assistenza di base, che già normalmente faticano a coprire la richiesta di posti letto per i senza fissa dimora, in questo periodo hanno ridotto gli accessi per garantire stabilità a chi vi trascorre la notte e per rispettare seppur con difficoltà le norme di distanziamento. Molte associazioni che si occupano di accoglienza diurna sono state costrette a chiudere momentaneamente per incapacità di rispettare le norme e tutelare chi le frequenta. L'unico luogo che ancora accettava persone senza casa che non sapevano dove passare la notte era il campo umanitario della Croce Rossa in Piazza d’Armi, nella periferia sud di Torino. 

Il campo straordinario era stato allestito, come ogni anno, per far fronte all’emergenza freddo e la chiusura era stata poi prorogata per via dell’emergenza sanitaria dal 30 marzo al 3 maggio.

Il 3 maggio il campo è stato smantellato. Ospitava 102 persone senza fissa dimora e al suo esterno ne stazionavano altre che non erano state ammesse, perché anche qui le richieste superavano la disponibilità di posti letto.

L'amministrazione non ha fornito soluzioni che tenessero conto dello smantellamento di cui  erano da tempo a conoscenza, permettendo che più di cento persone finissero per strada dall'oggi al domani, senza un posto dove andare, con tutti i propri averi in borse al seguito, con servizi sanitari pubblici ridotti o inesistenti, con molte strutture per l'accoglienza chiuse o contingentate.

Nemmeno finché il campo umanitario è stato aperto, l'amministrazione ha garantito beni primari come il cibo, lo ha fatto solo durante l'ultima settimana, senza valida ragione se non un ritorno d'immagine.

Dall'amministrazione è stato sostenuto che con il caldo imminente, far vivere le persone senza dimora in container come quelli del campo della Croce Rossa sarebbe stato dannoso. Hanno inoltre giustificato questa scelta dichiarando che nel campo non si riuscissero più a rispettare le norme igienico sanitarie necessarie per far fronte all'emergenza COVID (parlando di rischio di assembramento e problemi di ordine pubblico). Si è ritenuto fosse una soluzione migliore lasciare che queste persone dormissero per terra, senza materassi o coperte, all'aperto. I container non sono una soluzione dignitosa e questo è vero. Non è disgnitoso far dormire in quelle condizioni le persone senza fissa dimora inverno dopo inverno, sbattendole regolarmente per strada a primavera, come se l'unica preoccupazione fosse evitare scomode morti per assideramento. 

Davanti a Palazzo di Città dove una parte dei senza fissa dimora ha iniziato insieme ai solidali un presidio, ieri mattina alcuni funzionari del comune accompagnati della digos hanno chiesto i dati alle persone senza dimora, senza testimoni o avvocati presenti, facendo interrogatori a cielo aperto nel mezzo dell'accampamento.

La risposta dell'amministrazione a questa assurda situazione è ancora una volta quella di fare delle vite umane una mera questione burocratica, facendo la distinzione tra chi ha i documenti e chi non li ha, trovando forse una precaria e temporanea soluzione per i primi, lasciando i secondi a se stessi.

In piazza si respirano stanchezza, rabbia e desolazione. Non esistono servizi igienici pubblici nella zona di piazza Palazzo di Città e la situazione igienica è allarmante. Si portano avanti rivendicazioni di un trattamento dignitoso per tutti e tutte, a cui le istituzioni si stanno dimostrando sorde, sostenendo di occuparsi della situazione, ma senza nella realtà fare nulla, nonostante siano state sollecitate da varie realtà e nonostante abbiano fisicamente sotto gli occhi il problema. 

Altre decine di persone sono ancora in Piazza D'armi costrette a dormire per terra nel parcheggio, chi è senza documenti validi è intimorito dai controlli, alcuni hanno valigie pesanti, non hanno soldi per pagare il biglietto dell'autobus e non se la sentono di spostarsi davanti al municipio per rivendicare i propri diritti. Rimangono in periferia, lontano dagli occhi di molti torinesi, della stampa e dell'amministrazione.

Alleghiamo il comunicato dell'ordine dei medici di Torino che ha preso parola sulla questione e a seguire l'aggiornamento di oggi sul presidio in Piazza Palazzo di Città:

CHIUSURA DEL DORMITORIO DI PIAZZA D’ARMI
OCCORRE SCONGIURARE IL RISCHIO SANITARIO 

In seguito alla chiusura del dormitorio di piazza d’Armi a Torino si è venuta a creare una situazione di emergenza sanitaria, oltre che umanitaria, le cui conseguenze rischiano di essere estremamente gravi, nel momento in cui sta iniziando la delicata fase 2 dell’epidemia Covid-19.Una trentina delle circa 100 persone ospitate in piazza d’Armi si trovano ora di fronte a Palazzo Civico, in strada, in pessime condizioni igieniche e con la sola assistenza delle associazioni di volontariato. Gli altri ospiti sono invece in giro per la città, alla ricerca di sistemazioni di fortuna.È evidente come questa situazione, già problematica in ogni caso, durante l’attuale periodo di emergenza possa potenzialmente diventare un pericolo sia per la salute di queste persone, che per tutti i cittadini.Come Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Torino sollecitiamo il Comune a intervenire per trovare una soluzione. Occorre che queste persone vengano immediatamente prese in carico e che vengano verificate le loro condizioni di salute, in modo da scongiurare ulteriori rischi sanitari.

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Cosa vogliamo?
Dignità, casa e salute.

Piazza Palazzo di Città, giorno 3

Ieri in giornata il comune ha iniziato a proporre soluzioni abitative, in strutture varie, solamente alle persone in situazione di estrema fragilità. Soluzioni per 5 persone su 35. Per gli altri tutto tace. Il Comune ha deciso di utilizzare come suoi rappresentanti Digos e Vigili, senza prendersi mai la responsabilità delle proprie scelte e creando appositamente una situazione più tesa e sgradevole per chi ormai dorme da tre notti per strada.

Ovviamente nessuna soluzione è stata trovata per i servizi igienici e le persone sono ancora costrette ad arrangiarsi in strada.Cosa vogliamo?

Una casa per tutte le persone sfrattate da Piazza D'armi: che le istituzioni si prendano le proprie responsabilità davanti ad un'emergenza sanitaria senza precedenti garantendo un tetto, dignità, casa e salute a tutti e tutte.A Torino ci sono 6.000 case vuote, alberghi e varie strutture abbandonate e in disuso, veramente non c'è soluzione?

Chiediamo a chi è solidale di passare dal presidio davanti al Comune - sempre con mascherina, igienizzante e guanti - e portare solidarietà. Servono prioritariamente: prodotti per l'igiene personale, vestiti, igienizzante, mascherine, coperte, tende e acqua.

#Restoacasa ma la casa dov'è?

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Sciopero dei Si Cobas Lavoratori Autorganizzati in tutta la filiera Tnt da Napoli a Milano, passando per Torino, Bologna, Modena, Bergamo, Parma, Ancona, Alessandria, Roma.

Le ragioni della mobilitazione sono riportate dallo stesso sindacato sui social network: “per la sicurezza sui posti di lavoro, per l’anticipazione della Cassa Integrazione e in solidarietà per i lavoratori della Tnt Pescheria Borromeo in occupazione contro i licenziamenti di 66 lavoratori con la scusa Covid19, non rispettando gli accordi firmati”

I facchini denunciano la presenza di forze di polizia polizia fuori dai magazzini, oltre all’attività della Digos impegnata  a identificare i presenti.

L’aggiornamento sulla vertenza con Kharim responsabile comunicazione Si Cobas
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Dal sindacalismo di base arrivano altre segnalazioni di attacchi da parte padronale all’interno del settore della logistica. L’Adl Cobas Padova-Bassa Padovana sulla sua pagina informa del licenziamento di 5 iscritti al sindacato, tra cui un delegato, al magazzino Aspiag di Mestrino.

Ci ha spiegato la situazione Dino di Adl Cobas
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Da Radio Onda d'Urto

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Il punto di vista di chi, nel campo dell’epidemiologia sociale, ha lavorato e sta continuando ad intervenire per arginare la pandemia Covid-19 ci pare molto interessante. I motivi sono essenzialmente due: primo, perché lo sguardo causa-effetto proposto dai media mainstream è sostituito da una visione processuale in cui si cerca di comprendere come agire a supporto della salute personale e collettiva; secondo – questione legata e dipendente al primo aspetto – perché tale prospettiva rivela tutti gli elementi critici della condizione sociale, economica e politica pre-pandemia, ossia le mancanze strutturali e decisionali, le scelte inopportune e pericolose prese fino a questo punto. Ringraziamo, quindi, Luisa Mondo, epidemiologa in Piemonte, per aver rilasciato l’intervista che tocca anche due tematiche importanti: quella delle donne incinta positive e delle persone che, costrette a casa durante la pandemia, sono stato oggetto di violenza.

 

Prima puntata: Intervista dalla terapia intensiva

Seconda puntata: «Ci sono una serie di limiti e problemi che questo sistema ha sempre avuto»

Terza puntata: Voci dalla corsia, tampone sì tampone no

Quarta puntata: Cosa vuol dire lavorare in una USCA?

Quinta puntata: «Una medicina più medicalizzata e molto meno umana»

 

Quanti anni hai?
53.

Da quanto tempo lavori in questo settore?
Dal 1993.

Che tipo di inquadramento hai?
Sono dirigente medico a tempo indeterminato, dal 1998.

Il tuo lavoro in cosa consiste?
Sono una epidemiologa.

Cosa è un’epidemiologa?

Adesso tutti lo dicono, ma nessuno lo sa. Spesso è un medico, ma non è detto… ci sono sociologi, statistici, persone laureate in scienze internazionali che interpretano i fenomeni. Per quanto riguarda gli epidemiologi medici sono persone che curano delle persone che non sai che le stai curando e che non ti hanno chiesto di curarle. Noi analizziamo i flussi correnti, tipo le schede degli stati di nascita o di morte, i certificati di assistenza al parto, le dimissioni ospedaliere, qualsiasi cosa che abbia a che fare con la salute, le prescrizioni farmaceutiche… li analizziamo per età, per genere, per luogo di residenza, per i luoghi di ricovero o per tipologia di lavoro ed evidenziamo delle criticità. Poi li portiamo a dei decisori. Per dire “oh, guarda che qui, nel tuo ospedale, si muore troppo, si fanno troppi cesarei, questa ditta fa schifo e ci sono un sacco di tumori”, quindi, ecco, è un lavoro sottotraccia, tra le righe, che, però, cerca di leggere la salute della popolazione.

Che esperienza hai con il Covid-19?

Inizialmente, abbiamo avuto la reazione che hanno avuto tutti. Abbiamo detto “sarà un’influenza, un po’ più grave”. Le prime indicazioni che ci chiedevano da fuori… per esempio ditte che mandavano persone a lavorare in Cina, erano: “ok, fate attenzione, prendete tutte le cautele del caso”. I primissimi giorni – quindi parliamo delle vacanze di Natale – non era ancora chiaro, ovviamente, quale poteva essere la portata della cosa che stava accadendo. E poi all’improvviso, ci siamo tutti resi conto che la cosa stava esplodendo, e non era immaginabile che l’Italia fosse un focolaio così esteso. Quindi, sulla carta eravamo tutti preparati, tutti noi abbiamo studiato il contenimento, però nella pratica eravamo tutti molto in difficoltà. E quindi abbiamo cercato di coordinarci con gli infettivologi. E poi di dare nel nostro piccolo campo, un occhio all’epidemiologia pratica. Per esempio, io mi occupo delle gestanti positive, con un bellissimo progetto dell’Istituto Superiore della Sanità che servirà a capire quale correlazione e peso può aver avuto il virus sulle gravidanze. Banalmente – ma non proprio – sulle gravidanze molto precoci: se la mamma è malata, se il virus possa avere un effetto dannoso sul feto, o se nelle donne che partoriscono ci sono già gli anticorpi nel latte materno, nel siero cordonale. Quindi, cose molto tecniche e molto interessanti. Invece, dal punto di vista sociale, ci stiamo occupando della parte sui maltrattamenti a casa, in regime di contenimento, non solo, purtroppo, di uomini su donne – che è cosa nota – ma anche di altro tipo: badanti su anziani, genitori sui bambini… c’è tutta una serie di altri maltrattamenti che sfuggono di più al normale setaccio, ma ci sono. Poi ci sono dei problemi d’alimentazione legati ai bambini in famiglie molto povere, dove l’unico pasto garantito era quello della scuola… ma i bambini non vanno più a scuola da Carnevale. Quindi c’è tutta una serie di problemi legati al fatto che i pediatri stanno iniziando a dire “i bambini hanno fame”. Cioè, è una cosa a cui non si pensava, e quindi è necessario riflettere su come far avere i pacchi cibo, come fare a contattare le famiglie, a spiegare come approvvigionarsi degli alimenti sicuri anche per i bambini. Complicato, è molto complicato anche emotivamente.

Quali sono i settori che sono più coinvolti, che stanno accusando di più questa crisi?
In ospedale, tutti i reparti stanno accusando crisi. Ci sono quelli impegnati nelle urgenze che sono al collasso. Ma non da meno è pensare a cosa saranno le agende, per esempio, delle visite normali o delle prevenzioni oncologiche, o degli interventi chirurgici che erano programmati e sono slittati a data da definire. Le liste di attesa sono già sature in condizioni normali, adesso immaginiamo che magari, si spera, tra due o tre mesi torneremo a regime. Tutta questa gente dove la mettiamo? Ci sono già i prenotati, ma questi erano prenotati prima. Quindi è necessario pensare a un sistema già al collasso, in cui ci saranno difficoltà enormi a fare le visite di controllo, a rimettere in calendario degli interventi che erano, appunto, programmati. Questo fa veramente paura. Sono andate avanti qui in Piemonte - ma non so sinceramente le altre regioni - le campagne vaccinali. Tutto il resto è sospeso. E tutto va recuperato. Le agende sono già piene. Quindi, c’è lo stress della fase acuta, ma c’è anche la preoccupazione per una ripresa che deve essere adeguata per tutti, anche se al momento non ci sono strumenti adeguati. E dal punto di vista dell’estrazione sociale fuori dall’ospedale, quali sono le categorie, le persone, i soggetti che stanno accusando di più questa crisi?
Indubbiamente i senza fissa dimora, perché si sta affrontando un grosso problema: alcune delle mense hanno chiuso; nei dormitori è molto rischioso stare perché ovviamente le distanze sono quelle che sono. Fa ancora freddo, per cui le persone non possono dormire nei parchi, i quali, per altro, sono chiusi (ndr. L’intervista è stata realizzata un paio di settimane fa). Se non hai nulla da perdere, puoi anche dormire nel parco, ma se fa freddo non ci puoi stare. Sicuramente, ci sono delle categorie per le quali il “resto a casa” non è possibile, perché la casa non c’è. Poi ci sono altre categorie di cui noi non sappiamo niente, stiamo cercando di capire ma abbiamo grandi difficoltà. Per esempio, coloro che vendono le rose nei ristoranti dove sono? I lavavetri dove sono? I posteggiatori dove sono? Chi li sta aiutando? Cosa sta succedendo? Non ne abbiamo la minima idea. Io mi occupo di salute dei migranti da sempre. Quelli che stanno male, che hanno malattie croniche, che sono seguiti continuano ad essere seguiti, ma degli altri, in questo momento, non ce n’è traccia. Speriamo che stiano tutti bene, in questo momento. Che non ci sia qualcuno che abbia la malattia e non abbia paura di andare a farsi visitare, che tutti abbiano da mangiare e siano ospiti da qualcuno, ma non lo sappiamo…
E chiaramente c’è un pregresso, ossia la situazione in cui vivevano queste persone prima del Covid-19. Chi era già in difficoltà economica, o era in una posizione difficile dal punto di vista della cittadinanza, probabilmente, con la pandemia, la situazione si è ulteriormente aggravata. Ugualmente, stiamo cercando di fare attenzione con il garante per quanto riguarda le condizioni di detenzione, quindi sia chi è in carcere, sia chi è nel CPR. La direzione del CPR sta facendo dei filtri, non tanto per chi è detenuto ma per il personale di vigilanza, per tracciare tutta la dinamica, perché chi entra non porti la malattia dentro. È una cosa, quella, molto complessa. Immaginati se una persona portasse l’infezione dentro le mura… e come questo luogo tanti altri, come le comunità per minori, le comunità per donne vittime di tratta… ci sono dei luoghi che richiedono una grandissima attenzione, ma veramente grandissima.Prima dicevi che sulla carta l’epidemia era qualcosa che era stato studiato, ma che non ci si aspettava una situazione del genere.

C’è stato un dibattito sullo sviluppo del Covid-19?
Sì, sicuramente, il modo scientifico e culturale si è diviso tra chi ha voluto capire le cause e chi si è messo a cercare di arginare il contagio… e chi sta studiando gli effetti. Quindi le ramificazioni sono molte. Per le cause, stiamo avendo un grande aiuto dagli ambientalisti, da chi studia l’impatto degli allevamenti animali, di certi tipi di mercati, di certi tipi di inquinamento. Quindi, non è più una scienza prettamente medica, ma chiama in causa tutta una serie di professionalità che da tanto si occupano di questo argomento. E poi, dal punto di vista del contagio, è stato un lavoro grande, anche di matematici, per capire l’R0, la velocità del contagio, la questione del contenimento, delle mascherine, dei guanti o non guanti, l’isolamento o il non isolamento, cercando di comprendere in termini teorici – perché noi non abbiamo il tracciamento dei contatti – che cosa fare. E poi ci sono un sacco di persone che si stanno interrogando sul dopo. Se è vero che siamo al plateau, tra un po’ ci sarà un dopo. E questo dopo è qualcosa che chiamerà tutti a fare delle iniziative importanti.Sembra che quanto accadutonnon fosse prevedibile, ma neppure ciò che succederà, per certi versi, non è immaginabile. È così, o mi sbaglio?
Noi abbiamo dei modelli di ripresa che potrebbero essere, all’incirca, quelli del dopoguerra. Ma chiaramente, al tempo, non c’era la tecnologia di adesso. Quindi quanto stiamo cercando di capire, in maniera molto umana, è se questa infezione dia una immunità, se l’immunità sia permanente e se, invece, ci sia la possibilità di avere un vaccino e quanta parte della popolazione non immune potrebbe accettare di vaccinarsi. Quanto più avremo la possibilità di avere una popolazione non più infettabile, tanto più potremo muoverci liberamente. Dipende, quindi, tantissimo da qualcosa che ancora non sappiamo, perché ora abbiamo i primi guariti e stiamo valutando se sono o se non sono immuni, quindi siamo ancora parecchio indietro, ma proprio perché è uno studio ecologico dal vivo, come si chiama professionalmente.

E, invece, qual è la relazione tra il lavoro che stai facendo e la parte politica: secondo te c’è stata una sottovalutazione?

C’erano stati dei tagli del passato che hanno sicuramente avuto delle ripercussioni. C’è stato un decentramento rispetto allo spazio dato ai privati in passato. Sul fatto che mancassero dei posti in rianimazione, oggettivamente era imprevedibile che ci fosse bisogno di così tanti posti. E sarebbe stato da pazzi avere delle rianimazioni pronte ma vuote. Quindi, da un lato è chiaro che tutti vorremmo avere tantissimi posti in rianimazione, ma allo stesso tempo è chiaro che non erano necessari, prima, tutti questi posti. La risposta, dal punto di vista sanitario, è stata ottima. Togliamo “il teatro” dell’Ospedale di Milano Fiera, ma tutto il resto è stato molto veloce. Ci vorrebbe, secondo me e secondo noi, una buona attenzione sul dopo, sulle convalescenze, sulle persone guarite che vengono dimesse in attesa del tampone di controllo. Non abbiamo molti posti dove collocarli, e quindi tornano a casa in affidamento fiduciario. E lo stesso vale per quelli che erano positivi e asintomatici, che sono tornati a casa. La colpa, in questo caso, è nostra, che non abbiamo insegnato alle persone ad essere realmente responsabili. Questo vale per i medici, ma anche per i politici. Siamo un Paese dove, nonostante siano portate tonnellate di evidenze che dicano che se vai in moto col casco hai buona possibilità di salvarti, e se metti le cinture idem, e se guidi ubriaco hai buona probabilità di farti male, ma soprattutto di fare male ad altri, bisogna arrivare a mettere delle leggi per rendere questi comportamenti obbligatori. Ti sto facendo un favore, ti sto dicendo che in questo modo ti salvi la vita, dovresti essere solo contento di averlo saputo e di agire di tua spontanea volontà, no? E invece siamo un Paese che viaggia su altre norme. E quindi è assurda questa roba di perdere tutto questo tempo a mettere pattuglie a vigilare che le persone non vadano in giro. Ma le pattuglie dovrebbero servire per portare da mangiare agli anziani; usiamole a dare una mano a chi è in quarantena e non può andare a fare la spesa. Invece, per colpa di una mentalità che né i medici, né i politici, né in generale la società civile è riuscita a sviluppare nelle persone, di nuovo, perdiamo tempo a vigilare, anziché far rendere utili le forze dell’ordine senza mettersi a fare la multa al tizio al parco, che mi fa veramente girare le scatole…Come valuti i protocolli sicurezza per l’emergenza Covid-19?
Eh, fatta la legge, trovato l’inganno, come sempre. La gente ha trovato la scura del cane, del bambino, di piccole commissioni – che ci sta, eh – anche perché io parlo da una casa in cui ho una stanza, ho pure l’alibi del cane. E, invece, chi sta in 40 metri quadri scoppia. Però è anche vero che molta gente, invece, è uscita con i pretesti più vari. E il virus è invisibile, quindi non ti rendi conto che dove hai toccato la maniglia, lì, c’è la possibilità di contagio. I meccanismi del contagio non appaiono chiari per cui ciascuno pensa “non tocca a me” e “non sono io l’untore”, “non è pericoloso per me”. I protocolli e le linee guida non sono stati chiari, le voci sono state tante: si può uscire; no, non si può uscire; sì, si può uscire col permesso; qui sì, là no. Tutto doveva essere molto più netto. E ci sono state delle incongruenze di comunicazione. Si è lasciato parecchio al libero arbitrio e questo non ci ha fatto bene.

Dal punto di vista emotivo come hai approcciato l’emergenza?
Personalmente, ho optato per il lavoro da casa. Smart working, niente smart… Nel senso che i primi giorni c’è stato un quantitativo di ore di lavoro pazzesco perché abbiamo messo in piedi tutto il protocollo per le gestanti positive, abbiamo iniziato a seguire la parte della violenza, la parte dell’infanzia. In realtà, è stato un lavoro molto intenso. Io sono una che ama lavorare nella pratica, con le mani… ho lavorato nella guerra in Bosnia, facevo la volontaria al presidio in montagna a Bardonecchia e poi a Oulx. E quindi la scelta di recludermi, non ammalarmi –  perché sono portatrice di una malattia cronica autoimmune grave e quindi non potevo ammalarmi – ha creato in me molta frustrazione. Nei giorni dopo, mi sono resa conto che potevo essere utile anche di qui: portare avanti il lavoro perché i medici avessero i meccanismi di protezione adeguati, per aiutare a capire chi doveva essere ospedalizzato o meno, per creare una rete per le quarantene. In realtà, giorno per giorno, man mano che si chiariva chi faceva cosa, come, e chi era il tuo interlocutore per i vari argomenti, mi sono sentita utile lo stesso. Chiaro è che noi siamo abituati a pensare all’onda lunga. E quindi, la grande paura, di tutti noi, era di capire il dopo. Ossia, cosa facciamo? E se, invece, il virus muta e poi ricomincia? E se la gente pensa che siamo al plateau e riprende a uscire e riparte la seconda ondata come in Cina? Quindi, è chiaro che il pensiero era sempre lì. Giorno e notte pensi a quello. La vita è completamente cambiata. Mi racconteresti qualcosa di più sull’azione che state facendo contro la violenza?
Stanno telefonando, ma con difficoltà. C’è questa situazione che le donne non escono e i loro persecutori neppure. Sono crollate le chiamate per stalking, ovviamente. Il problema grosso sono le donne che stavano per andarsene di casa e sono rimaste bloccate in casa, con magari dei minori che assistono alle violenze. Sono periodi, comunque, esplosivi. Quello che vorremmo è che le donne tengano a mente il numero antiviolenza, la possibilità di scappare. Speriamo che la pandemia abbia dato il colpo di grazia a delle situazioni tragiche e che dopo questa esperienza, per forza, dovranno intervenire i servizi e soccorrere.

Come potrebbe cambiare il sistema socio-sanitario dopo il covid-19?
La domanda è cambierà? Io verrei che i medici di medicina generale e i pediatri ricevessero il loro adeguato riconoscimento perché sono stati anche loro utili, importanti e buttati in prima linea e anche senza i dispositivi idonei in molti casi. Poi, sicuramente dovremo imparare a cercare delle fonti certe e congruenti. Ci sarà la necessità di emergere per moltissime persone che non hanno lavorato o che prima lavoravano in nero: bisognerà pensare a degli ammortizzatori sociali. Noi epidemiologi, noi che lavoriamo nel campo dell’epidemiologia sociale, sappiamo bene che il più grande svantaggio di salute è essere in una classe sociale più svantaggiata, vivere in una zona più povera, avere un livello basso di studio. E quindi, forse, la grande lezione di questa esperienza dovrebbe essere quella di dare a tutti una opportunità. Se c’è una manovra economica, facciamo sì che l’aiuto non si esaurisca in un “una tantum”, ma che possiamo diventare un Paese che si ricorda davvero di tutti.

Dal punto di vista psicologico ci saranno delle ricadute?
Assolutamente. Tutti i sanitari – medici, ostetriche, infermieri, oss, le persone delle pulizie che lavorano negli ospedali, chi portava i pasti, chi si occupa dei funerali, chiunque… avrà bisogno di un debriefing, di un momento di allentamento perché è terribile… indubbiamente, il senso di impotenza, leggere la lista dei morti… poi ci sarà un momento critico, perché ci saranno processi, perché dei capri espiatori dovranno sicuramente essere cercati, le case di riposo – ecco, c’è ancora qualcuno che li chiama ancora ospizi…
Dal punto di vista psicologico della popolazione generale, io vorrei che fosse come nel dopoguerra: una grande festa, con la voglia di abbracciarsi, di ritrovarsi, di fare cose, di apprezzare anche ciò che era dato per scontato. Credo questa gioia potrebbe essere il modo per dimenticare. Non mi piace usare la parola resilienza in questo caso perché dovrebbe essere proprio un’altra cosa, una rinascita, una riapertura al mondo. Come quando fai un lungo digiuno per qualsiasi motivo – che tu debba fare un’ecografia o un intervento – e poi rimangi e tutto ha nuovamente un senso. Ti rompi la gamba e poi ricammini… ecco, una rinascita, coglierla come un’occasione di rinascita. Non avremo più scuse: “scusa sto guidando”, oppure “scusa sono in riunione”. Impareremo ad essere tutti un po’ più onesti. Mi piacerebbe.

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